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Full text of "Firenze ai Demidoff; Pratolino e S. Donato, relazione storica e descrittiva, preceduta da cenni biografi sui Demidoff, che sino dal secolo XVIII esisterono"

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FIRENZE  Al  DEMIDOFF 


PRATOLIXO  E  S.  DONATO 

RELAZIONE  STORICA  E  DESCRITTIVA 

PRECEDUTA  DA  CENNI  BIOGRAFIGI  SUI  DEMIDOFF 

Che  sino  dal  Secolo  XYII  esisterono. 


FIRENZE 

TIPOGRAFIA  DELLA  PIA  CASA  DI  PATRONATO 

PEI    MINORENNI 

1886 


Proprietà  Letteraria 


Stack 

\nnex 

LA  PRINCIPESSA  ELENA  DEMIDOFF  DI  S.  DONATO 


^ccetlen7a, 

Le  grandi  e  numerose  opere  di  benefi- 
cenza che  resero  sì  celebre  in  Firenze  il  nome 
dei  Demidoff^  mi  consigliarono  a  scrivere  il 
presente  libro ^  in  nome  della  citta  medesima  ; 
e  mi  gode  sommamente  V animo  7iel  dedicarlo 
alla  Eccellenza  Vostra^  mentre  lo  do  alle 
stampe. 

Degnatevi  accettarlo^  Eccellenza^  poiché 
laddove  puh  venir  meno  il  pregio  letterario^ 
non  difetteranno  certamente  gli  sforzi  del  mio 
pensiero^  ne  quelli  delVanima  onia. 

Coi  sensi  del  più  profondo  ossequio^ 
Della  Eccellenza    Vostra 

UrnHj"^"  e  Dér.™°  Servo 

Cesai\e    Da   Prato. 

Firenze,  Febbraio  1S86. 


PARTE    PRIMA 


Oap  itolo    X 

//  primo  Demìdoff 

19  prime  origini  delia  storica  opulenza  di  questa  famiglia  illustre 

Per  un  sentimento  di  gratitudine  Plutarco 
scrisse  la  vita  di  LucuUo,  che  più  di  due  se- 
coli aveva  prima  di  lui  vissuto,  e  che  un  be- 
nefizio aveva  reso  alla  sua  patria  fondandosi, 
con  ragione,  sopra  questo  grande  principio, 
che  un  solo  benefizio  ricevuto  da  una  citta  ob- 
blighi tutti  gli  abitanti  di  essa  smo  ali  età  lu- 
tura,  e  che  gli  ultimi  de'  posteri,  non  debbano 
conservar  memoria  minore  di  coloro  che  di 
tal  benefizio   hanno   goduto. 

Vedi  Plutarco  :  Vita  di  Cimane. 

Gens  Demidoviana    nomen  iUustravit    bene- 

factis  publicis. 

Fischer. 


IÌp^5Ì^r  ELLO  è  lo  intraprendere  a  parlare  di 
fl^l^l^  famiglie  grandi,  allorquando  la  gran- 
^MMM^  dezza  loro  deriva  da  guerresche  ge- 
tl^ii^]pcF3]  sta  0  da  intraprese  insigni,   che  ad 


i      1;      I  esempio,  ad  ammaestramento  dei  po- 
t      I      Y  poli  ed  a  gloria  delle  nazioni,  riman- 
4  gono  collegate  alle  istorie  della  pa- 


FIRENZE   AI   DEM-IDOFF 


tria  ;  ma  bello  è  similmente  il  parlare  d'una  fa- 
miglia illustre  allorché  l'origine  sua  si  trova  nella 
modesta  officina  del  lavoro,  e  che  per  mezzo  di 
questo  si  è  discoperta  il  piìi  splendido  orizzonte, 
ha  preso  posto  nelle  sfere  più  elevate  della  no- 
biltà, e  sparge  a  dovizia  sulla  terra  grandi  be- 
nefìzi e  onori. 

La  illustre  famiglia  DemidofF,  che  va  colma 
dei  fasti  nobilitari  piìi  ambiti,  la  vediamo  sor- 
gere appunto  da  un  armaiolo,  che  verso  la  fine 
del  secolo  decimosettimo  viveva  non  lungi  da 
Mosca,  in  Tuia,  col  frutto  quotidiano  del  proprio 
lavoro  :  dotato  di  buon  volere,  di  straordinario 
ingegno  per  il  suo  mestiere,  a  quest'uomo  non 
mancava  che  una  favorevole  occasione  per  salire 
in  alta  rinomanza,  e  per  diventare,  senz'altra  am- 
bizione, all'infuori  che  quella  d'essere  operaio, 
una  delle  piìi  grandi  figure  storiche  della  Russia 
civile.  L'occasione  gli  capitò,  ed  egli  la  colse  nel 
modo  più  destro  siccome  vedremo  fra  poco. 

Gli  storici  russi  c'insegnano  che  Pietro  I,  fino 
dall'età  di  dieci  anni  faceva  notare  in  se  le  doti 
sì  eminenti  che  lo  spingeano  al  primo  impero, 
ed  incomparabilmente  glorioso,  di  tutte  le  Rus- 
sie ;  e  c'insegnano  pure,  gli  storici  russi,  di  quali 
trame  lo  facesse  oggetto  la  sua  sorella  Sofia  du- 
rante la  reggenza  del  trono,  reggenza  cui  parte- 
ciparono, con  essa  principessa,  e  per  lo  spazio  di 
sette  anni,  il  principe  Ivano,  fratello  di  lei  ger- 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


mano,  e  il  loro  consanguineo  fratello,  che  fu  Pie- 
tro il  Grande  ;  Ivano  era  però  il  regnante,  che  a 
lui  già  si  spettò  la  corona  quando,  nel  1682, 
mori  suo  fratello  maggiore,  Fedor  II  Alessiovich  (1), 
ma  questo  principe  non  fu  abile  a  governare 
a  causa  di  mal  ferma  salute,  cui  si  aggiungeva 
la  insufficienza  d'intelletto.  La  principessa  Sofia, 
temendo  che  le  spiccate  e  precoci  disposizioni  di 
Pietro  potessero  tosto  cagionarle  soggezione,  pro- 
fittò dell'inettezza  della  madrigna,  incapace  a  dar- 
gli educazione  e  coltura  quale  richiedeva  il  rango, 
e  fece  tanto  che  il  fratello  consanguineo,  appena 
pubero,  andò  affidato  a  gente  straniera  e  corrotta 
onde  si  perdesse  al  più  presto  possibile  nei  vor- 
tici delle  intemperanze  ;  ed  eccitò  inoltre  con- 
tro di  lui  le  famose  rivolte  degli  strelizzi.  Ma  for- 
tunatamente potè  Pietro  scampare  a  tutte  le  in- 
sidie, e  giunto  al  diciassettesimo  anno,  seppe  farsi 
capire  che  il  tempo  era  venuto  di  assumere  lui 
le  redini  del  governo.  I  grandi  ne  convennero 
e  lo  nominarono  czar  ;  inoltre,  suo  fratello  Ivano, 
il  cagionevole  regnante,  di  buon  grado  si  decise 
a  cedergli  lo  scettro,  pur  troppo  vedendolo  anche 
lui  chiamato  a  cose  luminose  una  volta  messo 
al  possesso  d'ogni  autorità  sovrana. 


(Ij  Lo  czar  Alessio  Michelovicli  ebbe  due  mogli  :  dalla 
prima  nacquero  Fedor  II,  la  principessa  Sofia  ed  Ivano  V  ; 
Pietro  I  nacque  dalla  seconda  moglie. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF 


In  questo  modo  salì  Pietro  al  potere  nel  1689. 
Gli  uomini  che  dovevano  disperderlo,  gli  avevano 
parlato  di  popoli  civili,  e  gli  avevano  fatto  pro- 
vare un  certo  ribrezzo  per  gli  usi  barbari  nei 
quali  allora  viveva  il  popolo  russo  :  durante  la 
reggenza,  Pietro  I  non  immagina\'a  che  grandi 
riforme,  alle  quali  s'accinse  non  appena  si  trovò 
padrone  assoluto.  La  prima  compagnia  d'infan- 
teria, che  in  Russia  si  conoscesse  vestita,  ar- 
mata, ed  istruita  all'alemanna,  era  stata  da  lui 
creata  sino  dal  1687,  col  nome  di  potieclinia. 

Per  meglio  riuscire  negl'immensi  suoi  pro- 
getti di  riformare,  credè  d'intraprendere  un  viag- 
gio nelle  diverse  contrade  d'Europa,  e  viaggiando 
studiò  le  arti,  imparò  mestieri,  esaminò  industrie 
e  manifatture,  per  quindi  incivilire  gli  Stati  suoi, 
e  per  arricchirli  nello  stesso  tempo.  Andato  pri- 
mieramente in  Olanda,  lo  vediamo  qual  semplice 
lavorante  alla  costruzione  dei  bastimenti  nel 
cantiere  di  Saardam,  cantiere  di  primaria  im- 
portanza in  quel  tempo,  sui  registri  del  quale 
si  scrisse  col  nome  di  Peter  Micheloff;  rimase 
dapprima  sconosciuto,  ed  allorquando  poi  si  trovò 
palesato,  ricusò  qual  si  fosse  riguardo  e  privile- 
gio, volendosi  vestire  e  nutrire  come  qualunque 
altro  lavorante  ;  lavorò  in  particolar  modo  alla 
costruzione  d'un  vascello  che  fu  nominato  San 
Pietro,  e  che  in  seguito  mandò  ad  Arcangiolo. 
Lasciata  l'Olanda  si  recò  in  Alemagna,  in  Inghil- 


FIRENZE  AI    DEMIDOFF 


terra,  in  Austria,  e  sarebbe  andato  pure  a  Pa- 
rigi, se  Luigi  XIV,  per  sue  contrarie  mire,  non 
l'avesse  dissuaso  ;  stava  per  venire  in  Italia, 
quando  una  nuova  insurrezione  di  strelizzi  lo 
costrinse  a  ritornare  in  Russia  ;  questi  soldati  feroci 
ed  insubordinati  s'erano  resi  padroni  di  Mosca, 
neir  intento  probabilmente  di  rimettere  sul  trono 
la  principessa  Sofìa,  cui  già  faceva  da  prigione 
un  monastero.  Fu  dopo  cotale  rivolta,  che  gli  stre- 
lizzi, ormai  troppo  funesti  agli  czar,  decapitati  o 
in  altri  modi  uccisi,  finirono  coU'essere  distrutti, 
ed  il  nome  loro  venne  abolito.  «  Questa  milizia, 
dice  il  giornale  di  Pietro  il  Grande  (1),  fu  so- 
stituita da  truppe  veramente  regolari,  di  cui  si 
fecero  diciotto  reggimenti  d'infanteria  e  due  reg- 
gimenti di  dragoni  ...» 

Si  deve  a  Pietro  I  l'alta  gloria  di  aver  rin- 
nuovata,  rigenerata  la  Russia,  perchè  mentre  tra- 
sformava l'asiatico  in  europeo,  formava  grande 
moltitudine  di  scuole,  dove  hanno  dipoi  sì  splen- 
didamente fiorito  le  arti,  le  lettere  e  le  scienze  ; 
dette  lui  ordine  alle  leggi  ed  alla  polizia  ;  creò 
un'armata  regolare  e  ben  disciplinata,  non  che 
una  marina  con  dugento  bastimenti  da  guerra  ; 
procacciò  tre  mari,  porti  ed  arsenali,  per  mezzo 
de'  quali  apri  commerci  con  nuove  ed  ampie  re- 


(1)  Giornale  clie   di  mano  in  mano  compilava  dal  1693 


10  FIKE^'ZE  AI  DEMIDOFF 

gioni  ;  accrebbe  gli  Stati  di  sei  provincie,  e  fondò 
la  magnifica  città  di  Pietroburgo  in  omaggio  al 
santo  del  suo  proprio  nome  ;  chiamò  nei  suo  Im- 
pero, da  ogni  parte  d'Europa,  militari,  artisti,  fab- 
bricanti e  via  dicendo,  mandando  inoltre  dei  me- 
tallurghi periti  nelle  varie  parti  dell'Impero  me- 
desimo dov'erano  miniere  da  sfruttare  ;  non  è 
superfluo  il  ripetere  che  a  Pietro  I  tutto  deve  la 
Russia  ;  e  ciò  che  più  torna  meraviglioso  si  è, 
che  tutto  egli  fece  nel  tempo  medesimo  che  in- 
faticabile ed  imperterrito,  resisteva  per  più  di  ven- 
t'anni  le  guerre  memorande  colla  Svezia,  vin- 
cendo eroicamente  ed  umiliando  il  superbo  re 
Carlo  XII. 

All'argomento  che  stiamo  trattando,  torna  con- 
veniente non  poco  il  far  pure  brevemente  parola 
delle  famose  guerre  tra  i  Russi  e  gli  Svedesi, 
di  quelle  guerre  cui  la  storia  del  mondo  accorda 
una  celebrità  che  i  secoli  riconosceranno  per 
sempre. 

E  piacevole  il  ricordare  come  dapprincipio  delle 
medesime  non  toccassero  alle  truppe  di  Pietro 
che  batoste  solenni  e  frequenti  sconfìtte  ;  onde  lo 
czar  soleva  dire  :  «  Gli  Svedesi  ci  battono  si  spesso, 
che  alla  fine  c'insegneranno  a  batterli.  »  —  E 
in  tale  convinzione  raddoppiava  ogni  dì  più  d'at- 
tività e  di  ardore,  stando  continuamente  in  giro 
per  visitare  gli  Stati,  per  passare  in  rivista  le 
truppe,  e  per  esercitarle  in  ogni  maniera.  Quando 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  11 

seppe  che  il  generale  Scheremetief  aveva  ripor- 
tate due  vittorie  nella  Livonia,  ed  una  il  mag- 
giore Hultz  sul  lago  di  Peipus,  egli  se  ne  mostrò 
ben  soddisfatto,  sebbene  in  quelle  battaglie  fos- 
sero i  Russi  in  numero  troppo  superiore  agli 
Svedesi  ;  e  nella  sua  soddisfazione,  gli  accadde 
d'esclamare  :  «  Grazie  a  Dio,  siamo  riusciti  a 
battere  gli  Svedesi,  essendo  dalla  nostra  parte 
due  contro  uno  !  chi  sa  che  un  giorno  non  s'ab- 
biano da  battere  a  numero  uguale  !  »  —  Dal  1703 
al  1705  Pietro  1  si  battè  col  grado  di  capitano 
nei  bombardieri,  alla  presa  di  Nienschantz  (1), 
ili  Schliisselburgo,  di  Narva,  di  Darpa,  di  Marien- 
burgo  eccetera,  tutte  vittorie  che  dettero  luogo 
a  grandi  feste  in  Mosca,  ad  allegrezze  generali 
per  tutta  la  nazione  ;  non  meno  dei  sudditi  se 
ne  rallegrò  lo  czar  ;  ma  dal  suo  canto  si  propo- 
neva di  mietere  ben  più  grandi  allori,  si  propo- 
neva, cioè,  d'ottenere  altre  e  molto  pii^i  splendide 
vittorie.  La  situazione  volle  indurlo    però   a    dei 


(1)  Fu  quindici  giorni  dopo  la  presa  di  questo  forte,  che 
si  gettarono,  non  lungi  dal  medesimo,  né  dalle  rive  della 
Neva,  i  primi  fondamenti  di  Pietroburgo,  in  luogo  umido 
e  malsano.  L'edificazione  della  nuova  capitale  j)resentò  for- 
midabili ostacoli,  e  vuoisi  che  più  di  cento  mila  uomini 
vi  perissero  tra  la  fatica,  gli  stenti  della  carestia,  e  le  pe- 
stifere esalazioni  ;  ma  nulla  valse  a  far  perdere  d'animo  il 
monarca  nell'impresa,  che  ancora  mescolato  ai  lavoranti  gl'in- 
coraggiava  colla  sua  presenza. 


12  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 

termini  di  pace  col  nemico,  e  mandò  un  messaggio 
francese  a  Carlo  XII  coll'incarico  di  proporgliela  ; 
l'orgoglioso  re  di  Svezia  la  respinse,  rispondendo 
che  con  Pietro  avrebbe  fatto  i  conti  a  Mosca. 
Pietro,  quand'ebbe  udita  una  simile  risposta,  in- 
gigantì nelle  sue  brame,  e  disse  alla  sua  volta  : 
«  Mio  fratello  Carlo  vuol  fare  l'Alessandro,  ma 
non  troverà  in  me  certamente  un  Dario  (1)!  » 
Fatto  incrollabile  dalla  fede  che  avea  ne'  suoi 
disegni  eminentemente  bellicosi,  Pietro  il  Grande 
si  rimosse  a  guerreggiare,  ma  fu  tosto  tradito  da 
Mazeppa,  che  gli  aveva  promesso  di  unirsi  col- 
l'armata  de'  suoi  Cosacchi  a  lui  nell'Ukrania. 
Dietro  questo  tradimento,  lo  czar  si  trovò  presso 
il  villaggio  di  Lesnaya  in  lotta  col  nemico,  ed  un'ar- 
mata insufficiente.  La  posizione  dei  Russi  era  criti- 
ca, e  dette  molto  seriamente  da  pensare  ;  ma  tale  fu 
l'ostinazione  loro,  che  pervennero  a  sopraffare  con 
essa  il  coraggio  ed  il  valore  degli  Svedesi,  ai 
quali  toccò  perdere  da  sette  ad  otto  mila  uomini 
tra  morti  e  prigionieri,  sette  mila  carri  carichi  di 
danaro  e  di  munizioni,  tutta  l'artiglieria,  e  qua- 
ranta quattro  bandiere.  Certo,  la  vittoria  fu  grande, 
quanto  l'ambizione  di  ogni  monarca  l'avrebbe  po- 
tuta desiderare,  ma  la  maggiore  soddisfazione  di 
Pietro  si  fu  quella  d'essere    stato    vincitore    con 


(1)  Il  grande  Alessandro  re  di  Macedonia,  e  Dario    III 
Codomano,  ultimo  re  di  Persia  (336-330  av.  G.  C). 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  13 

truppe  di  gran  lunga  minori  a  quelle  dei  nemici. 
Prode  e  guida  della  propria  armata,  gli  fu  som- 
mamente grato  il  registrare  questa  vittoria  come 
la  prima  da  lui  ottenuta,  e  di  poter  dichiarare  in 
pari  tempo  che  la  medesima  «  fu  causa  d'ogni 
altro  bel  trionfo  in  seguito  toccato  alle  armi 
russe,  perchè  in  quella  circostanza  il  soldato  s'in- 
fiammò d'eroico  ardore,  e  si  sentì  ispirato  da 
quella  somma  fiducia  che  fu  il  principio  della 
battagHa  di  Pollava,  che  fu,  per  così  dire,  la  ma- 
dre di  quella  seconda  vittoria  che  nacque  in  capo 
a  nove  mesi.  » 

E  difatti,  dopo  l'ottavo,  e  presso  il  nono  mese, 
Carlo  Xn,  che  nuovamente  avea  traversati  de- 
serti immensi  e  sterili,  durante  quelFinverno  si 
rigido  del  1709,  inverno  che  gli  costò  pure  delle 
perdite  enormi  d'uomini  e  d'equipaggi,  non  ap- 
pena giunto  alle  mura  di  Poltava,  e  cominciatone 
l'assedio,  si  trovò  attaccato  dall'armata  dell'intre- 
pido czar.  Combattimento  questo  più  d'altri  for- 
midabile, che  d'ambo  le  parti  doveva  decidere  le 
sorti  :  la  rotta  toccò  alle  truppe  svedesi,  che  se 
non  restarono  totalmente  disfatte,  ben  poco  mancò  ; 
quattordici  mila  superstiti  (quasi  tutti)  stimarono 
bene  di  darsi  alla  fugcà,  ma  inseguiti  dal  gene- 
rale Mentchicof,  furono  costretti  ad  abbassare  le 
armi,  e  rendersi  per  vinti  ;  lo  stesso  Carlo,  ac- 
compagnato da  qualcuno  de'  suoi,  an dette  a  rifu- 
giarsi in  suolo  turco.  Le  palle,  nella  battaglia,  a- 


14  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

vevano  forato  le  vesti,  il  cappello  e  la  sella  di 
Pietro,  che  da  ìjravo  soldato,  da  generale  valo- 
roso, e  da  immortale  monarca,  estendea  con  essa 
il  suo  dominio  dal  mare  Glaciale  al  mare  Ca- 
spio, e  da]  golfo  di  Finlandia,  sino  all'oceano  Pa- 
cifico. 

Salutiamo  intanto  Pietro  I  proclamato  dall'In- 
ghilterra V altissimo  e  potentissimo  Imperatore, 
e  dopo  il  trattato  di  pace  colla  Svezia,  concluso 
a  Nystadt  il  21  agosto  1721,  col  quale  trattato 
si  terminò  quella  lunga  guerra  d'oltre  vent'anni 
e  che  servì  a  coronare  solennemente  la  serie  dei 
tanti  splendidi  trionfi  da  lui  riportati,  ammiriamo 
lo  czar  proclamato,  dal  senato  e  dal  clero  nazio- 
nale, Imperatore  e  2^cidre  della  patria,  e  sopran- 
nominato il  Grande. 

Bisogna  cercare  nel  corso  di  queste  guerre  fa- 
mose, l'origine  ed  il  cominciamento  della  storica 
opulenza  della  famiglia  Demidoff. 

Cosa  diffìcile  torna  però  il  precisare  in  quale 
spedizione  capitò  all'ingegnoso  armaiolo  di  Tuia 
quell'occasione -fortunosa  di  cui  seppe  valersi  da 
uomo  profondamente  accorto,  da  industriale  sin- 
golarmente esperto  ;  ma  fatto  si  è  che  in  una  delle 
pili  importanti,  secondo  affermano  gli  storici,  Pietro 
il  Grande  marciava  su  Tuia  colle  sue  truppe, 
quando  s'accorse  d'un  incidente  inatteso,  e  forte- 
mente increscioso  per  lui:  ei  camminava  a  ca- 
vallo e  bene  armato  ;   e    nel    guardare   le  armi 


FIRENZE     AI    DEMIDOFF  15 


che  portava,  vidde  guastata  la  batteria  d'una  ma- 
gnifica pistola  di  fabbricazione  tedesca,  che  non 
gli  avrebbe  potuto  più  servire.  Preoccupatissimo 
del  caso,  volle  sostare,  e  pensava  di  mandare 
Tarme  al  fabbricante  austriaco,  Kuchenreiter,  che 
glieP  aveva  fornita,  perchè  gliela  raccomodasse. 
Un  suo  vice-cancelliere  credè  avvertirlo  essere  in 
Tuia  un  armaiuolo  d'  abilità  bastantemente  nota, 
per  potergli  affidare  una   tale    raccomodatura. 

Pietro  il  Grande,  erudito  nelle  lettere,  nelle 
matematiche  e  nella  navigazione,  nella  chirurgia 
e  nell'anatomia,  si  era  esercitato  in  più  d'un  lavoro 
manuale,  e  come  della  costruzione  di  una  nave, 
s'intendeva  pure  della  fabbricazione  d'una  pistola. 
Ma  disgraziatamente,  fra  le  manifatture  che  a 
quel  momento  già  fiorivano  negli  Stati  di  Pietro, 
troppo  addietro  si  trovava  quella  delle  armi,  la 
cui  fabbricazione  non  bastava  nemmeno  a  prov- 
vedere le  truppe  dell'armamento  più  ordinario.  Per 
questo  motivo,  il  monarca  rimase  alquanto  per- 
plesso e  diffidente  sulla  capacità  dell'  armaiuolo 
di  Tuia,  che  gli  si  vantava  dal  vice-cancelliere. 
Nondimeno,  fosse  il  dispiacere  della  inferiorità 
di  sì  importante  manifattura  che  la  circostanza 
gli  rammentava  ne'  suoi  Stati,  fosse  la  brama 
segreta  che  gli  nasceva  in  cuore  udendo  la  pro- 
babilità di  scuoprire  un  uomo  il  cui  talento  sa- 
rebbe stato  portentoso  per  le  armi,  ma  forse  più 
ancora  perchè  le  due  ragioni  ruminavano  insieme 


16  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


dentro  di  lui,  e  l'eccitavano  a  tentare  una  così 
necessaria  prova,  si  decise  a  chiamare  l'artigiano 
e  gli  parlò  della  preziosa  pistola  guasta.  L'arti- 
giano promesse  che  avrebbe  soddisfatto  alla  bi- 
sogna, e  prese  in  consegna  l'arma.  Pietro,  nel 
dargliela,  lo  accertò  che  non  riuscendo  a  conten- 
tarlo, sarebbe  stato  capace  di  punire  severamente 
la  presunzione  d'un  operaio  mediocre  :  né  c'era 
da  porre  in  dubbio  una  minaccia  simile  di  quel 
monarca. 

Nikita  Demide,  così  aveva  nome  il  modesto  ar- 
maiuolo, riportò  in  capo  a  pochi  giorni  la  pistola. 
Avutala  lo  czar  nelle  sue  mani,  questi  la  esa- 
minò minutamente,  da  quel  conoscitore  che  po- 
teasi  vantar  d'essere  in  istrumenti  tali,  e  non 
seppe  distinguere  nessuna  traccia  d'accomoda- 
tura ;  allora,  come  preoccupato  d'una  delle  sue 
pili  grandi  conquiste,  parve  lì  per  lì  considerare 
l'importanza  della  scoperta  che,  fosse  per  caso  o 
per  miracolo,  aveva  fatta  ;  senza  cessar  d'esami- 
nare la  pistola  che  credea  raccomodata,  la  pa- 
ragonò attentamente  con  altra  uguale,  ma  per 
sua  maggiore  meraviglia,  tutto  rispondeva  a  per- 
fezione ;  la  provò,  e  tirava  per  eccellenza;  non 
dissimulò  pili  oltre  all'artigiano  la  somma  sua 
soddisfazione,  ed  ordinò  ch'ei  fosse  sovranamente 
rimunerato.  Il  culmine  però  mancava  ancora  alla 
sorpresa  dello  czar  :  sicuro  l'artigiano  della  com- 
pleta sua  vittoria,  tirò   fuori  dal  vestito   la   pi- 


FIRENZE    Al    UKMIDOFF  17 


pistola  rotta,  di  cui  Tal  tra  non  era  che  la  superba 
imitazione,  e  persuase  in  questa  maniera  il  suo 
sovrano  che  anche  lui  sapeva  e  poteva  fabbricare 
benissimo  delle  armi  tanto  perfette,  quant'erano 
quelle  fabbricate  in  Alemagna  e  in  Inghilterra. 

L'armata  russa  era  in  quella  quasi  sprovvista 
d'artiglieria  ;  onde  volle  Pietro  mettere  ad  un'al- 
tra prova  il  maschio  ingegno  di  Demide,  ordi- 
nandogli la  fusione  di  cannoni  e  palle,  di  cui  sì 
ne  fuse  il  valentuomo  che  agli  Svedesi  tornarono 
reiteratamente  e  irreparabilmente  fatali  ;  quello 
poi  che  di  pili  monta  si  è,  che  sino  alla  fine  delle 
ostilità  russo-svedesi  l'armaiuolo  di  Tuia  fornì  a 
Pietro  gli  stessi  cannoni,  ed  ogni  sorta  di  proiet- 
tili, per  la  metà  dei  prezzi  che  il  governo  pa- 
gava prima  alle  straniere  fabbricazioni,  oltre 
alla  quantità  imm^ensa  di  fucili  che  gli  forniva  al 
prezzo  di  1  rublo  ed  80  copecchi,  invece  di  12, 
e  persino  15  rubli  che  le  stesse  fabbricazioni  di 
fuori  ne  volevano.  Ed  è  ancora  da  notare,  che  non 
solo  fabbricava  con  abilità  sì  rara  le  armi,  ma 
perfezionava,  a  suo  vanto  maggiore,  gli  strumenti 
per  la  fabbricazione,  e  ne  inventava  mano  a  mano 
sempre  dei  nuovi. 

Dal  che  si  può  facilmente  immaginare  come 
i  servigi  che  egli  rese  alla  Russia  fossero  sì  grandi, 
da  giustificare  pienamente  le  alte  ricompense,  e 
le  distinzioni  di  cui  si  fece  segno;  ed  in  base 
ai  titoli  legittimi  che  per  mezzo  di  essi    servigi 


FIRRN'ZK   AI    BEvIDOK; 


18  FIRENZE   AI   DEMlDOFr 


erasi  acquistato  alla  riconoscenza  nazionale,  ed 
a  quella  particolarmente  dello  czar  che  non  altro 
in  animo  aveva  se  non  la  patria  grandezza,  con- 
viene rammentare  i  vincoli  non  dubbi  che  tra 
sovrano  e  operaio  vennero  subitamente  stretti. 
Avveniva  che  quando  Pietro  il  Grande  si  trovava 
nei  frangenti  piìi  gravi,  sentiva  il  bisogno  di  co- 
municare all'amico  discreto,  più  d'ogni  altro  affe- 
zionato, i  pericoli  della  propria  situazione.  La  cor- 
rispondenza loro  ebbe  dell'interessante  e  del  cu- 
rioso; quando,  per  esempio,  Pietro  fu  in  Siberia, 
a  Kisliar,  dove  credeva  perire  da  un  momento 
all'altro,  mandò  a  Demi  de  il  proprio  ritratto  ac- 
compagnandoglielo con  queste  parole,  che  sono 
l'attestato  più  sincero  del  suo  cuore  : 

«  Sono  arrivato  in  un  paese  dove  il  raccolto 
è  in  fuoco,  scriveva  il  grande  monarca  al  mo- 
desto cittadino  che  lavorava  in  ferro,  e  non  so 
se  Iddio  ci  permetterà  di  rivederci  ;  ti  mando  in 
questo  dubbio  il  mio  ritratto,  che  ti  rammenterà 
la  mia  persona.  Fondi  più  che  puoi  delle  palle,  e 
cerca  del  minerale  d'argento  che  mi  hai  pro- 
messo. » 

Dalla  causale  conoscenza  che  fu  fatta  tra  Pietro 
il  Grande  e  Nikiki  Demide  si  può  dunque  ar- 
guire, si  può  ancora  osar  di  affermare  come  que- 
st'ultimo sia  stato  il  fondatore  d'una  industria 
iiella  Russia  che  gode  oggidì  la  considerazione 
mondiale,  mentre  rese  e  rende  allo  Stato    altis- 


FIRENZE     Al    DKMIbOlM'  19 


Simo  pregio,  ed  enormi  vantaggi  ;  vogliamo  dire 
Ja  vasta  fabbricazione  delle  armi  (1).  A  lui  si  de- 
vono le  prime  scoperte  di  miniere  importanti, 
nella  Russia,  a  lui  le  prime  lavorazioni  dei  me- 
talli. 

Le  prime  fucine  che  sorsero  in  Siberia  per 
lavorare  il  ferro,  le  rizzò  Demide  a  Neviask  nel 
1701  per  conto  dell'Imperatore  ;  ma  questi  volle 
poi  donarle  all'abile  ed  avventurato  industriale 
che  non  tardò  a  renderle  celebri,  per  l'attività 
e  per  la  prosperità  di  cui  si  fecero  esempio  (2). 
Nel  marzo  del  1702  ebbe  dal  collegio  delle  mi- 
niere il  privilegio  di  sfruttare  le  miniere  del  Ko- 
livan  ;  e  per  tali  sfruttazioni  gli  furono  concessi 
tutti  quei  mezzi  che  potevano  occorrere,  tanto 
in  località,  quanto  in  gente  sì  indigena  che  stra- 
niera. In  breve  volgere  di  anni  ammassò  tesori 
favolosi,  ed  a  sua  volta  coglieva  ogni  circostanza 
per  dimostrare  la  sua  gratitudine  con    dei    doni 


(1)  Sono  celebri  le  due  imxieriali  manifatture  d"  armi, 
cioè  quella  d'isevsk,  la  quale  somministra  175,000  fucili 
all'anno,  dando  lavoro  ad  una  popolazione  di  30,000  per- 
SHDne  :  e  quella  di  Tuia,  che  annualmente  somministra  70,000 
fucili,  e  50,000  spade,  facendo  pur  lavorare  grandissimo 
numero  di  gente  :  quest'ultima  essendo  stata  fondata  da 
Pietro  il  Grande  sino  dal  1712,  è  da  credersi  clie  Demide 
avesse  un  compito  molto  importante  nella  fondazione  della 
medesima. 

(2)  Vedasi  (^ualclie  dettaglio  nel  Capitolo  seguente. 


20  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

costosissimi  al  suo  benefico  sovrano.  Quando,  por 
esempio,  Caterina,  clie  fu  poi  Caterina  I  Impe- 
ratrice, dette  alla  luce  quel  figlio  di  cui  si  con- 
tava fare  il  successore  alla  corona  (1),  Nikita 
Demide  si  partì  dalla  Siberia,  e  recatosi  alla  Corte 
di  Pietroburgo,  ch'era  in  giubbilo  grande  per 
l'avvenimento,  depose  ai  piedi  del  trono  i  suoi 
regali  consistenti  in  molti  meravigliosi  oggetti 
d'oro,  e  100,000  rubli  nel  medesimo  metallo.  Del 
primo  minerale  di  rame  che  scoperse  (2),  se  ne 
servì  per  formare  una  tavola,  della  quale,  con 
delicato  e  bellissimo  pensiero,  fece  dono  al  suo 
sovrano  protettore.  In  simili  atti  scorgendo  Pietro 
il  sentimento  spontaneo  della  riconoscenza,  come 
quello  d'  una  generosità  singolarmente  solenne  , 
voleva  trovar  modo  di  contraccambiarli  ;  e  visto 
che  Demide  ciò  non  faceva  con  mire  d'ottenere 
ulteriori  benefìzi,  pensò  d'offrirgli  dei  titoli  di  no- 
biltà, e  d'innalzarlo  alla  dignità  d'uomo  di  Stato  ; 

(1}  Per  far  j^orre  la  corona  sul  capo  di  questo  figlio, 
vuole  la  storia  che  Caterina,  seconda  moglie  di  Pietro  il 
Grande,  influisse  molto  a  far  condannare  a  morte  il  prin- 
cipe Alessio  figlio  dello  stesso  Pietro,  partoritogli  dalla 
prima  moglie  Eudossia,  il  quale  principe  cominciò  per  pec- 
care di  disobbedienza  verso  il  padre,  e  fini  per  essere  ac- 
cusato di  cospirazione  contro  di  lui.  Fu  perciò  giusti- 
ziato il  di  7  luglio  1718,  nella  fortezza  di  Pietroìjurgo. 

(2)  Questo  primo  rame  che  si  ebbe  nella  Russia,  lo  cavò 
Demide  da  una  miniera  presso  Taghil.  situata  sopra  un  ru- 
scello che  si  -^.hiama  Vuia. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFP  21 

ma  Demide,  le  cui  azioni  avevano  abbastanza  il- 
lustrata la  sua  esistenza,  ricusò  tutto  recisamente, 
fuorché  il  titolo  di  gentiluomo  (1). 

Nel  1725,  alla  fine  di  gennaio,  morì  Pietro  il 
Grande,  a  Pietroburgo,  che  aveva  fatto  la  Russia 
sì  vasta,  sì  potente  e  ricca  ;  e  il  17  novembre  del- 
l'anno medesimo  morì  nella  città  di  Tuia,  dov'era 
nato  il  26  marzo  1656,  Nikita  Demide  che  due 
ricche  industrie  russe  aveva  create ,  iniziate  e 
spinte  con  tanto  ingegno,  con  tanta  operosità, 
che  palesano  il  prodigio.  Alla  sua  tomba  è  una 
iscrizione  dalla  quale  s' apprende  come  avendo 
quest'uomo  vissuto  sempre  obbediente  ai  Coman- 
damenti di  Dio,  lo  stesso  Dio,  nel  richiamarlo  a 
se  ,  destinato  avea  quel  luogo  ad  accogliere  la 
spoglia  sua  mortale.  Ei  lasciò  tre  figli,  dei  quali 
diremo    subito  nel  Capitolo  seguente. 

Da  questo  Demide  viene  la  casata  illustre  dei 
Demidoff,  che  poi  si  trovò  colma  di  tesori  e  d'o- 
nori, onde  i  discendenti  di  essa  presero  merita- 
mente posto  nel  primo  rango  delle  piìi  grandi 
famighe  del  Nord  ;  da  lui  quella  famosa  ed  an- 
tica casa  commerciale  di  Mosca,  che  per  ricchezza, 
potenza  ed  importanza  di  credito  viene  parago- 
nata ai  Sina  di  Vienna,  ai  Bethmann  di  Franco- 
forte, ai  Baring  di  Londra,  agli  Hope  d'Amster- 
dam, ai  Rothschild  ecc.  ;  ed  esercita  dessa,  anche 

(Ij  Azw7ii  di  Pietro  il  Grande,  parte  IX,  pag.  444. 


22  IIRENZK    Al    DEMIDUFF 

al  di  d'oggi,  una  grande  influenza  sull'industria 
russa  e  sulla  circolazione  monetaria  dell'impero. 

La  discendenza  mascolina  di  Xikita  Demidoff 
ci  giunge  assai  numerosa,  che  dai  tre  figli  di  lui, 
fino  al  principe  Paolo  testé  defunto,  la  genealogia 
conta  cinquantasei  discendenti,  fra  i  quali  noi  par- 
leremo solo  di  quelli  rimasti  vivi  nelle  storie. 

Ecco  frattanto  l'ordine  genealogico  : 

Figli  di  Nikita  Demldovich  —  Akinfi  I,  Gre- 
gorio I,  e  Nikita  II. 

Figli  d'  Akinfi  I  —  Procopio  L  Gregorio  II 
(morto  nel  1761),  Nikita  III. 

Figli  di  Gregorio  I  —  Giovanni  I,  Basilio  I, 
Endokimo. 

Figli  di  yikita  II  —  Giovanni  II,  Nikita  IV, 
Alessio  I. 

Figli  di  Procopio  I  —  Akaki,  Leone,  Amos  L 

Figli  di  Gregorio  II  —  Alessandro  I  (morto 
nel  1803),  Paolo  L  Pietro  L 

Figlio  di  Nikita  IH  —  Niccola  I  (morto  nel 
1828J. 

Figli  di  Eudokinio  —  Basilio  II,  Giovanni 
III,  Pietro  II,  Stefano,  Gregorio  III,  Amos  II. 

Figli  di  Giovanni  I  —  Giovanni  IV,  Pietro  IIL 

Figli  d^ Akaki   —  Demetrio  I,  Alessandro   IL 

Figli  di  Leone  —  Alessandro  III,  Basilio  III, 
Platone  (annegato  nella  Xeva  Tanno  1802),  Pie- 
tro IV. 

Figli  d'Amos  I  —  Pietro  V,  Eugrafo. 


FIRENZE    Al    DEMIDOFF  23 


Figlio  cV Alessandro  I  —  Gregorio  IV. 

Figlio  di  Paolo  I  —  Akinfi  II. 

Figlio  di  Pietro  I  —  Alessio  IL 

Figli  di  Niccola  I  —  Paolo  II  (morto  nel  1840) 
Anatolio  I  (morto  nel  1870.) 

Figli  di  Basilio  II —  Nilvita  Y,  Michele,  Sergio. 

Figli  di  Pietro  II  —  Demetrio  II,  Niccola  II. 

Figlio  di  Giovanni  IV  —  Niccola  IH. 

Figli  di  Gregorio  III  —  Alessio  III,  Pietro 
VI,  Paolo  III. 

Figli  d'Akinfi  II  —  Pietro  VII    (morto    nel 

1804),  Alessandro  IV. 

Figli  di  Alessio  II  —  Gregorio  V,  Akinfi  III 
(morti  nel  1812),  Dionisio. 

Figlio  di  Nikita  V  —  Pietro  Vili. 

Figlio  di  Paolo  II  —  Paolo  IV  (morto  nel  1885). 
Di  tanta  discendenza  mascolina,  non  restano 
oggi  viventi  che  i  tre  figli  dell'  ultimo  Paolo  ,  il 
principe  di  San  Donato,  cioè  :  Ehm,  figlio  unico 
del  primo  letto,  Anatolio  II,  e  Paolo  V  figli  del 
secondo  letto  (1),  ai  quali  auguriamo  lunga  e  pro- 
sperosa vita,  bella  d'opere  degne,  lieta  d'una  pro- 
genitura capace  di  mantenere  il  nome  dei  Demidoff 
sempre  più  caro  agli  uomini  ed  a  Dio. 


(1)  Il  primogenito  del  secondo  letto,  cli'ebbe  nome  Ni- 
kita VI,  mori  bambino  nel  1874. 


O  tt  i>  i  t  o  I  <>    II 


/  Figli  di  Nikita  Demìdoff 

e  il  grande  sviluppo  che  detts  Akinfj  alle  paterne  iniziative 


5f^^  kiNFi  I,  il  primogenito  del  predetto  Nikita, 
^^Wi  ebbe  un: 


a  parte  sommamente  attiva  nelle 
•  intraprese  paterne,  e  colle  proprie  ne  pro- 
seguì la  serie  dopo  la  morte  del  padre,  aumen- 
tando importanza  al  nome,  e  nuovi  capitali  al 
colossale  patrimonio.  Le  grandi  cognizioni  ch'e- 
gli aveva  teoricamente  e  praticamente  acqui- 
state nelle  sfruttazioni  delle  miniere,  gli  meri- 
tarono qualunque  fiducia,  qualunque  appoggio  e 
privilegio,  sia  da  Caterina  I  che  successe  a  Pie- 
tro, sia  da  Anna,  e  sia  da  Elisabetta.  Continuò  a 
condurre  i  meravigliosi  lavori  d'escavazione  dal 
padre  incominciati  nelle  diverse  miniere,  pro- 
segui le  costruzioni  di  fonderie,  di  fucine  d'opi- 
fici e  di  magone,  scopri  miniere  nuove  e  lavatoi, 
occupò  minatori  tedeschi  nella  sfruttazione  delle 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  25 

miniere  d'oro,  d'argento  e  di  rame,  metalli  pro- 
venienti dall'Obi  superiore  o  dell'Aitai. 

A  proposito  di  queste  ricchissime  miniere, 
dice  il  viaggiatore  Gmelin  (1)  che  alcuni  conta- 
dini cacciatori,  abitanti  sull'Obi,  portarono  a  De- 
midoff,  nel  1725,  qualche  saggio  dei  minerali,  e 
che  gli  dettero  degli  indizi  del  luogo  dov'esse  si 
trovavano;  fece  nel  1726  diverse  scavazioni,  e 
rizzò  l'anno  dopo  la  fonderia  Kolivankaia. 

Le  miniere  del  Kolivan  erano  state  fonte  di 
gran  parte  della  sua  fortuna;  ma  siccome  nel 
1732  un  formidabile  incendio  distrusse  le  foreste 
dairirtisce  all'Obi,  Akinfì  Demidoff  rinunziò  alle 
sue  fonderie  della  contrada,  per  la  mancanza  di 
materiale  da  bruciare,  e  si  spinse  a  piantarne 
delie  nuove  sino  a  Barnaul,  nel  centro  della  Si- 
beria. 

Per  la  sfruitazione  della  miniera  di  ferro  da 
lui  scoperta  sul  fiume  ISeiva,  il  governo,  oltre 
avergli  accordato  il  privilegio  di  sfruttazione,  in- 
terviene rizzandogli  a  proprie  spese  un  grande 
stabilimento  di  fucine  e  di  magone,  col  patto  di 
ritirare  in  compenso  una  parte  del  prodotto  per 
cinque  anni;  a  lui  si  cedono  località,  ed  ogni  fa- 
coltà di  padroneggiare  a  suo  piacimento,  affinchè 
possa  esercitare  la  sua  impareggiabile  attività  e 
il  suo  raro  acume  per  lo  sviluppo  della  scienza  e 


(1)  Gmelin  :    Voyage  en  Siberie  1761,  Chap.  XXII. 


26  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

deirindustria  mineralogica,  che,  oltre  ad  aumen- 
tare considerevolmente  le  sue  ricchezze,  deve  es- 
sere sorgente  di  grandissime  risorse  per  lo  Stato. 
A  questo  fine  ebbe  in  dominio  un'estensione 
di  bea  trenta  miglia,  nella  quale  si  comprende- 
vano le  sue  miniere  ed  i  suoi  stabilimenti  per  le 
lavorazioni  dei  metalli.  Quivi  intraprese  la  co- 
struzione di  strade  per  facilitare  le  comunicazioni 
fra  miniere  e  miniere,  come  pure  fra  le  miniere 
e  gli  stabilimenti  di  lavorazione  ;  e  fondò  inoltre 
diversi  villaggi,  come  quello  di  Konova  e  l'altro 
di  Kondura  nel  Neviask,  quello  sulle  rive  del- 
rUfa,  un  altro  nell'Altinnoi  e  via  discorrendo.  Lui 
solo,  colla  sua  prodigiosa  attività  cui  rispon- 
deva degnamente  il  senno,  diresse  in  un  tempo 
le  scavazioni  immense  di  miniere  numerose  (1), 
le  lavorazioni  grandiose  delle  fonderie  e  delle 
fucine,  che  poi  rimasero  più  celebri  fra  quelle 
che  furono  erette  dagli  imitatori  suoi  contem- 
poranei e  posteriori  a  lui,  le  costruzioni  delle 
strade  e  delle  abitazioni  necessarie,  tutto  popolando 
e  tutto  volgendo,  uomini  e  cose,  ad  una  stessa 
mirabile  meta,  la  meta  del  progresso  e  dello  inci- 
viUmento. 


(1)  1  lavori  d'escavazione  della  prima  miniera  di  rame 
scoperta  da  Nikita  Demide,  che  abbiamo  rammentata  nello 
scorso  Capitolo,  furono  cominciati  nel  1721,  e  non  termi- 
narono che  nel  1736. 


FIRENZE   AI    DEMIDOPF  27 


Il  celebre  esploratore  P.  S.  Pailas  (1),  con- 
sacra molte  stupende  pagine  alla  memoria  di 
(iuest'aomo  ardimentoso,  e  che  simile  al  padre, 
aveva  il  genio  della  industria,  e  quell'abilità  che 
nel  suo  tempo  non  temea  confronti.  11  medesimo 
Pailas,  che  data  il  suo  viaggio  in  quella  parte  di 
così  gigantesche  montagne  della  Siberia,  dal  1770 
al  1773,  esaminando  e  descrivendo  località,  mi- 
niere, fonderie,  fucine,  abitazioni  e  qualunque  sta- 
bilimento che  fosse  più  o  meno  notevole,  ci  dà,  fra 
le  descrizioni  del  primo  anno,  quella  delle  fucine 
di  Neviask,  dalla  quale  crediamo  spiccare  alcuna 
parte,  come  abbiamo  promesso  nel  capitolo  pre- 
cedente, onde  il  lettore  si  faccia  un'idea  dello  svi- 
luppo sorprendente  che  Akinfì  Demidoff  aveva  dato 
alle  iniziative  ereditate  dal  padre,  ed  a  quai  pro- 
fitti aveva  messo  l'ereditato  patrimonio.  11  Pailas 
comincia  ad  informarci  che    la  Nei  va   era   stata 


(1)  Voyage  en  dìfférentes  parties  de  VEmpire  Busse,  tra- 
duit  de  l'allemand  en  lran9ais  par  M.  Gauthier  de  la  Pey- 
ronée.  Paris  1788.  —  Fra'  molti  esploratori  di  grande  me- 
rito che  intrapresero  viaggi  scientifici  nella  Siberia,  e  che 
sono  a  nostra  cognizione,  il  chiaro  professor  P.  S.  Pailas 
di  Berlino  tiene  generalmente  conto,  più  del  citato  Gmelin 
e  d'ogni  altro,  della  proprietà  delle  differenti  miniere,  delle 
direzioni  ed  am.ministrazioni  che  durante  il  suo  viaggio 
(1770-1773)  gli  venne  dato  di  esaminare  ;  e  queste  indica- 
zioni a  noi  tornano  assai  vantaggiose,  mentre  la  nostra 
impresa  tende  a  pubblicare  una  biografia  completa,  per 
quanto  ci  sia  possibile,  della  famiglia  Demidoff. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


provvista  d'argini  prolungati  e  solidi,  affinchè  l'ac- 
qua non  venisse  mai  meno  alle  fucine  Demidoff, 
elle  poco  prima  del  1770  erano  state  vendute  al- 
l'assessore Sava-Iakoflef-Sabakin,  che  le  univa  a 
quelle  dello  Stato.  Lo  stabilimento  si  chiama  Sta- 
rai-Savod  (vecchia  fucina)  ed  è  la  più  celebre  di 
tutta  la  Siberia  per  causa  d'antichità,  e  perchè 
è  la  pili  importante. 

«  Nel  mezzo  di  Neviask,  scrive  il  lodato  Pal- 
las,  dalla  parte  sinistra  della  riviera,  si  trova  una 
fortificazione  in  legno,  di  forma  quadrata,  con 
recinto  fornito  di  sette  torri,  tre  delle  quali  ser- 
vono di  porte.  V  interno  contiene  i  fabbricati 
delle  fucine  e  la  casa  del  proprietario,  che  è 
costrutta  in  pietra,  come  anche  lo  sono  le  due 
ali.  Essa  è  antica,  ma  vasta  molto,  e  comodis- 
sima ;  vi  è  presso  una  casa  che  serve  da  scrit- 
toio delle  fucine  (1)  diversi  altri  fabbricati,  ed  una 
vecchia  chiesa  di  legno,  di  faccia  alla  quale  è  un 
campanile  in  marmo  alto  ventisette  braccia.  Vi  si 
notano  in  oltre  gli  alloggi  degl'impiegati  e  dei  la- 
voranti, un  magazzino,  e  gran  numero  di  botte- 
ghe, dove  si  vendono  le  merci  di  rame  qui  fab- 
bricate; accanto  al  campanile  sta  poi  una  grande 


il)  Conforme  la  descrizione  di  Pallas  le  fucine  sono 
diciannove,  ben  disposte  per  tutte  le  fabbricazioni  clie  dai 
metalli  non  preziosi  sia  dato  d'ottenere. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


colonna  destinata  di  base  alla  statua   del    consi- 
gliere di  stato  Aldnfì  Demidoif.  (1). 

«  È  lo  stabilimento  piìi  regolarmente  ordi- 
nato, ed  il  migliore  di  tutti  quelli  che  nella  Si- 
beria siano  di  proprietà  privata  ;  produce  annual- 
mente da  solo  dugento  mila  pud  (tre  milioni, 
dugento  settantasei  mila  chilogrammi)  di  ferro  in 
barre,  e  grande  quantità  di  ferrarecce  lavorate. 

«  Si  contano  piìi  di  mille  duecento  case,  fab- 
bricate nelle  due  parti  della  lacuna,  in  un  cir- 
cuito di  dieci  a  dodici  verste  ;  la  popolazione 
viene  valutata  a  più  di  quattromila  maschi.  La 
maggior  parte  degli  abitanti  sono  Roskolniski. 
Nell'aliineare  le  strade,  si  costrussero  dei  piccoli 
canali,  con  dei  ponti,  onde  facilitare  lo  scolo  alle 
acque,  e  mantenere  la  pulizia  locale.  » 

Lo  stesso  professore  Pallas  deplora  la  tra- 
scuratezza dei  nuovi  proprietari  che  in  poc(> 
tempo  aveva  prodotti  dei  danni  grandissimi  alla 
località,  e  Unisce  aggiungendo  :  «  Durante  l'esi- 
stenza del  Signor  Akinfì  Demidoff,  che  sorve- 
gliava da  se  medesimo  le  fonderie,  non  v'era  in 
Russia  nessuna  strada  traversa  migliore  di  questa, 
sebbene  fatta  attraverso  le  foreste  paludose.  E  rasi 
avuto  la  cura  di  far  pure  canali  dalle  due  parti, 
di  rialzare  i  punti  bassi  ed  affondati,  di  far  ponti 


(1)  La  statua  v*è  stata    me:Jsa    infatti    dopo    la  (le>cr'- 
zione  di  Pallas. 


30  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


e  fossati  per  lo  scolo  nei  luoghi  paludosi,  e  di 
livellare  il  terreno  per  tutto.  Sotto  i  Demidoff  non 
si  vendeva  in  Neviask  nessun  liquore  forte,  men- 
tre oggi  esistono  tre  cantine  dove  se  ne  vende 
pubblicamente.  » 

Non  istaremo  a  dilungarci  più  oltre  sulle  singole 
intraprese  formidabili  di  Akinfì  Demidotf  ;  e  solo 
diremo,  che  col  padre,  egli  divise  l'invidiabile 
merito  d'avere  sparso  nella  Siberia  il  germe  della 
civiltà  e  della  erudizione,  imperocché  l'influenza 
di  questi  due  grandi  industriali,  di  questi  due 
uomini  di  genio,  fu  sommamente  educatrice  in 
quelle  loro  contrade,  già  tanto  selvaggie. 

Akinfì  Demidoff  morì  nel  1745,  insignito  del  ti- 
tolo di  Consigliere  di  Stato.  Del  patrimonio,  che 
era  enormemente  piìi  grande  di  quello  lasciato 
da  suo  padre,  volle  farne,  per  testamento,  tre 
parti  disuguali  ai  stioi  tre  figliuoli.  Si  è  detto 
che  a  ciò  lo  indussero  i  meriti  differenti  dei  fi- 
gliuoli medesimi  ;  ma  noi  non  sappiamo  qual  fede 
prestare  a  tale  asserzione,  essendoché  il  figlio 
minore,  Nikita,  al  quale  avea  destinato  la  parte 
più  grossa,  era  nato  appena  nel  settembre  del- 
l'anno precedente  alla  morte  d' Akinfì,  e  quando 
questa  morte  avvenne,  il  testamento  già  datava 
di  due  anni  e  mezzo.  Lasciando  dunque  da  parte 
i  motivi  d'ogni  differenza  nelle  tre  parti  della  e- 
redità,  solo  diremo  che  tal  divisione  non  garbò 
punto  ai  due  fratelli  maggiori,  che  con  ogni  loro 


FIRENZK    Al    DEMIDOFF 


potere  si  ribellarono  contro  le  disposizioni  testa- 
mentarie del  padre  e  mossero  una  tremenda  lite 
al  fratellino.  Quando  la  lite  ebbe  preso  un  aspetto 
gravissimo,  e  molto  dannoso  per  tutti, l'Imperatrice 
Elisabetta  entrò  di  mezzo  a  tanto  chiasso,  e,  per 
finirlo,  emanò  un'ordinanza  nel  1748,  a  termini 
della  quale  si  procede  ad  un  inventario  del  patri- 
monio, e  se  ne  fecero  tre  parti   uguali. 

NiKiTA  li,  fratello  del  predetto  Akinfi,  aveva 
partecipato  anch'egli  alle  intraprese  paterne,  più 
di  quello  che  non  facesse  l'altro  fratello  Gregorio 
che  nemmeno  viene  nominato  dallo  stesso  Pallas 
esaminatore  e  descrittore  più  d'altri  diligente. 
È  dunque  sotto  il  nome,  e  sotto  la  direzione  di 
Nikita  Nikitich,  che  vediamo  continuare  1'  azienda 
vastissima,  e  che  la  vediamo  accrescere  di  nuovi 
stabilimenti.  Nel  1755,  per  esempio,  Nikita  II 
ha  già  costrutta  una  nuova  e  quanto  altre  im- 
portante officina  presso  il  rivo  Kischtim,  dal 
quale  prende  il  nome  e  riceve  la  necessaria  mol- 
titudine delle  acque.  Esse  acque  sono  trattenute 
da  una  diga  alta  rivestita  con  mattoni,  che  ha 
circa  cento  braccia  di  lunghezza  con  quindici  di 
larghezza.  Presso  i  fabbricati  delle  officine  che 
sono  di  mattoni  coi  tetti  di  latta  (I),  sorge  l'abi- 


(1)  Cosi  vennero  ricostrutti  questi  fabbricati  dopo  un  bru- 
ciamento die  aveva  ridotto  in  cenere  le  prime  costruzioni. 


riKEXZE    AI    DEMIDOFF 


tazione  del  proprietario  costrutta  in  pietra.  Si  oc- 
cupano in  queste  fucine  settecento  lavoranti  che 
abitano  la  contrada,  e  quattromila  seicento  tren- 
tatrè  pripisniè  (contadini  della  Corona)  che  hanno 
obbligo  di  lavorare  nelle  fucine  per  essere  di- 
spensati dal  pagamento  del  testatico,  tassa  che 
per  loro  paga  il  padrone.  Le  fucine  del  Kischtim 
possegono  foreste  considerevolmente  vaste. 

Lo  stesso  Nikita  Nikitich  comprò  da  Tulian  Ko- 
robkof  le  fucine  che  questi  avea  rizzate  nel  1746 
presso  il  lago  Kasli,  e  che  perciò  si  chiamano  Ra- 
si in  skai. 

Siccome  Nikita  II  Demidoff  non  fu  solamente 
l'uomo  notevole  per  l'ingegno  nelle  industrie,  cre- 
diamo di  additarlo  come  l'uomo  assai  versato  nelle 
dottrine  e  capace  di  formare  scientifici  disegni. 
Per  la  quale  ragione  egli  si  partì  dalla  Siberia, 
intraprendendo  un  viaggio  nell'Europa  pei  diversi 
studi,  ed  è  appunto  nei  primi  del  dicembre  1772 
che  lo  vediamo  giungere  in  Italia  all'oggetto  di 
conoscere  gli  uomini  nostri  più  grandi,  e  di  stu- 
diare sopra  vari  prodotti  dei  quali  abbonda  mag- 
giormente il  fertile  suolo  italiano.  Visitò  partico- 
larmente Roma  e  Napoli  non  senza  fare  un  accu- 
rato esame  sul  Vesuvio.  Fece  considerevoli  ac- 
quisti di  cose  preziose,  ed  ebbe  occasione  d'essere 
presentato  al  pontefice  Lorenzo  Ganganelli,  che 
fu  Clemente  XIV.  Lasciando  l'Italia  se  n'andò 
nella  Svizzera  ,    a  Ginevra  ,    quindi  a  Parigi,  da 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  33 

(love  prese  la  via  d' Inghilterra,  e  fece  ritorno  in 
Russia. 

Come  abbiamo  detto,  nulla  sapendo  del  suo 
fratello  Gregorio,  siamo  nel  caso  d'  attribuir  pure 
a  Nikita  II  il  merito  d'  avere  operato  in  Taghil 
i  primi  ordinamenti  che  richiede  un  paese  ten- 
dente ai  principi  della  civiltà  e  della  religione. 
Per  mezzo  delle  sue  fonderie  già  contava  il  vil- 
laggio di  Taghil  (1),  lui  vivente,  mille  trent'  una 
casa,  e  la  popolazione  ascendeva  a  duemil' anime, 
tutta  gente  laboriosa  ed  assai  conrioda  ;  il  servi- 
zio divino  si  era  celebrato  sino  ad  allora  in  una 
piccola  chiesa  di  legno.  Nel  mentre  che  dal  1760 
al  1763  fece  costruire  una  bellissima  casa  in  pie- 
tra sulla  diga  (2)  dalla  parte  orientale  per  uso 
degli  uffici  della  sua  grande  amministrazione,  e 
poi  una  casa  pure  di  pietra  sulla  grande  piazza 
per  uso  suo  proprio  e  di  gusto  moderno  dirim- 
petto agh  uffici  medesimi  dove  ne  fu  demolita 
una  vecchia  di  legno,  volle  che  sopra  un'altura, 


(1)  La  costruzione  della  prima  fonderia  di  ferro  in  que- 
sta località,  secondo  il  viaggiatore  Gmelin.  sarebbe  inco- 
minciata nel  1720  ;  e  terminata  nel  1727,  secondo  il  Pallas, 
cbe  ne]  1770  la  descrive  composta  di  quindici  fucine.  Es- 
sendo stata  dipoi  ricostrutta,  faremo  cenno  della  sua  di- 
sposizione attuale  nel  nono  Capitolo  di  questa  prima  parte. 

(2)  Il  Taghil  è  rinserrato  da  un  forte  parapetto  lungo 
124  braccia,  e  25  braccia  largo,  con  una  altezza  di  17 
braccia. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


ì34  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

alquanto  distante  dal  villaggio,  sorgesse  in  pietra 
una  chiesa  superba.  Ebbe  questa  chiesa  una  cu- 
pola magnifica  ed  un  alto  campanile.  Fu  divisa 
in  due  :  una  per  1'  estate,  e  1'  altra  per  l' inverno  ; 
entrambe  ugualmente  belle  ed  ornate  con  molta 
ricchezza.  Due  altari  di  calamita,  in  forma  cubica, 
si  distinguono  sopratutlo  :  uno,  molto  venato  d'  un 
verde  di  montagna,  ha  sette  palmi  d'  altezza  con 
cinque  di  lunghezza,  ed  è  altrettanto  largo  ;  1'  al- 
tro ha  cinque  palmi  d'altezza  con  quattro  e  mezzo 
di  lunghezza,  ed  è  largo  poco  meno  d'  altrettanto. 
Taghil  possedè  sino  d'allora  una  Scuola  di  Dise- 
gno, e  nel  1766  un  Pio  Asilo  ricoverò  diversi  poveri 
Orfanelli.  Fu  il  cominciamento  della  filantropia 
ormai  tradizionale  nella  famio^lia  Demidoff  (1); 


(1)  Vedi   Capitolo    nono,    per    più    estesa    relazione  su 
Taghil. 


s<^-x^-*>: 


Oiipitolo    III 

P  r  0  e  0  p  i  0     D  e  m  i  d  0  ff' 

La  Scuola  di  Mosca  pei  figli  dai  Negozianti  russi  —  Cultura  dei  Giardini 
Importazione  di  Granì  in  Russia  —  Nikita  III  —  Giovanni  I  e  Basilio  I 


Rocopio  il  primogenito  d'Akinfi,  sopran- 
nominato il  Negoziante  di  Mosca,  nacque 
fèJi^  in  questa  medesima  città  nel  1730,  e 
visse  fin  verso  il  1780. 

Ci  dispenseremo  dal  dire  dettagliatamente  die 
come  sfruttatore  delle  miniere  ereditarie,  e  come 
conduttore  delle  lavorazioni  dei  metalli  la  sua  per- 
spicacia non  fu  minore  a  quella  del  padre;  le  corti 
imperiali  del  suo  tempo  per  lui  ebbero  i  riguardi  più 
grandi  che  avesse  potuto  mai  desiderare,  e  par- 
ticolarmente dalla  parte  della  Imperatrice  Elisa- 
betta Petrovna  gli  vennero  favori  ed  appoggi, 
quali  al  suo  nonno  Nikita  avrebbe  potuto  conce- 
dere Pietro  I.  Alla  celebrità  che  s'acquistò  nel 
condurre  lavorazioni  cotanto  cospicue,  immaginò 


36  FIRENZE    AI    DBMlDOrr 


craggiungcre  coiiLemporaneaineate  quella  di  com- 
merciante. E  come  riuscisse  anche  in  questo  se- 
condo intento,  ben  lo  prova  il  soprannome  che  a 
Mosca  gli  fu  dato.  Di  piìi,  mentre  la  sua  fama  in- 
gigantiva nelle  speculazioni  esercitate  tanto  lu- 
minosamente dal  nonno,  dal  padre  e  dallo  zio,  e 
per  mezzo  di  quelle  sue  viste  superiori  nel  com- 
mercio, nel  mentre  cioè  che  giungeva  a  tal  punto 
di  fortuna  da  essere  reputato  il  privato  più  ricco 
dell'impero,  più  alte,  più  nobili  mire,  si  svilup- 
pavano nel  suo  intelletto.  Le  scienze  in  cui  s'è 
visto  Nikita  II  ad  operare  i  primi  saggi,  dove- 
vano più  illustrare  il  nobile  nome  della  famiglia 
Demidoff  ;  e  la  munificenza  colla  filantropia,  dove- 
vano rendere  la  stessa  illustre  famiglia  prover- 
biale in  Russia  e  in  Europa.  Ecco  il  progetto  che 
vediamo  formare  a  Procopio  Demidoff,  e  che  gli 
vediamo  attuare  per  quanto  glielo  concede  il 
corso  della  sua*  esistenza,  cogliendo  quelle  circo- 
stanze che  al  suo  giudizio  più  sembrano  oppor- 
tune. 

Fra  l'esercizio  di  così  nobili  e  fruttuose  azioni, 
beneviso  in  particolar  modo  dalla  Imperatrice,  si 
volle  attaccare  e  biasimare  la  linea  di  condotta 
che  teneva  Procopio  Demidoff,  gli  si  vollero  rim- 
proverare delle  debolezze  tali  da  produrre  la  ro- 
vina dei  suoi  figliuoli,  mentr'era  giunto  all'apogeo 
d'ogni  ricchezza  umana. 

Questi  rimproveri,  saranno  forse  fondati,  o  forse 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


non  saranno  :  e  supponendo  anche  più  attendi- 
bile la  prima  ipotesi  della  seconda,  con  quale,  e 
quanto  prò  s'imprenderebbe  qui  a  registrare  «  les 
traits  de  hizarrerie  qui  font  l'^eu  d' hoìineur 
au  caractère  prive  (1)  »  d'un  uomo  che  inspira 
dovun([ue  l'ammirazione  e  la  meraviglia  ?  Qua- 
lora però  possa  premere  o  giovare  a  qualcuno 
<lei  nostri  cortesi  lettori  il  conoscere  appuntino 
come  stanno  le  cose  a  questo  proposito,  affine  di 
giudicarle  con  animo  pacato,  e  con  sereno  in- 
telletto, noi  gli  additiamo  Les  anecdotes  secrets 
de  la  Cour  de  Russie,  opera  dove  s'attingono 
i  biasimi  fatti  a  Procopio  Demidoff.  .  .  .  Una  ri- 
flessione ci  viene  peraltro  in  animo  a  questo 
punto  :  les  traits  d£  hizarrerie  che  si  fanno  esistere 
in  disdoro  di  quest'uomo  appartenente  alla  storia 
delle  industrie,  a  quella  delle  scienze,  ed  a  quella 
delle  opere  filantropiche,  diconsi  «  rnentionnès 
par  les  chroniqueurs  de  la  Cour  d'Anne  et  de 
Catheri7ie  /'".  »  Ora,  la  Storia  Russa  ci  apprende 
die  spentasi  la  posterità  mascolina  dei  Romanofì' 
colla  morte  di  Pietro  II,  nipote  di  Pietro  il  Grande  ; 
e  previa  la  disposizione  con  cui  Caterina  I  co- 
mincia il  suo  testamento,  prevedendo  subito  una 
tal  circostanza,  sarebbe  pervenuto  il  trono  alla 
principessa  Anna'^Petrovna,  la  figlia  maggiore  di 
Pietro  T   e    della    stessa    Caterina  :    ma    essendo 


(1)    Pahlicatìon  de  ìa   Eenomnik,  pag-.  J->,  — Paris.   1S41. 


38  FIRENZE   AI    DKMIDOFF 


morta  costei  nel  1728,  duchessa  di  Holstein,  regnò 
in  vece  sua,  più  tardi,  per  soli  sei  mesi,  l'unico 
suo  figlio  sotto  il  nome  di  Pietro  III.  Pietro  II, 
ch'era  succeduto  nel  1727  a  Caterina  I,  morì  nei 
primi  giorni  di  gennaio  del  1730.  Da  quel  mo- 
mento fino  al  1740  regnò  Anna  Ivanovna,  fi- 
gliuola del  fratello  maggiore  di  Pietro  J,  e  si  volle 
far  quindi  regnare  il  pargoletto  Ivan  VI  Antonio- 
vich  (reggente  dapprincipio  un  Biren)  finche  nel 
1741  fu  coronata  Elisabella  Petrovna.  —  E  sic- 
come Procopio  Demidoff  nacque  tre  anni  dopo  la 
morte  di  Caterina,  ed  aveva  solamente  dieci  anni 
quando  morì  Anna,  ci  par  troppo  difficile  il  con- 
ciliare i  suoi  traits  de  bizarreì^ie  colle  cronache 
riguardanti  queste  due  Imperatrici. 

Finita  la  digressione,  torniamo  all'uomo  in- 
clito, la  cui  memoria  ci  sembra  di  gran  lunga 
superiore  ad  ogni  tara. 

I  primi  stabilimenti  di  beneficenza,  d'educazione 
e  d'istruzione  che  sorsero  nella  Mosco  via  furono 
fondati  da  lui  ;  nel  1772  fondò  una  Scuola  di  Com- 
mercio in  Mosca  pei  figliuoli  dei  negozianti  russi, 
la  quale  scuola  venne  poi  trasferita  nel  1800  a 
Pietroburgo  e  fu  compresa  fra  quelle  cui  l'Impe- 
ratrice Maria  Fedorovna,  la  moglie  d'Alessandro  I, 
accordava  la  sua  particolare  protezione. 

La  Matematica,  la  Fisica  e  la  Botanica,  eb- 
bero in  questo  Negoziante  di  Mosca  un  abile  cul- 
tore e  generoso  mecenate.  Presso  il  paese  di  So- 


VIREZSIZE   AI    DEMIDOPF 


likamsk  avendo  egli  avuto  un'amministrazione 
di  fonderie,  aveva  pure,  poco  lungi  dalla  mede- 
sima, una  casa  d'abitazione  situata  sopra  una 
montagnetta  lungo  la  sponda  orientale  della  Kama. 
In  questa  casa  venne  ospitato  alla  fine  di  marzo 
1761  l'astronomo  Chappe  d'Auteroche,  che  di  là 
passava  pel  suo  famoso  viaggio  in  Siberia,  ordi- 
natogli dal  re  Luigi  XV,  affine  d'assistere,  in 
Tobolsk,  al  passaggio  di  Venere  sopra  il  Sole  (1)  ; 
e  nella  sua  relazione,  lo  scenziato  dell'  Acca- 
demia di  Parigi  narra  che  «  a  sì  gradevole 
posizione  il  Signor  Demidoff  seppe  unire  tutte  le 
piacevolezze  che  poteva  procurarsi  col  l'aiuto  del- 
Tarte,  sia  nella  casa,  sia  in  uno  dei  piìi  vasti 
giardini.  Il  rigore  degli  inverni  essendo  un  osta- 
colo alla  cultura  di  questo  giardino,  ei  lo  corredò 
di  dodici  bellissime  serre,  piene  di  cedri  e  d'a- 
ranci ;  e  vi  si  trovavano  pure  tutte  le  frutte  di 
Francia  e  d'Italia,  con  inoltre  una  quantità  di 
piante  e  d'arbusti  dei  diversi  paesi 

«  Il  Signor  Demidoff  aveva  pure  una  farma- 
cia molto  ben  fornita  e  messa  in  buon  ordine  : 
un  esperto  farmacista  era  incaricato  di  dirigerla,  e 
di  distribuire  le  medicine  a  tutti  i  malati  di  quel 
luogo. 

«  Il  suo  giardiniere  era  russo,  ed  alle  cogni- 


(1)  Chappe  d'Auteroche  :    Voyaffe  en    Siberie.  —  Pa- 


40  FIRENZE   AI   DEiMlDOFF 


zioiii  della  botanica,  ne  aggiungeva  per  la  fisica  : 
ma,  per  dire  il  vero,  le  prime  davano  a  dive- 
dere che  più  d'essere  un  uomo  istruito,  era  co- 
stui ben  disposto  a  diventarlo.  E  il  Signor  Demi- 
doff  era  troppo  conoscitore,  per  non  iscorgere  i 
talenti  del  suo  giardiniere  :  onde  gli  aveva  prov- 
visto libri  di  matematica,  di  fisica  e  di  botanica, 
non  che  qualunque  genere  di  strumenti.  » 

Non  a  Solikamsk  solamente  Procopio  Demi- 
doff  esercitò  le  sue  viste  scientifiche  :  aveva  or- 
dinato a  Mosca  un  magnifico  giardino  botanico, 
del  quale  il  piìi  volte  nominato  Pallas  ne  pub- 
blicò un'accurata  ed  importante  descrizione  (1). 
In  virtù  di  Procopio  Demidoff',  negli  ultimi  tempi 
che  visse,  la  cultura  dei  giardini  s'era  in  Mosca 
prodigiosamente  aumentata,  e  come  per  incanto, 
forniva  una  tal  quantità  di  legumi. e  di  frutta, 
il  cui  prezzo  andava  ogni  giorno  scemando.  Nel 
cuore  dell'inverno  si  ottenevano  molti  e  grossi 
sparagi  che  si  mandavano  a  Pietroburgo,  come 
ottenevansi  pure  alti-e  primizie  nelle  serre  calde  ; 
a  pochissimo  prezzo  si  vendeva  ogni  sorta  di 
frutta  nell'estate,  come  ciriege,  albicocche,  pesche, 
pere,  mele,  e  persino  gli  ananassi  che  prima  del 
1770  erano  rarissimi:  tutte  queste  frutte  non  la 
cedevano  menomamente,  per  eccellenza,  a  quelle 


,     (1)  Enumera  fio  plantanim  in  horfo  Pro.^opìi  Demidoff.  — 
Mosqiiae,  1781. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  41 

migliori  d'Inghilterra.  Il  considerevole  numero 
dei  giardini  e  delle  serre  calde,  peJ  cui  buon  or- 
dinamento nulla  s'era  risparmiato,  contribuiva  a 
rendere  sempre  piìi  lata  una  simile  abbondanza 
d'ottime  cose,  dovuta  unicamente  ai  giudiziosi  ten- 
tativi fatti  con  profondo  studio  e  costanti  spese  da 
Procopio  Demidotf,  che  per  primo  fece  venire  dal- 
l'estero ogni  specie  d'albero  fruttifero.  L'esempio 
€he  dette  di  coltivare,  eccitò  l'emulazione,  ma 
nessuno  lo  imitò  nella  generosità  colla  quale  fece 
partecipare  al  pubblico  le  delizie  preziose  dei 
suoi  giardini  ;  soprattutto  per  questa  generosità 
meritò  grandissima  riconoscenza.  Oltre  a  ciò  la 
Russia  va  debitrice  a  lui  dell'importazione  di  va- 
rie specie  di  grani.  Ma  però  poco  dopo  la  sua 
morte,  avvenuta,  come  si  è  detto,  verso  il  1780, 
il  suo  stupendo  e  costosissimo  giardino  descritto 
dal  Pallas  andò  in  deperimento,  le  piante  rare 
che  avea  fatto  venire  a  proprie  spese  dall'Inghil- 
terra, e  che  aveva  allegate  all'Università  di  Mo- 
sca, andettero  disperse  ;  e  colle  piante,  fu  di- 
spersa pure  la  memoria  de'  suoi  grandi  benefizi. 
Due  dei  tre  figli  di  Procopio  Demidoff  servirono 
nel  reggimento  delle  guardie  di  Caterina  IL 


NiKiTA  III,  fratello  del  suddetto  Procopio,  e 
tr)rzogenito  d'Akinfi,  colui  che  nacque  all'ombra 
d'un  albero,  e  ch'era  stato    privilegiato    nel    pa- 


42  FIRENZE    AI    BEMIDOFF 


terno  testamento,  ci  si  fa  particolarmente  noto  per 
il  modo  singolare  nel  quale  venne  al  mondo. 

Nei  primi  di  settembre  del  1744,  sua  madre, 
che  si  trovava  prossima  a  partorire,  andava  da 
Tuia  a  Pietroburgo.  Percorrendo  in  battello  il 
fiume  Ciussovaia,  venne  presa,  a  un  certo  punto, 
dai  dolori  del  parto,  a  motivo  dei  quali  bisognò 
sostare.  Sbarcatasi  sulla  sinistra  sponda  del  fiume, 
le  servi  da  letto  la  piana  terni,  e  le  fu  benefico 
riparo  un  albero  grandissimo.  In  questo  luogo 
fu  inalzata,  nel  1779,  una  gran  croce  di  pietra, 
con  d'intorno  delle  lapidi  di  pietra  similmente, 
in  una  delle  quali  sta  un  epigrafe  che  rammenta 
in  questo  modo  i!  fatto:  Qui  nacque,  nel  giorno 
8  settembre  1744,  da  Akinfi  Niki  ti  eh  Demidofìf, 
Consigliere  di  Stato,  Nikita  Akinflevich,  che  Con- 
sigliere di  Stato  fu  pure  e  cavaliere  di  S.  Stanislao. 

Della  vita  di  costui  non  altro  sappiamo,  se 
non  che  dopo  il  1760  il  giovane  Nikita  Akinfle- 
vich, possedeva  in  proprio  tante  miniere  e  tante 
fonderie,  che  gii  rappresentavano  tesori  sopra 
tesori  :  eran  sue  quelle  grandiose  fonderie  di  Ne- 
viask,  delle  quali  abbiamo  già  parlato. 

Qui  aveva  la  direzione  principale  di  tutte  le 
altre  sue  officine,  tra  le  quali  non  si  taceranno 
quelle  di  Saldinskoi.  di  A^uiskoi,  di  Nischnei  e 
Verkhnei-Sciaitanskoi. 

Il  rammentare  appena,  come  abbiamo  fatto, 
Nikita  III  nell'esercizio  delle    paterne    industrie, 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  43 


deve  bastare  per  farsi  una  idea  del  come  posse- 
desse anch'egli  le  prerogative  degli  avi  nell'au- 
mentar  da  parte  sua  ricchezze,  tanto  più  che  il 
patrimonio  da  lui  lasciato  è  quel  patrimonio  fa- 
voloso di  cui  le  diverse  contrade  d'Europa,  non 
più  quelle  soltanto  comprese  nella  Russia,  senti- 
rono e  sentono  benefizi  immensi,  quei  benefizi 
prodigati  con  cuore  aperto,  e  a  larga  mano  dal- 
l'unico suo  figlio,  il  commendatore  Niccola,  e  dai 
suoi  discendenti. 


Giovanni  I  e  Basilio  I,  figli  del  primo  Grego- 
rio, e  cugini  dei  suddetti  Procopio  e  Nikita,  gli 
conosciamo  entrambi  solamente  per  le  loro  di- 
gnità diplomatiche  :  Giovanni  è  prima  Consigliere 
di  Stato  e  poi  Contrammiraglio,  nel  1764;  Basi- 
lio è  Segretario  del  Senato  nel  1741,  e  poi  Con- 
sigliere di  Stato  anch'egli. 


Onpitolo  IV 


Pàolo    G  r  e  à,  0  r  i  0  V  i  e  h 

Il  Museo  di  Storia  Naturale  a  Mosca  e  9a  Scuola  di  Jarosiaw 


p^^  E  la  famiglia  Demidoff  non  vantasse  che 
una  storia  di  milioni,  avremmo  dovuto 
prima  d'ora  deporre  la  penna,  imperochè 
sarebbe  bastato  il  dirla  una  famiglia  la  quale 
dopo  aver  fondato  villaggi  e  paesi  avrebbe  potuto 
comprar  città  ;  e  in  questo  caso  tutto  il  merito 
consisterebbe  nel  l'aver  saputo  i  discendenti  di 
Demide,  trar  buon  partito  dalle  ricchezze  che  la 
natura  messe  loro  in  evidenza,  e  che  i  sovrani 
messere  in  loro  potere.  Certo,  il  merito  sarebbe 
grande,  perchè  il  tatto,  il  senno,  il  talento,  son 
cose  indispensabili  anche  per  fare  fortuna  :  ma 
la  gloria?  non  sarebbe  che  gloria  di  danaro.  Non 
si  può  dire  che  il  grande  patrimonio  Demidoff  non 


FIRENZE   Al   DEMIDOFF  45 

abbia  qualche  riscontro  particolarmente  in  Russia. 
Ma  non  sappiamo  quali  o  quante  famiglie  ricche 
al  pari  di  lei  possano  vantare  la  stessa  grandezza. 
Quanti  ricconi,  non  vede  il  mondo  contenti  e  pa- 
ghi d'essere  ricconi  soltanto  per  comodo  loro  ?  ma 
incapaci  d'operare  un'azione  che  sia  veramente 
grande,  a  prò  del  mondo  !  Il  primo  Demide  no]\ 
trovò  il  tesoro  per  lui  dal  caso  preparato  in  qual- 
che campo,  0  in  qualche  nascondiglio  della  sua 
bottega  :  lo  meritò  colla  ingegnosa  invenzione 
d'un  .  lavoro  che  tornar  doveva  a  vantaggio  e 
pregio  dell'Impero  Russo,  a  tempo  di  Pietro  il 
Grande. 

Non  facciamo  più  lungo  questo  passo  addie- 
tro. Se  la  serie  degli  uomini  illustri  nelle  scienze 
che  vanta  la  famiglia  Demidoff  non  cominciava 
con  Nikita  II,  cominciò  per  fermo  con  Procopio 
Akinfìevich,  cui  tiene  degnamente  dietro  Paolo 
Gregoriovich,  di  lui  nipote. 

Questo  Paolo  I,  secondogenito  di  Gregorio  II, 
nacque  a  Revello  nel  1748,  e  presto  si  dette  allo 
studio  delle  scienze  matematiche  e  fìsiche.  In 
tali  studi  si  distinse  primieramente  a  Gottinga  e 
quindi  a  Friburgo.  Desideroso  di  conoscere  i  più 
famosi  naturalisti  che  viveano  in  quel  suo  tempo, 
andò  viaggiando  per  molte  parti  d'Europa  :  strinse 
vincoli  d'amicizia  con  Linneo,  Brisson,  Buffon, 
Daubert  ed  altri,  coi  quali  mantenne  in  seguito 
un'  assidua  ed  interessante  corrispondenza.  Co- 


46  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


iiosciuto  il  filosofo  Gellert,  strinse  pure  amici- 
zia col  di  lui  fratello  metallurgo.  Nella  celebre 
Università  d'Upsal,  fece  il  corso  di  Linneo  e 
quello  di  A^alerio.  Nella  zoologia  fu  sì  erudito, 
che  diversi  documenti  fornì  su  parecchi  animali 
della  Russia  orientale.  Scrisse  dei  Ricordi  di 
Viaggio,  che  tanto  per  interesse,  quanto  per  e- 
rudizione  avevano  meritato  il  plauso  dei  dotti 
che  avrebbero  voluto  vederli  pubblicati  ;  ma  lui 
accordò  il  consenso  di  pubblicarli  solamente  dopo 
la  sua  morte,  e  a  tal  fine  depose  il  manoscritto 
nella  Biblioteca  di  Mosca;  avvenuto  però  di  quella 
Bibblioteca  il  bruciamento,  anche  il  manoscritto 
di  Paolo  Demidoff  bruciò  colla  medesima. 

Data  in  questo  modo  una  semplice  ed  abbre- 
viata idea  di  qual  corredo  di  alte  doti  fosse  prov- 
veduto Paolo  Demidoff,  passeremo  ad  accennare 
alla  generosità  con  cui  volle  consacrarle.  A  que- 
sto fine  vogliamo  principalmente  rammentare  lo 
splendido  Maseo  di  Storia  Naturale,  e  di  antichità 
ch'egli  fondò  nella  città  di  Mosca,  del  quale  fece 
poi  dono  alla  Università  Imperiale  della  città  mede- 
sima, istituendovi  ancora  una  cattedra  a  proprie 
spese.  Fu  una  donazione  di  straordinario  interesse, 
e  straordinariamente  ricca,  a  cui  Gotthelef Fischer 
di  Waldheim  consacrò  piti  monografie  ;  in  una  di , 
queste  monografìe  si  trova  l'erudita  descrizione 
d'un  rarissimo  oggetto  antico,  l'idolo  dei  Mongoli, 
chiamato    Yamdniaga.   Se   non   altro    a    motivo. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  47 

della  rarità  dell'  oggetto,  crediamo  togliere  a  tal 
descrizione  le  informazioni  seguenti  :  «  L'Univer- 
sità ricevè  quest'oggetto  insieme  a  molti  altri 
nella  ricca  donazione  fattale  dal  fu  Paolo  Grego- 
riovicii  Demitloff,  il  quale  mi  assicurò  come  i 
padri  suoi  1'  avevano  comprato  da  dei  Bukhari, 
e  che  questi  1'  aveano  tolto  ai  Mongoli  in  una 
guerra,  avendo  avuto  i  Mongoli  1'  abitudine  d'  an- 
dare a  battersi  portando  seco  i  loro  dèi  ;  di  ma- 
niera che  i  nemici,  nel  combatterli,  cercavano 
sempre  di  decidere  la  sorte  d'  una  battaglia  coli'  at- 
taccare di  preferenza  il  posto  dove  si  trovava  il 
sacro  deposito  cleir  idolo. 

«  I  viaggiatori  parlano  di  quest'  idolo  per  averlo 
veduto  nelle  pagode  dei  Mongoli,  ma  d' ordinario 
grossolanamente  dipinto  sulla  tela  ;  non  lo  lianno 
mai  trovato  in  metallo  ;  e  dietro  tutte  le  infor- 
mazioni che  mi  sono  potuto  procurare,  oso  pre- 
tendere che,  sino  al  giorno  d' oggi,  sia  questo 
presso  a  poco  V  unico  esistente. 

«  La  massa  è  composta  di  una  lega  d'  argento 
e  stagno  ;  però  la  parte  dello  stagno  consiste  in 
quantità  ben  minima;  il  Ano  lavoro  è  tanto  ac- 
curato che  attira  V  attenzione  dell'  artista,  e  che 
troppo  difficile  sarebbe  ora  d*  imitarlo.  » 

11  nome  di  questa  divinità  budaica  si  compone 
di  due  parole  del  sanscritto  cioè:  Yama,  che  è 
il  nome  proprio  del  dio  delT  inferno  ;  e  Antaka, 
che  si^rnifìca  distruzione.  I  Mongoli  vogliono  so- 


48  FIRENZE   Al   DEMIDOFF 

prannominaiio  ancora  il  vincitore  delle  divinità 
inf email  (1). 

Oltre  alla  donazione  del  ricchissimo  Museo,  lo 
stesso  Demidoff  donò  pure  alla  medesima  Univer- 
sità di  Mosca  la  somma  di  100,000  rubli. 

Nel  di  29  aprile  del  1805  s'  aprì  nella  città  di 
Jarosla^v  una  Scuola  di  Studi  Superiori  denomi- 
nata Scuola  Demidoff:  il  fondatore  di  essa  fu 
Paolo  Gregoriovich.  Per  il  maiitenimento  di  que- 
sta Scuola  assegnò  un  capitale  di  100,000  rubli  colla 
rendita  di  20,000  rubli  all'  anno  ;  e  3598  uomini 
da  lui  dipendenti  vennero  poi  tassati  per  lo  stesso 
oggetto  aio  rubli  all'  anno  ciascuno,  facendo  con 
questo  mezzo  un'  altra  somma  di  rubli  35,780.  La 
Scuola  Demidoff  di  Jaroslaw  è  fìorentissima  tuttora. 
Altre  due  elargizioni  meritevoli  di  nota,  son  certa- 
mente quelle  da  lui  fatte  di  100,000  rubli  all'Uni- 
versità di  Kie^v,  ed  altrettanti  a  quella  di  Tobolsck. 

La  città  di  Jarosla^v  innalzò  a  tanto  munifico 
benefattore  un  monumento,  e  l'imperatore  Ales- 
sandro I  che  l'aveva  nominato  suo  consigliere  pri- 
vato, fece  in  onor  suo  coniare  una  medaglia. 


(1)  Notice  sur  le  Yamàntaga,  idole  rare  chi  Museum  cV  Hi- 
stoire  Naturelle  et  d'  Antiquités  de  V  Université  Imperiale  de 
Moscou,  par  Gotthelef  Fischer  de  Waldheim  ;  Moscou,  1826. 
—  Oltre  le  diverse  descrizioni  clie  qiiest'  autore  ci  fornisce 
sul  Museo  Imperiale  e  su  quello  Demidoviano  di  Mosca 
(1805-1807-1810)  vedasi  principalmente  :  Panecjiricus  Opere 
pie  Paulo  Gregorii  Deraidoff. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  49 

Ebbe  Paolo  Gregoriovih  la  sua  parte  di  lavoro 
nelle  aziende  dei  padri,  ed  oltre  alle  cure  ed  alla 
generosità  che  prodigò  all'istruzione  pubblica,  non 
meno  prodigo  fu  verso  le  opere  caritatevoli,  che 
somme  egregie  s'afferma  dispensasse  in  aiuto  dei 
poveri,  ed  in  vantaggio  dei  nascenti  Stabilimenti 
di  pubblica  beneficenza.  Onde  non  sarà  superfluo 
il  rammentare  che  per  poco  si  consideri  la  o- 
dierna  civilizzazione  della  Russia,  si  riconoscerà 
facilmente  qual  parte  essenziale  rappresentino  i 
Demidoff  nella  medesima. 

Dopo  il  succedersi  della  storia  dei  milioni,  ve- 
diamo come  si  succede  nella  illustre  famiglia  la 
storia  della  scienza,  e  con  questa,  la  storia  dei 
benefìzi  prenderà  proporzioni  senza  limiti. 


<^   '  "^^ii'f^^  •   ^i 


FIRE>JZE    AI    DEMIDOFF. 


Of^pitolo  V 

//  Commendatore  Nicco/a  Demidoff 


Brillante  Carriera  Militare  —  Perfezionamento  d'Industrie  —  Colonia  Agricola 
nella  Tauride  —  Reggimento  Demidoff  a  Mosca  nel  1812  --  Residenza  in 
Parigi  ~  Arrivo  a  Firenze  —  Fondazione  dell'Ospedale  ai  bagni  di  Lucca 

—  Scuola  delle  tre  Arti  fondata  in  Pietroburgo  ~  Acquisto  di  San  Donato 

—  Scuola  Demidoff  in  Borgo  San  Niccolò  —  Posto  di  Medico  e  Farmacia 
pei  poveri  di  detto  Borgo  —  Il  Conta  Paolo  —  Cinque  premi  annui  confe- 
ribili dall'  Accad3mia  Imperiale  di  Pietroburgo  alle  cinque  migliori  Opere 
Letterarie. 


L  di  3  novembre  1774,  nel  castello  di 
Tcherkovitz,  presso  Pietroburgo,  nacque 
Niccola  Demidoif  da  Nikita  III,  e  fu  nipote 
di  Procopio  e  cugino  di  Paolo,  i  due  illustri  per- 
sonaggi dei  quali  abbiamo  ora  parlato. 

Sino  dall'età  primiera  ebbe  Niccola  una  parti- 
colare disposizione  per  le  armi,  ma  gli  onori  che 
in  esse  seppe  meritare  non  lo  tolsero  alla  emu- 
lazione del  nonno  e  del  padre  nelle  industrie,  come 
non  lo  fecero  astenere  dall'emulare  lo  zio  ed  il 
cugino  nelle  scienze  e  nelle  opere  munifiche  :  in 
tutto  volle  seguire  gli  esempi  aviti,  e  si  fece  alla 
sua  volta  esempio. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  51 


Non  ancora  trilustre,  Niccola  Demidoff  entrò 
nelle  guardie  imperiali,  in  cui  fece  le  sue  prime 
armi:  e  tosto,  appena  toccato  il  sedicesimo  anno, 
cioè  nel  1789,  diventò  aiutante  del  principe  Polem- 
kin.  Per  conoscere  ciò  che  fosse  questo  principe 
e  feld  maresciallo  non  abbiamo  che  da  interrogare 
quel  tratto  di  storia  che  registra  le  guerre  russo- 
turche di  tal  tempo  (1).  Nelle  ultime  due  vit- 
torie che  tanto  superiore  riportò  sui  Turchi,  dopo 
la  conquista  della  Crimea,  e  prima  della  pace 
conclusa  fra  Caterina  II  e  Selim  III,  nel  1792,  il 
giovane  Niccola  si  distinse  così  valorosamente  che 
meritò  il  grado  di  colonnello  nei  granatieri  di 
Mosca:  non  aveva  che  diciott'anni. 

Due  anni  dopo  Caterina  lo  nominò  gentiluomo 
di  Camera,  distinzione  sì  alta  che  in  Russia  si 
accorda  soltanto  ai  membri  delle  piii  nobili  fami- 
glie, fra  cui  Niccola  Demidoff  meglio  si  collocò 
sposando  una  contessa  della  illustre  casata  Stro- 
gonoff. 

Dopo  siffatto  matrimonio,  Paolo  I,  non  appena 
salito  al  trono  (1796),  nominò  il  Demidoff  suo 
Ciambellano,  gli  conferì  il  titolo  di  Commenda- 
tore di  Malta,  e  poi  la  carica  di  Consigliere  pri- 
vato nel  Ministero  dell'Interno,  carica  che  in  Rus- 
sia equivale  al  grado  di  luogotenente  generale. 


(1)  Per  cHi  meglio  voglia  conoscere  il  suo  ritratto,  veda 
le  Memorie  del  Conte  di  Ségur, 


52  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

Giovane,  imparentato  con  una  delle  più  grandi 
famiglie  russe  del  secolo  decimosesto,  possessore 
di  tesori  a  dovizia,  colmo  d'onori,  i  primi  dei  quali 
gli  meritava  sui  campi  di  battaglia,  amato  dalla 
giovane  consorte,  ammirato  nelle  sfere  più  alte 
della  società  nazionale,  Niccola  Demidoff  tornò 
alla  vita  privata,  a  quella  vita  cioè,  nella  quale 
ogni  agio,  ogni  felicità,  ed  ogni  dolcezza  che  pos- 
sa bramare  il  genere  umano,  non  potevano,  né 
dovevano  a  lui  restare  ignote. 

Questo  mortale  fortunato  liba  ai  calici  delle 
maggiori  gioie  umane,  ma  invece  di  dimenticare 
in  esse  i  doveri  sacri  della  vita,  come  fanno  tanti 
e  tanti  fortunati  mortali,  studia  ogni  mezzo  per- 
chè la  patria  e  il  prossimo,  abbiano  da  godere  il 
benefizio  dei  favori  ch'egli  ha  dal  cielo  ricevuti. 

L'esempio  è  troppo  grande,  e  merita  di  te- 
nerne assolutamente  conto. 

La  patria  ed  il  prossimo  erano  il  principio 
delle  sue  mire,  eran  lo  scopo  precipuo  della  sua 
esistenza. 

In  questi  intendimenti,  le  industrie  avite  do- 
vevano ricevere  da  lui  nuove  impulsioni  :  la  mente 
si  esercitava  pertanto  in  progetti  non  ancora 
sperimentati,  e  l'anima  s'apparecchiava  a  quelle 
azioni  di  generosità  sì  rara,  e  sì  novella,  che  paio- 
no incredibili,  perchè  soltanto  rirmangono  nella 
memoria  di  Niccola  Demidoff,  ed  in  quella  dei 
suoi  degni  discendenti. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  53 

L'uomo  ammirabile  di  cui  parliamo,  era  dun- 
que poco  più  che  ventenne  lorchè  per  tornare 
alla  vita  privata,  come  abbiamo  detto,  lasciò  il 
grado  di  colonnello  dei  granatieri  di  Mosca,  e 
sino  da  quel  momento,  invocò  all'arte  ed  alla 
scienza  quel  bene  che  alla  patria  e  ai  suoi  com- 
patriotti  volea  recare  sentendosi  così  forte  del 
suo  patrimonio,  da  non  paventare  i  preventivi 
di  qualunque  progetto:  il  viaggiare  essendo  in- 
dispensabile ai  formulati  disegni,  percorse  l'Ale- 
magna,  l'Italia,  la  Francia  e  l'Inghilterra  ;  e  do- 
vunque si  trovavano  miniere,  le  visitava  e  le 
studiava;  allo  studio  delle  miniere  quello  aggiuu- 
geva  delle  industrie  più  importanti,  e  dei  mestieri 
che  con  quelle  avessero  affinità. 

Nella  Franconia  arruolò  gran  numero  di  mi- 
natori e  di  fabbroferrai  ;  da  una  parte  e  d'ali'al- 
tra  arruolò  molti  dei  più  capaci  lavoranti  nei 
mestieri  ch'erano  nuovi  per  la  Russia,  o  che  v'e- 
ran  meno  sparsi,  e  tutti  mandava  nei  suoi  vasti 
dominii  ;  dai  suoi  dominii  poi,  mandò  degli  operai 
più  intelligenti  nella  Stiria,  perchè  v'imparassero 
fabbricare  le  falci,  arnese  in  Russia  sì  necessario, 
e  che  dovevasi  tirare  dall'Alemagna  o  dalla  In- 
ghilterra; ed  altri  ne  mandò-  nelle  diverse  parti 
perchè  imparassero  a  inverniciare  e  a  dipingere 
la  latta  ;  per  distendere  la  stessa  latta,  che  sino 
ad  allora  s'era  distesa  in  Russia  a  forza  di  mar- 
tello, procacciò  i  laminatoi,    e    là   gli    messe  in 

Or 


54  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


opra.  Cosi  nuove  fabbricazioni,  con  quei  raffina- 
menti che  rasentavano  il  gusto  dell'arte,  e  che 
ne  accendevano  il.  desiderio  ;  degli  artisti  ne 
chiamò  pure  assai,  perchè  l'arte  venisse  propa- 
lata ed  insegnata  in  quelle  regioni  di  nuova 
Russia  che  tanto  devono  ai  Demidoff  in  fatto  di 
civilizzazione  e  di  prosperità. 

Come  può  ciascuno  immaginarlo,  tutto  ciò  fa- 
ceva svegliare  l'amor  proprio  di  quei  popoli,  e  gli 
eccitava  all'amore,  all'ambizione  nazionale,  tanto 
pili  che  non  il  calcolo  del  proprio  interesse  spin- 
geva il  Commendatore  Demidoff  ad  agire  di  tal 
fatta.  Certo,  sarebbe  stato  un  monopolio  ben  lu- 
croso per  lui,  se  tutto  avesse  fatto  funzionare 
ne'  suoi  possessi  a  suo  vantaggio  ;  ma  invece, 
egli  pensava  alla  Russia,  ed  intendeva  di  far  pro- 
gredire i  suoi  compatriotti,  intendeva  di  far  loro 
sempre  più  comprendere  che  il  lavoro  e  l'indu- 
stria producono  il  benestare  dei  privati  e  delle 
nazioni.  Onde  invitò  gente  da  qualunque  parte 
dell'impero,  tutti  autorizzando  ad  istruirsi  ne'  suoi 
stabilimenti,  ed  autorizzando  eziandio  a  mandare, 
purché  lavorazioni  utili  come  le  sue  sorgessero 
dovunque,  e  diventassero  fiorenti.  E  senza  timore 
di  profondere  inutilmente  i  suoi  capitali,  o  di  porre 
in  opra  senza  frutto  la  potenza  del  suo  ingegno, 
Niccola  Demidoff  ebbe  il  vanto  di  portare  la  sfrut- 
tazione  delle  miniere  a  quel  grado  di  perfezione 
al  quale  oggi  la  vediamo.  Oltre  a  ciò,  industrie 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


ben  diverse  a  quelle  delle  miniere  e  delle  lavo- 
razioni nei  metalli  occuparono  la  sua  mente  :  Io 
studio  o'ii  aveva  svelato  più  reconditi  segreti 
della    natura. 

Fu  lui  che  volle  e  seppe  fondare  nella  Tau- 
ride  una  colonia  agricola  composta  di  tutti  quelli 
elementi  che  all'uomo  possono  rendere  migliore 
l'esistenza  per  mezzo  di  produzioni  naturali  più 
gradevoli  e  più  comode.  Vignaiuoli  francesi  col- 
tivarono la  vite  portata  dalla  Sciampagna  e  da 
Bordò  ;  le  olive  di  Lucca  e  di  Genova  vi  si  fe- 
cero allignare  ;  dalla  Spagna  avea  fatto  venire 
ben  dodici  mila  merini  ;  dal  Tibet  s'era  procac- 
ciate le  capre,  e  dall'  Inghilterra,  dall'Arabia  e 
dalla  Persia  le  razze  cavalline.  Lui  solo  aveva 
tutto  immaginato,  lui  solo  vigilava  di  tutto  il  più 
regolare  andamento,  insomma,  lui  solo  tutto  a- 
vea  comprato,  e  tutto  dirigeva  e  amministrava 
insieme  alle  scavazioni  delle  miniere  e  alle  la- 
vorazioni dei  minerali. 

Ad  occupazioni  di  tanta  importanza  fu  tolto 
Niccola  Demidoif  dalla  invasione  che  nel  1812 
fecero  i  Francesi  nella  Russia.  La  circostanza  es- 
sendo stata  eminentemente  imperiosa  non  poteva 
il  celebre  cittadino,  che  da  valoroso  s'era  battuto 
ventitré  anni  prima,  a  fianco  del  feld  maresciallo 
Patemkìn  alla  presa  di  Bender  e  Kilianova,  ri- 
manere inerme.  La  sua  salute  era  in  quel  tempo 
alquanto  aggravata  ;  ma  lui,  senza   darsi    di    sé 


56  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

nessun  pensiero,  non  considerò  che  i  mali  delia 
patria  minacciata  dal  nemico  ch'era  molto  ardito, 
molto  poderoso,  e  molto  a  ridosso  ;  onde  non 
altro  credè  fare  di  meglio  che  riprendere  le  armi  ; 
ed  il  modo  con  cui  le  riprese,  segna  una  delle 
pagine  più  mirabili  della  sua  meravigliosa  esi- 
stenza. Formò  un  reggimento,  e  l'equipaggiò  a 
sue  spese  ;  quindi,  si  pose  alia  testa  del  medesi- 
mo, ed  andò  contro  il  nemico  ;  più  eroicamente 
si  distinse  nella  famosa  battaglia  di  Borodino, 
avvenuta  il  5  settembre.  L'inverno  successivo  fu 
particolarmente  crudo,  ed  oltre  aver  fatto  la  me- 
moranda strage  dei  Francesi,  ne  la  fece  de'  Russi 
ancora  :  il  reggimento  Demidoff  non  fu  certamente 
dagli  stridori  di  quel  freddo  risparmiato,  ed  ebbe 
la  sua  parte  di  decimazione  ;  ma  nulla  valse  a 
fare  indietreggiare  il  patriotta  Demidoff  che  non 
depose  le  armi  fintantoché  il  nemico  non  ebbe 
intieramente  sgombrato  il  suolo  moscovita. 

L'incendio,  con  cui  si  coronò  quella  catastrofe 
tremenda,  volle  risparmiare  una  importante  col- 
lezione composta  di  minerali,  di  marinaresche,  di 
zoologia,  con  degli  oggetti  di  straordinario  pregio, 
la  quale  apparteneva  al  Commendatore  Demidoff  ; 
questa  preservazione  fu  riguardata  da  lui  come 
privilegio,  come  miracolo  in  un  flagello  ricevuto, 
e  fece  dono  della  preziosa  collezione  all'Università 
di  Mosca,  alla  quale  il  suo  nome  già  era  legato  per 
la  nota  liberalità  de'  suoi  cari  estinti.  Tal  dona- 


FIRENZE   AI    DBMIDOFF  57 


zione  gli  valse  la  lusinghevole  nomina  di  membro 
onorario  dell'Università  medesima. 

In  seguito  a  ciò  rivolse  le  sue  preoccupazioni 
artistiche  ad  una  bellissima  galleria  di  quadri, 
e  ad  un  gabinetto  d'oggetti  di  curiosità. 

A  Pietroburgo  si  costruirono  nel  1813,  quattro 
ponti  di  ferro  fuso  sulla  Ne  va,  somiglianti  al 
ponte  d'Austerlitz  che  vedesi  a  Parigi  ;  a  questa 
imponente  costruzione,  Niccola  Demidoff  contribuì 
da  grande  cittadino  e  da  grande  industriale  nello 
stesso  tempo  :  tutto  il  materiale  di  ferro  fu  da  lui 
fornito,  lavorato  nelle  sue  fucine. 

Recatosi  a  Parigi  dopo  il  1815,  ivi  risiedè  per 
alcuni  anni.  Nella  capitale  della  Francia  volle  am- 
mirare la  schiera  eletta  dei  letterati  e  degli 
artisti  ch'erano  allora  in  bella  fama,  e  volle  pure 
stringere  amicizia  colla  maggior  parte  di  costoro  ; 
a  tal  fine  la  sua  casa  fu  spesso  convegno  di  cor- 
diali adunanze  dove  il  genio  e  le  dottrine  ger- 
mogliavano i  loro  frutti  e  i  loro  fiori.  Nella  stessa 
capitale  il  Commendatore  Demidoff  acquistò  gran 
nome  di  benefattore,  perchè  solamente  ai  poveri 
ed  agli  orfanelli  di  ciascuno  dei  dodici  quartieri 
faceva  distribuire  mensilmente  la  somma  di  due- 
mila franchi. 

Esigendo  la  sua  salute  i  favori  d'un  clima  più 
mite,  rivolse  il  piede  sull'Italia,  e  si  fermò  pri- 
mieramente a  Pisa.  Fatto  breve  soggiorno  in 
questa  graziosa  città    nostra    vicina,  a  sé  lo  at- 


58  FIRENZE  a:  demidoff 


trassero  Je  onde  salubri  dei  Bagni  Lucchesi  che 
pel  soggiorno  delizioso  furon  si  altamente  cele- 
brate dal  lilosofo  Montaigne,  e  dairanatomico  Fal- 
loppio  paragonate  al  paradiso.  A  queste  Terme 
tornò  nelle  successive  stagioni  d'estate,  dopo  di 
aver  fatto  della  bella  Firenze  la  stanza  prediletta 
per  gli  ultimi  anni  di  sua  vita.  Furono  quattro 
anni  solamente,  ma  le  opere  munifiche  in  questo 
corto  lasso  di  tempo  da  lui  compiute,  eterna- 
rono fra  noi  la  sua  memoria. 

Fu  nel  V  luglio  1824  che  il  Commendatore 
Niccola  Demidoff  prese  in  affitto  lo  storico  palazzo 
dei  Conti  Serristori  sui  Renai  ;  e  comprò  anclìe 
uno  stabile  posto  in  S.  Niccolò  che  apparteneva 
ai  Marzi  Medici.  Dal  1825  al  1827  fece  acquisto  di 
una  parte  della  tenuta  di  San  Donato  dai  Padri 
del  Convento  di  Santa  Croce,  di  quella  località 
cioè  che  in  possesso  dei  Demidoff  doveva  acqui- 
stare una  floridezza,  uno  splendore  che  alla  storia 
nostra  fornirà  pagine  bellissime  (1),  Vennero  to- 
sto cominciate  le  costruzioni  del  parco  maestoso  e 
di  quella  sontuosa  villa  che  parve  di  sovrani. 

Prima  di  battersi  contro  i  Francesi  a  Mosca 


(1)  Della  tenuta  di  San  Donato,  ne  venne  venduta  dai 
Frati  di  Santa  Croce  una  parte  in  due  volte  al  Commen- 
datore Niccola  Demidoff;  e  il  rimanente  venne  acquistala 
posteriormente    dal  principe    Anatolio.  (Vedi  Capitolo    se- 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  50 

Niccola  Demidoff  aveva  lasciato  gl'immensi  suoi 
domiiiii  della  Russia,  ne  piii  gli  aveva  riveduti  ; 
ed  anche  da  Firenze,  in  si  enorme  lontananza, 
continuava  ad  amministrare  colà  tutto  da  se,  in 
ogni  piccolo  dettaglio.  Propenso  sempre  e  pre- 
muroso verso  la  sua  patria,  si  fu  da  Firenze  che 
fondò  a  Pietroburgo  una  scuola  d'Architettura, 
di  Pittura  e  di  Scultura,  mandandovi  modelli  delle 
opere  migliori  che  sono  al  Vaticano  di  Roma. 

La  sua  casa  si  componeva  di  sopra  cento  per- 
sone, tutte  retribuite  largamente,  ed  alle  quali 
lasciò  buone  pensioni  dopo  la  sua  morte.  La  So- 
cietà più  alta,  sì  fiorentina  che  straniera  si  ri- 
trovava spesso  in  casa  Demidoff,  dove  non  man- 
cava nemmeno  il  teatro  per  le  rappresentazioni 
d'operette  francesi  cori  una  compagnia  di  comici 
che  aveva  scritturata  sin  da  Parigi,  e  che  secolui 
dimorava  anco  in  Firenze. 

In  tanto  fasto  il  cuore  gli  batteva  per  le  classi 
meno  felici,  ed  in  poco  diventò,  si  può  dire  il 
padre  dei  poveri  del  Borgo  S.  Niccolò,  dov'è  il 
palazzo  Serristori  da  lui  abitato. 

Per  seguire  T  ordine  cronologico  delle  cose, 
prima  di  passare  ai  benefìzi  che  resero  memora- 
bile il  nome  di  Niccola  Demidoff  ai  fiorentini,  ta 
d'uopo  tornare  ai  Bagni  di  Lucca  e  dire  in  qual 
solenne  modo  i  bagnanti  poveri  fossero  da  lui 
colà  beneficati. 

A  questa  bisogna  crediamo  soddisfare  coli'at- 


€0  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

tinger  qualche  dato  storico  all'egregio  Dottore 
Alessandro  Carina  direttore   di  quelle  Terme  (1). 

Egli  ci  rammenta  che  quando  il  Governo  dei 
Baciocchi  si  trovò  nella  necessità  di  abbattere 
l'antica  Albergheria  (2),  non  volle  privare  i  po- 
veri del  benefizio  di  quelle  acque  ;  e  che  a  tale 
effetto  vennero  questi  poveri  annualmente  rac- 
colti in  un  Ospizio  appartenente  ai  Frati  Fran- 
cescani riformati 'del  convento  di  Borgo  a  Boz- 
zano.  Avvenuta  la  soppressione  degli  ordini  reli- 
giosi, divenne  lo  stabile  in  proprietà  del  governo  ; 
e  fu  trasformato  in  modo  da  ricevere  nel  1810 
per  la  prima  volta  i  bagnanti  poveri. 

Tra  le  politiche  vicende  d'allora  e  il  succe- 
dersi dei  governi  non  si  pensò  più  che  tanto  ai 
diritti  che  i  bagnanti  poveri  avevano  alla  cura 
delle  Terme,  e  lo  stato  delle  cose  che  parevano 
precarie  si  lasciò  andare  molto  a  lungo  senza 
prendere  i  dovuti  provvedimenti. 

Anche  dopo  che  la  Dinastia  Borbonica  si  fu 
stabilita  in  Lucca,  gli  anni  si  succedevano,  e  le 

(1)  A.  Carina:  Dei  Bagni  di  Lucca:  Notizie  Topogra- 
fiche f  Storiche  e  Mediche.  —  Firenze,  1866. 

(2)  Albergheria  dei  poveri  e  degl'infermi,  si  chiamò  l'O- 
spizio che  il  filantropo  Puccio  (Gherardo  Gallicano)  fondò 
sino  dal  1291,  incorag"giato  dai  capitani  della  Società  dei 
Bagni,  che  all'uopo  gli  donarono  una  certa  estensione  di 
terra  situata  presso  il  Bagno  caldo  di  Corsena.  Fu  perciò 
guiderdonato  colla  cittadinanza  lucchese,  ed  investito  di 
più  cariche  onorifiche. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  61 

speranze  dei  bagnanti  poveri  si  rin  mio  va  vano 
d'anno  in  anno,  ma  il  miglioramento  loro  non  si 
palesava  mai. 

Quanto  più  aumentavano  le  richiests  d'  ammis- 
sione, e  più  diveniva  angusto  l'Ospizio  dei  Bagni 
alla  Villa.  Le  lagnanze  si  facevano  sentire,  ma 
il  Governo  dei  Borboni  non  si  decideva  punto  ad 
impegnarsi  nelle  spese  occorri  bili  d'una  nuova 
costruzione. 

Nel  1825  un  sovventore  illustre  venne  a  tron- 
car generosamente  gl'indugi  e  le  dubbiezze  col- 
l'offrire  un  vistoso  soccorso  per  amore  dei  mi- 
seri. Il  Commendatore  Niccola  Demidoff  pose  a 
disposizione  della  renitente  Amministrazione  del- 
l'Ospedale la  somma  di  45,000  lire,  e  la  costru- 
zione della  nuova  fabbrica  fu  tosto  intrapresa. 

«  Al  di  sotto  del  Bagno  Rosso  o  Docce  Basse, 
dice  il  p  re  fato  dottore  Carina,  presso  la  sponda 
sinistra  del  Torrente  Camajore,  in  vicinanza  del 
suo  sbocco  nel  Lima,  scaturivano  diverse  sor- 
genti d'acqua  minerale  e  termale,  che  analizzate 
mostrarono  avere  qualità  simili  a  quelle  del  Ba- 
gno Caldo,  ed  allacciate  e  riunite  che  fossero, 
assicuravano  potere  alimentare  numerose  ed  am- 
pie tinozze.  Tal  situazione  appartata  e  discosta 
dai  luoghi  del  maggior  concorso  delle  famiglie  a- 
giate  ed  eleganti,  mentre  offriva  pei  ricovera- 
bili  maggior  libertà  di  quella  che  avesser  potuto 
godere  in  passato,  riuniva  eziandio  le  altre  qua- 


62  F.riEXZE    AI    DEMI D OFF 


lità  igieuiclie  richieste  per  questa  specie  di  sa- 
nitari Istituti.  Ritenuto  adunque  esser  questo  il 
miglior  sito  pel  nuovo  edifìzio,  fu  subito  inco- 
minciato, e  nell'estate  del  1827  potè  ricevere  i 
bagnanti  miserabili  (1).  » 

Dacché  il  Commendator  Demidoff  era  capitato  a 
Firenze,  era  stato  una  vera  provvidenza  pel  po- 
polo di  S.  Niccolò  :  le  limosine  in  abbondanza 
quivi  elargite,  ed  ogni  sorta  di  soccorsi  avevan 
quasi  fatto  sparire  la  povertà  locale.  La  carità 
del  prossimo  gli  aveva  meritati  indelebili  titoli 
di  riconoscenza,  ma  perchè  i  posteri  benedissero 
la  sua  memoria,  siccome  i  contemporanei  ne  bene- 
diano  gli  atti,  concepì  il  più  generoso  ed  umanis- 
simo progetto  di  fondare  una  scuola  per  l'edu- 
cazione gratuita  ai  poveri  fanciulli,  e  fattane 
formale  domanda  al  Granduca  di  Toscana  Leo- 
poldo II,  n'ebbe  favorevole  adesione.  Al  giorno 
26  febbraio  1826,  fu  perciò  stipulato  un  atto  so- 
lenne, rogato  dal  notaro  Vannini,  fra  lo  stesso 
Benefattore  ed  il  Provveditore  della  R.  Camera 
di  Sopraintendenza  Comunitativa  del  Comparti- 
mento Fiorentino,  alla  quale  egli  cedeva  la  pro- 
prietà di  due  casamenti  posti  nel  borgo  di  S.  Nic- 
colò, col  patto  espresso  che  le  rendite  risultanti 
dalle  pigioni  de'  medesimi  fossero  in  perpetuo  de- 

(1)  Vedi  capitolo  seguente,  per  la  riedificazione  di 
questjo  Spedale  dovuta  alla  liberalità  del  principe  AnatoUo, 
e  la  munificenza  da  lui  nel  seguito  accordatagli. 


FIRENZR    Al    DEMIDOFF  63 

stinate  airaiiiiiio  mantenimento  della  scuola  che 
prese  il  titolo  Vii  Scuola  S.  Niccolò  per  i  Fanciulli, 
mutato  poscia  in  quello  di  Pio  Istituto  Demidoff  (1). 
Appena  dato  principio  a  quest'Opera  Pia,  il  com- 
mendatore Niccola  cadde  più  gravemente  amma- 
lato, e  mori  nel  palazzo  Serristori  addì  24  maggio 
del  detto  anno  1828. 

I  figli  suoi  Paolo  ed  Anatolio,  presero  a  con- 
tinuare l'opera  benefattrice  ;  e  trattandosi  di  re- 
scindere la  scritta  di  locazione  del  palazzo  Serri- 
stori, pattuirono  la  transazione  pagando  gli  equi 
compensi.  In  tale  contratto  di  transazione,  costi- 
tuirono dessi  un  posto  di  medico-chirurgo  gratuito 
nella  Parrocchia  di  S.  Niccolò,  assegnando  a  que- 
st'oggetto un  capitale  che  dasse  il  fruito  annuo 
sufficiente  per  corrispondere  all'onorario  del  me- 
desimo dottore,  cui  s'addossò  l'obbligo  di  tener  do- 
micilio nella  Parrocchia,  e  di  fare  non  meno  di 
tre  visite  gratuite  ai  malati  poveri  in  essa  abi- 
tanti; nel  tempo  istesso,  assegnarono  ancora,  gli 
eredi  Demidoff,  un  capitale  per  fondo  d'una  Far- 
macia, onde  si  amministrassero  gratuitamente  me- 
dicine   ai  poveri  della  Cura. 

Sul  Lung'  Arno  Serristori,  presso  il  palazzo,  si 
fece  la  Piazza  Demidoff  dove  s'eresse  il  grandioso 
monumento  che  in  memoria  del  padre  donò  il  prin- 
cipe Anatolio  al  Municipio  nel  1870. 

II  gruppo  principale  di  questo  monumento  rap- 


(1)  Vedasene  gl'ingrandimenti  al  Capitolo  seguente. 


64  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 

presenta  lo  stesso  Conatiiendatore  Nic.co.la,  il  quale 
col  braccio  destro  tiene  al  petto  il  figlio  e  gì'  i- 
spira  le  sue  medesime  virtìi  ;  a  sinistra  gli  si 
prostra  una  giovane  donna,  la  Riconoscenza,  che 
mirandolo  gli  depone  una  ghirlanda.  Ai  quattro 
lati  della  base  sono  altrettante  allegorie:  verso 
l'Arno,  da  una  parte,  è  la  Siberia  con  in  braccio 
il  dio  Pluto  avente  in  mano  una  borsa  d'oro;  dal- 
l'altra, la  Misericordia  con  sulle  ginocchia  un  fan- 
ciullo macilento  dal  freddo  e  dagli  stenti,  cui  dà 
dell'alimento,  e  le  sta  di  fianco  una  ragazzetti 
che  ha  nella  sinistra  mano  la  rocca,  posando  la 
destra  sul  piede  del  fratellino^ per  accertarsi  cli'ei 
ricupera  la  vita.  Dalla  parte  di  via  de'Renai  son 
due  figure  :  una  è  la  Natura  che  si  disvela  al- 
l'Arte rimirando  la  propria  bellezza  in  uno  specchio 
per  significare  che  l'Arte  deve  ispirarsi  al  Bello 
affine  d'ottenere  il  Vero  ;  l'altra  è  la  Musa  dei 
festini  colla  coppa  e  la  lira.  Tal  concetto  allegorico 
fa  comprendere  che  la  Siberia  è  la  sorgente  delle 
ricchezze  dei  Demidoff,  e  come  loro  le  destinano 
alle  opere  pietose,  all'amore  ed  alla  protezione 
per  le  Arti,  nonché  al  vivere  da  grandi  signori. 
Nelle  quattro  facce  della  stessa  base  stanno  tre 
hassirilievi  e  la  cartella  coU'iscrizione  (1). 


(1)  L'opera  è  del  celebre  scultore  Lorenzo  Bartolini,  ma 
venuto  egli  a  morte  prima  di  terminarla,  il  principe  Ana- 
tolio  ne  affidò  il  oomi^imento  al  professore  Pasquale  Ro- 
manelli, scolaro  e  successore  del  Bartolini  stesso. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  65 


Paolo  Demidoff.  —  Nel  1798  nacque  Paolo, 
figlio  maggiore  del  Comm.  Niccola,  e  venne  messo 
fanciullo  nel  Liceo  Napoleone  a  Parigi.  Alla  sua 
educazione  lo  tolsero  le  vicende  politiche  della 
patria  prima  che  avesse  compito  quattordici  anni. 

Il  patrio  sentimento,  e  l'esempio  del  padre  lo 
stimolarono  sì  che  nel  1812  volle  anch'egli  ve- 
stire la  divisa  militare,  volle  battersi,  e  si  battè 
in  tutte  le  campagne  contro  i  francesi  che  in- 
vadevano la  Moscovia.  La  sua  carriera  militare 
si  prolungò  sino  al  1826.  Fece  parte  di  diversi 
reggimenti,  ed  ebbe  il  grado  di  Colonnello. 

Tornato  alla  vita  civile,  fu  chiamato  alla  ca- 
rica di  Governatore  della  Provincia  di  Koniska, 
ed  a  quella  di  Cacciatore  alla  Corte  di  Niccolò  I. 

Non  creò  istituzioni,  ma  ne  protesse  in  nu- 
mero grandissimo  e  ne  mantenne.  L'istinto  della 
pietà  verso  i  poveri  gli  formava  la  più  delicata, 
la  pili  dolce  occupazione. 

Le  arti  e  le  lettere  ebbero  in  lui  un  amatore 
caldissimo,  un  protettore  capace  di  qualunque  ap- 
poggio. Nel  1828,  quando  la  morte  gl'involò  l'a- 
mato genitore,  l'abbiamo  veduto  a  Firenze  se- 
guire le  orme  filantropiche  di  esso,  ed  associare 
a  queste  il  quindicenne  fratello  Anatolio,  con  quel- 
l'atto che  costituisce  il  medico  gratuito  pei  poveri 
di  San  Niccolò,  come  pure  l'associa  nella  fonda- 

FIRENZE   AI    DEMIDOFF  5 


66  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

zione  della  farmacia,  che  insieme  alle  Scuole  dal 
padre  loro  fondate,  funzionano  tuttodì  rinnovando 
annualmente  mirabili  e  salutari  effetti  ;  e  sino 
dal  1830,  assegnò  all'Accademia  Imperiale  di 
Pietroburgo  un  capitale  di  250,000  rubli,  affinchè 
l'annua  rendita  costituisse  cinque  premi  uguali 
per  le  cinque  opere  letterarie  risultanti  le  migliori. 
Menò  in  moglie  la  gentildonaa  Aurora  Car- 
lovna  Stjernwall-Walleen  (che  in  seconde  nozze 
passò  poi  nei  Karamzine)  e  la  sua  esistenza  venne 
ancor  più  allietata  dalla  nascita  d'un  figlio,  cui 
pose  lo  stesso  nome  suo  di  Paolo.  Ma  questa  le- 
tizia fu  di  troppo  breve  durata,  perchè  dette  al  fi- 
gliuolino  i  primi  baci,  gli  fece  le  prime  carezze,  lo 
vidde  appena  sorridere,  e  senza  udire  dalle  in- 
nocenti labbra  il  nome  dolcissimo  di  padre,  morì 
troppo  immaturamente  nel   1840. 


Oapitolo  VI 

//  Principe  Anatolia  Demidoff  (') 

Fondazione  della  Casa  di  Beneficenza  Demidoff  a  Pietroburgo  -  Proseguimento 
della  Villa  di  San  Donato  -  Ingrandimenti  delle  Scuole  di  San  Niccolò  -  Be- 
neficenza in  Firenze  -  Riedificazione  dell'Ospedale  ai  Bagni  di  Lucca  -  Come 
venne  dato  allo  stesso  Spedale  il  nome  rii  Demidoff  -  La  Beneficenza  a  Parigi 
-  Spedale  ed  assistenza  ai  colerosi  in  Pietrogurgo  -  La  polìtica  del  Principe 
Anatolio  Demidoff  e  le  agenzie  di  soccorso  ai  prigionieri  russi  e  francesi 
nella  guerra  di  Crimea  -  Viaggi  ed  Opere  Scientifiche  e  Letterarie  -  Prote- 
zione alle  Belle  Arti  in  Parigi  -  Acquisto  della  casa  di  Napoleone  a  San  Mar- 
tino d'Elba  e  l'edificazione  del  Museo  Napoleonico  -  Considerazione  intorno  la 
vita  privata  del   Principe  Anatolio  Demidoff. 

^^^^K^  NATOLio  Demidoff  è  uno  di  quegli  uo- 
^J^'^  mini  grandi  che  appartengono  alla  storia 
J^i^  del  mondo. 

Nacque  a  Mosca  nel  1813.  Avvenuto  poco 
dopo  il  trasferimento  dei  genitori  a  Parigi,  si 
portarono  seco  il  bambino,  lasciando  al  servizio 


(1)  Il  Granduca  di  Toscana  conferi  prima  ad  Anatolio 
Demidoff  il  titolo  di  Conte  di  San  Donato,  che  gli  fu  poi 
cambiato  in  quello  di  Principe  nel  1840  :  il  quale  titolo 
passò  dopo,  con  decreto  del  Re  d'Italia,  al  Principe  Paolo 
di  lui  nipote  e  solo  erede. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


militare  della  Russia  il  figlio  maggiore,  di  cui 
sopra  si  è  fatto  parola.  Non  appena  la  mente  in- 
fantile d'Anatolio  dette  a  conoscere  a  quali  tendenze 
piegava,  furono  rivolti  gli  studi  di  lui  verso 
la  scienza. 

Prima  però  d'esordire  come  scienzato,  esordi 
come  benefattore. 

Non  vogliamo  parlare  della  parte  che  ebbe  in- 
sieme al  fratello  nell'Istituzione  Pia  di  Firenze 
nel  1828;  ma  di  opera  ben  piìi  maravigliosa  e 
colossale,  immaginata  e  compiuta  da  solo. 

Nel  1833,  S.  M.  Tlmperatrice  Alessandra  Fedo- 
rovna,  con  ordine  imperiale  notificato  al  Senato 
dirigente  il  dì  primo  marzo,  prese  sotto  la  sua 
particolare  protezione  una  Casa  di  Beneficenza 
che  sorgeva  in  Pietroburgo,  e  che  doveva  servire 
di  modello  a  tutte  le  altre  istituzioni  che  di  tale 
indole  sorsero  dopo  nella  Russia.  È  quella  Isti- 
tuzione che  ha  per  iscopo  essenziale  di  proteg- 
gere e  d'aiutare  il  lavoro  delle  donne  povere,  di 
ricoverare  fanciulle  derelitte,  e  di  distribuire  da 
mangiare  ai  poveri  della  capitale  dell'Impero  :  è 
celebre  in  tutta  la  Russia  sotto  il  nome  di  Casa 
di  Beneficenza  Demidoff.  Ne  fu  fondatore  il  gio- 
vanissimo gentiluomo  Anatolio  Demidoff  (l'Impe- 
ratrice l'aveva  già  nominato  suo  gentiluomo  di 
Camera)  il  quale  alla  medesima  consacrò  Tingente 
somma  di  500,000  rubli,  ossia  2,000,000  di  franchi. 

Per  effettuare  il  concepito  straordinario  prò- 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  69 

getto  cominciò  ad  acquistare  uno  slabile  gran- 
dioso, i  cui  spaziosi  locali  rispondeano  per  ec- 
cellenza in  tutto  e  per  tutto  ai  suoi  disegni,  e 
lo  provvide  d'ogni  comodità  siccome  il  decoro  e 
l'igiene  poteano  consigliare. 

L'indigenza  e  la  moralità  sono  i  titoli  d'am- 
missione in  tutte  le  sezioni.  Nella  sezione  del- 
l'aiuto al  lavoro  possono  esservi  ammesse  ottanta 
interne,  ed  un  numero  d'esterne  che  varia  con- 
forme i  lavori  abbondano  più  o  meno.  Le  interne 
sono  divise  in  due  categorie  :  nella  prima  si  com- 
prendono quaranta  donne  di  nobile  condizione,  e 
che  la  sfortuna  ridusse  a  povertà  ;  nella  seconda, 
se  ne  comprendono  altre  quaranta  appartenenti  ad 
inferiori  classi.  Ciascuna  di  queste  categorie  ha 
i  suoi  locali  separati,  coi  laboratorii,  refettorii, 
e  camere  da  letto.  Tutte  indossano  l'abito  uni- 
forme dello  Stabilimento,  e  sono  mantenute  di 
tutto  punto.  Il  loro  mantenimento  varia  di  prezzo: 
le  nobili,  pagano  dodici  copecchi  (48  centesimi 
di  lira)  al  giorno,  cioè,  nove  copecchi  per  il  vitto, 
e  tre  per  ogni  altro  occorrente  ;  coloro  che  non 
sono  nobili  pagano  otto  copecchi,  cioè,  sei  per  il 
vitto,  e  due  per  ogni  resto.  Le  lavoranti  esterne 
possono  avere  desinare  e  cena  come  le  interne 
pagando  soltanto  sei  copecchi  al  giorno.  I  lavori 
consistono  in  cucir  di  bianco,  sarta  da  donna, 
modista,  ricami  sul  canevaccio,  sul  tulle,  e  in  filo 
d'oro.  Ad  ogni  lavorante  si  consegna  il  lavoro  capo 


70  FIEENZE   AI   DEMIDOFF 

per  capo  ;  ciascun  capo  passa  poi  nel  magazzino 
della  vendita  a  prezzi  fissi  ;  dalla  vendita  si  pre- 
leva il  costo  della  roba,  e  dall'importo  di  fattura, 
lo  Stabilimento  ritiene  quanto  ha  somministrato 
di  vitto,  0  di  mantenimento  a  chi  lavora.  Per 
cui  ogni  donna,  interna  od  esterna,  ha  il  suo 
libretto  sui  quale  si  nota  di  mano  a  mano  dare 
e  avere.  Lo  stesso  Stabilimento  fornisce  lavoro 
ad  altre  lavoranti  che  lo  fanno  in  casa  propria,  e 
riceve  nel  proprio  magazzino  lavori  eseguiti  da 
donne  bisognose  che  gli  sono  affatto  estranee  ;  le 
quali  fissano  poi  da  se  stesse  il  prezzo  di  vendita 
sul  quale  lasciano  a  benefizio  dello  Stabilimento 
sei  centesimi  per  lira. 

Le  ricoverate  interne,  dopo  dieci  anni  non  pa- 
gano che  il  vitto,  e  dopo  venti  anni  vi  sono  man- 
tenute gratuitamente  dell'intero.  Sarà  inutile  dire 
che  quelle  cui  piace  a  suo  tempo  d'uscire,  escono 
fornite  d'una  buona  educazione,  istruite  nei  sacri 
doveri  della  donna,  addestrate  nei  diversi  lavori 
femminili,  provviste  di  corredo  e  di  peculio. 

V'è  poi  di  ben  notevole  ancora,  in  questa  Casa 
di  Beneficenza,  la  sezione  destinata  alla  distribu- 
zione del  vitto  ai  poveri  della  città,  onde  aiutare 
il  governo  nel  reprimere  l'accattonaggio.  L'esten- 
sione della  città,  non  permettendo  ai  poveri  d'o- 
gni quartiere  di  venire  a  mangiare,  od  a  prendere 
il  vitto  allo  Stabilimento,  sono  provvisti  diversi 
quartieri  d'apposite   succursali,    che    funzionano 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  71 

simultaneamente.  Il  povero  si  procura  un  biglietto 
valevole  per  un  mese,  o  per  una  settimana  ;  il 
primo  costa  un  rublo  (quattro  lire)  ed  il  secondo 
venticinque  copecchi  (una  lira)  ;  per  questo  prezzo 
si  ha  un  pasto  giornaliero  composto  di  zuppa  ed 
una  porzione  di  cereale,  condito  al  grasso  od  al 
magro  ;  a  quelli  che  mangiano  nello  Stabilimento 
s'aggiunge  il  kioas,  bevanda  russa,  fatta  con  farina 
bollita  e  poi  fermentata,  ed  aggraziata  con  erbe  a- 
romatiche.  Questa  sezione  distribuì  sino  a  dugento 
mila  pasti  all'anno,  essendo  il  mezzo  facile  e  sem- 
plice anche  per  ogni  benefattore  il  quale,  col- 
Tacquisto  d'un  biglietto  da  un  rublo,  assicura  il 
desinare  per  un  mese  al  suo  beneficato. 

Quanto  alla  sezione  delle  bambine  in  educa- 
zione vi  sono  ricoverate  sino  a  dugento  tra  orfa- 
nelle  e  figlie  di  genitori  che  per  l'indigenza  non 
possono  educarle.  L'età  d'ammissione  è  dai  dieci 
ai  dodici  anni. 

Il  corso  dello  studio  comprende  due  classi: 
la  inferiore  e  la  superiore.  Oltre  allo  studio,  le 
bambine  imparano  disegnare  dei  fiori  e  dei  ri- 
cami, imparano  a  cucire  e  ricamare,  s'  abituano 
a  tutte  le  cure  e  le  faccende  domestiche. 

Ottanta  di  queste  educande  sono  mantenute 
a  spese  del  fondatore,  e  si  chiamano  perciò  pen- 
sionanti Demidoff.  Altri  benefattori  ve  ne  possono 
mantenere  in  proprio  pagando  l'importo  di  man- 
tenimento in  sessantacinque  rubli  all'anno.  A  se- 


72  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

dici  anni  vengono  ammesse  di  preferenza  nella 
sezione  del  lavoro.  Quelle  poi  che  sono  sotto  il 
patrocinio  Demidoff,  volendo  uscire  a  educazione 
finita  vengono  collocate  presso  distinte  famiglie. 

Viene  quindi  l'Asilo  delle  bambine  da  quat- 
tro a  dieci  anni  ;  esse  sono  ammesse  pei  motivi 
suindicati,  e  nel  medesimo  numero  di  dugento, 
per  essere  preparate  ai  primi  doveri  della  vita 
cristiana,  che  possono  dopo  andare  a  proseguire 
nella  sezione  delle  educande.  Trenta  di  queste 
creature  sono  mantenute,  come  le  altre  ottanta, 
a  spese  del  fondatore,  e  si  chiamano  collo  stesso 
appellativo.  Anche  qui  altri  benefattori  possono 
mantenerne  in  proprio  pagando  l'importo  del  man- 
tenimento fissato  in  sessanta  rubli  all'anno. 

Oltre  la  fondazione  del  grandioso  Istituto  mo- 
dello a  Pietroburgo,  il  non  ancora  ventenne  bene- 
fattore si  assunse  il  mantenimento  di  dieci  e  do- 
dici donzelle  di  nobili  famiglie  decadute,  nei  di- 
versi educandati  della  Russia. 

Venuto  nuovamente  a  Firenze  ,  finì  di  com- 
prare la  tenuta  di  San  Donato  dai  Frati  di  Santa 
Croce  e  da  altri  proprietari,  e  tosto  si  dedicò  agli 
ornamenti  d'impareggiabile  ricchezza  della  villa, 
la  cupola  del  cui  palazzo  rifulge  inverniciata  di 
malachita  macinata  ;  vi  edificò  galleria ,  museo 
e  biblioteca,  vi  fece  due  cappelle ,  la  russa  e  la 
cristiana,  con  tale  abbondanza  d'arte  e  di  gusto 
da  maravigliare  chiunque,  e   v'  impiantò    quella 


FIRENZE    AI    DEMIDOPF  73 

lavorazione  di  setifìcio  che  dalla  coltivazione  del 
baco,  sino  alla  seta  tessuta,  rinvigorì  nei  fioren- 
tini quell'orgoglio  antico  che  per  quest'arte  po- 
tettero menare  sette  secoli  addietro  (1). 

E  mentre  a  tante  lavorazioni  attendeva,  con 
pensiero  gentile,  con  sentimento  nobile,  squisito, 
rivolgeva  alle  Scuole  del  Borgo  San  Niccolò  le  sue 
cure  pili  amorose. 

Di  queste  Scuole  era  Sopraintendente  l'ottimo 
marchese  Carlo  Torrigiani,  che  coadiuvato  da  al- 
tre persone  zelanti,  espose  al  giovane  AnatoHo 
dei  buoni  progetti  di  modificazione  tendente  a 
migliorare  il  Pio  Istituto  Demidoff,  e  renderlo 
d'una  efficacia  piìi  grande  :  si  trattava  d'attuare 
un  corso  completo,  cioè  una  serie  graduata  ed 
intiera  di  pratiche  adattate  s.\VedHcazio7ie,  ossia 
al  perfezionamento  fisico,  morale  ed  intellettuale 
dell'uomo,  e  più  particolarmente  a  quella  educa- 
zione che  porta  la  qualifica  di  popolare,  appunto 
perchè  svolge  la  sua  potenza  in  modo  analogo  e 
proporzionato,  secondo  i  tempi  d'allora,  ai  veri  bi- 
sogni del  popolo,  0  delle  classi  sociali  destinate 
a  formarsi  nelle  forze  del  corpo  e  dell'anima  una 
sorgente  sicura  e  perenne  d'onorata  indipendenza. 


(1)  Daremo  negli  ultimi  Capitoli  del  Libro  i  necessari 
schiarimenti  storici  sulla  località  di  San  Donato  ,  ed  una 
descrizione  generale  degli  edifìzi  e  delle  manifatture  della 
seta  rizzate  dal  principe  Anatolio  Demidoff. 


74  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

Udite  le  proposte  che  a  tanto  soggetto  gli 
vennero  fatte,  il  liberale  e  munifico  benefattore, 
in  questi  termini  scrisse  al  Torrigiani: 

«  Monsieiir  le  Marquis, 

«  Florence,  le  17  Novembre  1836. 

«  C'est  avec  un  vive  satisfaction  que  j'ai  appris 
que  vous  vous  ètes  mis  à  la  tète  de  la  direction 
de  l'École  Primaire  de  Saint  Nicolas,  instituée  par 
feu  mon  bien  aimé  Pére  ;  Vous  ne  pouviez,  Mon- 
sieur,  agir  avec  une  plus  grande  philantropie  que 
celle  qui  vous  a  inspirò  l'occupation  du  bien  étre 
à  venir  d'une  population  pauvre  et  laborieuse,  si 
digne  de  votre  bienveillance. 

«  C'est  donc  avec  empressement  que  je  viens 
vous  apporter  le  tribut  de  mes  sentiments  de  re- 
connaissance,  car  vous  ne  pouvez  mettre  en  doute 
la  part  que  je  prendrai  toujours  à  la  reussite  d'un 
établissement  fonde  par  ma  famille  vers  un  but 
de  sollicitude  si  constante. 

«  Permettez  moi  donc  de  vous  remettre  ci  près 
un  bon  de  250  Piastre  (1)  destinées  aux  enfants 
les  plus  malheureux  qui  suivent  les  cours  de  l'É- 
cole, ainsi  qu'à  leurs  parents. 

«  Je  prends  la  liberto  d'en  confìer  l'emploi  h 
votre  bienveillant  jugement,  et  je  désire  leur  rap- 


(1)  Probabilmente  250  francesconi,  pari  a  Lire  1400. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFP  75 

peler  ainsi  le  6  Décembre  prochain,  jour  anniver- 
saire  de  la  fète  d'un  Pére  dont  le  nom  est  si  ju- 
stement  beni  dans  un  quartier  au  quel  il  portait 
un  intérèt  si  particulier. 

«  Veuillez  bien  agréer  l'expression  de  mes  sen- 
timents  les  plus  distingués. 

«  Demidoff.  » 

Con  intenzione  assai  saggia  il  marchese  Tor- 
rigiani  non  distribuì  le  250  piastre  in  tante  be- 
neficenze, ma  le  adoprò  piuttosto  a  beneficare 
il  Pio  Istituto  :  propose  di  disporle  per  l'aggiunta 
d'un  Asilo  Infontile  che  preparasse  gli  educandi 
a  profittarne  per  intero.  Anche  questa  proposta 
piacque  siffattamente  ad  Anatolio  Demidoff",  che 
con  sua  lettera  del  3  dicembre  successivo,  si  di- 
chiarava pronto  non  solo  ad  aumentare  l'assegna- 
mento della  Scuola,  migliorandone  ed  accrescen- 
done il  materiale,  ma  sibbene  ancora  determinato 
a  fondare  il  desiderato  Asilo  per  la  prima  infanzia. 
Volle  eziandio  che  si  prendessero  di  mira  i  genitori 
dei  fanciulli  ammessi  ai  due  stabilimenti,  per  pre- 
diligerli col  massimo  dei  benefizi,  somministrando 
loro  cioè  di  che  procacciarsi  onesto  lucro  col  la- 
vorare per  conto  delle  fabbricazioni  di  seterie  di 
San  Donato.  Ordinò  poi  che  sulla  porta  dell'Asilo 
e  della  Scuola  Superiore  si  ponesse  un  cartello  in 
marmo  colla  traduzione  del  versetto  28  del  Van- 
gelo di  S.  Matteo,  Gap.  IX  :   Venite  a  me,  o  voi 


76  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

tutti  che  siete  affaticati  ed  aggravati,  ed  io  vi 
soccorrerò  (1). 

La  Scuola  popolare  cominciò  ad  ingrandirsi 
nel  1837  coll'aggiunta  di  due  stabili  per  l'Asilo 
Infantile,  con  appositi  locali  ad  uso  di  ricreazione 
pei  bambini,  ed  ebbe  poi  la  Scuola  simultanea  di 
S.  Carlo,  ebbe  lavoratori  per  la  Tessitura  dei 
drappi  di  seta  (lavorazione  provenuta  dalle  fab- 
briche di  San  Donato)  ebbe  quelli  di  Tipografìa, 
di  Libreria  e  di  Calzoleria,  nei  quali  mestieri  s'ad- 
destravano i  ragazzi  delle  Scuole  ;  ebbe  i  locali 
per  le  bagnature  salate,  con  tutte  quelle  como- 
dità inerenti  ad  ogni  esercizio,  ed  il  fornello  e- 
conomico.  Al  medico  s'addossarono  le  cure  im- 
portanti dello  Stabilimento,  e  quella  di  vaccina- 
zione nel  popolo  del  Borgo. 

Dal  1837  al  1846  furono  ammessi  all'Asilo  In- 
fantile 405  bambini,  alla  Scuola  Superiore  724 
alunni,  ed  a  quella  del  disegno  lineare  121  ;  nei 
laboratori  se  ne  ammessero  130. 

In  questi  dieci  anni,  il  principe  Anatolio  De- 
midoff  di  San  Donato  elargì  alla  pia  Istituzione 
la  somma  di  lire  toscane  138,350,  pari  a  lire  ita- 
liane 116,214,  delle  quali  10,590,  cioè  lire  italiane 
8901.60  s'elargirono  in  sussidi  alle  famiglie  più 
bisognose  fra  quelle  cui  appartenevano  gli  edu- 


(1)  Questo  versetto  viddesi  ripetuto  nei  pilastri  dell'in- 
gresso principale  della  villa  di  San  Donato. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  77 

candì  dello  Stabilimento,  e  gratificazioni  alle  mae- 
stranze, od  a  qualunque  addetto,  che  rendesse  un 
servizio  straordinario  (1). 

Con  animo  riverente  e  lieto  rammentiamo  i 
sentimenti  delicati  e  affettuosi  coi  quali  questo 
campione  della  munificenza  e  della  liberalità  e- 
largiva  i  sussidi  ai  suoi  educandi.  A  norma  del  re- 
golamento, la  diligenza  e  la  buona  condotta  dava 
titoli  agli  alunni  ad  avanzamenti  nelle  Scuole,  ma 
non  accordava  loro  nessun  titolo  a  ricompense 
in  denaro  o  in  donativi.  Il  principe  Anatolio  De- 
midoff,  che  generalmente  assisteva  agli  esami 
annuali,  pigliava  in  considerazione  l'alunno  che 
principalmente  meritava  distinzione,  e  riversava 
sulla  di  lui  famiglia  il  benefizio  di  quella  parziale 
ricompensa  che  per  impulso  del  cuore  accordar 
voleva  ad  un  ragazzo  diligente  per  incoraggiarlo 
a  perseverare  nelle  buone  disposizioni  :  e  così 
avveniva  che  colla  buona  condotta  un  alunno 
delle  Scuole  Demidoff  procacciava  tante  libbre  di 


(1)  Sino  poi  al  1870.  le  stesse  elargizioni,  fra  manteni- 
mento, innovazioni  e  compra  di  stabili  a  dote  dell'Istituto, 
scesero  a  lire  594,700;  e  nel  1869  il  principe  Anatolio  fece 
a  favore  dell'Istituto  stesso  una  perpetua  donazione  del- 
l'annua rendita  di  lire  14,416,  scrivendole  sul  Gran  Libro 
del  debito  pubblico,  per  la  quale  spese  lire  180,000  ;  per 
cui  viene  un  totale  di  lire  774,700,  in  cui  non  sono  com- 
prese quelle  largizioni  agli  alunni,  o  loro  famiglie,  che 
fece  dopo  il    1846.  (Vedi  Capitolo  seguente). 


78  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

pane  al  giorno  per  un  anno  alla  sua  famiglia,  un 
altro  procacciava,  collo  stesso  mezzo,  dei  letti  com- 
pleti ed  altro  mobilio  per  la  casa  ;  un  altro  pro- 
cacciava alla  famiglia  il  gruzzolo  di  quaranta  fran- 
cesconi  (224  lire  italiane),  un  altro  la  dote  per  le 
sorelle,  un  altro  (per  esempio  un  apprendista  delle 
tessiture  che  avesse  finito  il  tempo  dell'educan- 
dato) si  trovava  fornito  di  telaio  e  mute  di  tra- 
licci per  poter  tessere  da  sé  nella  propria  abi- 
tazione ;  e  dato  il  caso  che  il  diligente  alunno 
avesse  il  padre  assalariato  nelle  fabbriche  di  San 
Donato,  questi  veniva  dal  Principe  aumentato  d'un 
terzo  del  salario;  vengono  i  divertimenti  carne- 
valeschi, e  mentre  i  gaudenti  tripudiano,  il  prin- 
cipe Anatolio  volge  1'  animo  alle  famiglie  lan- 
guenti che  mandano  i  figliuoli  alle  sue  Scuole  , 
e  colla  solita  generosità  le  vuol  beneficare  (1)  ; 
essendo  nel  1844  la  città  di  Firenze  desolata  dallo 
straripamento  dell'Arno,  Tillustre  benefattore  ri- 
pristina le  mal  ridotte  Scuole,  sussidia  indistin- 
tamente le  famiglie  bisognose  della  Parrocchia 
di  San  Niccolò,  e  forma  una  Deputazione  che  im- 
mediatamente distribuisca  soccorsi  alle  povere 
famiglie  danneggiate  dalla  inondazione  nelle  altre 


(1)  Nel  carnovale  del  1843-44,  1068  individui,  componenti 
182  famiglie,  ebbero  ciascuno  due  libbre  di  pane  e  mezza 
libbra  di  minestra. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  79 

Parrocchie  (1);  viene  infine  la  festa  di  S.  Niccolò 
e  quella  di  S.  Anatolio,  e  le  bisognose  famiglie 
degli  educandi  addetti  alle  Scuole  Demidoff  rice- 
vono sussidi  (2). 

Il  principe  Anatolio  Demidoff  tutto  vedeva 
cogli  occhi  dell'  anima,  come  con  quelli  della 
mente,  dal  tugurio  del  derelitto  alla  reggia  del 
sovrano  ;  e  tutte  le  circostanze,  le  piìi  tristi  e  le 
più  liete,  gli  serviano  per  essere  umano  e  prodigo  : 
il  popolo  è  afflitto  dalle  calamità,  lui  lo  soccorre,  e 
delega  deputazioni  che  lo  soccorrano  a  conto  suo  ; 
nasce  un  figlio  ad  un  sovrano,  rivolge  il  pensiero 
a  degl'invalidi  infelici  (3)  ;  provvede  di  letto  e  di 


(1)  Dal  rendiconto  che  i  deputati  presentarono  ad  ope- 
razione ultimata,  risultò  :  1",  che  in  sette  Parrocchie  erano 
state  sovvenute  590  famiglie,  gl'individui  delle  quali  scende- 
vano a  43,257  :  2",  che  nella  cura  di  S.  Niccolò  n'erano  state 
sussidiate  111  ;  o\  che  65  di  queste  si  trovavano  in  rapporto 
coll'Asilo,  colla  Scuola  Superiore  e  coi  Laboratorio  —  Tra 
le  65  famiglie  degli  addetti  al  Pio  Stabilimento  di  S.  Nic- 
colò furono  distribuite  lire  2000,  Non  conosciamo  l'ammon- 
tare dei  sussidi  largiti  nel  resto  delle  famiglie  di  questa 
Parrocchia,  e  nemmeno  di  quelli  che  nelle  altre  sei  Par- 
rocchie s'elargirono. 

(2)  Fra  le  largizioni  che  all'  occasione  di  queste  due 
feste  usavasi  di  fare,  notiamo  che  nel  3  luglio  1845,  ono- 
mastico del  principe  Anatolio,  fu  assegnato,  a  dodici  fami- 
glie da  estrarsi  a  sorte  sopra  109,  un  libretto  di  lire  cento 
sulla  Cassa  di  E,isparmio. 

(3)  Sino  dal  1835,  in  occasione  della  nascita  del  principe 
Ferdinando  lY,  che    fu  Granduca  di  Toscana,  il  principe 


80  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

mobilio  la  nuda  stanzuccia,  ed  alla  stanza  regale 
fa  ornamento  colla  gran  tavola  di  malachita  (1). 
Morendo  suo  padre,  il  popolo  di  San  Niccolò  ne 
piange  la  perdita,  ed  egli,  perchè  questo  popolo 
avesse  ognora  dinanzi  memoria  viva  dell'inde- 
fesso benefattore  munifico,  fa  dono  al  Municipio 
Fiorentino  del  superbo  monumento  che  abbiamo 
rammentato  alla  fine  dello  scorso  capitolo.  E  fra 
gli  oblatori  per  la  facciata  di  Santa  Croce,  figurò 
il  principe  Anatolio  per  l'ofierta  di  lire  7000. 

Torniamo  ai  sentimenti  pietosi  di  questo  illu- 
stre benefattore  :  abbiamo  visto  alla  porta  della 
sua  villa  di  S.  Donato,  ed  a  quella  delle  sue  Scuole 
come  a  sé  chiama,  colle  parole   di  S.  Matteo,  le 


Anatolio  aveva  domandato  ed  ottenuto,  in  data  del  30  giu- 
gno, d'esprimere  le  sue  congratulazioni  alla  famiglia  reale 
col  dare  origine  ad  un'altra  pia  opera  mediante  il  versa- 
mento nella  Cassa  della  E,.  Depositeria  d'  un  capitale  in 
contanti,  col  di  cui  reddito  s'aprirono  tre  posti  d'invalidi 
nello  Spedale  di  Bonifazio  in  Firenze. 

(  1)  Nella  E/.  Galleria  de'  Pitti  (  sala  Poccetti  )  è  la  ta- 
vola in  malachita  cìie  il  principe  Anatolio  DemidofP  regalò 
al  Granduca  di  Toscana,  e  clie  questi  fece  porre  "'alcun 
tempo  dopo  in  Galleria.  Questa  ricca  tavola,  assai  più 
lunga  di  due  metri,  e  più  d'un  metro  larga,  è  montata  in 
bronzo  dorato  ;  il  piano  è  sorretto  da  quattro  cariatidi  nei 
lati,  fra  cui,  alle  due  teste,  sono  due  vasi,  ed  ha  una  coppa 
nel  mezzo.  Pu  eseguita  da  M.  Thomire  a  Parigi  nel  1819, 
epoca  in  cui  il  commendatore  Niccola  Demidoff  abitava  la 
grande  metropoli. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  81 

creature  affaticate  ed  aggravate  per  soccorrerle  : 
vediamo  adesso  quali  istruzioni  ha  l' abitudine 
d'impartire  a  coloro  cui  dà  l'in  carico  di  ammini- 
nistrare  la  carità  ai  bisognosi  :  nella  maggior 
sala  dell'Istituto,  appiè  di  un'allegoria  inquadrata 
che  riassume  il  concetto,  diremo,  delle  fondazioni 
Demidoff,  si  leggono  queste  testuali  parole  : 

«  Ceux  que  notre  programme  a  spécialement 
«  en  vue  sont:  d'une  part  les  pauvres  malades  qui 
«  ont  bensoin  de  médicaments  pour  le  traitement, 
«  de  linge  pour  les  pensements,  de  secours  en  na- 
«  ture,  et  par  fois  d'aide  en  numéraire  ;  —  et  de 

<  l'autre  les  ouvriers  qui  le  manque  d'outils  prive 

<  des  moyens  d'éxercer  leur  profession. 

«  La  pauvreté  qui  se  dissimule,  ou  qui  n'ose 
«  se  dévoiler  est  autrement  digne  que  celle  qui 
«  s'afflche  (1) 

«  C'est  à  ses  portes  discrètes  et  mystérieuses 
qu'il  faut  frapper.  » 

Sono  parole  estratte  dalla  istruzione  che  in 
data  12  febbraio  1853  riceveva  il  Medico  condotto 
di  S.  Niccolò  dal  principe  Anatolio  Demidoff,  cioè 
il  Medico  stipendiato  da  Ini  per  curare  gratuita- 
mente i  malati  poveri  della  Parrocchia  e  per  di- 
stribuir loro  gratuitamente  medicine,   mentre    il 


(1)  A  questa  povertà  che  non  vergognasi  a  domandare 
l'elemosina,  veniva  distribuito  più  di  1000  lire  al  mese  alla 
villa  di  S.  Donato. 


FIRKNZE    Ai    DHMIDOKK 


82  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

Parroco  della  Parocchia  stessa  era  incaricato  della 
distribuzione  di  altri  soccorsi. 

Nel  momento  d'allontanarci  da  S.  Niccolò  e 
dalle  Scuole,  non  vogliamo  tacere  la  lapide  che 
nelFatrio  delle  medesime  si  trova  a  destra  colla 
presente  iscrizione  : 

QUESTE   SCUOLE 

DAL   BENEMERITO   NICCOLA   DE   DEMIDOFF 

OR   SON  VI  LUSTRI 

FONDATE 

IL   PRINCIPE   ANATOLIO 

DELLE   PATERNE   VIRTÙ   SPLENDIDO  IMITATORE 

AMPLIAVA   ABBELLIVA   DOTAVA 

ALESSANDRO    MELCHIOR 

CURANTE 

DELLI  INSIGNI   LARGITI  BENEFIZI 

AD  ETERN^ARE  LA  MEMORIA 

LI    ALUNNI    RICONOSCENTI 

PONEVANO 

VI   DICEMBRE  MDCCCLVIH 

GIOVANNI    TAVIANI  ANTISTE 

REGGITORE 

Custode  geloso,  e  imitatore  fedele  delle  belle 
virtìi  paterne,  il  principe  Anatolio  non  si  limitò  alla 
pratica  dei  generosi  sentimenti  e  delle  amorose 
cure  verso  le  scuole. 

Suo  padre  avea  fondato  l'Istituto  di  Firenze,  ed 
era  stato  pur  fondatore  dell'Ospedale  dei  Bagni 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  83 


di  Lucca  ;  l'acqua  dell'Arno  avea  devastato  l'Isti- 
tuto, e  quella  del  Camajore  avea  rovinato  l'Ospe- 
dale; Anatolio  che  riedificò  ed  ampliò  il  primo 
Stabilimento,  non  avrebbe  certamente  potuto  trat- 
tenersi dalla  riedificazione  e  dall'ampliamento  del 
secondo. 

Per  quanto  nella  costruzione  del  nuovo  Spedale 
si  fossero  usate  tutte  le  prevedibili  cautele  per 
garantirlo  dagli  effetti  di  piena  anche  maggiore 
delle  ordinarie  del  torrente  Camajore  che  gli  scorre 
dinanzi,  accadde  nullameno  al  declinare  dell'estate 
del  1836,  che  le  acque  di  questo  fiumiciattolo,  per 
impetuosissima  pioggia  ingrossassero  siffattamente, 
che  battendo  violenti  nel  sinistro  lato  del  fab- 
bricato lo  rovesciassero  e  traessero  in  rovina  pure 
il  ponticello  che  poneva  in  comunicazione  l'Ospe- 
dale colla  nuova  ed  elegante  Cappellina  che  al 
di  là  del  torrente  stava  dirimpetto. 

Il  principe  Anatolio,  saputa  la  notizia  del  la- 
mentevole disastro,  mandò  immediatamente  la 
somma  di  L.  10,650  all'amministrazione  dell'Ospe- 
dale di  Lucca  perchè  nel  più  breve  tempo  possi- 
bile venisse  riparato  al  danno  accaduto,  e  rima- 
nesse assicurato  lo  stabile  da  nuove  inondazioni. 
Qualche  anno  dopo  pensò  d'andare  a  visitarlo,  ed 
al  medico  direttore  delle  Terme,  ch'era  pur  me- 
dico del  pio  Istituto,  richiese  una  relazione  parti- 
colareggiata intorno  a  ciò  che  sarebbe  abbisognato 
perchè  l'Ospedale  con  ogni  appartenenza,  e  tutto 


84  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

il  mobiliare  che  vi  si  doveva  contenere  nulla  la- 
sciasse a  desiderare  circa  lo  scopo  cui  era  de- 
stinato. Il  medico  non  se  ne  stette  in  forse,  ne 
risparmiò  cosa  che  gli  paresse  necessaria.  La 
somma  richiesta  fu  vistosa,  ingente,  e  subito  messa 
dal  principe  Anatolio  a  disposizione  del  .medico,- 
pregandolo  anco  di  sopraintendere,  perchè  quanto 
era  slato  proposto  si  eseguisse  presto  e  a  perfe- 
zione. E  spediva  in  oltre,  nella  stagione  balneare 
al  medico  stesso,  non  lievi  sovvenzioni  jn  danaro 
per  essere  distribuite  ai  ricoverati  più  bisognosi:.- 
Tali  e  tante  opere  benefiche,  dovevansi  praticare 
verso  l'Ospedale  nel  modo  più  celato  ed  e  vango- : 
lieo  ;  ma  quel  medico  che  delle  medesime  s'era 
fatto  strumento,  credè  suo  dovere  di  renderne 
informato  il  Governo,  affinchè  questi  dimostrasse 
la  sua  riconoscenza  verso  un  benefattore  così  raro 
ed  instancabile  nel  porgere  soccorsi  alle  creature 
oppresse  dall'infermità  e  dall'indigenza.  Il  .Governo 
non  trovando  altra  onorificenza  che  più  elevata 
rendesse  la  .posizione  dei  Demidoff  si  decise,  dietro 
proposta  del  Direttore  delle  Terme,  a  dare  all'O- 
spedale il  nome  della  famiglia  incomparabilmente, 
illustre  per  le  beneficenze  pubbliche,  e  private. 
Tale  proposta,  inviata  il  30  d' agosto  1849^  venne 
pienamente  sanzionata  con  decreto  ducale  del  5 
settembre  successivo  (1). 


(1)  La  Rifurma,  diario  politico    che    si    stampava    in 
Lucca,'  riprodusse  nel  suo  numero  115  del  12  settembre 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  85 


Ed  altri  anni  ancora  continuò  il  principe  Anato- 
lio  ad  esser  largo  dei  suoi  favori  verso  l'Ospedale 
dei  Bagni  di  Lucca,  perlochè  possiamo  asserire 
con  giustizia  che  se  fu  dovuto  alla  carità  di  Puc- 
cio quel  tanto  bene  che  non  pochi  poverelli  amma- 
lati ritrassero  per  oltre  sei  secoli  dall'Albergheria 
di  S.  Martino  dei  bagni  caldi,  dal  1825  in  poi  do- 
vranno alla  famiglia  Demidoff  quei  benefìzi  mag- 
giori che  saranno  per  ritrarre,  essendo  l'attuale 
Ospizio  provvisto  di  tutti  gli  agi  dai  nuovi  tempi 
richiesti,  ed  anche  riccamente  ornato. 

Esso  è  costrutto  su  due  piani  e  diviso  in  com- 
partimenti destro  e  sinistro,  il  primo  per  le  fem- 
mine, il  secondo  pei  maschi.  Nella  parte  anteriore 
al  di  sotto  del  primo  piano  vi  sono  stanze  per 
cucina,  cantine  ed  altri  comodi  per  servizio  dei 
malati.  In  ogni  compartimento  vi  si  trovano  tre 
grandi  bacini  per  bagni  e  stanze  per  ogni  ma- 
niera di  docce  esterne.  Se  i  malati  abbisognano 
di  bagni  a  vapore  o  d'altre  cure  non  eseguibile 
nell'Ospizio,  il  medico  ed  il  chirurgo  hanno  facoltà 
di  mandarli  in  qualunque  altra  delle  Terme 
locali  che  avvisar  possano  valere  al  caso  speciale. 
11  compartimento  assegnato  alle  donne  comprende 
otto  sale  nelle  quali  sono  distribuiti  trent'un  letto 
forniti  d'ogni  occorrente.  11  lato  degli  uomini  con- 


1849,  tutti  i  documenti  ufficiali  che  si  riferiscono  all'as- 
segnazione del  nome  Demidoff  che  porta   l'Ospedale. 


86  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

tiene  soltanto  diciannove  letti  sparsi  in  quattro 
sale.  La  differenza  del  maggior  numero  dei  letti 
per  le  donne  deriva  dall'aver  voluto  l'ammini- 
strazione degli  Spedali  di  Lucca,  sino  dalla  co- 
struzione di  quest'Ospizio,  riserbare  tre  sale  da 
destinarsi  alle  gettatelle  ed  orfane  che  vengono 
dalla  medesima  alimentate.  V'è  inoltre  un  piccolo 
quartiere  pel  Cappellano  sopraintendente  dell'O- 
spizio che  vi  si  trattiene  durante  la  stagione 
balneare,  e  vi  son  camere  per  i  consulti  medici  o 
chirurgici,  non  che  molte  altre  destinate  agl'in- 
servienti. La  stagione  balneare  comincia  il  15 
giugno  e  finisce  il  15  settembre  (1). 

La  fondazione  della  celebrata  Casa  di  Benefi- 
cenza di  Pietroburgo,  le  cure,  il  capitale  che  il 
principe  Anatolio  ha  speso  per  le  Scuole  di  Fi- 
renze e  per  l'Ospedale  dei  Bagni  di  Lucca,  for- 
niscono una  storia  d'atti  sì  magnanimamente  pie- 
tosi, che  il  tempo  non  fa  dimenticare,  che  qua- 
lunque vicenda  passa  loro  attraverso  e  li  rispetta, 
che  la  stessa  perfidia,  se  osa  urtargli  talora,  non 
fa  che  rendergli  piti  incrollabili  e  più  subUmi.  Non 
basta  l'enorme  patrimonio  ad  un  mortale  per 
erigersi  un  monumento  d'opere  buone  che  alla 
posterità  lo  rammenti  e  lo  faccia  benedire  ;  ci 
vuol  pure  un  cuore  ben  fatto,  ci  vuole  un  senno 

(1)  Di  tutte  queste  informazioni  andiamo  debitori  all'o- 
pera citata  del  dottore  A.  Carina.  (Vedi  Capitolo  segtiente 
per  le  ulteriori  informazioni). 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  87 

ben  retto,  affinchè  queste  opere  producano  i  de- 
voluti effetti,  quelli  effetti  il  cui  merito  s'imprime 
negli  uomini  e  si  condensa  in  Dio.  E  chi  è  che 
non  distingue  nei  sentimenti,  nei  calcoli,  nelle 
meditazioni,  onde  sono  condotte  le  gesta  d'Anato- 
lio  Demidoff,  sempre  un  solo  ed  unico  motore, 
cioè,  il  Vangelo  ? 

Non  meno  che  a  Pietroburgo,  non  meno  che  a  Fi- 
renze, il  principe  Demidoff  altrove  dispensa  i  suoi 
soccorsi  alla  indigenza  ;  in  Parigi  eziandio,  ne 
scrivono  in  quel  frattempo,  che  una  pia  persona 
d'elevata  condizione,  avea  l'incarico  di  distribuire 
delle  somme  similmente  favolose  fra  le  povere 
famiglie,  senza  distinzione  di  nazionalità  o  di 
religione;  e  fermo  sempre  nel  grande  principio 
che  una  buona  educazione  corrisponde  all'essen- 
ziale dei  benefìzi,  dodici  giovani  sono  a  sue  spese 
mantenuti  nei  migliori  Istituti  parigini  dove  rice- 
vono ampia  e  completa  istruzione.  È  però  sotto 
questo  rapporto  che  lo  spirito  della  nazionalità 
viene  a  prender  parte  :  otto  di  questi  giovani 
son  Russi,  ed  a  studi  compiuti  vanno  mano  a 
mano  nella  Siberia,  per  ivi  esercitare  e  far  buon 
uso  delle  cognizioni  acquistate  ;  e  secondo  il  me- 
rito loro  occupano  impieghi,  chi  d'ingegnere  mi- 
neralista, chi  di  costruttore  meccanico  e  chi  di 
direttore  di  lavori. 

Dall'inesauribile  beneficenza  che  Anatolio  De- 
midoff consacra  al  genere  umano,  risultano  indi- 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


scutibilmente  tutti  i  possibili  vantaggi  per  le 
masse  :  ma  perchè  il  merito  del  benefattore  ne 
superi  tutte  le  benemerenze,  bisogna  che  anche 
la  persona  s' imponga  il  sacrifizio.  A  questo  fine 
il  principe  Anatolio  sceglie  la  più  pericolosa  delle 
circostanze  per  operare  il  suo  sacrifizio  personale. 
Nel  tempo  in  cui  il  colera  facea  sterminio  a  Pietro- 
burgo), il  magnanimo  filantropo  si  pose  tra  il  fla- 
gello ed  i  rimedi,  o  meglio  provvedimenti,  che 
non  ammettono  titubanze,  né  pusillanimità  in 
chi  ha  sentimenti  umani  :  si  getta  tra  la  morte, 
uno  spedale  sorge  all'improvviso  coi  suoi  capitali, 
e  lui  si  fa  infermiere  insieme  agi'  infermieri  a 
cui  dà  lo  stipendio  :  ecco  1'  uomo  dalla  vita  sì 
beata,  i  giorni  della  quale  son  tessuti  a  fili  d'oro 
puro,  come  1'  antichità  direbbe. 

A  Parigi  vi  fu  chi  pretese  che  la  munificenza  De- 
midoff,  operata  sopra  sì  vasta  scala,  avesse  un  fine 
tutto  politico  :  politica  davvero  eccellente,  quando 
che  sia,  poiché  non  si  può  domandare  ad  un 
uomo  strettamente  conto  delle  intenzioni  che  lo 
determinano  al  benefizio.  Basta  che  il  benefizio 
esista,  e  che  l'umanità  ne  lo  risenta  :  a  che  pen- 
sare al  fine  ?  E  poi,  se  una  politica  si  vuole  as- 
solutamente vedere  nelle  prodigalità  del  principe 
Anatolio,  non  bisogna  cercarla  che  nel  seguente 
fatto:  le  conturbazioni  politiche  del  1854  lo  tol- 
sero alla  sua  quiete  geniale  per  tradurlo  all'  Am- 
basciata Russa  in   A^ienna,    dov'  era    il    principe 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  89 

Gortschakoff.  Scoppiò  la  guerra  in  Crimea,  che 
menò  immensi  disastri  ;  in  questa  circostanza  dal 
vortice  diplomatico,  dimostrò  il  Demidoff  come  si 
potessero  accordare  la  carità  del  natio  paese  e  le 
simpatie  elettive  del  cuore,  col  beneficare  ad  un 
tempo  i  russi  ed  i  francesi:  in  Odessa  ed  in 
Marsiglia  stabilì  agenzie  incaricate  di  soccorrere  i 
prigionieri  delle  due  nazioni,  e  di  prestarsi  inter- 
mediarie alle  corrispondenze  coi  proprii  parenti. 
Che  ne  avvenne  ?  i  due  sovrani  nemici,  gli  si- 
gnificarono contemporaneamente  la  loro  soddisfa- 
zione e  la  loro  riconoscenza.  Il  caso  è  singolare, 
e  degno  solamente  d'  un  filantropo  magnifico  e 
sagace.  E  per  concorrere  quindi  alla  conclusione 
della  pace,  il  principe  Anatolio  fece  la  sua  offerta 
patriottica  consistente  in  400,000  rubli,  ossia 
1,600,000  lire  (1). 

Basti  del  cuore  di  quest'uomo  grande:  pas- 
siamo alla  sua  mente. 

Quali  occupazioni  dovessero  recare  a  lui  le 
istituzioni  di  beneficenza  potrà  ciascuno  agevol- 
mente immaginarlo  ;  arrogi  le  occupazioni  che 
poteano  e  che  dovean  recargli  i  suoi  dominii  della 


(1)  Giusto  è  qui  di  notare  che  l'Impero  Russo  non  ebbe 
bisogno  di  tutta  quella  somma  per  soddisfare  ai  propri 
impegni  verso  la  Francia  ;  ed  avvertito  il  principe  Anato- 
lio di  quello  eh'  era  sufficiente,  egli  rispose  cbe  ogni  re- 
stante si  distribuisse  ai  poveri  ;  ed  i  poveri  goderono  la 
loro  parte  della  favolosa  offerta. 


90  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

Russia,  con  quelle  aziende  grandiose  che  ormai 
conosciamo  ;  e  quel  caos  di  lavorazioni  e  d'or- 
dinamenti che  si  compieva  in  quella  specie  di 
reggia  qual  si  potea  chiamare  San  Donato  ? . .  . 

Sta  benissimo  che  avesse  i  suoi  parziali  diret- 
tori, e  i  segretari  ;  ma  figlio  di  suo  padre,  come  non 
avrebbe  potuto  esaminare  tutto  quanto  s'operava 
dovunque  in  nome  suo  ?  Egli  tiene  in  proprie  mani 
le  diverse  ramificazioni  di  un'amministrazione  il 
cui  personale  comprende  una  miriade  d' impiegati, 
e  sorveglia  con  minuziosa  e  paterna  cura  gli 
avanzamenti  e  le  mutazioni  che  sopravvengono 
in  questa  moltitudine  d'agenti,  la  maggior  parte 
dei  quali  vive  nell'agiatezza,  ed  anche  nell'opu- 
lenza. 

Non  v'ha  dubbio  :  quest'uomo  virtuoso,  invece 
di  moltiplicarsi  per  godere  gli  agi  della  straor- 
dinaria sua  fortuna,  si  moltiplicava  per  il  lavoro, 
del  quale  le  accennate  occupazioni  non  erano  che 
la  minima  parte,  e  la  meno  impegnosa. 

Spiegamoci  addirittura  più  apertamente.  Ab- 
biamo detto  in  principio  che  i  suoi  primi  studi 
furon  rivolti  verso  la  scienza  :  eccoci  al  punto. 

Mentre  il  Demidoff  stava  in  Firenze,  discu- 
tevasi  nelle  regioni  del  nord  la  importantissima 
quistione  se  lungo  le  rive  dal  Don  al  Donetz, 
giacessero  o  no  considerevoli  strati  di  carbon 
fossile;  se  la  Russia  Meridionale  dovesse  avere 
0  no  una  industria  propria.  I  due  punti   di    sif- 


FIRENZE   AI   DBMIDOFF  91 

fatta  discussione  preoccupavano,  com'è  naturale^ 
tutta  la  contrada.  Anatolio  Demidoff  si  propose 
d'intraprendere  lo  scioglimento  di  tanta  questione, 

<  Il  mio  disegno  di  viaggio,  die' egli,  era  da 
lungo  tempo  meditato,  quando  mi  fu  dato  di  met- 
terlo sotto  gli  occhi  dell'imperatore  (1)  chiedendo 
l'augusto  suo  consentimento  per  cotale  spezie  di 
pellegrinaggio,  nel  quale  ciascun  viaggiatore  do- 
veva aver  ad  esplorare  un  campo  speciale  di 
studi  e  di  osservazioni.  Il  consentimento  più  pieno 
e  generoso  accolse  il  mio  disegno.  Anzi,  l'impe- 
ratore, il  quale  si  piace  d'incoraggiare  ogni  ma- 
niera di  merito,  non  avuto  verun  riguardo  alla 
patria,  si  degnò  di  concedere  a'  miei  compagni 
quasi  tutti  forestieri,  una  testimonianza  della  sua 
speciale  protezione,  con  ordini  precisi  a  tutti  i 
magistrati  dei  governi  che  per  noi  si  dovevano 
scorrere  :  importante,  mercè  cotale  alta  solleci- 
tudine che  ci  seguiva  per  ogni  dove,  fummo  ono- 
revolmente accolti  e  sovvenuti  d'ogni  cosa  op- 
portuna. 

«  La  primavera  del  1837  era  scorsa  rapida- 
mente fra  gli  apparecchi  e  le  operazioni  preli- 
minari della  spedizione.  Non  sì  tosto  la  naviga- 
zione fu  aperta  tra  l'Havre  e  Pietroburgo,  avviai 
verso  questa  capitale  sottomastri  e  strumenti 
di  scandaglio  appropriati  ad  effettuare    le    inve- 


(1)  Niccolò  I,  Imperatore  di  tutta  le  Russie. 


92  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

stigazioni  minerali,  tale  essendo  lo  scopo  precipuo 
del  nostro  viaggio.  Questo  primo  convoglio  era 
composto  d'un  abile  capo  di  lavori,  Ayraud,  e  di 
quattro  mastri  sotto  gli  ordini  suoi,  forniti  di  nove 
apparecchi  compiuti.  Cotale  carovana,  col  suo  vo- 
luminoso corredo  il  cui  peso  oltrepassava  le  ot- 
tanta mila  libbre,  fu  commessa  alla  direzione  di 
Paolo  Kolounoff,  amministratore  sperimentato  per 
lunghi  ed  utili  servigi.  Come  prima  la  spedizione 
sbarcasse  a  Cronstadt,  doveva  traversare  tutto 
l'Impero  da  tramontana  ad  ostro  per  andare  ad 
innalzare  le  sue  tende  non  lungi  dall'imboccatura 
del  Don  ;  lunga  e  faticosa  impresa  per  certo,  con- 
dotta a  termine  con  eguale  ardore  e  perseve- 
ranza. 

«  All'aprirsi  del  mese  di  maggio,  i  direttori 
di  sì  fatta  esplorazione  minerale  lasciavano  alla 
lor  volta  la  Francia,  e  si  conducevano  per  la  via 
pili  breve,  attraversando  l'Alemagna  ed  i  governi 
della  Russia  Meridionale,  verso  le  terre  del  Don 
e  del  Donetz,  ove  dovevano  trovare  la  prima  spe- 
dizione messa  in  piedi  e  presta  ad  operare  sotto 
i  loro  comandi. 

«  Questa  seconda  divisione  era  composta  di  Le 
Play,  dotto  ingegnere  del  corpo  reale  delle  mi- 
niere di  Francia,  di  Lalanne,  ingegnere  nel  corpo 
reale  di  ])onti  e  strade,  e  di  Malinvaud,  ingegnere 
civile,  antico  alunno  della  scuola  de'  minatori  di 
S.  Stefano,  incaricati  ambidue,  sotto  la  direzione 


FIRENZE   Al   DEMIDOFF  93 

di  Le  Play,  degli  studi  topografici  e  chimici,  con- 
cernenti i  terreni  da  esplorare. 

«  Allorquando  si  trattò  di  dare  opportune  dispo- 
sizioni per  la  partenza  della  sezione,  della  quale 
mi  era  riserbato  la  condotta,  volgendo  l'animo 
alle  difficoltà  ed  agl'indugii  che  ci  attendevano 
nel  cammino,  specialmente  nell'  Alemagna  se 
restavamo  uniti,  mi  determinai  a  far  partire 
alla  volta  di  Vienna,  sin  dal  6  giugno,  Huot, 
Léveillé  e  Rousseau ,  i  quali,  senza  troppo  acce- 
lerare il  loro  viaggio,  avessero  a  visitare  le  città 
e  le  regioni  che  loro  erano  sconosciute  ;  giunti 
a  Vienna  dovevano  aspettarmi  ed  unirsi  a  due 
altri  membri  volontarii  della  spedizione,-  Adollb 
del  Ponceau  e  Achille  della  Roche-Pauchin,  i 
quali  si  proponevano  di  seguirmi  nella  Russia, 
ed  aveanmi  dato  quel  luogo  per  convegno. 

«  Io  partii  addì  14  giugno,  accompagnato  da 
Raffet  e  da  Sainson ...» 

Dopo  sei  mesi,  la  carovana  tornò  in  Francia 
dalla  parte  d'Odessa,  apportando  quei  resultati 
che  coronarono  tutte  le  speranze.  Ciascuno  degli 
scienziati  che  ne  avevano  fatto  parte,  dette  mano 
alla  compilazione  di  narrazioni,  di  descrizioni,  di 
memorie  e  d'osservazioni,  affine  di  dar  pubblica- 
mente conto  dei  propri  assunti. 

Mentre  si  compilava,  e  si  stampava  il  Viag- 
gio nella  Russia  Meridionale  e  nella  Crimea,  o- 
pera  magnifica  composta  di    quattro    volumi    di 


04  FIRENZE  AI   DEMIDOFF 

testo  e  due  d'illustrazioni,  Anatolio  Demidoff,  che 
redigeva  la  parte  narrativa  compresa  nel  primo 
volume,  fece  inserire  nel  Journal  des  Debats  (1838 
e  1839),  dodici  lettere  indipendenti  dall'opera,  e 
che  poi  furono  pubblicate  nel  1840  in  un  volume, 
sotto  il  titolo  di:  Lettres  sur  V Empire  de  Rus- 
sie (\). 

Il  primo  volume  ed  il  terzo  deiropera  suddetta, 
dedicata  a  S.  M.  Niccolò  I  Imperatore  di  tutte  le 
Russie,  videro  la  luce  in  Parigi  nel  1840,  e  com- 
parvero nella  stessa  città  nel  1842,  il  secondo  e 
il  quarto  volume. 

Abbiamo  già  detto  che  la  narrazione  del  viag- 
gio compilata  da  Anatolio  Demidoff,  viene  com- 
presa nel  volume  primo,  ed  ora  diciamo  come 
nel  volume  secondo  si  comprendono  :  F,  Studi 
frenologici  del  dottore  Gaubert  sopra  nove  crani 
umani  raccolti  nella  Crimea  (2)  ;  2*,  Osservazioni 


(1)  Quattro  di  queste  lettere  furono  pubblicate  dallo 
«tesso  Demidoff  in  un  opuscolo  intitolato  :  Esqmsses  d'un 
Voyage  dans  la  Russie  Meridionale  et  la  Critnée,  Paris  1838. 
E  lo  stesso  volume,  cioè  tutte  dodici  le  lettere,  venne  pub- 
blicato tradotto  in  alemanno  nel  1852  col  titolo  :  La  Russia 
paragonata  ad  altre  Monarchie  d'  Europa  secondo  Demidoff. 
(2)  In  una  nota  che  il  signor  Sainson  pone  nell'opera,  si 
avverte  che  questi  crani  sono  stati  raccolti  nella  Penisola 
conosciuta  dagli  antichi  sotto  il  nome  di  Tauride,  e  che  il 
rispetto  professato  per  le  tombe  dai  Tartari  e  gli  altri 
abitanti  attuali  della  contrada,  non  permise  alla  spedizione 
Demidoff  di  procurarsi  quantità  maggiore  di  tali  resti  in- 


FIRENZE   AI   DBMIDOFP  95 

medicali  e  enumerazione  delle  piante  nella  Tau- 
ride,  del  dottore  Léveillé  ;  3",  Viaggio  geologico 
in  Crimea,  e  nella  penisola  di  Taman,  del  natu- 
ralista Huot  ;  4°,  Descrizioni  dei  principali  corpi 
organici  fossili  della  Crimea,  di  Huot  e  Rous- 
seau. —  Il  terzo  volume  comprende  :  P  e  2^,  Ca- 
taloghi specificati  dei  mammiferi  e  degli  uc- 
celli della  Fauna  Pontica  ;  3*»  e  4%  Notizie  sui 
rettili  e  sui  pesci  del  mar  Nero,  del  professore 
de  Nordmann.  —  Nel  quarto  volume  poi  il  mine- 
ralista Le  Play  dà  un  trattato  della  esplorazione 
dei  terreni  carboniferi  dei  bacino  del  Donetz. 

Le  Illustrazioni  dell'opera  consistono  in  ses- 
santacinque incisioni,  d'  un  album  composto  di 
settantotto  tavole  tra  vedute ,  scene  ed  episodi 
dei  diversi  luoghi,  e  d'un  atlante  con  95  tavole 
d'oggetti  di  storia  naturale  i  quali  era  parso  op- 
portuno ai  dòtti  viaggiatori  di  raccogliere  per 
conservare  e  per  cavare  notizie,  il  tutto  dise- 
gnato e  colorito  al  naturale  da  Raffet:  di  questi 
oggetti  portati  a  Parigi,  una  parte  vennero  donati 


teressanti.  L'origine  dei  crani  trovati  in  una  terra  dove  ri- 
posano le  spoglie  di  tante  razze  diverse,  ò  necessariamente 
incerta;  ma  qualche  parola  sulla  storia  locale  potrà  non- 
dimeno servire  d'aiuto  alle  congetture  della  scienza.  I  tre 
punti  che  fornirono  le  teste  ai  viaggiatori  sono  i  territori 
di  Kertch,  di  Teodosia  e  di  Yalta  :  ve  ne  sono  alcune  ap- 
partenenti ad  un'  antichità  remota,  ma  altre  apparten- 
gono ad  un'epoca  più  moderna.  (V.  Opera,  tomo  2.°). 


96  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

al  Museo  della  stessa  città,  ed  un'altra  a  quello 
di  Pietroburgo. 

L'opera  venne  stampata,  si  può  dire  simulta- 
neamente, in  francese,  in  russo,  in  alemanno,  in 
inglese,  in  italiano,  in  ispagnuolo,  in  portoghese 
ed  in  polacco,  tanto  fu  con  plauso  generale  ac- 
colta per  la  sua  grande  importanza  scientifica. 

Nella  dedica  dell'opera  il  nobile  autore  ram- 
menta al  SLio  monarca  che  un'antica  scoperta  a- 
veva  già  indicata  la  presenza  del  carbon  fossile 
nei  governi  non  lungi  dal  Don  e  dal  Donetz,  e 
come  fosse  pur  quella  una  speranza  di  Pietro  il 
Grande;  quel  vasto  genio,  il  cui  sperare  fu,rara- 
mente  indarno,  aveva  detto  :  «  Questo  minerale 
diverrà  una  ricchezza  pei  nostri  posteri.  » 

Difatti,  quel  genio  immortale  nemmeno  in  ciò 
s'era  ingannato  ;  ma  da  lui  sino  ad  Anatolio  De- 
midoff,  nessuno  aveva  osato  d'andare  in  cerca  di 
«  quegli  ampi  covi  di  terra  matrice,  in  cui  gia- 
ceva questa  nuov'anima  del  mondo  naturale,  che, 
meglio  dell'oro,  forma  oggidì  la  ricchezza  dei  po- 
poli. »  Ed  i  popoli  devono  dunque  ricchezza  sif- 
fatta a  un  discendente  di  Nikita  Demide,  che  un 
secolo  e  diversi  anni  dopo  la  di  lui  morte  ne  in- 
traprese coraggioso,  e  illuminato  dagli  studi,  la 
scoperta  a  proprie  spese.  La  intrapresa  gli  costò 
non  meno  di  750,000  franchi  :  ecco  in  qual  modo, 
l'uomo  della  carità  evangelica,  intendeva  il  pa- 
triottismo. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  97 

Né  a  questa  opera  scientifica  solamente  limitò 
il  principe  Demidoff  le  illustrazioni  di  che  intese 
onorare  la  patria,  ma  ben  tosto  ad  altra  opera 
dette  mano  che  della  prima  rimane  ben  degna. 
Radunò  una  schiera  d'ottimi  disegnatori  cui  com- 
mise di  percorrere  le  centrali  province  dell'im- 
pero moscovita,  e  di  copiarvi  quanti  monumenti 
e  prospetti  che  poteano  riscontrar  meritevoli  d'il- 
lustrazioni :  di  questi  disegni  si  compose  quindi 
un  album  d'alto  pregio,  che  pure  fu  pubblicato 
in  Parigi,  col  titolo  di  :  Vayage  pittoresque  et 
archéologique  en  Russie  éxecuté  en  1839. 

Inoltre,  un  altro  progetto  letterario  occupava 
la  mente  infaticabile  del  principe  Anatolio,  e 
consultava  il  suo  ingegno  eletto  :  anche  questo 
progetto  fu  maturato,  e  per  effettuarlo  nell'inte- 
grità cui  r  immaginazione  avevalo  disegnato,  si 
circondò  nuovamente  di  persone  sapienti,  con  a 
capo  il  valente  e  fido  Raffet.  Tra  loro  mosse  nel 
1847  alla  volta  della  S  pagna,  di  cui  percorse  le 
coste  da  Barcellona  a  Siviglia.  Studiò  lungh'esse 
principalmente  le  istituzioni  di  beneficen'^a,  colle 
nuove  applicazioni  del  sistema  penitenziario,  no- 
tando i  progressi  conseguiti,  e  quegli  più  vasti 
conseguibili  da  quella  nazione  ormai  sottrattasi 
alla  persecuzione  delle  fazioni,  al  flagello  di 
guerre  intestine.  I  ricordi  che  scrisse  in  questa 
pellegrinazione  fornirono  i  materiali  per  un'altra 
opera  in  due  volumi,  uno  di  testo  e  l'altro  d'il- 

FIREN'ZE    AI    DEMIDOFF  7 


9S  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

lustrazioni,  ricchissima  di  belle  descrizioni,  di  note 
storiche  interessanti,  di  tradizioni  e  leggende  di- 
lettevoli ;  la  quale  opera,  intitolata  :  Étapes  ma- 
ritimes  sur  les  cótes  d'Espagne_,  de  la  Catalogne 
à  VAndalousiej  dovevasi  pubblicare  nel  1848  in 
Italia,  ma  che  a  motivo  degli  sconvolgimenti  poli- 
tici nella  nostra  nazione,  come  l'autore  avverte 
nella  sua  dedica  alla  regina  Isabella  di  Spagna, 
si  pubblicò  solamente  nel  1858  in  Firenze,  coi 
tipi  Le  Mounier  (1);  fu  anche  quest'opera  stam- 
pata in  quattro  lingue,  cioè,  francese,  italiana, 
spagnuola,  ed  alemanna. 

Alla  pubblicazione  delle  tappe  sulle  coste  della 
Spagna,  tenne  dietro  quella  dieWAlbo  della  To- 
scana, che  il  principe  Anatolio  fece  apposita- 
mente disegnare  agli  abili  artisti  Ciceri  e  Durand. 

La  fama  dell'uomo  illustre  nelle  lettere  e  nelle 
scienze  ebbe  rapide  ali,  e  già  percorse,  colla  pub- 
blicazione della  prim'opera,  tutta  l'Europa.  Per 
le  scienze  essendo  particolarmente  appassionato 
tenevasi  al  corrente  d'ogni  progresso  delle  me- 
desime ;  e  cercava  di  favoreggiarne  l'incremento 
mercè  sperimenti  e  applicazioni  ;  a  Parigi,  l'Isti- 
tuto reale  di  Francia  ebbe  ad  annoverarlo  fra'più 


(1)  Stante  il  ritardo  della  pubblicazione,  parve  all'au- 
tore che  l'opportunità  dell'opera  venisse  minore,  epperciò 
ne  limitò  la  tiratura  ad  uno  scarso  numero  d'esemplari, 
la  maggior  parte  destinati  agli  amici  in  dono. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  99 


assidui  frequentatori  delle  sue  sedute,  alla  cui 
dotta  Società  comunicava  tre  volte  al  giorno  le 
osservazioni  metereologiche  provenientigli  da  due 
osservatorii  che  avea  fatto  stabilire  ne'  suoi  pos- 
sessi de'  Monti  Urali  ;  l'Accademia  delle  Scienze 
fa  da  lui  dotata  di  preziose  opere  chinesi  sull'a- 
stronomia, ed  alla  Società  de'  Geografi,  della 
quale  era  uno  dei  vice-presidenti,  donò  una  ricca 
collezione  di  carte  russe  si  antiche  che  moderne  ; 
e  quante  onorificenze  non  ebbe  questo  magnifico 
mecenate,  dalle  piìi  illustri  società  scientifiche 
d'Europa,  che  ne  ascrissero  il  nome  nell'albo 
loro? 

Circa  le  attrattive  che  il  prestigio  dell'arte  e- 
sercitò  sulla  sua  immaginazione,  scrivevasi  a  Pa- 
rigi mentre  il  Viaggio  nella  Russia  Meridionale 
stava  in  corso  di  stampa:  «  Il  prestigio  delle 
arti  è  uno  degl'incantesimi  pii^i  deliziosi  che  pos- 
sano rendere  più  soave  un'esistenza  privilegiata. 
Il  signor  Demidoff  è  troppo  ricco  per  non  farli 
largamente  contribuire  ai  suoi  piaceri,  ed  è  troppo 
intelligente  per  evitar  qualunque  cattiva  scelta  fra 
tatti  i  tesori  che  la  pittura  e  la  scultura  mettono 
a  sua  disposizione.  Le  sue  collezioni  di  quadri, 
d'oggetti  preziosi  e  di  storia  naturale,  formano 
l'ammirazione  degl'intelligenti.  Diciamo  degl'in- 
telligenti, e  non  a  caso  scriviamo  la  parola.  Fra 
gli  acquisti  numerosi  che  il  signor  Demidoff 
ha  fatto  in  Francia  nulla  v'è  di  mediocre,  ed  in 


100  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


SÌ  bella  scelta  le  arti  dei  giorni  nostri  han  ri- 
cevuto un  incoraggiamento  dei  maggiori. 

«  In  queste  belle  gallerie  (1)  si  trova  il  quadro 
di  Giovanna  Gray,  la  Morte  del  Pussino,  il  Nau- 
fragato di  Goudin,  che  sono  senza  tema  di  con- 
traddizioni, delle  pagine  ammirabili  ;  poi,  una 
magnifica  collezione  di  Greuze,  le  produzioni  mi- 
gliori di  Demarne,  e  le  meraviglie  della  scuola 
olandese,  le  quali,  per  quanto  possiamo  rammen- 
tare, provengono  dalla  vendita  dell'Eliseo  (2). 

«  Non  bisogna  dimenticare  essere  al  signor 
Demidoff  che  Bruloff,  pittore  russo  di  distintis- 
simo talento,  deve  la  produzione  ed  il  successo 
del  suo  primo  quadro  :  avendo  il  mecenate  sa- 
puto scuoprire  ed  indovinare  questo  talento  na- 
scente, volle  incoraggiarne  generosamente  le 
prime  prove,  ed  operò  in  tal  circostanza  una  dop- 
pia munificenza,  poiché  il  quadro  andò  in  pro- 
prietà dell'Accademia  delle  Belle  Arti  di  Pietro- 
burgo (3). 


(1)  S'intenda  i  palazzi  di  Pietroburgo  e  di  Parigi,  ma 
soprattutto  la  villa  di  San  Donato. 

(2)  Per  queste  meraviglie  della  Scuola  olandese,  vedi 
ultimo  capitolo  del  libro  :  Descrizione  della  Galleria  di 
San  Donato. 

(3)  Il  Bruloff,  che  tra'pittori  russi  contemporanei  s'  alzò 
a  maggior  fama,  si  trovava  in  si  povera  condizione,  clie 
la  scintilla  del  suo  genio  si  sarebbe  certamente  spenta 
senza  rivelarsi,  ove  Anatolio  Demidoff  non  l'avesse  man- 
tenuta viva  co'  suoi  soccorsi. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  101 


«  Tutti  gli  artisti  presentano  i  loro  quadri 
al  signor  Demidoff,  il  quale,  come  vediamo,  non 
compra  che  i  migliori.  I  pittori  a  cui  si  ricusa 
di  comprare  (ed  il  numero  degli  scartati  è  ben 
considerevole)  gridano  a  squarciagola  che  il  signor 
Demidoff  non  ama,  né  prolegge  le  arti,  l'accusano 
di  parsimania,  mentre  non  fa  che  prova  di  di- 
scernimento. I  quadri  ch'egli  ha  pagato  al  di  là 
del  prezzo  richiesto,  fanno  evidentemente  assol- 
vere il  signor  Demidoff  da  quest'accusa  che  ha 
molto  del  ridicolo.  » 

Senza  lasciare  questa  materia  artistica  proce- 
deremo quindi  a  dire  del  Museo  Napoleonico  di 
S.  Martino  all'Isola  d'Elba,  altra  intrapresa  da 
fare  epoca  nella  vita  d'  un  magnifico  mecenate, 
d'un  cultore  profondo  della  storia  archeologica  (1). 

Il  principe  Anatolio  Demidoff  aveva  comprato 
nel  1851  all'Isola  d'Elba,  la  casa  ch'era  stata  abi- 
tata da  Napoleone  I,  e  i  contornianti  terreni    da 


(Ij  Un  volumetto  in  francese  d'autore  anonimo,  edito 
a  Firenze  nel  1860,  contiene  l'intiera  storia  di  questo  Mu- 
seo, cominciando  dall'origine,  le  descrizioni  esterne  ed  in- 
terne, il  catalogo  delle  opere  e  degli  oggetti  contenutivi, 
con  molte  dettagliate  notizie  intorno  ai  medesimi.  Dei  cenni 
storici,  e  dei  ragguagli  descrittivi  di  cui  noi  qui  ci  ser- 
viamo, se  ne  servi  pure  l'egregio  conte  Tullio  Dandolo  pel 
suo  pregevole  volume  intolato  :  Panorama  di  Firenze^  la 
Esposizione  Nazionale  del  1861,  e  la  Villa  Demidoff  a  San 
Donato,  stampato  a  Milano  nel  1863. 


102  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

lui  posseduti.  Chi  entra  nella  baja  di  Portofer- 
raio  scopre  lontanamente  appiè  di  verdi  monta- 
gne, nel  punto  in  cui  due  dossi  arrotondati  si 
congiungono  declinando,  un  casolaretto  bianco 
che  i  marinari  sogliono  additare  dicendo  :  —  Ecco 
S.  Martino  !  —  Quel  casolare,  che  fu  stanza  di  Na- 
poleone, posa  di  presente  su  vasta  base,  e  domina 
da  quella  il  paese  ;  trasformazione,  quasi  direi 
apoteosi,  dovuta  al  nobile  cervello  del  principe 
Demidoff,  colla  quale  intese  di  rendere  omaggio 
non  tanto  ad  un  uomo,  quanto  al  genio  che  non 
riconoscendo  frontiere,  è  di  proprietà  universale, 
e  spetta  alla  intera  umanità. 

Ecco  in  breve  la  storia  dei  cambiamenti  so- 
pravvenuti, dopo  trentasei  anni  di  squallore,  alla 
casa  che  Napoleone  abitò  sul  finire  del  1814  e  il 
principiare  del  1815. 

Ella  s'affaccia  ad  un  giocondo  vallone  che 
guarda  levante  e  scende  al  mare,  lasciando  in- 
travedere la  baia  di  Portoferraio,  e  la  città  pog- 
giata sur  una  scogliera  a  penisola,  pittoricamente 
coronata  dalle  sue  vecchie  merlature  medicee.  In 
fondo  alla  rada  son  visti  elevarsi  i  gioghi  della 
catena  di  Rio,  che  davano  ferro  sin  dai  tempi 
di  Virgilio,  e  sovrappendono  allo  stretto  di  Piom- 
bino. Poc'oltre,  dall'altro  lato  del  canale,  si  di- 
lunga un'aspra  costiera  grigia,  e  nereggiano  le 
montagne  interiori  della  Toscana. 

Sedotto  da  queste  bellezze  pittoresche,  le  quali 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  103 


hanno  sapore  di  romitiche,  comecché  poco  disco- 
ste dalla  città,  il  grand'esule  comprò  il  tenimento 
di  S.  Martino,  sul  quale  non  esisteva  altra  abita- 
zione tranne  quella  occupata  dai  villici  ;  la  con- 
verse in  comoda  dimora,  e  fece  la  meta  di  quoti- 
diani passeggi  lungo  il  verno  che  passò  a  Porto- 
ferraio.  Divenuta  celebre  per  questo,  la  vil- 
letta di  S.  Martino  chiamò  a  sé  innumerevoli 
visitatori,  avidi  di  vedere  Teremo,  che,  nella  me- 
ravigliosa epopea  napoleonica,  fu  la  stazione  su- 
prema del  grande  uomo  tra  Fontainebleau  e  San- 
t'Elena. 

Morto  Napoleone,  San  Martino  toccò  per  ere- 
dità al  figlio,  e,  trapassato  in  breve  anche  questo 
a  Maria  Luisa,  che  lo  cedette  ai  fratelli  Bona- 
parte,  dai  quali  l'ebbe  il  principe  Demidoff;  in 
sua  mano,  e  per  suo  proposito,  assumette  un'im- 
portanza monumentale,  costituita  sacrario  de'  ri- 
cordi napoleonici. 

Ricoglitore  diligente  di  checché  fosse  apparte- 
nuto al  grand'uomo,  ed  avesse  relazione  a'  casi 
ed  epoche  della  sua  vita,  Demidoff  sagacemente 
avvisò  che  le  copiose  adunate  dovizie  accresce- 
rebbero di  pregio  se  venissero  collocate,  e  bella- 
mente ordinate  là  dove  aveva  dimorato  colui  al 
quale  appartennero,  a  cui  si  riferivano.  Ma  la 
piccolezza  della  casa  di  S.  Martino  non  gli  con- 
sentiva la  collocazione  di  siffatto  Museo  ;  ed  anco 
sarebbegli  rincresciuto  sottoporla  a  mutazioni  che 


104  FIRENZE   AI   DBMIDOFF 

l'avrebbero  spoglia  della  flsonomia  primitiva  :  de- 
termi aò  pertanto,  rispettando  la  religione  delle 
memorie,  di  crearle  al  lato  quel  sentimentale  Mu- 
seo del  quale  essa  avesse  a  diventare  precipuo 
decoro  e  complemento.  Tale  si  fu  l'origine  del 
sacrario  napoleonico  di  S.  Martino. 

Al  bel  concetto,  rapida  ne  corrispose  l'attua- 
zione. Ne  furon  lievi  o  poche  le  difficoltà  supe- 
rate. Tratta  vasi  di  non  invadere  colle  nuove  co- 
struzioni il  campo  della  tradizione  storica  ;  d'ar- 
monizzare la  maestosa  severità  architettonica  del- 
l'ideato ediflzio  colle  giocondità  del  sito  silvestre; 
di  lasciare  intatto  intorno  la  conservata  casuccia 
il  terreno  stato  pesto  durante  dieci  mesi  di  feb- 
brile irrequietudine  da  tal  uomo,  per  cui  agi- 
tarsi era  vivere,  ed  appo  il  quale  alle  grandi  i- 
spirazioni  dell'intelletto  soleva  accompagnarsi  il 
moto  della  persona.  Un  terrazzo,  o  belvedere,  cor- 
rea davanti  l'abitato,  sostenuto  da  un  vecchio 
muro  che'facea  vista  di  baluardo.  Al  soggiacente 
campo,  che  niente  presentava  di  caratteristico,  o 
che  particolarmente  si  riferisse  a  Napoleone,  fu 
domandata  l'area  del  Museo,  che  con  bella  e  se- 
vera fronte,  dilungatosi  quanto  il  baluardo,  e  co- 
stituitoglisi  fino  a  livello  del  terrazzo  si  congiunse 
a  questo  col  ripiano  del  copertoio  orizzontale,  e 
ne  quadruplicò  la  superfìcie.  Così  fu  provveduto 
che  niuna  trasformazione  venisse  inflitta  al  vecchio 
casino  e  suoi  accessorii  immediati  ;  mentre  per  chi 


FIRENZE   AI   DBMIDOFF  105 

guarda  da  lontano,  e  dal  basso,  le  nobili  linee 
architettoniche  del  nuovo  edifìcio  si  trovano  so- 
stituite al  muraglione  di  sostegno,  e  prestano  al- 
l'eremo napoleonico  una  specie  di  piedisiallo. 

L'illustre  architetto  Matas  somministrò  i  di- 
segni, e  diresse  la  costruzione  del  Museo  di  S. 
Martino,  a  cui  le  cave  d'Isola  fornirono  il  granito 
rosato  delle  colonne  monoliti  dell'esteriore,  e  tutti 
i  marmi  variocolorati  che  ne  decorano  allo  in- 
teriore pavimenti  e  pareti.  Nelle  fondamenta  era 
stata  posta  una  pergamena  colla  iscrizione  se- 
guente :  «  Il  30  ottobre  1851  —  regnante  Leo- 
poldo II  Granduca  di  Toscana  —  alla  presenza 
del  principe  Anatolio  Demidoff  —  fondatore  — 
fu  collocata  la  prima  pietra  di  questo  edilizio  — 
destinato  a  conservare  —  presso  la  stanza  tem- 
poraria  dell'Imperatore  Napoleone  —  nel  1814 
—  storici  ricordi  —  riferentisi  alla  sua  persona 
ed  all'epoca  sua  —  religiosamente  rispettando 
l'abitazione  primitiva  —  di  S.  Martino.  »  Così  per 
le  cure  associate  d'  un  artista  sagace,  e  d'uno 
splendido  mecenate,  provvidesi  alla  conservazione, 
alla  integrità,  al  decoro  della  casa  napoleonica. 

Il  Museo  di  S.  Martino  è  un  monumento  d'or- 
dine Dorico,  costrutto  in  pietra  dura  chiamata 
granito  giallo,  e  misura  64  metri  di  lunghezza 
da  un'ala  all'altra,  con  un'altezza,  dall'attico  al 
di  sopra  del  suolo,  di  10  metri  e  mezzo  ;  ha  di- 
verse gallerie  longitudinali  e  trasversali  ;  la  piìi 


106  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


grande  delle  lungitudinali  ha  una  lunghezza  in- 
terna di  23  metri  e  mezzo.  S'entra  nel  Museo 
per  mezzo  di  tre  alte  gradinate.  Le  interne  pa- 
reti, ornate  di  semplici  pilastri  sono  rivestite  di 
stucco  ad  imitazione  del  granito  grigio,  sul  quale 
staccansi  i  capitelli  e  la  cornice  a  stucco  bianco. 
Secondo  l'intenzione  dell'architetto,  questa  severa 
decorazione  deve  dare  l'idea  d'una  cripta  grani- 
tica scavata  nella  massa  su  cui  riposa  l'abita- 
zione di  Napoleone.  La  divisione  delle  navate 
vien  fatta  da  colonne  di  granito,  quattro  delle 
quali  formano  nel  mezzo  un  atrio  quadrato,  dove 
si  nota  un  caminetto  di  quarzo  rosa  ;  altre  due 
colonne,  poste  a  ciascun'estremità  della  grande 
galleria,  separano  la  medesima  dalle  gallerie 
trasversali.  Il  soffitto  del  Museo  è  fatto  a  cassoni 
di  granito  a  fondo  azzurro,  su  cui  si  staccano 
dei  rosoni  di  bronzo;  i  quali  rosoni,  al  soffitto 
dell'atrio  vengono  sostituiti  da  croci  della  Legion 
d'Onore  con  delle  api.  Il  pavimento  è  di  marmo 
a  spartiti,  le  cui  divisioni  son  di  granito. 

Tutte  le  opere  di  scultura  e  di  pittura,  acque- 
relli e  miniature  (84  in  complesso),  rappresentano 
soggetti  della  famiglia  Bonaparte  ;  gli  oggetti, 
come  porcellane,  bronzi,  relique,  medaglie,  album 
e  via  dicendo  (1),  tutto  appartenne  al  grande  im- 
peratore, alla  sua  famiglia  od  alla  sua  storia. 


(1)  Fra  opere  e  oggetti,  il  catalogo  va  sino  al  N"  264. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  107 

Fra  gli  scultori,  quasi  tutti  recenti,  dominano 
il  nome  del  fiorentino  Pampaloni  e  quello  del  car- 
rarese Monconi  ;  fra'  pittori,  pure  recenti,  domina 
il  nome  del  napoletano  Morelli  ;  figurano  poi,  frai 
primi,  il  Cambi  ed  il  Giolli,  fra'secondi,  Morghen  e 
Gordigiani,  tutt'e  quattro  fiorentini,  insieme  agli 
stranieri  Canova,  Yernet,  Bellanger,  O'Connell, 
Gerard,  Pradier,  Grenier,  Steuben^  Goudin,  RafFet, 
Parant  ed   altri  ugualmente  di  fama  bellissima. 

Questi  dettagli  che  abbiamo  dato  in  succinto 
sul  Museo  Napoleonico  di  S.  Martino,  basteranno 
a  chiunque  per  formarsi  un'idea  del  pensiero  emi- 
nentemente generoso  d'Anatolio  Demidofl  verso 
un  uomo  immortale,  del  suo  nobilissimo  progetto 
realizzato  col  dispendio  enorme  di  800,000  lire. 

Dopo  quasi  vent'anni  d'esistenza,  la  forza  delle 
ciscostanze  fece  chiudere  le  porte  di  questo  Mu- 
seo alla  contemplazione  dei  visitatori,  ma  l'edi- 
fizio  monumentale  resta  tuttavia,  e  quando  il  na- 
vigante approda  la  baia  di  Portoferraio  dicen- 
do :  —  Ecco  S.  Martino,  —  conviene  che  ag- 
giunga :  —  quella  fu  casa  di  Napoleone ,  e  quello 
fu  Museo  Napoleonico  edificato  ed  ordinato  dal 
principe   Anatolio  Deìnidoff. 

Qual  mano  sacrilega  potrebbe  abbattere  quella 
e  questo  ? 

Tutto  quello  che  abbiamo  detto  della  vita  del 
principe  Anatolio  Demidofi*,  si  può  ritenere  come 
un  ristretto  delle  cose  principali  da  lui   operate 


108  FIRENZE   AI    DEMIDOFP 

nell'interesse  delle  masse,  a  prò  deirincivilimento 
sociale,  del  progresso  delle  scienze,  per  l'amore 
delle  arti  e  delle  industrie,  infine,  senza  esser 
egli  un  ministro,  un  alto  funzionario  dello  Stato, 
funziona  per  tal  modo  negli  Stati,  che  dal  ta- 
pinello  all'operaio,  dall'artista  allo  scienziato,  dal 
primo  magistrato  al  re,  tutti  gli  sono  debitori  di 
riconoscenza  ;  epperciò  vogliamo  chiamare  la  sua 
vita,  siccome  l'abbiamo  narrata,  una  vita  pub- 
blica delle  meglio  spese. 

Quanto  alla  sua  vita  privata,  bisogna  neces- 
sariamente cercarla  fra  le  pareti  dei  suoi  palazzi. 
Il  compito  rimane  assai  difficile  per  noi  che  non 
abbiamo  mai  personalmente  conosciuto  il  prin- 
cipe Anatolio,  ne  mai  penetrammo  ne'suoi  san- 
tuari. É  perciò  che  ogni  ragguaglio  sulla  sua 
vita  privata,  preferiamo  di  darlo  in  una  sem- 
plice e  bene  ammissibile  considerazione,  cioè  : 
il  lavoro  essendo  per  lui  un  istinto,  sopporta  e  di- 
simpegna il  compito  che  gl'incombe  la  direzione 
suprema  del  suo  regno  industriale,  compito  che 
troppo  grave  troverebbero  al  certo  la  maggior 
parte  dei  meno  opulenti.  Come  dividere  il  tempo 
fra  le  immense  occupazioni  di  questo  straordinario 
lavoratore,  noi  noi  sapremmo  ;  ma  siamo  per  cre- 
dere che  non  abbastanza  il  giorno  fosse  lungo 
per  lui,  imperocché,  avesse  pure  il  suo  grande 
stuolo  d'impiegati  superiori  tra  direttori,  segretari 
e  rappresentanti,  ma  non  foss'altro  che  per  istare 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  109 

informato  di  ciò  che  avveniva  dei  prodotti  delle 
fabbricazioni  dei  metalli  nella  Siberia  e  di  quelli 
delle  fabbriche  di  seterie  in  San  Donato,  non  fos- 
s'altro  che  per  progettare  viaggi  ed  opere,  pren- 
dendo parte  a  quelli  e  a  queste,  non  foss'altro 
che  per  dare  disposizioni  riguardo  a  Gallerie,  Mu- 
sei ed  Istituzioni  di  Beneficenza,  vedremo  che  an- 
che nel  cocchio,  coi  magnifici  cavalli,  che  pure 
formavano  una  delle  sue  passioni,  anche  negli 
aristocratici  convegni  della  sera,  il  principe  Ana- 
tolio  Demidoff  compieva  la  sua  parte  di  lavoro. 

Nel  1859  quest'uomo  benemerito  del  mondo 
partì  l'ultima  volta  da  Firenze,  quivi  lasciando 
tante  memorie  inestinguibili  di  lui,  e  recatosi  a 
Parigi,  laggiù  proseguì  l'opera  sua  benefattrice 
sino  al  1870,  nel  quale  anno,  al  mese  d'aprile, 
lasciò  la  terra  per  tornare  a  Dio,  compianto  dai 
popoli  che  avea  beneficati. 

Il  principe  Anatolio  Demidoff  avea  sposata, 
correndo  il  1840,  nella  cappella  russa  della  propria 
Villa  di  San  Donato,  la  principessa  Matilde  Bo- 
naparte  figlia  di  Girolamo  e  nipote  di  Napo- 
leone I  ;  il  matrimonio  fu  tale  quale  può  essere 
quello  di  personaggi  augusti,  ma  le  felicità  mal 
corrisposero  ai  voti  :  i  Bonaparte  troppo  aveano 
calcolato  di  riparare  ai  danni  sofferti  dalla  ca- 
duta dell'Impero  in  poi,  al  che  non  credè  giusto 
il  principe  Anatolio  Demidoff  di  far  servire  il 
proprio  patrimonio  :  è  per  questo  increscioso  mo- 


110  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

tivo  che  rammentiamo  il  matrimonio  soltanto 
dopo  la  sua  morte,  e  come  il  punto  capitale  della 
sua  vita  privata.  Eppure,  dimentico  delle  affli- 
zioni che  tanto  motivo  gli  aveva  cagionate,  ri- 
spettò nondimeno  il  Grande  Bonaparte  sino  al 
punto  di  erigere  alla  sua  memoria  un  sacrario 
nel  modo  splendidamente  generoso  che  abbiamo 
veduto. 


Oapitolo  VII 

//  Principe  Paolo  Demìdoff  di  San  Donato 

La  Bibbia  di  S.  Matteo  -  Fondazione  della  Pia  Casa  femminile  di  lavoro  a  Pa- 
rigi -  Fondazione  dell  Ospedale  pel  Bambini  a  Klew  -  Il  principe  Paolo  Consi- 
gliere di  Prefettura  in  Kamenetz-Podoisk  e  Sindaco  di  Klew  -  Fondazione 
d'un  Ospizio  pei  Bambini  a  Klew  -  Nuovi  abbellimenti  alla  Villa  di  San  Do- 
nato •  Nuovi  Ingrandimenti  delle  Scuole  di  San  Niccolò  •  Acquisto  delia  celebre 
tenuta  dei  Sovrani  di  Toscana  a  Pratolino  -  Istituzione  di  Società  di  Mutuo 
Soccorso  •  Il  principe  Paolo  Capo  della  Croce  Rossa  in  Klew  per  soccorrere 
i  feriti  nella  guerra  contro  i  Turchi  -  Mantenimento  d'uno  Spedale  a  Kicw 
pei  colerosi  -  Quistione  Israelitica  -  Quistione  Greca  -  Cariche  onorifiche  del 
principe  Paolo  presso  l'Imperatore  Alessandro  II  -  Il  principe  Paolo  e  gli  Ospiti 
Reali  a  Pietroburgo  •  Il  Principe  Paolo  al  Ministero  dall'Interno  •  Cucine  Eco- 
nomiche a  Firenze  -  Celebre  dimostrazione  a  San  Donato  •  Sottoscrizione  ad 
Opere  Pie  -  Morte  del  principe  Paolo  ed  ì  Sovrani  che  s'associano  al  lutto 
della  desolata  famiglia  •  Uso   del  patrimonio  Demidoff. 


^"T^  A  famiglia  Demidoff  conta  già  due  secoli 
^l^V  ^  trenfanni,  stabilitane,  come  abbiamo 
S^^-è  fatto,  la  nascita  dello  stipite  nel  1656;  e 
sino  dal  1760,  per  quanto  a  noi  sia  stato  concesso 
di  rinvenire  la  storia  della  sua  munificenza,  assi- 
stiamo ad  un  trasmettersi  non  interrotto  di  tanta 
virtù  che  merita  d'essere  considerato,  e  che  con- 
siderandolo, reca  non  lieve  consolazione  al  cuore, 
sempre  meglio    insegnando  quanto  possa  il  do- 


112  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

mestico  esempio  negli  animi  gentili.  Alla  fine 
del  quarto  capitolo  abbiamo  osato  dire  che  la  sto- 
ria dei  benefizi  prenderà  in  questa  grande  fa- 
miglia delle  proporzioni  senza  limiti,  e  se  non 
bastasse  a  renderci  ragione  dell'asserto  la  nota 
filantropia  munifica  del  commendatore  Niccola,  se 
non  bastasse  quella  che  abbiamo  visto  praticare 
al  principe  Anatolio,  un  altro  Demidoff'or  ce  ne 
dà  novelle  prove,  sempre  così  ampie,  cosi  lumi- 
nose, che  ci  rendono  assai  piìi  forti  nella  nostra 
convinzione  :  è  il  principe  Paolo. 

Questo  Paolo  ebbe  i  natali  a  Weimar  (Ger- 
mania) il  dì  9  ottobre  1839,  e  furono  a  lui  geni- 
tori, come  si  è  detto  alla  fine  del  V  Capitolo,  il 
Governatore  Paolo  Demidoff*,  ed  Aurora  Garlovna 
Stjernwall-Walleen.  Rimasto  senza  padre  nel 
primo  anno  della  vita,  la  madre  lo  allevò  con 
affettuose  cure,  e  gli  fece  dare,  sempre  presso  di 
lei,  l'educazione  che  comporta  la  fanciullezza,  e 
che  preparare  lo  doveva  per  l'università. 

Giovinetto  lo  pose  infatti  nell'Università  di  Pie- 
troburgo, dove  acquistò  l'amore  e  l'affezione  della 
scolaresca  intiera  e  di  qualunque  superiore,  vuoi 
per  la  docilità  dell'indole,  vuoi  per  l'affabilità  e 
la  cortesia  delle  maniere  ;  quanto  alla  diligenza 
e  all'attitudine  per  lo  studio,  ci  limiteremo  a  darne 
idea  col  dire  che  a  quindici  anni  entrava  nel 
numero  degli  studenti  la  facoltà  di  Giurispru- 
denza. Versatissimo  però  nei  diversi  rami  di  studi, 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  113 

si  addestrò  in  essi  ugualmente  l'intelletto,  e  dette 
nell'uno  e  nell'altro  degli  ottimi  saggi  e  ben  si-: 
curi.  Venne  particolarmente  iniziato  alla  carriera 
diplomatica. 

Sotto  l'egida  dello  zio  Anatolio,  che  s'era  fatto 
suo  tutore,  lasciò  l'Università  quando  toccava  i 
venti  anni,  e  sentendo  il  bisogno  di  educare  l'ani- 
ma, quanto  aveva  coltivato  l'intelletto,  onde  porsi 
colle  opere  caritatevoli  a  livello  dei  padri  suoi, 
qualora  non  pervenisse  ad  illustrar  con  esse  mag- 
giormente il  nome,  intraprese  a  studiare  la  vita 
umana  in  quelle  fasi  che  sono  più  intime  all'u- 
man  cuore,  passando  fra  le  piìi  calamitose  con- 
dizioni ....  Penetrato  dalla  Bibbia,  volle  cono- 
scere la  miseria,  volle  porsi  a  contatto  colla  sven- 
tura: a  Pietroburgo,  a  Londra  ed  a  Parigi,  vi- 
sitò Asili  e  case  di  ricovero,  i  refugi  e  dormitorii 
destinati  ad  ospitare  nella  notte  gli  sfortunati  bi- 
sognosi, gli  ospizi,  gli  spedali,  le  prigioni  .... 
Paolo  Demidoff,  questo  Creso,  questo  Rothschild 
della  Russia,  voIIq,  vivere  anche  da  povero,  e 
pili  d'una  volta  per  sovvenire  agli  altrui  bisogni, 
si  privò  d'ogni  somma  che  teneva  a  sua  disposi- 
zione onde  provare  davvero  quello  che  sia  la  ri- 
strettezza, ed  affinchè  un  giorno  il,  Padre  Sommo 
gli  avesse  a  dire  nella  celeste  gloria  :  «  Ebbi 
fame,  e  mi  deste  da  mangiare  ;  ebbi  sete,  e  mi 
deste  da  bere  ;  fui  pellegrino  e  mi  ricoveraste  ; 
ignudo  e  mi   rivestiste,  malato    e  mi    visitaste  ; 

FIRENZE   AI   DEMIDOFF  8 


114  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

carcerato,  e  veniste  da  me  (1).  »  Quali  frutti 
classerò  i  sentimenti  dell'anima  di  Paolo  Demi- 
doff ,  temperati  a  queste  sacre  parole  della  Maestà 
Divina,  e  illuminati  dagli  esempi  de' maggiori,  lo 
vedremo  di  mano  a  mano. 

Conviene  quivi  accennare  che  fra  la  domesti- 
chezza e  l'esercizio  con  cui  consacra  vasi  alla  pra- 
tica delle  cure  che  intendeva  prodigare  alla  u- 
manità  infelice,  lo  zio  previdente  ed  amoroso,  gU 
facea  trovare  il  tempo  e  il  modo  d'abituarsi  an- 
cora alla  direzione  suprema  delle  grandi  ed  e- 
stese  amministrazioni  e  degli  immensi  dominii 
che  sono  nei  Demidoff  ereditari. 

Iniziato  alla  carriera  diplomatica  fu  successi- 
vamente addetto  all'Ambasciata  Russa  di  Parigi 
e  a  quella  di  Vienna. 

A  26  anni  s'unì  in  matrimonio  colla  princi- 
pessa Maria  Elimovna  Metschersky  dalla  quale 
n'ebbe  u.n  unico  figlio,  Elim,  e  della  quale  rimase 
vedovo  nel  1868.  In  omaggio  alla  medesima  con- 
sorte, aveva  fondato  a  Parigi,  nel  1867,  una  Pia 
Casa  Femminile  di  lavoro,  che  intitolò  Santa  Ma- 
ria, nella  quale  da  3  a  400  donne  traevano  quoti- 
dianamente la  loro  sussistenza  ;  questa  impor- 
tante Istituzione  durò  sino  alla  famosa  Comune 
del  1870,  e  costò  a  Paolo  Demidoff  la  somma  di 
900,000  franchi. 


(1)  San  Matteo  :  XXV,  35-41. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  115 

Dietro  la  perdita  della  giovine  consorte  amata, 
s'allontanò  dalla  carriera  diplomatica,  tornando 
in  Russia,  e  volle  stabilirsi  nella  città  di  Ka- 
menetz.  Quivi  s'accese  d'un  amor  patrio  supe- 
riore a  quanto  si  potrebbe  immaginare,  e  di  tutto 
ciò  che  la  sua  mente  era  capace  di  pensare,  molto 
alla  patria  ne  derivò  vantaggio.  Senonchè  il  sen- 
timento della  filantropia  munifica  entrava,  si  può 
dire,  in  ogni  suo  progetto,  e  per  le  opere  di  be- 
neficenza e  di  decoro  poneva  sempre  a  disposi- 
zione il  suo  patrimonio  :  continuamente  mosso 
dalla  passione  di  proteggere  l'educazione,  l'istru- 
zione, l'incivilimento  nazionale,  accordava  con- 
siderevoli sussidi  alle  istituzioni  educative,  alle 
Università,  e  più  particolarmente  alla  Università 
di  Pietroburgo  dove  avea  studiato. 

Nel  1870  si  riputò  in  dovere  d'accettare  dal 
governo  la  nomina  di  Consigliere  della  Prefettura 
di  Kamenetz-Podolsk,  nelle  cui  attribuzioni  di- 
spiegò discernimento  e  zelo  da  servire  del  migliore 
esempio. 

Andò  pili  tardi  a  Kiew,  della  quale  città  fu  e- 
letto  Sindaco  due  volte,  e  bene  apparisce  come 
la  simpatia  e  l'ammirazione  si  meritasse  da  ogni 
ceto  di  quella  cittadinanza. 

Un'altra  domestica  gravissima  sventura  lo  ama- 
reggiò nell'aprile  del  1870,  quando  perse  l'amato 
zio  Anatolio,  che  gli  avea  tenuto  luogo  d'affet- 
tuoso padre. 


116  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

Erede  solo  delle  grandi  ricchezze  e  d'ogni  titolo 
della  sua  nobile  casata,  il  nuovo  principe  di  S.  Do- 
nato si  trovò  nella  necessità  di  moltiplicare  la  sua 
mente,  trattandosi  di  dovere  assumere  le  redini 
d'una  di  quelle  poche  aziende  private  che,  come 
già  conosciamo,  per  vastità,  per  divisioni,  e  per 
complicazioni  somigliano  le  amministrazioni  d'uno 
Stato,  trattandosi  di  guidarla  e  di  condurla  senza 
compromettere  il  decoro  e  la  fama  onde  si  formava 
la  parte  più  preziosa  dei  tesori  avuti  in  retag- 
gio dagl'illustri  suoi  predecessori.  Ed  a  che  ne 
sia  venuto  il  principe  Paolo  anche  in  questo 
particolare  di  così  estrema  delicatezza,  alto  lo 
dicono  i  titoli  e  le  cariche  imperiali  a  lui  confe- 
rite, come  pure  lo  dice  la  venerazione  che  l'uni- 
versale ha  già  dimostrata  per  la  sua  memoria. 

Nel  1871,  il  principe  Paolo  passò  in  seconde 
nozze,  sposando  la  principessa  Elena  Troubetz- 
koi.  Da  questa  seconda  unione  gli  nacquero  sei 
figli,  vale  a  dire  :  tre  maschi,  Nikita,  Anatolio 
e  Paolo  ;  e  tre  femmine,  Aurora,  Maria  ed  Elena. 
Nikita ,  il  primogenito  ,  morì  nel  1874  ,  secondo 
anno  di  sua  vita,  e  la  di  lui  morte  addolorò  pro- 
fondamente i  genitori  :  nella  memoria  del  caro 
pargoletto  estinto,  il  principe  Paolo  fondò  a  Kiew 
un  Ospizio  pei  bambini.  Quale  tenero  affetto  in 
questa  fondazione  ! 

Nei  dieci  anni  che  corrono  dal  detto  1871  al 
1880,  r  esistenza  di   Paolo  Demidoff  comprende 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  UT 

tutta  una  vita  d'incomparabili  onori  e  di  bellis- 
sima gloria,  di  quella  gloria  che  l'uomo  nobile 
può  solo  acquistarsi  colle  opere  praticate  per 
mera  virtù  del  cuore,  abbellite  dagli  aviti  nobi- 
litar! fasti,  all'altezza  dei  quali  sa  mantenersi  in 
ogni  circostanza,  con  tutta  la  dignità  da  lui  ri- 
chiesta. 

Giovanetto  ancora,  mentre  era  studente  nel- 
l'Università di  Pietroburgo,  avea  visitato,  insie- 
me allo  zio  amatissimo,  il  principe  Anatolio,  la- 
mena  e  ricchissima  sua  tenuta  di  San  Donato, 
e  si  vede  che  questa,  alla  gentil  Firenze  accosto, 
avea  svegliato  in  lui  giustissime  attrattive.  Tal- 
ché, dal  momento  delle  sue  seconde,  ed  auspi- 
cate nozze,  e  nel  tempo  che  la  dilettissima  prole 
a  lui  cresceva  e  lo  rapia  di  dolce  tenerezza,  al- 
ternativamente abitò  tra  le  diverse  città  della 
sua  patria,  ma  più  particolarmente  a  Kiew,  e  la 
nostra  poetica  città  che  chiamasi  dei  fiori. 

Ripeteva  peraltro,  di  quando  in  quando,  i  suoi 
viaggi  nella  Francia,  o  nella  Svizzera,  nell'In- 
ghilterra, 0  in  Alemagna.  Erano  questi  viaggi  i 
suoi  diporti,  e  se  gli  rendeva  essenzialmente  pia- 
cevoli collo  spargere  lungh' essi  consuete  e  ripe- 
tute traccie  dei  suoi  pietosi  e   filantropici  sensi. 

Veniamo  senz'altro  ai  fasti  di  gloria,  onde  la 
vita  sua  si  abbella  durante  il  decennio  menzionato, 
e  che  sono  per  fermo  le  gemme  preziosissime  che 
per  sempre  brilleranno  di  più  nella  invidiabile  co- 


118  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

rona  da  cui  la  sua  cara  memoria  è  cinta,  e  diciamo 
primamente  che  venuto  nel  medesimo  anno  1871 
a  Firenze  colla  nobilissima  consorte,  volle  fare  an- 
ch'egli  dell'antica  capitale  del  regno  d'  Etruria  la 
sua  patria  adottiva  ;  e  dietro  una  tale  deliberazione, 
intraprese  degli  abbellimenti  nuovi  alla  già  magni- 
fica villa  di  S.  Donato,  profondendo  in  essi  delle 
somme  ingenti,  occupando  grandissimo  numero  di 
persone  a  lavorare,  ed  a  sua  volta  facendo  sentire 
alla  popolazione  fiorentina  i  benefizi  non  lievi  della 
caritatevole  munificenza.  Era  enormemente  ricco, 
e  pensava  ad  abbellire  di  più  quello  che  possedeva 
di  bello,  pensava  a  rendere  piìi  comodo  quello 
che  possedeva  di  comodo,  accresceva  insomma 
lo  splendore,  a  questo  suo  dominio  che  quanto 
mai  splendea  per  vaghezza  e  per  sontuosità  più 
unica  che  rara. 

Però,  nel  tempo  istesso,  si  recava  alle  Scuole 
di  S.  Niccolò,  a  quella  cara  Istituzione  di  bene- 
ficenza che  coll'acquisto  di  S.  Donato  era  stata 
fondata  dal  suo  nonno,  il  comm.  Niccola,  quella 
Istituzione  Pia  che  colFaccrescimento  di  S.  Donato 
era  stata  accresciuta  dallo  zio  Anatolio,  quella 
Istituzione  Santa,  già  presa  sotto  il  proprio  pa- 
trocinio, ch'egli  volle  abbellire  ed  aumentare  an- 
cora, mentre  ancora  abbelliva  ed  aumentava  S. 
Donato.  Diciamo  Istituzione  Santa,  perchè  desti- 
nata a  raccogliere  la  prole  del  popolo,  quella  in- 
fanzia sprovvista  di  tutto,  per  quivi  tutto  farle  a- 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  119 


vere  ;  né  altro  di  più  santo  poteva  darsi  sulla 
terra  per  questo  celebre  benefattore,  il  quale 
aveva  per  principio  fondamentale  della  sua  vita 
il  passo  citato  della  Bibbia  di  S.  Matteo  ;  che  a- 
veva  per  passione  precipua  ed  innata,  l'affezione 
per  la  infanzia  più  negletta;  sì,  i  figliuoli  del 
popolo,  partecipavano  dell'affezione  paterna  che 
il  principe  Paolo  aveva  per  gli  stessi  figli  suoi  (1). 
Comprò  dunque  sino  dal  1871,  uno  stabile  at- 
tigno  alle  Scuole  di  S.  Niccolò,  per  la  somma  di 
L.  50,000  franchi,  e  lo  trasformò  in  una  sezione 
per  le  fanciulle,  come  pure  per  farvi  la  Cappella 
delle  Suore  di  Carità.  Ed  una  volta  fattane  la 
fusione  coiristituto,  la  generosità  del  principe 
Paolo  andò  tant'oltre  che  dell'annesso  comprato 


(1)  L'  affezione  che  il  principe  Paolo  nutriva  pei  figli 
mescliinelli  del  popolo,  in  più  particolare  maniera  la  dimo- 
strava in  certe  feste  dell'anno,  poicliè  profittava,  qnal  tenero 
padre,  di  tali  occasioni,  per  far  pervenii'  loro  una  parte  di 
quei  dolci  che  agli  stessi  suoi  figli  venivano  in  tavola  ser- 
viti. —  Ed  affinchè  i  suoi  figliuoli  prendessero  l'abitudine, 
sino  dalla  loro  fanciullezza,  di  proteggere  con  amore  le 
Pie  Istituzioni  di  Beneficenza,  manteneva  in  loro  nome  ne- 
gli Asili  di  queste  un  certo  numero  d'orfanelli,  oltre  quelli 
che  già  manteneva  nel  nome  ^Droprio,  ed  in  quello  della 
principessa  Elena,  sua  degnissima  consorte.  —  (Queste  intor- 
mazioni  le  abbiamo  tolte  dall'annuale  Rapporto  del  Diret- 
tore del  Pio  Istituto  Demidoff  di  Firenze,  l'egregio  profes- 
sore Leopoldo  Gennaioli  ;  e  da  lui  letto  all'occasione  della 
distribuzione  dei  premi  agli  Alunni  il  13  Dicembre  1885.) 


120  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 


e  trasformato  con  tanta  spesa,  pagò  ancora  la 
pigione  annualmente  all'Amministrazione  dell'I- 
stituto, dal  momento  che  l'occuparono  le  Suore  (1). 
Versò  inoltre  la  somma  di  lire  5,000  nella  Cassa 
Municipale  per  essere  distribuite  ai  poveri  di  Fi- 
renze, e  sottoscrisse  per  1500  lire  onde  restau- 
rare il  Panteon  italiano  di  Santa  Croce. 

Dopo  essersi  fatto  dimora  fiorentina  della  son- 
tuosa villa  di  S.  Donato,  colla  grande  tenuta 
piena  di  agi  e  di  dovizie,  pare  che  il  soggiorno 
di  tale  località  non  appieno  confacesse  ai  bisogni 
della  sua  natura,  ed  acquistò,  nel  1873,  dall'am- 
ministrazione degli  eredi  dell'ultimo  sovrano  di 
Toscana,  Leopoldo  II  di  Lorena,  l'immensa  ed  al- 
pestre tenuta  di   Pratolino,   antica  residenza  dei 


(1)  Le  Suore  cominciarono  nel  1874  ad  occupare  lo  sta- 
bile comprato  dal  compianto  principe  Paolo,  e  questi  fino 
d'allora  pagò  per  esse  all'Amministrazione  del  Pio  Istituto 
l'annua  somma  di  L.  900  a  titolo  di  pigione,  somma  che 
viene  oggidì  pagata  dagli  eredi  di  lui.  Tra  la  compra  del 
detto  stabile,  il  mantenimento  dei  bambini  nell'Educatorio, 
largizioni  a  prò  della  sezione  delle  Suore  ed  a  prò  della 
Cassa  del  Pio  Istituto,  lo  stesso  Principe  consacrò  la  somma 
di  lire  132,000.  Non  si  possono  valutare  le  altre  copiose 
largizioni  da  lui  prodigate  a  prò  degli  alunni  o  loro  fa- 
miglie, non  figurando  queste  sui  registri  dell'Amministra- 
zione. E  nemmeno  l'Ospedale  dei  Bagni  di  Lucca,  fu  di- 
menticato dal  principe  Paolo  che,  dalla  morte  di  suo  zio, 
passò  a  quello  un  annuo  sussidio  di  lire  1800,  che  durò 
sino  al  1881. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  121 

toscani  regnanti  sino  da  Francesco  I  dei  Me- 
dici, il  quale  aveva  fatto  costruire  al  Buontalenti 
quel  parco  si  celebre  per  le  tante  magnificenze 
e  meraviglie,  ivi  ammirate  per  più  di  due  se- 
coli e  mezzo,  dagli  stranieri  avidi  d' ammirar 
le  bellezze  sublimi  ;  ed  in  quel  luogo  elevato, 
esposto  ai  raggi  del  mezzogiorno,  protetto  dai 
venti  tramontani,  ricco  di  mille  attrattive,  spese 
altri  parecchi  milioni  pensando  ritornarlo  al  pri- 
stino splendore,  ne  fece  la  sua  nuova  dimora  pre- 
diletta a  grande  ristoro,  e  diremo  a  mera  ri- 
generazione degli  abitanti  locali,  come  delle  po- 
polazioni circonvicine,  che  immensi,  e  per  anni 
prolungati,  furono  i  lavori  d'ogni  genere,  dei  rin- 
nuovamenti  e  delle  riattivazioni  (1).  Per  mezzo 
suo  soltanto  cominciarono  a  sorgere  fra  quei  po- 
poli le  associazioni  di  Mutuo  Soccorso,  e  fiori- 
rono siccome  vedonsi  fiorire  nelle  città  nobili, 
fra  civili  cittadini  :  Pratolino  riebbe  l'antico  a- 
spetto  di  piccola  capitale  colla  dispendiosa  corte  : 
la  differenza  stava  solo  in  questo,  che  cioè  il  prin- 
cipe Paolo  non  pagava  gli  splendori  di  Corte  coi 
danari  dello  Stato,  ma  spendeva  principesca- 
mente, come  lautamente  proteggeva  ed  aiutava 
col  proprio  patrimonio. 

Nel  medesimo  tempo  fa  tanto  di  trovarsi  nella 
Russia  quando  il  colera  scoppia,  e  mentre  i  Russi 


{{)  Vedi  Parte  II,  Gap.  V. 


122  FIRI^NZE   AI   DEMIDOFF 

si  battono  coi  Turchi,  nelle  quali  tristissime  circo- 
stanze il  principe  Paolo  Deraidoff  non  respira  l'aure 
soavemente  profumate  di  Pratolino  né  di  San  Do- 
nato, non  s'aggira  nei  prati  ameni,  fra  gli  spaziosi 
viali  doviziosamente  adornati  di  vaghi  fiori  sma- 
glianti, e  di  piante  onde  s'alternan  le  delizie,  non 
s'allieta  fra  gli  agi  dorati  della  villa  ereditata  dai 
suoi  né  fra  quelli  della  villa  sovranesca  da  lui  com- 
perata. . .  egli  si  trova  in  Kiew,  dove  non  abita 
in  un  palazzo,  ma  in  un  appartamento  d'albergo 
il  quale  non  è  situato  nel  quartiere  migliore  della 
città,  senza  nemmeno  il  refrigerio  d'un  modesto 
giardino  ;  per  la  guerra  é  messo  a  capo  della 
Società  di  Soccorso  ai  combattenti  feriti,  che  si 
chiamò  la  Croce  Rossa,  e  tanto  lui  chela  principessa 
Elena  sua  degna  consorte,  s'adoprano  con  zelo 
impareggiabile,  consacrano  somme  enormi  nei 
provvedimenti  conformemente  alla  gravissima  ur- 
genza, e  senza  badare  ai  pericoli  della  troppo  fune- 
sta circostanza,  prodigano  costanti  e  infaticabili, 
con  somma  abnegazione,  le  lor  cure  affettuose  ai 
patriotti  che  rimangono  feriti.  E  prima  di  ciò,  nel- 
l'occasione del  colera,  eransi  visti,  il  Principe  e  la 
Principessa  Demidoff,  nella  stessa  città  di  Kiew, 
dar  simili  esempi  di  grandezza  d'animo,  di  quella 
grandezza  rara  che  spinge  la  creatura  umana 
al  sacrifizio  estremo  in  prò  dell'umanità  che  viene 
flagellata.  Il  generoso  principe  Paolo  mantiene  a 
sue  spese  uno  spedale  in  Kiew,  e  nel  medesimo 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  123 


funziona  da  vigile  e  da  infermiere,  siccome  lo  zio 
Anatolio  aveva  fatto  nella  città  di  Pietroburgo. 
Non  parliamo  del  Cristo  che  va  in  Galilea  per 
guarir  lebbrosi  e  indemoniati  ;  questo  lui  solo  po- 
teva fare  come  il  Cristo  Redentore  ;  rammentiamo 
S.  Carlo  Borromeo,  che  per  devozione  al  proprio  mi- 
nistero tanta  parte  prende  ai  soccorsi  che  in  Mi- 
lano si  recano  ai  colpiti  dalla  peste  nel  1576,  egli 
era  però  l'arcivescovo  che  diventava  santo  ;  e  fra 
qualche  altro  esempio  consimile  di  cui  la  storia 
può  fare  menzione,  rammentiamo  l'Imperatore  di 
Russia,  Niccola  I,  a  Pietroburgo,  nel  1831,  e  il  Re 
d'Italia  Umberto  I,  nel  1884  a  Napoli,  che  si  mesco- 
lano generosamente  ai  colerosi  per  assisterli  e  con- 
fortarli ;  la  Russia  e  l'Italia  ammirarono  i  Sovrani, 
e  nell'ammirarli  loro  aumentarono  d'amore,  di  fe- 
deltà, di  devozione  ;  ma  i  Demidofi"  non  sono  ar- 
civescovi che  la  chiesa  sta  per  santificare,  non 
monarchi  che  per  tratti  generosi  lasciano  immor- 
tali punti  nella  Storia;  i  Demidoff  sono  privati 
cittadini  che  possono  vivere  da  Cresi,  da  LucuUi 
da  Semidei,  che  possono  sfuggire  il  flagello  dove 
si  manifesta  ;  ma  no  ;  lo  vanno  spontaneamente 
ad  affrontare,  mettendo  la  vita  cogli  averi  a  re- 
pentaglio del  pericolo  imminente,  perchè  il  sen- 
timento umano  a  ciò  gli  spinge.  E  chi  potrebbe 
dire  che  un  altro  sentimento,  fuorché  quello  della 
vera  umanità,  ispirasse  ai  Demidoff  tanto  solenne, 
tanto  esemplare  abnegazione  ? 


124  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

Un  altro  fatto  degno  di  rimaner  per  terzo 
ira  i  due  surriferiti,  perchè  neanche  questo  potrà 
dimenticarsi  a  Kiew,  né  dove  è  storia  d'intra- 
prese umane,  si  verifica  allorché  dalla  Russia  si 
vogliono  scacciare  gl'Isdraeliti  ;  il  principe  Paolo 
Demidoff  prende  a  cuore  la  causa  loro  e  stre- 
nuamente la  difende  alzando  la  voce  con  un  eru- 
dito opuscolo,  nel  quale  svolge  una  tesi  opportu- 
nissima,  ammirabile  per  ricchezza  d'eloquenza  e  di 
acume,  proclamando  ed  affermando  l'uguaglianza 
loro  dinanzi  alle  leggi  umanitarie  ;  s'applaude  l'o- 
pera del  pj'incipe  Paolo,  la  stampa  russa  fa  suo 
l'argomento,  lo  propala,  lo  sostiene  unanime,  ed 
è  perciò  che  le  persecuzioni  contro  gli  Isdraeliti 
perdono  di  forza. 

La  politica,  a  sua  volta,  reclama  la  mente  del 
principe  Paolo,  già  addetto  al  Ministero  dell'In- 
terno, ed  egli  tratta  la  quistione  Greca  da  uomo 
prudente,  da  diplomatico  sì  dotto,  che  in  questo 
pure  riscuote   plauso  e  benemerenza  universale. 

Il  celebre  filantropo,  il  grande  umanitario  è  insi- 
gnito del  titolo  di  Eghermeister  daS.  M.  l'Impera- 
tore Alessandro  II  •  torna  nel  Ministero  anzidetto, 
dove  si  nomina  presidente  della  Società  che  ha  per 
iscopo  l'incoraggiamento  eia  prosperità  dell'indu- 
stria e  del  commercio  ;  avvenne  che  il  nostro  Re 
Umberto,  quand'  era  ancora  principe  ereditario, 
si  recò,  colla  sua  sposa,  la  regina  Margherita, 
a  visitare  in  Pietroburgo    l' Imperatore  di   Rus- 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  125 

sia,  ed  ecco  il  principe  Paolo  destinato  dal 
suo  Sovrano  all'  alto  onore  di  render  loro  tutti 
quegli  omaggi  addicevoli  ad  ospiti  reali  ;  onde 
in  compagnia  di  loro  rimane  giornalmente, 
finché  non  lasciano  la  Russia.  In  questa  occasione 
si  formò  e  prese  grandissima  consistenza  la  con- 
siderazione intima  che  il  re  d' Italia  accordò  al 
principe  Paolo  DemidofF,  della  qual  cosa  tutta  la 
Russia  se  ne  mostrò  lieta  ed  onorata. 

Di  quali  grandi  memorie  non  s'abbellisce  inol- 
tre resistenza  del  principe  Paolo  DemidofF,  nel  de- 
cennio dal  1871  al  1880!  Notiamone  un'altra,  la 
quale  sta  impressa  nell'anima  di  Firenze,  e  che 
durerà  finché  qui  la  storia  della  munificenza  dura. 

Ma  premettiamo  che  il  tutore  di  tutte  le  I- 
stituzioni  di  Benificenza  fondate  dai  DemidofF, 
non  ha  mai  tralasciato  di  vigilare,  d'ispezionare 
runa  e  l'altra,  d'accordare  provvedimenti  a  qua- 
lunque ne  presentasse  la  opportunità,  conforme 
la  sacra  missione  che  è  retaggio  della  illustre 
famigUa  sua  benefattrice,  di  concedere  incorag- 
giamenti, ricompense,  sussidi  alla  guisa  che  i 
suoi  cari  estinti  solevano  fare,  il  che  potremmo 
ancora  provare  con  altri  splendidi,  palpitanti,  ed 
innegabili  esempi,  se  non  bastasse  il  già  detto  a 
riguardo  delle  Scuole  di  Firenze. 

Ecco  r  avvenimento  memorando,  glorioso,  al 
pari  d'  ogni  altro  avvenimento  di  gloria,  la  cui 
menzione  non  possiamo  più  oltre  tramandare. 


126  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


Correva  l'anno  1878,  e  la  popolazione  fio- 
rentina ebbe  in  esso  un  periodo  di  troppo  pe- 
nosa distretta.  Il  lamento  generale  scese  al  cuore 
pietoso  del  celebre  filantropo,  ed  egli  pronto,  come 
sempre,  ad  offrire  sé  stesso  per  alleviare  il  pati- 
mento altrui,  formò  in  questa  circostanza  il  gran- 
dioso progetto  d' istituire  a  Firenze  una  Cucina 
Economica  a  totale  suo  carico.  La  pose  sotto  il 
patronato  della  nobile  sposa,  anch'essa  tanto  ca- 
ritatevole, quanto  gentile,  e  ne  affidò  Tesecuzione 
alla  locale  Società  per  la  repressione  dell'Accat- 
tonaggio. La  Cucina  Economica  Elegia  Demidoffj 
s'inaugurò  il  dì  12  Novembre  1878,  e  funzionò 
sino  al  31  Marzo  1879,  con  un  ordine  così  scru- 
poloso, da  far  provare  la  maggiore  soddisfazione 
al  generoso  istitutore,  che  visitava  i  locali  pren- 
dendo cognizione  dei  più  minuti  dettagli,  che 
assaggiava  e  faceva  assaggiare  ad  illustri  perso- 
naggi ch'erano  seco  i  generi  da  distribuirsi  per 
assicurarsi  che  fossero  d' ottima  qualità,  e  che 
assisteva  alla  distribuzione  di  trecentonovanta- 
nove  razioni  in  un  solo  quarto  d'ora,  tanta  pron- 
tezza, senza  confusione,  permetteva  il  modo  col 
quale  si  distribuiva.  Questa  Cucina  Economica, 
costò  al  Grande  Benefattore  l'egregia  somma  di 
L.  32,442. 

«  Ma  Firenze,  la  sventurata  Firenze,  si  legge 
nell'apposito  rendiconto  storico  compilato  dal  Si- 
gnor Colonnello  Comm.  G.    S.    Erosali,    che   era 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  127 

stato  uno  degP  Ispettori  per  la  parte  esecutiva, 
non  restò  muta  a  questo  atto  generoso  ;  esso  come 
una  scintilla  elettrica  penetrò  nel  cuore  delle  mol- 
titudini, e  vi  fece  sorgere  spontaneo  il  pensiero 
di  attestare  ai  Principi  di  San  Donato  la  gratitu- 
dine e  r  affetto  verace  di  tutti  buoni  fiorentini. 
Fu  un  pensiero  nobile  e  gentile  che  si  manifestò 
con  un  simultaneo  desiderio,  partente  dalla  mag- 
gior parte  dei  cittadini,  che  sentivano  il  bisogno 
di  dimostrarlo  al  munificentissimo  Benefattore 
della  loro  città. 

«  Si  formò  un  comitato,  si  diffusero  schede  di 
sottoscrizione,  ed  in  pochi  giorni  si  videro  co- 
perte di  firme. 

«  Nessuna  offerta  dovoa  essere  minore  di 
cinque  centesimi,  né  maggiore  di  una  lira.  Fu- 
rono diecimila  cinquecento  settantanove  le  firme 
raccolte.  Un  vero  plebiscito  d'  affetto  e  di  rico- 
noscenza. » 

Il  comitato  fece  modellare  al  professore  Ulisse 
Cambi  una  medaglia,  che  poi  fu  incisa  in  oro  da- 
gli artisti  Vagnetti  e  Farnesi.  La  dedica  è  questa  : 

AI   PRINCIPI 

PAOLO    ed  ELENA   DEMIDOFF 

DI    SAN   DONATO 

FIRENZE   RICONOSCENTE 

1879. 
Nella  faccia  sono  i  ritratti  del  Principe  e  della 


128  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

Principessa,  riusciti  di  perfetta  somiglianza  ;  e 
nell'esergo,  Firenze  scolpisce  in  una  colonna  i  no- 
mi dei  Demidoff,  sacrandoli  al  perpetuo  culto  della 
gratitudine  cittadina. 

L'  otto  di  giugno  fu  il  giorno  prefìsso  per  la 
presentazione  della  medaglia.  Con  più  di  sessanta 
Associazioni,  con  dieci  o  dodici  fra  bande  e  fanfare, 
formante  un  insieme  di  circa  seimila  persone,  si 
riunirono  fra  le  2  e  le  3  poni,  in  Piazza  di  Santa 
Maria  Novella  ;  e  passando  dalla  via  dei  Fossi 
e  Borgognissanti,  accompagnate  da  un'  immensa 
folla  di  popolo,  andarono  processionalmente  fino 
a  San  Donato,  dove  giunsero  alle  4.  In  quella 
celebre  villa,  dove  tanti  tesori  d'arte  antica  e 
moderna,  stavano  raccolti,  i  Principi,  in  compa- 
gnia di  parecchi  personaggi  appartenenti  alla 
pili  alta  nobiltà  cittadina,  e  di  diversi  rappresen- 
tanti delle  varie  Opere  di  Beneficenza  attendevano 
il  comitato,  e  lo  riceverono  appunto  nel  grande 
atrio  in  cima  allo  scalone,  fra  le  ricchezze  più 
sorprendenti.  Il  comitato  presentò  al  Principe 
una  Teca  contenente  la  Medaglia  d'oro  racchiusa 
in  elegantissimo  astuccio  d' avorio,  portante  le 
cifre  intrecciate,  incise  in  argento  ossidato,  delle 
LL.  EE.,  coi  punzoni  relativi,  e  un  volume  ma- 
gnificamente rilegato,  che  conteneva  le  diecimila 
cinquecento  settantanove  firme  dei  cittadini  obla- 
tori. Nel  presentare  un  cosiffatto  attestato  di  be- 
nemerenza offerto  dalla   cittadinanza   fiorentina. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  129 


il  presidente  del  comitato  pronunziò  queste  brevi 
ed  acconcie  parole: 

«  Eccellenze! 
.«  Altieri  dell'onore  che  oggi  la  città  di  Firenze 
«  ci  concede,  di  presentare  alle  Vostre  Eccellenze 
«  il  risultato  di  un  plebiscito  d'amore  e  di  gra- 
«  titudine,  noi  proviamo  alla  presenza  Vostra  nn 
«  sentimento  di  ammirazione,  ripensando  agli  in- 
«  numerevoli  benefìci  che  con  nobili  intenti  e  con 
«  generosità  senza  pari,  spandete  sulla  nostra  città. 

«  È  per  mezzo  nostro,  o  Munifìcentissimo 
«  Principe,  che  Firenze,  spontanea,  viene  ad  at- 
«  testarvi  la  sua  gratitudine. 

«  Possa  questo  tenue  attestato  esser  gradito 
«  dalle  Eccellenze  Vostre,  e  dimostrarvi  che  il 
«  Popolo  Fiorentino,  anche  oppresso  dalle  pub- 
«  bliche  sventure,  serba  e  serberà  imperitura  e 
«  cara  memoria,  di  chi  mostrò  sempre  avere 
«  nobile  mente  e  generoso  cuore. 

«  Firenze,  8  Giugno  1879. 

«  Il  Comitato.  » 


Questo  indirizzo  scritto  in  pergamena,  fu 
poscia  consegnato  al  principe  Paolo,  che  eviden- 
temente commosso,  rispose  in  nome  suo  e  nel 
nome  della  Principessa,  con  le  seguenti  parole 
che  trascriviamo  testualmente,  non  osando  sfiorare 
col  tradurle,  come    con  bel  tatto  disse  il   signor 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


130  FIRENZE   AI  DEMIDOFF 

Prosali  nel  raccoglierle,  la  squisita  gentilezza  e 
l'affetto  di  cui  soqo   improntate  : 

«  MessieurSj, 

«  Si  je  viens  vous  repondre  en  francais,  c'est 
«  que,  lìélas,  ma  langue  est  moins  italienne  que 
«  mon  coeur. 

«  Je  vois,  Messieurs,  que  vous  pratiquez  la 
«  lecture  dii  l'Evangile,  que  vous  en  suivez  les 
«  préceptes,  et  que  les  paroles  du  Christ  ont  un 
«  écho  dans  votre  coeur.  Vous  en  donnez  la 
«  preuve  aujourd'hui  en  récompansant  un  ouvrier 
«  de  la  dernière  heure  comme  s'il  avait  été  de 
«  la  première.  C'est  votre  droit,  et  je  ne  puis  que 
«  vous  en  remercier. 

«  Dans  cet  Album,  plein  de  signatures,  qui  me 
«  vont  toutes  au  coeur,  il  y  en  a  certaines  qui 
«  ont  cóuté  une  goutte  de  sueur,  et  celles-là,  re- 
«  steront  plus  gravées  encore  dans  ma  mémoire 
«  reconnaissante. 

«  Depuis  plus  d'un  demi  siede  ma  famille  est 
«  unie  à  Florence  par  des  liens  de  sympathie  ré- 
«  ciproque.  Ce  qui  pouvait  se  briser,  vous  Tavez 
«  voulu  consacrer  en  ce  jour. 

«  Comme  l'anneau  nuptial  lie  deux  époux  par 
«  un  lien  indissoluble,  ainsi  cetto  médaille  res- 
«  serre  à  jamais  les  liens  qui  unissent  ma  fa- 
«  mille  à  la  ville  de  Florence. 

«  Elle  resterà  desormais  comme  un  o-age  sacre 


FIRENZE  AI  DEMIDOFF  131 

«  entre  vos  déscendants  et  les  miens,  qui  sau- 
«  ront  la  conserver  avec  une  reconnaissance  qui 
«  ne  peut  avoir  d'égale  que  celle  que  je  ressens 
«  pour  vous.  » 

Come  l'anello  nuziale  lega  due  sposi  con  le- 
game indissolubile,  ha  detto  il  principe  Paolo 
Demidoff  ai  fiorentini,  così  questa  medaglia  strin- 
ge per  sempre  i  legami  che  uniscono  la  mia  fa- 
miglia alla  città  di  Firenze. 

Bisognerebbe  essere  ben  privi  d' ogni  gen- 
tile sentimento  per  non  distinguere  in  queste  pa- 
role il  sentimento  più  squisitamente  sincero  e 
delicato,  che  sia  possibile  d'immaginare.  E  poi  : 
«  Questa  medaglia,  va  terminando  il  Prin- 
cipe, rimarrà  sempre  un  sacro  pegno  fra'  vostri 
discendenti  ed  i  miei,  che  sapranno  conservarla 
con  una  riconoscenza  che  non  può  aver  per  u- 
guale  che  quella  ch'io  provo  per  voi.  »  —  Se  questo 
pensiero  sublime  non  è  ispirato  dalla  mera  no- 
biltà del  cuore,  qual  calcolo  avrebbe  potuto  farlo 
esprimere  al  Grande  Benefattore,  rivolto  ai  suoi 
beneficati  ?  .  .  .  . 

La  commozione  fu  generale,  ne  poteva  essere 
altrimenti.  Fra  gli  unanimi  e  clamorosi  applausi, 
fra  lo  sfilare  delle  numerose  Associazioni,  e  fra 
le  presentazioni  che  la  grande  circostanza  ri- 
chiedeva, le  musiche  alternavano  la  marcia  Reale 
Italiana,  e  l'Inno  Imperiale  Russo. 

Una  scena  sì  imponente,  in  quella  principesca 


FIRENZE   AI  DEMIDOFF 


villa  colla  plaudente  assistenza  che  affollatissima 
e  compatta  stavasene  al  di  fuori,  compresa  tutta 
di  giubbilo,  di  festa  e  d'entusiasmo,  è  cosa  che 
vanamente  imprenderebbesi  a  descrivere,  come 
non  si  può  ridire  l'effetto  che  nell'animo  di  cia- 
scuno produceano  le  parole  che  la  Coppia  illustre 
pronunciava  dalla  grande  terrazza  per  augurare 
a  Firenze  giorni  più  prosperi  e  piìi  felici  ! 

Splendida  oltre  ogni  credere,  ed  oltre  ogni  cre- 
dere spontanea,  questa  dimostrazione  è  registrata 
ad  indelebili  parole  nella  storia  nostra,  con  tutta 
la  solennità,  compiuta  da  ogni  classe  della  cit- 
tadinanza. Festa  senza  paragoni  tra  le  feste  che 
a  privati  siansi  qui  potute  fare,  festa  d'entusia- 
smo generale,  febbrile,  eatusiasmo  giustificato  al 
grado  sommo,  imperocché  tutti  sappiamo,  e  dob- 
biamo rammentare  che  quante  opere,  sia  di  carità, 
di  pubblico  decoro,  quante  istituzioni  sorsero  in 
questi  ultimi  tempi  a  Firenze,  colla  mira  del  pub- 
blico bene,  dell'incoraggiamento  e  del  culto  per 
le  arti,  trovarono  nel  principe  Paolo  quell'aiuto 
costante  per  opera  e  per  danaro,  quale  non  è 
dato  assolutamente  di  trovare  fra  noi  in  altri  be- 
nefattori, in  altri  filantropi,  in  altri  mecenati. 

La  facciata  del  nostro  Duomo,  opera  insigne 
dell'arte  nostra,  che  dopo  tante  prove  costo- 
sissime fatte  sino  dai  tempi  della  Repubblica  fio- 
rentina, e  dai  magni  Medici  Duchi  e  Granduchi, 
dopo  tanti  secoli  di  desiderio  patito  dai    fioren- 


Firenze  ai  demidoff  133 

tini,  or  viene  scoperta  e  prende  posto  fra'  più 
insigni  monumenti  d'Italia,  (1),  ebbe  nel  principe 
Paolo  Demidoff  uno  dei  più  efficaci  patrocinatori, 
e  dette  a  prò  della  medesima  la  bella  somma  di 
lire  38,000  (2)  ;  passava  lire  300  mensili  alla  Società 
di  S.  Giovanni  Battista,  ed  altrettante  alla  Società 
Fiorentina  per  la  repressione  dell'accattonaggio. 
Patrocinò  la  Società  Donatello  che  sorse  col  più 
ammirabile  programma  e  molte  altre  Associa- 
zioni fiorentine;  appartenne  a  gran  numero  di  Co- 
mitati, ed  il  suo  nome  figurò  inoltre  tra  i  primi 
in  tutte  le  sottoscrizioni  di  beneficenza  che  a  suo 
tempo  si  fecero  a  Firenze.  Invitato  ultimamente 
a  far  parte  del  Comitato  per  la  costruzione  delle 
case  pei  poveri,  subito  aderì  premuroso,  e  colla 
sua  solita  generosità  si  pose  fra  i  sottoscrittori 
di  5,000  lire,  dichiarando  in  pari  tempo  d'essere 
disposto  sempre  a  far  tutto  quanto  da  lui  sareb- 
besi  richiesto  per  decorare  ancora  la  città  di 
Firenze,  per  beneficare  la  fiorentina  popolazione 
povera  ....  e  chi  sa  mai  quante  e  quante  fa- 
miglie, quante  e  quante  persone  in  lotta  colle 
tribolazioni,  colle  afflizioni  d'ogni  sorta,  cogli 
stessi  pericoli  più  gravi,  e  la  disperazione^  trova- 

(1)  Vedi  Appendice. 

(2)  Per  lire  30,000  sottoscrisse  in  proprio,  lire  5,000  le 
raccolse  da  oblatori  stranieri,  e  3000  lire  furono  il  pro- 
dotto dei  biglietti  d'ingresso  al  Parco  S.  Donato,  avendolo 
il  Principe  Paolo  a  tale  scopo  reso  visibile  mediante  pa- 
gamento. 


134  FIRENZE   AI  DEMIDOFF 

rono  segretamente  nell'animo  nobilissimo  del 
principe  Paolo  un  paterno  ed  efficace  conforto, 
una  consolazione  sovrumana  ;  chi  sa  mai  quanti 
e  quanti  intelletti,  presso  ad  essere  avviliti,  schiac- 
ciati, spenti  sotto  le  tenebre  più  tetre,  non  tro- 
varono in  quel  cuore  sensibile,  liberale,  la  vita, 
la  luce,  l'onore  ;  e  chi  sa  mai,  finalmente,  quanti 
e  quanti  altri  benefìzi  sarebbe  stato  capace  que- 
st'  uomo  dal  cuore  sublime,  a  prò  della  grande 
famiglia  umana  intiera,  che  dovunque  soffre  o  lan- 
guisce, se  la  morte  non  l'avesse,  ahi,  troppo  pre- 
sto !  tolto  a  questo  mondo  (1)  !  ...  . 

La  morte  !  Parola  tremenda,  che  non  avrei 
mai  voluto  lasciare  sfuggir  dalla  penna  ! 

Ma  ohimè  !  pur  troppo,  la  sua  vita  da  tutti  i 
poveri  sì  amata,  perchè  a  tutti  i  poveri  molto 
preziosa,  si  spense  a  Pratolino,  fra  le  braccia 
dell'illustre  consorte  adorata,  e  nel  bacio  del  Si- 
gnore il  giorno  26  gennaio  del  1885. 

La  notizia  fatale  percosse  ed  afflisse  il  cuore 
di  ogni  nostro  cittadino  :  le  classi  indigenti  nostre 
che  già  da  quasi  settant'anni  benedicono  il  nome 
dei  Demidoff,  raddoppiarono  le   loro    benedizioni 


(1)  È  noto  abbastanza  tra  noi  come  fintanto  cbe  durò 
San  Donato,  il  principe  Paolo  mantenne  l'usanza  di  far 
colà  distribuire  ai  poveri  ben  1000  lire  al  mese  ;  e  fra  gli 
aiuti  che  accordar  soleva  ai  supplicanti,  esistono  nei  libri 
d'amministrazione  delle  somme  fino  a  500  lire. 


FIRENZE   AI  DEMIDOFF  135 

per  accompagnare  nel  Paradiso  la  bell'anima  del 
principe  Paolo. 

Nella  celebre  storica  villa  di  Pratolino,  dove 
tanti  fasti  regali  si  son  succeduti  fra  le  regali 
brigate,  in  quella  villa  sì  ricca  di  principeschi 
addobbi,  splendente  di  tante  opere  preziose,  la 
giovane  sposa  versa  pianto  amarissimo,  che  ha 
perso  lo  sposo  diletto  ;  i  figli,  ancor  fanciulletti, 
piangono  a  lacrime  caldissime  di  tenero  affetto, 
che  non  hanno  piìi  padre  ;  da  lungi  piangono  mi- 
gliaia e  migliaia  di  poveri,  che  non  han  più  il 
loro  paterno  benefattore. 

La  perdita  è  irreparabile  per  tutti  ;  il  dolore 
per  ciascuno  è  immensol 

La  nostra  Giunta  Municipale  s'adunò  appena 
saputa  la  gravissima  sciagura,  e  mandò  alla  ve- 
dova illustre  le  più  sentite  condoglianze  nel  nome 
della  città  e  della  rappresentanza  del  Comune. 

A  tanto  lutto  si  associarono  pure  il  Re  d'Ita- 
lia e  l'Imperatore  di  Russia. 

Il  principe  Paolo  Demidoff  di  San  Donato  è 
morto,  ma  la  sua  memoria  vivrà  sempre  vene- 
ratissima  nel  cuore  di  chi  1'  amò,  di  chi  lo  co- 
nobbe, di  chi  semplicemente  l'udì  nominare,  per- 
chè non  si  nominava  senza  rispetto,  senza  lau- 
darne la  sua  grande  virtù  di  fare  il  bene,  virtù 
vera,  purissima,  nata  col  suo  cuore,  nel  suo  cuore 
custodita  e  coltivata  per  mezzo  del  Vangelo.  Fe- 
dele all'esempio  degli  avi  suoi,  ei  prodigava  lar- 


136  FIRENZE  At   DEMIDOFP 


giù  benefizi,  senza  il  benché  minimo  secondo  fine  ; 
non  si  fece  mai  della  carità  un  piedestallo,  per 
quindi  salire  a  pompeggiar  su  quello  ;  sentiva  il 
bisogno  di  praticar  la  carità  conforme  dalla  Divi- 
nità gli  veniva  comandato  ;  la  praticò  dovunque, 
verso  chiunque,  seguendo  -col  senno  della  mente 
l'impulso  del  cuore  :  e  il  cuore  non  altro  bramava 
che  di  far  bene  ai  miseri,  imperocché  Gesìi  ha 
nei  miseri  i  suoi  fratelli  più  cari. 

Senza  stare  a  cercare  i  benefizi  sparsi  dal 
principe  Paolo  Demidoff  di. San  Donato  sopra  le 
diverse  parti  d'Europa,  ci  sembra  che  gli  storici  fatti 
inconcussi  che  abbiamo  registrati,  coi  gran  li  e- 
sempi  di  verace  virtù  cristiana  che  egli  compiè 
fra  noi  fiorentini,  e  che  restano  perenni  sotto  gli  oc- 
chi nostri,  siano  più  che  sufiìcienti  a  provare  il 
principio  sacrosanto  cui  s'informarono  i  pensieri 
generosi,  gli  atti  caritatevoli  dei  quali  fu  sì  fe- 
conda la  vita  di  questo  mortale,  ci  paiono  più  che 
sufficienti  a  stabilire  il  merito  dell'omaggio  che  qui 
rendiamo  alla  sua  lacrimata,  venerata  e  benedetta 
memoria,  ed  il  titolo  giusto  che  ha  la  stessa  memoria 
alle  lacrime,  alla  venerazione,  alle  benedizioni  di 
tutti.  Figlio  di  Grandi  Benefattori,  egli  fu  Benefat- 
tore Grande,  e  c'è  da  credere  che  i  figli  di  lui, 
eredi  del  suo  patrimonio  enorme,  avran  pure  avuto 
in  retaggio  l'amore  ch'egli  ebbe  di  Dio,  della  patria 
e  del  prossimo ,  e  che  sapranno  e  vorranno  con- 
sacrare similmente  amorevoli  cure  alla  umanità 


FIRENZE  AI   DEMIDOFF  137 

che  chiede,  che  anela  il  soccorso  dei  buoni.  — 
Nello  stemma  dei  Demidoff  sta  il  motto  :  Ada 
non  verbci  ;  e  la  massima  loro  si  è  che  la  carità 
non  ha  partito,  ma  che  porta  la  bandiera  bianca: 
soleva  dirlo  il  principe  Paolo.  —  Onde  per  noi 
non  inopportuno  qui  sarà  ripetere  con  Fischer  : 
Gens  Demidoviana,  nomen  illusiravit  henefactis 
publicis. 

Lo  stesso  Principe  fu  insignito  di  molte  deco- 
razioni fra  cui  si  comprendono  le  principali  della 
Russia,  dell'Italia  e  della  Francia,  come  quella 
dell'ordine  di  Stanislao  di  primo  grado,  il  cor- 
done dei  SS.  Maurizio  e  Lazzai'o,  quello  della  Co- 
rona d'Italia,  e  la  Croce  della  Legion  d'Onore. 

Le  cifre  che  qua  e  là  si  sono  esposte,  danno 
un  contingente  assai  considerevole  per  giustifi- 
care ampiamente  il  motto  dello  stemma  Demidoff 
ed  i  titoli  che  loro  si  conferiscono  di  filantropi 
munifici  e  di  grandi  benefattori,  ma  non  sono 
sufficienti  esse  cifre  a  spiegare,  o  meglio,  a  rias- 
sumere tutta  la  munificenza  della  quale  è  fonte 
il  patrimonio  Demidoff;  ed  affine  di  riassumere 
ciò  che  dall'uso  di  questo  patrimonio  ne  viene  an- 
nualmente a  benefizio  della  educazione,  della  i- 
struzione,  defia  povertà  e  delle  afflizioni  cui  va  sog- 
getta la  famiglia  umana,  qui  vorremmo  esporre  ai 
nostri  lettori  le  cifre  generali,  il  che  per  noi  ri- 
mane nella  impossibilità  piii  assoluta.  Percui,  giac- 
che da  Firenze  a  Taghil  nessuno  potrà  porre  in 


138  FIRENZE   AI  DEMIDOFF 

dubbio  gli  storici  dettagli  ai  quali  ci  siamo  attenuti 
scrivendo  queste  pagine,  concreteremo  l'interes- 
santissimo argomento  delle  cifre  coU'esporre,  se 
non  altro  per  noi  fiorentini,  come  il  mantenimento 
delle  Benefiche  Istituzioni  Demidoff'  in  Taghil,  tra 
Scuole,  Biblioteche,  Asili,  Spedali  e  Chiese,  com- 
preso sussidi  e  pensioni,  scendeva  per  il  principe 
Paolo  all'annua  somma  di  129,300  rubli  ;  ed  il  man- 
tenimento delle  altre  Istituzioni  dalla  stessa  fami- 
glia fondate  in  altre  città  della  Russia,  colle  lar- 
gizioni ad  Istituti  non  da  essa  fondati,  inutile  ri- 
petere dagli  Asili  alle  Università,  scendeva,  per 
lo  stesso  Principe,  alla  somma  di  rubli  125,891, 
in  tutto  una  somma  di  rubli  255,191,  vale  a  dire 
1,020764  lire  ogni  anno  :  non  è  che  l'ordinaria 
beneficenza  pubblica  :  inquanto  alla  beneficenza 
straordinaria  e  quella  privata,  ciascuno  se  la  fi- 
guri dalla  storia  incontestabile  che  ne  abbiamo 
tracciata. 


Crediamo  cosa  addicevole  il  dare  a  questo  punto 
un'idea  degli  ottimi  risultati  che  si  hanno  attual- 
mente dal  funzionamento  del  Pio  Istituto  DemidofF 
in  Firenze,  della  cui  esistenza  necessariamente 
abbiamo  dovuto  parlare  pili  volte.  Per  ciò  fare 
in  modo  breve  e  conveniente,  nessun    dato  piti 


FIRENZE  AI   DEMIDOFF  139 

preciso  potrebbe  esserci  fornito  fuori  del  rap- 
porto annuale  redatto  dal  sig.  Prof  Gennaioli,  Di- 
rettore dell'Istituto  stesso,  letto  nel  13  dicembre 
1885,  rapporto  che  abbiamo  digià  citato  nella  nota 
a  pag.  119. 

Eccone  l'attendibile  estratto  : 

«  Nello  scorso  anno  1885  la  scuola  elementare 
dei  ragazzi  ebbe  177  alunni  ascritti  nelle  diverse 
Classi,  numero  massimo  d'ascrizione  che  permette 
il  suo  stato  attuale.  Il  numero  delle  presenze  co- 
statate raggiunse  un  totale  complessivo  di  23,168; 
ed  essendo  stati  161  i  giorni  di  lezione,  risulta  una 
media  di  144  scolari  di  cui  si  è  constatata  la 
presenza  quotidianamente  ai  nostri  insegnamenti. 

«  Durante  il  corso  dell'anno  scolastico,  furono 
dodici  gli  alunni  congedati  per  cause  diverse,  ma 
che  avevano  raggiunto  di  già  quel  grado  d'istru- 
zione che  la  legge  vuole.  Furono  chiamati  agli 
esami  148  scolari  ;  se  ne  presentarono  141  e  ne 
vennero  ricevuti  109,  dei  quali  19  ottennero  la 
licenza;  di  questi  ultimi  15  entrarono  a  tirocinio 
presso  degli  artigiani,  e  gli  altri,  dopo  un  secondo 
esame,  nelle  pubbliche  scuole  tecniche. 

«  Parimente  la  scuola  di  disegno  dette  in  que- 
st'anno dei  risultati  commendevoli,  da  poter  no- 
tare in  essa  uno  straordinario  progresso,  facile  a 
verificarsi  per  chi  voglia  paragonare  i  lavori  di- 
versi e  numerosi  eseguiti  in  questo  stesso  anno 
con  quelli  degli  ultimi  anni  precedenti.  In  questi 


140  FIRENZE   AI   DEMIDOFP 

lavori  non  bisogna  soltanto  ammirare  la  nitidezza 
e  la  precisione,  ma  l'intelligenza  pure  nella  loro 
esecuzione.  Nel  constatare  un  tale  fatto,  proviamo 
il  pili  gran  piacere,  imperocché  quest'insegna- 
mento serve  a  coronare  una  scuola  eminentemente 
popolare  quale  si  è  la  nostra.-  In  quest'anno  la 
Scuola  di  disegno  ebbe  54  alunni. 

«  L'Asilo  poi  ha  maternamente  accolto  nel  suo 
seno  148  bambini  in  tenera  età.  Le  presenze 
constatate  danno  un  totale  di  13,940;  ed  i  giorni 
di  lezione  essendo  stati  170,  c'è  dunque  una  media 
di  82  bambini  che  sono  stati  presenti  quotidiana- 
mente. Di  questi  ne  sono  stati  promossi  20  previa 
esame,  alla  prima  classe  superiore. 

«  Duopo  sarebbe  l'occuparci  adesso  della  salute 
che  goderono  i  fanciulli  affidati  alle  nostre  cure  ; 
ma  preferiamo  di  lasciare  in  questo  proposito  la 
parola  al  signor  dott.  Barbini  medico  delle  Scuole, 
il  quale  nel  suo  Rapporto  annuale  si  esprime  in 
questa  maniera  : 

«  Affine  di  non  istancarvi  con  delle  aride  cifre 
dirò  che  la  salute  della  nostra  famiglia  sì  nume- 
rosa fu  in  quest'anno  delle  piìi  eccellenti,  e  che 
non  avemmo  a  deplorare  che  la  perdita  d'un  solo 
bambino  dell'Asilo.  Le  acute  malattie  di  petto  e 
le  eruzioni  furono  numerose,  è  vero,  ma  benigne 
e  di  corta  durata.  Inquanto  alle  malattie  della 
pelle  ed  alle  oftalmie,  queste  disparvero  assolu- 
tamente dall'Istituto.  La  stessa  scrofola  ci  ha  for- 


FIRENZE   Ai   DEMIDOFF  141 

nito  delle  manifestazioni  assai  piìi  rare  e  meno 
gravi. 

«  Constato  pure,  non  senza  gioia  cordiale,  un 
fatto  che  consola  considerevolmente,  cioè  il  con- 
tinuo e  progressivo  miglioramento  della  salute 
dei  nostri  piccoli  bambini  ;  si  può  ben  dire  che  in 
quindici  anni  essa  si  è  completamente  trasformata  : 
il  medico  che  ha  assistito  a  sì  prodigiosa  trasfor- 
mazione dovuta  all'igienico  miglioramento  delle 
condizioni  dell'Istituto  obbedisce  piuttosto  ad  un 
bisogno  del  proprio  cuore  che  ad  un  dovere  ram- 
mentando con  rispetto  e  gratitudine  il  benefat- 
tore principe  Paolo  che  fu  il  padre  del  Pio  Sta- 
bilimento, e  rendendo  alla  sua  memoria  un  do- 
loroso tributo  di  riconoscenza.  » 

«  Né  in  ciò  soltanto  consistono  tutti  i  benefìzi 
che  derivano  da  questa  caritatevole  Istituzione, 
prosegue  l'elogiato  direttore:  ben  altri  ancora  ag- 
giungono delle  gemme  alla  sua  nobile  corona  :  in- 
tendo parlare  della  Farmacia  dei  poveri,  del  For- 
nello Economico  e  delle  Scuole  per  le  Fanciulle. 

«  La  Farmacia  dei  poveri  ha  rilasciato  nello 
scorso  anno,  dietro  ricette,  G95  medicine  per  ma- 
lattie fra  gli  alunni  d'ambo  i  sessi  che  frequen- 
tano il  Pio  Stabilimento,  i  loro  genitori,  e  gl'in- 
digenti della  Parrocchia    di    S.  Niccolò. 

«  Il  Forno  Economico  funzionò  come  nel  pas- 
sato. Le  minestre  distribuite  nel  corso  degli  ultimi 
12  mesi  raggiunsero    il    totale    di  93,420.    Una 


142  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

parte  delie  medesime  furono  distiibuite  ai  bambini 
dell'Asilo  ed  alle  bambine  della  Scuola  condotta 
dalle  Suore  di  Carità  ;  l'altra  parte  servi  a  sod- 
disfare la  fame  di  creature  innocenti  cadute  nella 
miseria  e  quelle  di  famiglie  operarle  ridotte  alla 
indigenza  per  la  mancanza  di  lavoro  o  per  difetto 
di  salute. 

«  La  Scuola  per  le  Fanciulle  aperta  e  condotta 
dalle  stesse  Suore  di  Carità  conformemente  alle  di- 
sposizioni del  principe  Anatolio,  venne  frequentata 
nell'anno  decorso  da  150  bambine,  e  l'Istituto  per 
le  interne  ne  accolse  70.  Su  queste,  8  si  presen- 
tarono all'esame  di  capacità,  di  cui  6  ricevettero 
il  diploma;  5  ottennero  la  patente  di  grado  infe- 
riore ed  1  quella  di  grado  superiore. 

«  Dimodoché,  in  conclusione,  le  Scuole  dovute 
alla  munificenza  dell'illustre  famiglia  Demidoff  be- 
neficarono 541  figliuoli  del  popolo. 

«  Queste  indicazioni  statistiche,  più  di  quanto 
abbiamo  detto  a  parole  provano  bastantemente 
la  vitalità  di  questo  Stabilimento,  e  la  cooperazione 
che  il  medesimo  apporta  agli  altri  stabilimenti 
destinati  a  curare  gl'interessi  più  nobili  della 
città  nostra.  » 

Lo  stesso  signor  Direttore,  passa  quindi  a  de- 
plorare giustamente  la  perdita  del  generoso  Pro- 
tettore che  tanto  amava  quest'opera  di  Benefi- 
cenza, e  che  vegliava  al  suo  avvenire  meditando 
di  darle  quello  sviluppo  reclamato  dalle  circostanze 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  143 

del  tempo  ;  ed  esprime  la  lusinga  assai  fondata  che 
gli  eredi  del  principe  Paolo  Demidoff  non  inte- 
romperanno  le  nobili  tradizioni  dei  loro  antenati. 
A  prova  di  che  la  vedova  illustre,  prima  di 
partire  per  il  viaggio  penoso  del  quale  or  do- 
vremo parlare,  accordò  la  non  tenue  somma  di 
L.  6000  per  l'ampiamento  d'una  sala  nella  scuola 
Elementare  di  questa  benefica  Istituzione,  che  per 
decreto  reale  ora  è  passato  sotto  il  patrocinio  del 
di  Lei  figlio  Anatolio  Demidoff  dei  principi  di  San 
Donato. 


Oapitolo  Vili 


Solenne   trasporto  delia    salma    del  Principe    Paolo  Demidoff  di  S.  Doralo 
da  Pratolino  (Firenze)  a  TaghiI  (Siberia) 


ve)  )  ALBA  del  27  giugno  se  ne  spuntò  chiara 
'4s  e  serena,  e  colore  dell'oro  si  fecero  i  nostri 
§^^è  pittoreschi  poggi  a  poco  a  poco,  collo  spar- 
gersi sur  essi  quel  sole  primaverile  che  in  Firenze 
la  vita  dona  a  tanti  fiori  e  gli  alimenta,  che 
tante  vite  umane  rifocila  e  conforta  ;  e  dopo  i 
poggi,  le  grandi  torri  ancora  si  colorarono  ai  bei 
raggi,  ed  i  palazzi  insieme.  Era  una  di  quelle 
bellissime  giornate  che  si  chiamarono  da  noi  del 
S.  Giovanni.  La  natura  brillava  di  tutta  la  sua 
gaiezza.  Ma  i  leggiadri  suoi  sorrisi,  non  corri- 
sposti dal  sorridere  solito  degli  uomini,  pareano 
assumere  una  specie  di  melanconia  e  di  mesti- 
zia, cui  l'immaginazione  nostra  dava  un  certo 
non  so  che  di  mistico,  e  definìa  come  una  ma- 
nifestazione celeste  per  la  grave  circostanza.  Il 
cielo  è  sempre  pronto  a  benedire  le  opere  buone, 
e  per  mezzo    dei  suoi  balsamaci  tiepori  versava 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  145 

in  quel  giorno  su  Firenze  le  sue  benedizioni  pii^i 
solenni,  perchè  quivi  si  compieva  la  più  pietosa 
delle  cerimonie. 

Sui  muri  di  tutte  le  strade  vedeansi,  come  nel 
giorno  prima,  numerosi  e  fìtti,  gli  avvisi  a  grandi 
liste  nere,  nei  quali  ripeteasi  con  fervide  parole 
ai  Soci  d'ogni  nostra  Società,  e  d'ogni  nostra  Fra- 
tellanza, di  non  mancare  a  rendere  l'ultimo  at- 
testato di  riconoscenza  e  d'affetto  all'illustre  e- 
stinto,  all'esemplare  benefettore  che  esemplar- 
mente volgarizzò  in  Firenze  i  più  bei  versetti 
del  Vangelo,  personificandosi  la  umana  carità. 
Ed  affinchè  tutto  fosse  ordinato  come  la  solen- 
nità chiedeva,  un  esplicato  avviso  del  Sindaco  di 
Firenze  comandava  la  chiusura  dei  negozi  lungo 
l'itinerario  che  la  salma  preziosa  "dovea  percor- 
rere, e  interdiceva,  lungo  l'iterinario  stesso  e 
strade  adiacienti,  il  transito  ai  veicoli  di  qua- 
lunque specie. 

Come  al  solito,  le  strade  si  popolarono  dapper- 
tutto, ma  l'aspetto  dei  viandanti  non  era  ilare 
in  quel  mattino;  e  l'aure  taceva  come  in  segno 
di  rispetto  alla  generale  mestizia.  Le  nere  inse- 
gne dei  molteplici  avvisi,  attiravano  l'attenzione 
degli  stessi  stranieri,  i  quali  leggeano  il  nome 
di  Demidoff",  e  chinavano  la  fronte.  Non  si  pen- 
sava che  a  prepararsi  per  la  grande  funzione. 

Pratolino  rappresentò  in  quel  giorno  tutta  una 
stanza  sepolcrale.  Quante  lagrime,  e  quante  pre- 

FIRli>-ZK  Al    DEMIDOFF  10 


146  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

ghiere  !  E  nel  piangere  e  nel  pregare,  agli  abi- 
tanti di  Pratolino  s'erano  mescolati  quelli  di  Va- 
glia, e  d'ogni  luogo  circostante. 

Quell'uomo  tanto  ricco,  cui  avevano  ubbidito 
grandi  schiere  di  devoti  e  di  valletti,  quel  grande 
benefattore  cui  s'erano  inchinati  a  schiere  gran- 
dissime i  bisognosi  riconoscenti  dei  benefizi  da 
lui  ricevuti,  quel  Demidoff,  la  cui  virtù  nel 
fare  il  bene  gli  meritò  l'ossequio,  l'amore,  la  ve- 
nerazione, di  sì  gran  parte  del  consorzio  umano, 
lasciava  per  sempre  il  suo  diletto  Pratolino,  dopo 
averlo  reso  si  prospero  e  sì  splendido,  lasciava 
la  sua  Firenze,  dopo  averla  sì  amata  e  sì  bene- 
ficata ;  da  dove  luì  dovea  passare,  la  moltitudine 
si  accalcava,  come  per  rivederlo,  per  ringraziarlo 
ancora  delle  opere  immense  di  carità  che  avea 
compiute,  ma...  questa  massa  di  popolo,  ahimè! 
sentiasi  piìi  che  mai  serrare  il  cuore  !....  il  buon 
Principe  lasciava  Pratolino  e  Firenze,  in  una 
cassa  di  metallo....  era  un  cadavere  che  da  cin- 
que mesi  riposava  nel  riposo  eterno!....  Ed  eterno 
sarà  il  nome  suo  tra  noi.  Lo  disse  lui  stesso,  che 
per  mezzo  d'un  «  legame  indissolubile  la  sua  fa- 
miglia è  unita  per  sempre  alla  città  di  Firenze.  » 

Due  bandiere  abbrunate,  la  Russa  e  l'Italiana, 
erano  ai  lati  dell'ingresso  principale  del  magni- 
fico parco,  e  le  pareti  che  fiancheggiano  la  can- 
cellata eran  coperte  di  fin  issi  mi  fiori.  La  Cap- 
pella di  forma  esagona,  che  rimane   nell'incan- 


FIRENZE  AI   DEMIDOFF  147 

tevole  bosco,  laddove  più  folti  giganteg-giano  gli 
abeti,  aveva  la  bella  gradinata  tutta  coperta  di 
tappeti  ;  nel  mezzo  alla  medesima  erasi  costrutto 
un  elegante  baldacchino  esternamente  in  violetto, 
e  montato  all'interno  di  seta  bianca  e  celeste  ; 
in  cima  al  baldacchino  stava  collocata  la  corona 
principesca.  Internamente  alla  Cappella,  erano  le 
pareti  tutte  coperte  di  magnifiche  ghirlande  ivi 
recate  dagli  amici,  dai  beneficati  e  dalle  Società  (I); 
queste  ghirlande  avevano  dei  nastri  molto  ricchi, 
nei  quali  predominava  il  motto  : 

AL  GRANDE    BENEFATTORE    ' 

ed  erano  a'  due  lati  gli  stemmi  del  Comune  di 
Firenze  e  della  nobil  Casa  Demidoff.  Il  pavimento 
era  cosparso  d'un  tappeto  di  gigli,  di  cardenie  e 
di  gelsomini.  Nel  centro  della  Cappella,  e  sotto 
uno  splendido  padiglione  in  teletta  d'argento, 
pure  colla  corona  di  principe,  era  scoperta  la 
tomba  che  da  cinque  mesi  avea  racchiusa  la  salma 
dell'illustre  defunto.  La  cassa  era  coperta  di  fiori, 
con  una  croce  di  cardenie,  e  da  piede  una  bel- 


(1)  Crediamo  meritevoH  di  essere  notate  due  belle  co- 
rone in  bronzo  offerte  con  apposite  iscrizioni,  dai  segretari 
della  Casa  DemidofF,  signori  Enrico  Solari  e  Cesare  Tor- 
rini,  le  quali  anderanao  col  feretro  a  Taglili  per  essere 
deposte  sulla  tomba  del  Priacipa,  affinchè  la  particolare  ve- 
nerazione loro  alla  di  lui  memoria  venga  tramandata  alle 
epoclie  future. 


148  FIRENZE   AI  DEMIDOFP 

lissima  ghirlanda  di  viole  bianche  colla  leg- 
genda : 

Paul  Hélène. 

Da  un  lato,  appoggiata  alla  parete,  vedevasi  la 
tavola  di  marmo  che  doveva  ricuoprire  la  tomba, 
e  sur  essa  si  leggeva  : 

Paul  Demidopf  Prince  de  S.  Donato 

Pére,  mon  désire  est  que  là  oìi  je  suis,  ceux 
que  tu  m'a  donne  y  soient  aussi  avec  moi. 

Je  fai  glorifìé  sur  la  terre,  j'ai  achevé  l'ou- 
vrage  que  tu  m'avais  donne  à  faire. 

Saint  Jean,  Chap.  XVII. 

Fut  depose  ici  du  29  Janvier 
au  27  Juin  1885. 

Intorno  all'altare,  ed  intorno  alla  tomba,  arde- 
vano molti  ceri  accesi. 

Tutto  il  viale  che  dalla  Cappella  conduce  al 
cancello  che  mette  nella  strada  bolognese,  era  or- 
nato di  fiori  e  di  festoni  intrecciati  fra  loro. 

Suonate  le  due  pomeridiane,  S.  E.  la  principessa 
Elena,  vestita  in  gravissimo  latto,  ed  accompa- 
gnata da'suoi  bambini.  Aurora,  Anatolio,  Paolo 
e  Maria,  che  portavano  in  mano  candidissimi  gi- 
gli (1),  dalla  principessina   Olga  Troubetzkoi    di 


(1)  Questi  gigli,  nei  cui  nastri  bianchi  è  trapuntato  in 
OX'o  il  dome  di  ciascun  bambino,  saran    deposti  alla  sta- 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  149 

lei  sorella,  da  più  signore  e  signori  componenti 
la  sua  Casa,  giunse  alla  Cappella,  dove  compresa 
dal  dolore,  ed  asciugandosi  via  via  gli  occhi  ba- 
gnati di  pianto,  assistè  alla  sacra  funzione  che 
l'arciprete  russo  in  paramento  solenne,  recitò 
sulla  salma  benedetta,  accompagnato  nelle  preci 
da'suoi  ministri,  col  mesto  e  salmodiaco  canto 
del  rito,  canto  mesto,  e  veramente  divino,  che 
intenerisce  l'anima  e  l'avvicina  al  cielo. 

Terminato  il  canto  e  le  preghiere,  i  servi  che 
indossavano  le  nera  livrea,  e  le  guardiecaccia  della 
Casa,  tolsero  il  feretro  dalla  Cappella  e  lo  por- 
tarono sopra  il  ricchissimo  carro  che  aspettava 
appiedo  della  gradinata. 

La  principessa  Elena,  che  da  cinque  mesi  pian- 
geva amaramente  tra  l'ansia  e  l'affanno,  come 
ciascuno  può  bene  immaginare,  perchè  sempre  a 
contatto  di  quella  tomba  dov'era  deposta  la  fredda 
spoglia  del  consorte  adorato,  toltole  repentina- 
mente in  età  freschissima,  a  tutto  pensava  nella 
sua  desolazione  estrema,  onde  il  trasporto  fosse 
all'altezza  del  rango,  delle  munificenze,  del  gu- 
sto e  degli  affetti  ;  e  volendo  che  il  carro  fosse 
tirato  da  Pratolino  alla  stazione  centrale  da  sei 
bianchissimi  cavalli,  fece  quante  ricerche  era  pos- 
sibile di  fare  tanto  in  Italia  che  fuori  d'Italia,  ma 


zione  suUa  bara,  e  da  questa  non  si  separeranno  mai, 
durante  il  viaggio,  in  nessuna  circostanza  :  gii  rivedremo 
sulla  tomba  del  compianto  Principe  a  Tagbil. 


150  FIRENZE  AI   DEMIDOFP 

dovè  in  fine  sacrificare  un  tale  desiderio  non  es- 
sendosi trovati  sei  cavalli  bianchi  tutti  uguali, 
ed  impiegò  invece  sei  cavalli  morelli. 

Il  carro,  disegnato  da  uno  dei  nostri  celebri  pit- 
tori, presentava  maestosamente  la  bellezza  e  la 
ricchezza.  La  coltre  era  in  velluto  nero,  guarnita 
con  tre  ranghi  di  gallone  d'oro,  frangia  simile  a 
grossi  grillotti,  e  portava  ai  lati  lo  stemma  in 
ricco  ricamo  di  seta  della  Casa  Demidoff  inquar- 
tato cogli  stemmi  di  Siberia  ed  il  Giglio  fioren- 
tino. Il  baldacchino  sorretto  da  quattro  colonne 
dorate,  era  foderato  di  seta  bianca,  ed  ornato  da 
festoni  di  velluto  con  guarnizione  di  frangia  d'oro 
a  grillotti  ;  a  capo  stava  la  croce  ;  e  sul  cielo  del, 
carro  un'ammirabile  ghirlanda  in  fiori  freschi  dei 
pili  rari  ;  sui  quattro  angoli  ardevano  quattro 
lampade  funerarie. 

Il  copertone  del  cocchiere  era  di  velluto  nero, 
guarnito  di  galloni  a  frangio  d'oro  ;  le  bardature 
dei  cavalli,  pure  in  velluto  nero,  e  foderate  in 
raso  bianco,  aveano  una  splendida  rete  d'oro  che 
scendea  loro  sino  a  metà  delle  gambe  ;  sulla  testa 
portavano  superbi  pennacchi,  penne  di  struzzo 
bianche  e  nere,  ed  avevano  gli  zoccoli  dorati. 
Alla  vigilanza  dei  cavalli  stavano  sei  palafre- 
nieri in  livrea  nera  e  ghiglie  uguali. 

Deposta  la  cassa  sopra  il  carro,  e  salita  in  car- 
rozza la  Principessa  insieme  ai  Principini,  il  fu- 
nebre corteggio  partì  dal  parco  alle  tre  suonate. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  151 

Era  preceduto  dalla  banda  di  Pratolino,  in  bella 
uniforme  verde,  colle  mostreggiature  e  gli  ala- 
mari gialli,  kolbach  di  pelo,  penna  di  fagiano  e 
ghiglia  gialla  ;  invece  di  strumento,  portava  cia- 
scun bandista  uno  stendardo  di  teletta  d'argento 
con  iscrizione  russa  ;  ed  alla  banda  di  Pratolino 
teneva  dietro  quella  del  Comune  di  Vaglia,  simil- 
mente senza  strumenti.  Dopo  queste  due  bande 
veniva  subito  la  croce,  portata  nel  mezzo  a  due 
fanali  accesi  di  finissimo  lavoro,  la  carrozza  con 
entro  l'arciprete  russo  e  i  suoi  ministri,  e  quindi 
la  carrozza  colla  illustre  vedova  ed  i  figli,  scor- 
tata dai  RR.  Carabinieri  a  cavallo,  cui  seguivano  le 
carrozze  dei  famigliari  e  degli  amici.  I  sobborghi  di 
Trespiano,  della  Lastra,  della  Pietra,  del  Pino  e  del 
Pellegrino,  erano  ingombri  di  gente,  che  aspetta- 
vano il  corteggio,  il  quale  via  via  diventato  pili  nu- 
meroso, arrivò  con  bell'ordine  alle  cinque  e  mezzo 
alla  barriera  del  Ponte  Rosso.  Lo  attendevano 
nel  Parterre  le  Autorità,  le  Associazioni,  i  corpi 
musicali  e  i  molti  invitati.  Nella  Piazza  Cavour 
fu  ordinato  l'immenso  accompagnamento.  Venne  a- 
perta  la  marcia  da  un  pelotone  di  Civici  Pompieri 
e  dalla  banda  Alichelangiolo,  dietro  a  cui  rego- 
larmente si  mosse  lo  sfilar  compatto  e  lungo  delle 
Corporazioni  fiorentine,  e  di  quelle  intervenute 
dai  dintorni  di  Firenze  :  erano  piii  di  trenta.  Tutte 
le  Società  portando  le  loro  bandiere,  oflrirono 
ricche  corone  al  Principe   compianto.  Le   bande 


152  FIRENZE  AI   DEMIDOFF 

musicali  suonavano  alternativamente  le  loro  mar- 
cie funebri. 

A  tante  Associazioni  succedeva  nuovamente  la 
croce,  la  carrozza  del  sacerdote  ed  il  carro,  che 
ora  veniva  scortato  da  RR.  Carabinieri,  e  fra  due 
file  di  Pompieri  comandati  dal  loro  capitano  ;  sta- 
vano a'suoi  lati  quattro  uscieri  municipali,  ed  al- 
tri due  di  questi  usceri,  in  grande  gala  colla 
rossa  livrea,  portavano  la  magnifica  corona  col 
Giglio  di  Firenze,  che  il  Comune  offriva  all'illustre 
defunto  in  segno  di  sincera  riconoscenza.  Ecco 
la  carrozza  della  principessa  Elena,  che  vedesi 
ancora  mesta  e  piangente,  in  compagnia  dei  figli  ; 
e  dietro  a  lei  la  carrozza  del  Consigliere  Delegato 
rappresentante  il  Prefetto  Gadda  che  si  trovava 
a  Roma,  la  carrozza  di  gala  del  Sindaco  Corsini 
colla  Giunta,  e  finalmente  le  carrozze  degli  amici, 
degl'invitati,  dei  rappresentanti  la  stampa. 

Quanto  movimento,  quanto  brulichìo!  Si  può 
dire  che  tutta  Firenze  fosse  sullo  stradale  di  quel 
funebre  trasporto  che  parea  quello  d'un  sovrano. 
E  che  ordine  perfetto!  Tutta  quella  folla  che  si 
pigiava  sul  passaggio  dell'amato  Principe  rammen- 
tava la  immensa  dimostrazione  al  medesimo  fatta 
nel  parco  di  S.  Donato  dopo  l'esercizio  delle  cu- 
cine economiche.  . . .  Era  anche  allora  il  mese  di 
giugno....  ma  quanta  differenza  !  Allora  il  prin- 
cipe Paolo  ci  stava  dinanzi  nel  fiore  della  vita, 
pieno  di  vigore,  infiammato  d'amore  per  la  sua 


FIRENZE  AI   DEMIDOFF  153 

famiglia,  e  per  la  nostra  Firenze  ;  allora  la  gioia, 
e  il  contento  supremo  per  esso  e  per  noi.  . . .  oggi 
ci  passa  dinanzi  morto,  chiuso  in  una  cassa  di 
metallo,  levato  da  una  tomba  per  essere  messo 
in  un'altra!....  non  udremo  più  le  sue  dolci  e- 
spressioni  d'affetto,  non  vedremo  più  il  suo  sor- 
riso gioviale  e  benevolo. . . .  ma  egli,  nel  silenzio 
del  sepolcro,  udrà  che  noi  preghiamo  per  lui, 
vedrà  che  per  lui  si  piange!... 

Fa  tante  bugiarde  promesse  la  vita  umana! 

Suonate  le  ore  sette,  tutte  le  Associazioni  sono 
schierate  dinanzi  alla  stazione  ;  il  carro  è  fermo 
alla  porta  della  cappella  ardente  preparata  per 
la  circostanza,  ed  i  servi  della  nobile  Casa  De- 
midoff  hanno  già  levata  la  cassa  dal  carro  e  l'han 
portata  nella  cappella,  che  è  tutta  parata  di  vel- 
luto nero,  e  striscio  a  pendoni  bianchi  e  neri  guar- 
niti di  frangia  d'oro,  con  in  mezzo  un  catafalco 
attorniato  da  candelabri  accesi,  e  poi. . .  .  Eccola 
collocata  nel  centro  del  vagone,  sopra  una  pedana 
coperta  di  velluto,  e  circondata  dagli  stendardi 
russi.  Formano  le  pareti  tanti  quadri  di  raso  bian- 
co increspato,  divisi  da  striscio  di  velluto  nero, 
tutte  coperte  da  bellissime  corone,  a  ricchi  nastri 
storiati  da  ricami.  Lo  stemma  gentilizio  della  Casa 
Demidotf  è  sulla  parete  alla  quale  il  capo  del  fe- 
retro resta  dinanzi  ;  la  corona  principesca  sta 
sopra  le  due  D  che  per  diverse  volte  si  ripetono 
nelle  altre  pareti  ;  nella  parete  che  sta  di  fronte 


154  FIRENZE  AI  DEMIDOFF 

al  feretro  sono  gii  aurei  gigli  fiorentini,  che  nu- 
merosi vanno  a  ripetersi  sui  bordi  di  velluto  nero. 
Fra  le  corone,  tutte  ammirabili,  una  ve  n'ha  che 
più  s'ammira,  ed  è  quella  nel  cui  nastro  nero 
legg-esi  : 

«     A   SON   BIENFAITP^UR   UN   PETIT    AMI.    » 

In  questo  recinto,  pari  per  la  ricchezza  a  tutto 
il  resto,  e  dove  i  segni  di  tenerezza  e  d'affetto, 
d'amicizia,  di  venerazione  e  di  pietà,  si  manifestan 
forse  più  solenni  e  più  commoventi,  la  morte  im- 
pera più  che  altrove  ;  e  stese  le  sue  grandi  ah 
nere,  cuopre  la  mesta  luce  di  quattro  ceri  accesi, 
tramandata  da  lunghi  tubi  di  cristallo,  sopra  can- 
delabri ad  oro.  Il  grande  lusso  è  sopraffatto  dalle 
tenebre,  e  l'anima  si  scuote,  che  un  incubo  di 
profondissima  tristezza  ne  la  serra,  e  ne  la  op- 
prime ;  il  brivido  non  si  domina,  né  trattenere  si 
può  il  sospiro  :  è  forza  di  scordare  il  mondo,  e 
di  parlare  unicamente  a  Dio. 

La  principessa  Elena,  estremamente  abbattuta 
da  quella  smania  crudele,  dalla  quale  nessuno  la 
può  difendere,  è  scesa  di  carrozza  sorretta  dal 
braccio  del  Sindaco  Corsini,  ha  rivolto  parole 
gentili  e  cortesi  di  ringraziamento  alle  autorità 
fiorentine,  congedandosi  da  loro,  ed  ha  tenera- 
mente abbracciati,  singhiozzando,  ad  uno  ad  uno 
i  propri  figli  che  rimangono  a  Pratolino,  per  es- 
sere  poi  condotti   a   Viareggio . .  La   sua   figlia 


FIRENZE   AI    DEMIDOFP  155 

maggiore  soltanto,  la  priucipessina  Aurora,  resta 
seco  per  accompagnarla  nel  tristissimo  viaggio... 
Nell'eco  delle  benedizioni  dal  compianto  consorte 
meritate  e  da  lei  stessa  (1),  trova  la  forza  neces- 
saria per  andare  al  vagone  del  feretro,  per  as- 
sicurarsi che  tutto  è  in  ordine  e  fuori  d'ogni  pe- 
ricolo ;  ne  lo  consegna  quindi    alla    custodia   di 


(1)  E  già  noto  come  S.  E.  la  principessa  Elena  Demidoff 
di  S.  Donato,  la  iniziatrice  delle  cucine  economiche  in  Firen- 
ze, nell'estremo  dolore  d'aver  perso  l'amatissimo  consorte, 
elargisse  sussidi  al  personale  della  sua  casa,  e  come  elargis- 
se parimente  copiose  beneficenze  alle  famiglie  di  Prato- 
lino  e  del  Comune  di  Vaglia  ;  mandò  inoltre  soccorsi  alle 
più  povere  famiglie  del  Ghetto,  che  al  momento  di  por 
mano  alla  demolizione  di  quel  lurido  luogo  non  sapevano 
né  dove,  né  come  provvedersi  d'altro  ricovero. 

Ci  sia  permesso  qui  di  notare  ancora  la  squisita  genti- 
lezza d'animo,  ed  i  principeschi  doni  con  cui  la  illustre  ve- 
dova dimostrò  il  sentimento  della  sua  gratitudine  agli 
impiegati  del  Municipio  di  Firenze,  al  Questore,  agl'ispet- 
tori ed  ai  vice  ispettori  di  Pubblica  Sicurezza  ;  al  Capitano, 
al  Tenente  e  Comandante  il  Battaglione  dei  RE,.  Carabi- 
nieri ;  ai  Comandanti  il  Battaglione  e  la  Compagnia  delle 
Guardie  di  Pubblica  Sicurezza,  per  lo  zelo  dispiegato  da 
ciascuno  nel  prender  parte  al  funebre  trasporto  del  Grande 
Benefattore.  Per  lo  stesso  oggetto  elargì  somme  di  danaro 
ai  suddetti  Corpi  dei  RR.  Carabinieri  e  delle  Guardie  di 
Pubblica  Sicurezza,  ai  Corpi  Musicali  di  Pratolino,  di  Va- 
glia, delle  Cure,  di  San  Salvi,  di  Pelago,  Manfredo  Fanti 
e  Generale  Medici  ;  alle  Società  dei  Tappezzieri,  Parruc- 
chieri, Cucinieri,  Musicale  e  Fratellanza  Militare,  delle 
quali  fu  membro  onorario  il  Principe  compianto. 


156  FIRENZE   AI  DEMIDOFP 

due  guardie  di  Pratoliiio,  che  ad  un'ora  per  cia- 
scuna vi  staranno  in  vigilanza,  e  finalmente  sale 
nel  vagone  Pullmann,  attaccato  dietro  a  quello  che 
conduce  il  feretro. 

Il  suono  della  campanella  le  fa  piìi  angoscioso 
il  palpito  del  cuore  ;  ed  il  fischio  della  locomotiva 

si  ripercuote  terribile  nell'anima  sua  ! Il  funebre 

convoglio  s'è  mosso....  lo  spettacolo  offertole  dalla 
gran  folla  che  per  cinque  ore  si  è  versata  ad- 
dosso alla  sua  carrozza,  le  passa  dinanzi  agli  occhi 
come  un  arcano  miraggio,  ed  in  quel  vuoto  pro- 
fondo, e  profondamente  tetro,  ogni  fibra  le  diventa 
di  ghiaccio  !....  Il  sacerdote  l'avea  confortata  poco 
prima  colla  parola  di  Dio,  e  la  cara  figliuoletta 
prosegue    a    confortarla    colla    sembianza   degli 

Angioli! Ma  povera  donna!  a  quale  dolorosi 

potrà  mai  paragonare  il  dolore  della  sua  situa- 
zione ?  Dov'è  ora  quella  principessa  sì  prodiga, 
che  porse  aiuto  tanto  spesso  e  tanto  generoso,  alle 
tribolazioni  altrui  ?....  Certo,  tutti  i  suoi  beneficati 
vorrebbero  scemarle  i  mali....  ma  come?....  Ecco 
il  momento  d'ammirare  supremamente  una  donna 
superiore  ai  nostri  tempi.  Lo  stare  per  cinque 
mesi  a  contatto  d'un  cadavere,  del  cadavere  del 
proprio  marito,  è  cosa  che  denota  un'anima  grande; 
ma  seguirlo  inoltre  a  contatto  in  un  tragitto  di 
ben  oltre  quattromila  chilometri,  denota  un'a- 
nima che  avvicinasi  al  sublime,  e  questa  sublimi- 
tà d'anima,  in  una  moglie  della  fine  del   secolo 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  157 

decimonono,  non  può  che  rimanere  leggendaria 
sulla  terra,  ed  a  merito  di  gloria  eterna  le  sarà 
certamente  scritta  in  cielo  !  —  Per  quanto  alta- 
mente potesse  cantare  una  penna  siffatto  eroismo, 
degnamente  non  lo  canterebbe  mai.  I  martiri 
della  fede  finirono  da  un  gran  pezzo,  e  la  prin- 
cipessa Elena  Demidoff  di  S.  Donato,  donna  degli 
anni  suoi  nel  più  bel  fiore,  è  stata  capace  di 
mostrarci  che  anche  fra  le  libere  usanze  in  cui 
vivesi  oggigiorno,  sia  dato  alla  creatura  la  virtù 
d'imporsi  il  martirio,  e  la  virtù  di  sostenerlo. 

Dietro  al  vagone  occupato  dalla  Principessa,  colla 
figlia,  e  la  sorella  disopra  nominate,  un  altro  se 
ne  attaccava  con  entro  la  signora  Caterina  Ziic- 
chelli,  dama  di  compagnia  della  principessina,  il 
reverendo  arciprete  russo  signor  Levitsky,  ed  il 
signor  dottore  Grassi,  ciascuno  occupando  un  se- 
parato scompartimento.  Seguiva  il  vagone  della 
servitù,  ed  in  fine  l'equipaggio,  e  il  monumento 
del  quale  più  tardi  avremo  da  parlare. 

La  prima  sosta  si  fece  a  Podwlociska  dove  si 
arrivò  la  sera  del  29.  Qui  cominciando  la  differenza 
che  passa  nella  larghezza  fra  binari  delle  strade 
ferrate  russe  e  quelle  del  resto  d'Europa,  fu  ne- 
cessario trasbordare.  La  principessa  Elena  che 
tutto  aveva  fatto  disporre  anche  a  questo  propo- 
sito, assistè  colla  sua  solita  virtù  al  trasbordo  del 
feretro,  che  s'operò  senza  il  minimo  incidente,  ne  lo 
lasciò  fintantoché  non  lo  vidde  nel  nuovo  vagone 


158  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

sistemato  con  ogni  adornamento,  e  colla  massima 
convenienza  :  la  forza  del  dovere  ch'orasi  imposto 
le  sostenea  le  stanche  ed  affralite  membra.  La 
notte  era  tardissima,  ma  nondimeno  gli  abitanti 
del  paese  s'erano  tutti,  o  quasi  tutti,  recati  alla  sta- 
zione in  attesa  di  quel  morto  verso  il  quale  sen- 
tiansi  trasportati  dal  sentimento  di  profonda  de- 
vozione. Difatti,  mentre  la  salma  si  trasportava 
da  un  vagone  all'altro,  l'arciprete  Levitsky  disse 
le  sue  preci  alle  quali,  con  sommo  raccogli- 
mento, presero  devotamente  parte  i  numerosi 
intervenuti. Questa  cerimonia  fu  breve,  fu  semplice, 
ma  nel  cuore  della  notte,  sotto  una  tettoia  di 
stazione  della  strada  ferrata,  potea  mancare  del 
suo  lato  d'irresistibile  commozione  ?  Pensiamo 
sempre  al  povero  cuore  della  principessa  Elena. 

Alle  tre  antimeridiane  del  dì  30  si  parti  per 
Kie^v,  dove  si  giunse  in  dodici  ore  circa  del  so- 
lito celerissimo  viaggio. 

Abbiamo  detto,  nei  cenni  biografici  del  prin- 
cipe Paolo  Demidoff,  com'egli  fondasse  in  Kiew 
un  ospizio  pei  bambini,  in  memoria  del  suo  Nikita, 
il  primogenito  del  secondo  letto,  morto  in.  età  te- 
nerissima, ed  abbiamo  già  detto  di  quali  soccorsi 
e  benefìzi  vi  fosse  prodigo  insieme  all'ili ustre  sua 
consorte. 

La  cittadinanza  kievina  si  ricordò  pienamente 
di  tutto  questo  nella  dolorosa  circostanza,  ed  i 
più  grandi  dignitari,  e  loro   famiglie,  la  nobiltà 


FIRENZE   AI   DBMIDOFF  159 

più  alta,  colla  società  più  scelta,  convennero,  an- 
che da  lontanissime  villeggiature,  alla  stazione  in 
attesa  del  cadavere  di  quell'uomo  che  fu  cam- 
pione della  umanitaria  idea.  Com'è  da  immagi- 
narsi s'erano  preparate  esequie  con  le  maggiori 
onoranze. 

Inutile  dire  che  la  kievina  popolazione  inter- 
venne affollatissima  per  manifestare  il  suo  cor- 
doglio; le  vicinanze  della  stazione  erano  gremite 
di  quel  popolo  ansioso,  riconoscente,  all'arrivo 
del  convoglio,  che  non  appena  si  fu  fermato,  la 
moltitudine  dei  Rappresentanti  e  Deputati  delle 
Corporazioni  cittadine  accolsero  la  vedova  Prin- 
cipessa col  massimo  ossequio,  e  coi  segni  più  ma- 
nifesti del  dolore  :  una  quantità  di  corone  furono 
subito  portate  al  treno  dai  singoli  personaggi,  i 
quali  salendo  in  quel  vagone  clie  facea  le  veci 
di  camera  ardente,  le  deposero  sulla  bara.  Sei  di 
queste  corone  erano  d'oro  e  d'argento,  d'una  fat- 
tura squisita. 

Su  questo  stesso  vagone,  ebbe  poi  luogo  il 
grandioso  servizio  religioso. 

Il  Metropolitano  di  Kiew,  Monsignor  Platon, 
malgrado  la  sua  grave  età,  82  anni,  v'intervenne 
in  forma  solenne. 

La  popolarità  di  cui  gode  questo  luminare 
della  Chiesa  di  Oriente,  è  immensa.  Simpatica  ed 
oltre  ogni  dire  imponente  è  la  sua  figura,  mae- 
stoso il  portamento.  La  sua  parola  facile,  ornata, 


160  FIRENZE  AI   DBMIDOFP 

e  di  una  sorprende tite  mistica  attrattiva,  seduce 
ed  affascina  la  folla,  scuotendo  le  fibre  le  piì^i 
intime,  con  un  linguaggio  puro,  compreso  dai 
più  umili.  A  Riga,  Odessa,  sul  Don  ed  ora  a 
Kiew,  il  suo  prestigio  è  sconfinato.  Le  parole  af- 
fettuosamente cristiane,  che  diresse  alla  desolata 
vedova,  sulla  rassegnazione  e  sui  nuovi  suoi  do- 
veri, produssero  in  Essa  la  più  profonda  sensa- 
zione, che  raggiunse  poi  il  colmo,  quando,  Lui 
stesso,  estremamente  commosso,  stendendo  la 
degna  mano  sulla  testa  della  dodicenne  figlia  Au- 
rora, con  slancio  indescrivibile,  disse,  benedicen- 
dola: «  Custoditela,  amatela,  Essa  sarà  l'aurora 
della  vostra  futura  felicità.  »  I  singhiozzi  della  mi- 
sera madre,  rivelarono  tutto  l'effetto  prodotto  da 
questa  santa  ed  inspirata  eloquenza. 

Coadiuvarono  l'eminente  Prelato  in  questa  me- 
morabile funzione,  Monsignor.  Michel,  Metropoli- 
tano di  Serbia,  l'Archimandrita  Terletzky,  ex  ele- 
mosiniere della  Cappella  di  San  Donato,  ed  altri 
Ecclesiastici.  Il  raccoglimento  fu  così  profonda- 
mente religioso  che  ci  faceva  sembrare  d'essere 
ancora  nella  Cappella  di  Pratolino,  mentre  riu- 
divamo quel  canto  grave  e  monotono  del  sacer- 
dote, cui  rispondendo  dal  di  fuori  un  coro  di  voci 
bianche,  pur  produceva  un  effetto  qual  possono 
produrre  i  canti  degli  Angioli  nel  cielo  ;  e  l'aspetto 
venerabile  dei  prelati,  fra'più  solenni  paramenti 
sacri,  contribuiva  molto  a  rinforzare  la  fede  ne- 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  161 


gli  astanti,  che  la  divina  maestà  si  rivela  dapper- 
tutto. 

Quando  le  preci  furono  finite,  e  clie  il  feretro 
fu  benedetto,  l'arciprete  Exemplarsky  (1)  recitò 
una  bellissima  orazione  funebre,  nella  quale  enu- 
merò le  principali  beneficenze  del  defunto,  e  mal- 
grado il  caldo  eccessivo,  che  mal  si  comportava 
fra  quell'immenso  uditorio,  fu  da  tutti  ascoltato 
con  sommo  rispetto  e  grande  emozione. 

La  principessa  Elena  confidò  quindi  nuova- 
mente il  feretro  alle  guardie  di  Pratolino,  ed  ac- 
compagnata da  personaggi  distinti  si  recò  al 
Grand  Hotel  di  Kiew. 

Provava  un'estrema  necessità  di  quiete  e  di 
riposo,  ma  non  potè  riposarsi  ancora,  perchè  le 
sopravvenne  subito  il  dovere  di  ricevere  il  Corpo 
Municipale,  col  Sindaco  a  capo  quivi  venuto  a  si- 
gnificarle come  la  città  dividesse  il  grave  lutto  : 
vennero  appresso,  e  furon  similmente  ricevute, 
le  Deputazioni  della  Comunità  Israelitica,  degli 
Studenti  deirUniversità,  e  dei  contadini  ebrei, 
addetti  ad  una  proprietà  del  principe  defunto; 
cominciarono  le  lettere  ed  i  dispacci  colle  cordo- 
glianze  delle  molte  persone  lontane,  che  in  ispi- 
rito  voleano  associarsi  alla  sventura;  ed  ebbe, 
la  nobile  donna,  fra  le  altre,  una  lettera  del  Sin- 

(1)  Oggi  Vescovo  di  Tc"higliirin,  3»  Vicario  della  Dio- 
cesi di  Kiew  e  superiore  del  Convento  di  San  Michele, 
ove  si  conservano  le  reliquie  di  Santa  Barbera. 

FIRENZE    AI   DEMIDOFF 


162  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

daco  nostro,  ed  una  del  nostro  Arcivescovo,  le 
quali  contenevano  ugualmente  nobilissime  pa- 
role, ed  espressioni  piene  d'affetto  a  nome  dei 
fiorentini  profondamente  impressionati  nel  giorno 
del  memorabile  trasporto.  Un  lungo  dispaccio  per- 
venne pure  da  parte  del  Rabbino  di  Kiew,  che 
in  termini  singolarmente  scelti,  e  con  espressioni 
siceramente  sentite,  rendeva  altissimo  omaggio 
alla  memoria  del  nobile  uomo  che  sì  eloquente- 
mente, sì  strenuamente,  aveva  difesa,  da  breve, 
la  causa  degli  Israeliti,  contro  i  loro  veementi  e 
forti  avversari. 

La  sosta  nella  città  di  Kiew  si  prolungò  sino 
al  terzo  giorno,  ed  anche  all'ultim'ora  perveni- 
vano alla  desolata  vedova  le  visite,  e  le  lettere 
di  compianto. 

A  Kiew  rimasero  l'arciprete  Levitsky,  ed  il 
dottore  Grassi,  che  furono  sostituiti,  per  accom- 
pagnare la  principessa  Elena  sino  a  Taghil,  dal 
teste  nominato  arciprete  Exemplarsky  e  dal  dottor 
Wasten,  venuto  a  tal  uopo  da  Pietroburgo. 

Nel  giorno  3  luglio,  ad  un'ora  pomeridiana, 
ripresesi  il  viaggio  verso  Mosca,  dove  si  giunse 
la  domenica  5,  dopo  le  2  pomeridiane. 

Alla  stazione  di  questa  grande  città  ebbe  luogo 
la  scena  più  commovente  di  qualunque  altra.  Ba- 
sterà dire  che  qui  s'erano  riunite,  provenienti  da 
Pietroburgo,  la  principessa  Troubetzkoi,  madre 
della  principessa  E  lena,  con  altre  due   figlie  ed 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  163 

un  figlio,  la  principessa  Kocciubei,  madre  della 
stessa  Troubetzkoi  e  prima  dama  d'onore  (hofmei- 
sterina)  della  imperatrice  di  Russia,  la  signora 
Aurora  Stienrval-Karamzine,  madre  del  principe 
defunto,  con  molti  altri  parenti,  e  non  pochi  afFe- 
zionatissimi  amici.  Certo  sì  è  che  tutte  queste 
persone  anelavano,  lo  sa  Dio  in  quale  ansia  pe- 
nosa, l'arrivo  del  convoglio  per  rivedere,  natu- 
ralmente, la  vedova  diletta,  per  porgerle  conforto 
nell'estrema  sua  afflizione  ;  ma  la  presenza  della 
bara  che  racchiudeva  il  di  lei  marito  morto,  quale 
particolare  impressione  d'angoscia  non  dovea 
produrre  in  tutti  ?...  Chi  più  avrà  forzato  al 
pianto,  il  principe  defunto,  o  l'inclita  vedova, 
che  per  somma  virtù  viaggiava  con  esso  insieme 
per  più  di  quattro  mila  chilometri,  non  volen- 
dosi staccar  da  lui  fin  dopo  averlo  deposto  nel- 
Tultima  dimora?...  È  ciò  che  non  sappiam  deci- 
dere. Fatto  si  è  che  le  lacrime  furono  molte,  ed 
erano  le  lacrime  degli  affetti  più  sacri,  de'cuori 
più  strettamente  avvinti. 

A  questa  scena  di  famigliare  tenerezza  aggiun- 
sesi  una  particolarità  da  cui  furono  più  che  mai 
penetrati  i  moscoviti  :  dalla  Casa  di  Beneficenza 
Demidoff  di  Pietroburgo  che  abbiamo  rammen- 
tata nel  Capitolo  sesto,  erano  state  mandate  quat- 
tro fanciulle,  con  una  bella  corona  in  fiori  di 
porcellana  ed  analoga  iscrizione,  sotto  la  scorta 
del  loro  vice  direttore  :  si   trovavano  esse    pure 


164  FIRENZE    AI  DEMIDOFF 

alla  stazione  di  Mosca  in  attesa  del  treno.  In 
rispettosa,  e  mestissima  attitudine,  lasciarono  che 
la  principessa  Elena  si  fosse  ritemprato  il  cuore 
fra  gli  affettuosi  conforti  dei  cari  congiunti,  e  poi 
le  si  accostarono,  porgendole  quella  corona  che 
l'Istituto  mandava  ad  offrire  al  compianto  pro- 
tettore. Come  è  naturale,  si  sentirono  commovere 
alla  presenza  della  principessa,  che  a  tutti  ispi- 
rava dolore  ;  accolse  costei  la  corona  con  quella 
effusione  d'animo  che  è  possibile  immaginare,  e 
viste  le  umili  porgitrici  bagnate  di  pianto,  credè 
consolarle  con  una  buona  ricompensa  in  valuta 
contante  lì  per  lì  rimessa  loro  a  brevi  mani,  del 
che  parvero  in  vero  assai  consolate.  Avevano 
desse  imparati  a  meraviglia  i  cantici  di  circo- 
stanza, e  ne  dettero  bellissima  prova  nelle  preci 
della  sera.  Intanto  l'arciprete  Exemplarsky,  con 
coro  grandioso,  celebrò  la  solita  funzione,  impo- 
nente oltre  ogni  dire,  attesa  la  imponenza  della 
città  di  Mosca  in  un  giorno  di  domenica.  Alle 
ore  9  della  sera  lo  stesso  arciprete  recitò  di  nuovo 
le  preci,  alle  quali  presero  parte  le  quattro  fanciulle 
orfanello  di  Pietroburgo,  componendo  da  sole  il 
coro  a  bianche  voci  :  erano  di  colà  venute  a  por- 
tare la  ghirlanda  dell'Istituzione  Demidoff  sulla 
bara  del  principe  Paolo,  e  per  dispiegare  al  cielo 
il  loro  canto  in  suffragio  dell'anima  sua;  e  tanto 
tornarono  accette  nel  loro  doppio  pietoso  ufìicio, 
che  non  solo  rimasero  impresse  nell'anima  della 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  165 

principessa  Elena  e  degli  illustri  suoi  congiunti, 
ma  i  moscoviti  tutti  rammenteranno  sempre  le 
quattro  orfanello  di  Pietroburgo,  ogni  qual  volta 
parleranno  di  questa  cerimonia  funebre  che  ri- 
marrà per  molto  tempo  memoranda. 

Finita  la  seconda  funzione,  ch'erano  le  10,  si 
lasciò  l'antica  capitale  della  Russia,  avendo  ag- 
giunto al  treno  due  vagoni  di  prima  classe  pel 
trasporto  dei  prefati  parenti  che  vollero  accom- 
pagnare il  caro  estinto  sino  a  Nijni-Novogorod  (1). 
Furono  altre  dodici  ore  di  viaggio.  A  motivo  però 
delle  numerose  costruzioni  di  legno,  e  coperte  di 
stuoie,  che  avvicinano  il  porto  del  fiume  Volga, 
si  ferma  il  treno  a  ragguardevole  distanza,  da 
dove  la  macchina  se  ne  torna  indietro.  Allo  stac- 
carsi della  macchina,  stavano  pronti  una  quan- 
tità di  cavalli  che  tirarono  il  treno  sino  allo  scalo 
del  fiume.  Tra  la  fermata  ed  il  tragitto  a  cavalli 
si  spesero  due  ore,  percui  non  prima  di  mezzo- 
giorno fu  levato  dal  vagone  il  feretro.  Era  stato 
eretto  sullo  scalo  un  palco  magnifico  a  diversi 
gradini,  tutto  coperto  di  nero  e  ricche  guarni- 
zioni a  frange  d'argento,  sul  quale  palco  fu  messo 
il  feretro  con  l'immenso  addobbo  delle  sue  ban- 
diere e  delle  sue  corone.  Molte  erano,  come  sap- 


(1)  Ciità  che  conta  44,000  abitanti,  e  nella  quale  ha 
luogo  annualmente  in  estate  la  fiera  detta  Makariex,  una 
delle  più  celebri  fiere  d'Europa.  Vuoisi  che  richiami  ben 
400,000,  persone. 


166  FIRENZE   AI     DEMIDOFF 

piamo,  le  corone  fatte  in  oro  od  in  argento,  altre 
in  fiori  di  porcellana,  e  le  piìi  di  bellissimi  fiori 
naturali,  tutte  poi  con  iscrizioni  e  fregi  trapun- 
tati in  oro  od  in  argento  sopra  i  nastri.  I  colori 
smaglianti  de'fiori,  tale  si  disposavano  a  quelli 
de'metalli  finamente  lavorati,  e  che  brillavano 
sotto  i  raggi  d'un  purissimo  sole  di  mezzogiorno, 
da  formare,  nell'assieme  come  un'onda  di  stelle, 
che  da  quella  massa  nera  si  partissero  per  andare 
incontro  al  medesimo  astro  superiore.  La  scena 
era  nuova,  d'un  effetto  immenso,  ed  immensamente 
vero....  Eppoi,  da  una  parte,  quella  moltitudine  di 
sacerdoti,  parati  pure  a  nero  con  guarnizioni  d'ar- 
gento, colla  solita  massa  corale;  e  dall'altra  il 
grappo  dei  parenti  dell'estinto,  cui  s'univano  nuovi 
amici,  diversi  già  venuti  da  Pietroburgo  edaTa- 
ghil,  con  alcuni  impiegati  superiori  delle  ammini- 
strazioni Demidoff,  mesti  tutti  e  raccolti,  in  attesa 
delle  preci  ;  né  meno  mesta,  né  meno  raccolta  di 
loro,  era  la  popolazione,  che  in  distanza  stava  fìtta 
e  silenziosa.  Dal  grande  bacino  del  fiume  si  distiii- 
guea  perfettamente  lo  straordinario  effetto  di  que- 
sta singolare  scena,  dietro  alla  quale  si  distendeva 
una  città  che  in  quel  momento  sembrava  inani- 
mata. In  tanto  silenzio  monsignor  arcivescovo 
della  provincia,  cominciò  la  funzione  religiosa  nel 
modo  che  già  conosciamo,  ed  a  cui  tutti  si  uni- 
rono con  uguale  devozione. 
Anche  l'arcivescovo  di    Nijni-Novogorod  volle 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  167 


pronunziare  un  forbito  ed  adattatissimo  discorso, 
rivolgendolo  alla  vedova  Principessa,  col  quale 
riepilogavansi  ancor  qui  le  opere  meritorie  che 
seppe  compiere  l'estinto  principe  in  prò  dei  meno 
agiati  e  dei  colpiti  da  sventure;  né  tralasciò  di 
rammentare  quale  e  quanta  prosperità  in  quel 
paese  provenga  dalle  minerali  ricchezze  dell'U- 
rale,  di  cui  ne  è  proprietaria  la  famiglia  Demidoff, 
e  dalle  sue  numerose  fonderie  (1). 

L'arcivescovo,  e  gli  addetti  alla  funzione  sacra, 
andarono  poscia  al  rinfresco,  siccome  l'uso  lo  ri- 
chiede, il  quale  consistè  in  una  colazione  degna 
sempre  della  principessa  Elena,  che  ebbe  luogo 
a  bordo  del  battello  Otwajni  (2)  da  lei  preventi- 
vamente noleggiato  per  navigare  nei  due  mag- 
giori fiumi  della  Russia  europea,  il  rammentato 
Volga  e  la  Kama  (3),  sino  a  Perni. 

La  seconda  classe  del  battello,  era  tutta  pa- 
rata in  panno  nero  a  guisa  di  grande  cappella 
ardente,  nella  quale  fu  posto  il  feretro,  come  sem- 
pre diligentemente  ornato,  ed  in  custodia  delle 
guardie  di  Pratolino. 

I  congiunti  della  vedova  Principessa  e  del  Prin- 
cipe defunto,  quivi  venuti  da  Mosca,  retrocedet- 


(1)  Vedi  seguente  Capitolo,  per  l'esteasione  dei  possessi 
DemidofF,  loro  miniere  e  loro  fonderie. 

(2)  Ardito. 

(3)  Conforme  le  ultime  misurazioni  pubblicate  dal  ge- 
nerale A.  Tillo,  il   corso  del  Volga  si  valuta   3391  cliilo- 


168  FIRENZE  AI  DEMIDOFF 

tero  per  tornare  a  Pietroburgo  ;  onde  colla  stessa 
vedova,  colla  sua  sorella  Olga  e  colla  sua  figlio- 
letta Aurora,  s'imbarcarono  nel  battello  la  signora 
Zucchelli,  l'arciprete  Exemplarsky,  il  dottor  Wa- 
sten  di  già  nominati,  e  piti  il  signor  Linder,  il 
signor  Borissoff,  il  signor  Kutuzoff-Tolstoy,  il  si- 
gnor Jaunès,  venuti  da  Pietroburgo,  ed  il  P.  Paolo 
della  chiesa  dì  S.  Niccolò  di  Taghil. 

Col  noto  bellissimo  tempo,  si  cominciò  a  sal- 
pare le  acque  del  Volga  circa  alle  4  pomeridiane 
di  quello  stesso  giorno  6,  e  dopo  una  trentina 
d'ore  s'arrivò  alla  Kama  ;  per  l'appunto  al  ter- 
mine di  quattro  giorni  e  quattro  notti  compiovasi 
quel  tragitto  di  1404  chilometri  per  acqua,  e  quasi 
alle  4  pomeridiane  dèi  di  10,  si  mise  piede  a  terra 
nella  città  di  Perni. 

Questa  città,  capoluogo  della  provincia,  o  del 
governo  omonimo,  cónta  circa  13,000  abitanti,  ed 
ha  un  vescovado,  un  tribunale,  un  ginnasio  e  un 
seminario.  Il  commercio  dei  metalli  provenienti 
dalle  vicine  miniere  vi  si  fa  grandissimo,  per  cui 
trovavisi  già  una  considerevole  amministrazione 
Demidoff,  con  grande  numero  d'impiegati,  ai  quali 
molti  altri  erano  venuti  ad  aggiungersi  dalle  ammi- 
nistrazioni e  dalle  fonderie  di  Taghil.  Dicendo  come 
l'intiera  città  fosse    addobbata  a    lutto,    dicendo 


metri,  e  quello  della  Kama,  1797.  Il  Volga  bagna  la  parte 
orientale  d'Europa,  e  comprende  la  parte  centrale  della 
Russia  europea. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  169 

quali  preparativi  si  fossero  fatti  per  degnamente, 
e  devotamente  ricevere  la  salma  dei  compianto 
principe  Paolo,  da  chiunque  tanto  amato  e  ve- 
nerato, sarebbe  un  cadere  in  troppe  ripetizioni  ; 
ma  tuttavia  bisogna  dirne  qualche  cosa,  e  natu- 
ralmente diremo  solo  l'essenziale. 

A  cura  degli  impiegati  nelle  amministrazióni 
Demidoff  di  Taghil,  erasi  di  laggiìi  portato  a  Perm 
un  vagone  mortuario,  molto  artisticamente  di- 
pinto in  color  bigio,  e  decorato  cogli  stemmi  ad 
oro  della  nobile  famiglia  Demidoff  ;  grande  quan- 
tità di  martellini  poi,  pure  dipinti  ad  oro,  che 
incrociati  sormontavano  gli  stemmi  stessi,  face- 
vano molto,  ed  ammirabile  effetto  ;  ed  oltre  a  que- 
ste pitture,  su  quel  fondo  grigio,  armonizzavano 
con  pari  eccellenza,  e  non  minore  meraviglia,  le 
ghirlande  di  pino  che  in  ragguardevole  numero 
vi  stavano  appese. 

Tolto  dal  battello  il  feretro,  una  ventina  degU 
operai  venuti  a  tal  fine  pure  dalle  fonderie  di 
Taghil,  lo  presero,  e  da  loro  in  grande  pompa 
fu  portato,  colla  solenne  processione  cui  stava 
dinanzi  il  vescovo  di  Perm,  il  clero,  ed  il  solito 
coro,  fino  alla  stazione  della  strada  ferrata,  dove 
fra  le  solite  preghiere  e  cantici  devoti,  venne 
messo  in  quel  carro  mortuario  del  quale  abbiamo 
data  l'esterna  descrizione,  e  che  internamente  so- 
migliava una  vera  Cappella  parata  a  funerali 
sovraneschi. 


170  FIRENZE  AI   DEMIDOFF 

La  principessa  Elena  non  era  mai  stata  vista 
ne  a  Nijni-Novog-orod,  né  a  Perm,  né  a  TaghiI  ; 
certo,  si  era  parlato  dappertutto  della  di  lei  gio- 
vinezza, e  di  quelle  doti  delle  quali  va  sì  ricco 
Tanimo  suo  ;  è  perciò  che  quelle  popolazioni,  che 
in  massima  parte  da  lei  dipendono,  anelavano 
conoscerla,  ma,  come  facilmente  si  può  supporre, 
l'avrebbero  voluta  conoscere  per   qualche  fausta 

circostanza;  ed  invece vedendola  si   pallida, 

sì  abbattuta  dall'angoscia,  in  quel  nero  vestimento 
di  lutto  gravissimo....  per  tutti  era  oggetto  d'am- 
mirazione, per  molti  d'ammirazione  e  di  com- 
pianto. Se  n'andava  colla  maggior  mestizia  dietro 
alla  bara  del  marito  morto....  colla  sua  bambina, 
che  in  ugual  pallore,  ed  in  abbigliamento  uguale, 
nella  doglia  similmente  acerba,    l'accompagnava 

a   seppellire diciamo   pure    questa   tremenda 

frase  :  la  giovine  madre  era  presso  a  seppellire  lo 
sposo,  e  quella  figlia,  fanciuUetta  appena,  stava 
per  seppellire  il  padre,  dalle  cui  tenere  carezze 
forse  pareale  ancora  sentirsi  sfiorare  il  fresco 
viso..',  qual  sacrifizio  immenso  !  Chi  non  ammira 
quella  madre  e  quella  figlia,  certo,  non  sa  che  al 
mondo  vi  sieno  delle  sventure  gravi,  e  ignorerà 
per  sempre  ogni  dolore.  Ma  la  sciagura  di  quelle 
due  anime  gentili  viene  più  che  mai  compresa 
dalla  moltitudine  di  quella  regione  asiatica  (1); 


(1)  La  città  di  Perm  è  nella  Russia  europea,  ma  il  suo 
governo  s'estende  per  metà  nell'Asia. 


FIRENZE  AI   DEMIDOFF  171 

ciascuno  vuol  vederle,  vuol  contemplarle,  e  so- 
spirar con  loro.  In  si  triste  condizione,  forse  un 
solo  pensiero  dominava  la  mente  della  vedova 
Principessa,  e  può  darsi  che  un  senso  di  conforto 
celeste  le  rendesse  minore  la  fisica  sua  tribola- 
zione. Questo  pensiero,  che  non  abbiamo  mani- 
festato ancora,  è  ben  degno  di  un'anima  illumi- 
nata dalla  mente  di  Dio  :  è  il  pensiero  che  mag- 
giormente nobilita,  dal  lato  della  fede,  il  disegno 
del  grande  sacrifizio  che  la  principessa  Elena  sta 
per  compiere,  è.  il  pensiero  in  cui  la  sua  virtù  si 
mostra  superiore. 

Noi  fiorentini,  ben  la  vedemmo,  tanto  nelle  ore 
del  giorno,  come  in  quelle  della  notte,  piangente 
presso  a  quella  scoperta  tomba  in  cui  giaceva  il 
suo  consorte,  ed  abbiamo  egualmente  veduto, 
come  fra  il  pianto  e  le  preghiere,  cui  la  spingea 
il  soffrire,  ogni  cosa  ella  disponesse  circa  l'or- 
dine del  trasporto,  in  tutto  e  per  tutto  principe- 
sco, per  quel  tragitto  sì  enormemente  lungo,  con 
tutti  i  suoi  trasbordi,  con  tutte  le  cerimonie,  con 
tutta  la  pompa  devoluta. 

Mentre  la  salma  del  principe  Paolo  Demidoff 
giaceva  nella  Cappella  di  Pratolino,  noi  fiorentini, 
ci  domandavamo,  prima  che  lo  pubblicassero  i 
giornali,  quando  sarebbe  avvenuto  il  suo  tra- 
sporto :  ignoravamo  che  la  virtuosa  vedova  aveva 
già  stabilito  d'arrivare  a  Taghil  nel  giorno  11 
luglio,  che  conforme  il  calendario  gregoriano  dei 


172  FIRENZE  AI   DEMIDOPF 

russi,  è  colà  il  29  giugno,  vale  a  dire  il  giorno 
dei  SS.  Pietro  e  Paolo.  Quest'era  il  pensiero  che 
le  porgea  conforto,  processionalmente  andando, 
nel  giorno  10,  dallo  scalo  di  Perm,  alla  stazione 
della  strada  ferrata  per  Taghil,  dietro  al  marito, 
che  dovea  deporre  per  sempre  nella  tomba!.... 
Arrivò  in  Taghil  la  mattina  dell'undici  luglio,  ed 
alle  undici  e  mezzo  precise  il  feretro  entrava  nel 
tempio  di  S.  Paolo. 

Dobbiamo  finalmente  parlare  di  questo  arrivo, 
tanto  solenne  e  tanto  funesto. 

Il  grandissimo  villaggio  di  Taghil  conta  ben 
più  di  30,000  abitanti,  si  può  dire  tutti  dipen- 
denti dalle  miniere  e  dalle  fonderie  del  principe 
Demidoff.  Persino  da  cinquanta  chilometri  distante 
erano  venute  le  persone,  appartenenti  o  no  alle 
proprietà  del  Principe  defunto,  sicché  quel  remoto, 
siberico  paese,  somigliava  in  quel  giorno  ad  una 
città  importante. 

Tale  enorme  riunione  non  avendo  avuto  che 
un  solo  fine,  e  non  essendo  in  essa  che  un'unico 
sentimento,  si  può  immaginare  con  quale  fervo- 
rosa devozione,  con  quale  pietosa  riverenza  fosse 
colà  ricevuta  la  salma  del  principe  Paolo,  quando 
pensiamo  che  fra  quelle  popolazioni  ed  i  Demi- 
doff* esistono  da  molte  generazioni  strettissimi  vin- 
coli d'affetto,  che  si  riguardano  come  un  culto  re- 
ligioso ;  e  si  può  immaginare  altresì  con  quale  ri- 
spetto ed  ossequio  si  ricevesse  la  vedova  illustre, 


FIRENZE   AI   DEMIDOFP  173 


di  cui  la  intrapresa  eroica  e  miracolosa,  è  quivi 
a  meta,  e  si  corona  del  più  completo  risultato,  e 
della  suprema  soddisfazione  agognata  in  tanti 
giorni  d'amarissima  pena. 

Cominciò  dunque  la  processione.  Prima  di  tutto 
sfilarono  gli  stendardi  in  quantità  innumerevole 
con  iscrizioni  differenti,  portati  dai  singoli  ope- 
rai ;  ed  agli  stendardi  seguivano  le  molteplici 
decorazioni  delle  quali  l'estinto  Principe  era  stato 
insignito,  ciascuna  sovra  un  cuscino  di  velluto 
nero  a  nappe  d'oro  come  usasi  fare  laggiìi  ;  dietro 
alle  decorazioni  veniva  il  coro,  e  quindi  il  clero, 
col  vescovo  d'Iekaterinburgo,  ne'soliti  solenni  pa- 
ramenti di  velluto  nero  a  guarnizioni  d'argento  ; 
la  croce  precedeva  il  carro  tirato  da  sei  cavalli 
bardati  a  nero;  era  il  carro  tutto  tappezzato  in 
tela  d'argento,  a  frangio  e  nappe  d'oro;  e  simil- 
mente in  oro  aveva  gli  stemmi  della  nobile  Casa; 
la  bara  cuoprivasi  con  una  grandissima  coltre  di 
seta  gialla  a  striscio  d'oro,  ed  era  sormontata 
dalla  corona  principesca,  in  oro  questa  pure.  La 
vedova,  colla  figlia  e  la  sorelln,  venivano  appresso, 
framezzo  a  quei  nobili  personaggi  che  abbiamo 
nominati  sino  da  Kiew  e  da  Nijni-Novogorod.  11 
grande  stuolo  degli  impiegati  superiori  di  tutte 
le  miniere,  di  tutte  le  fonderie,  e  di  tutte  le  am- 
ministrazioni Demidoff,  ed  infine  le  tante  e  tante 
migliaia  d'operai,  d'addetti  alle  possessioni,  e 
d'ogni  classe  degli  abitanti  che  v'erano   accorsi. 


174  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

In  sì  compatta  processione,  e  quanto  ogn'altra 
mai  penetrata  dal  senso  devoto  e  religioso,  il  cui 
passaggio  durò  per  qualche  ora,  fu  accompagnata 
la  salma  del  compianto  Grande  Benefattore 
in  un  tragitto  di  circa  tre  chilometri,  dalla  sta- 
zione fino  alla  chiesa  di  S.  Paolo,  dove,  come  si 
è  detto,  entrò  sul  meriggio  del  suo  giorno  ono- 
mastico, siccome  il  disegno  n'era  stato  della  in- 
clita vedova.  Altra  particolarità  che  singolarmente 
intenerisce  :  nel  vasto  cortile  che  circonda  la 
chiesa  di  S.  Paolo  in  Taghil,  stavano  schierate 
tutte  le  bambine  e  tutti  i  bambini  delle  scuole 
Demidoff,  come  a  raffigurare  la  schiera  degli 
angioli  venuti  a  prendere  l'anima  di  quell'uomo 
che  fu  sì  prodigo  verso  i  poveri,  e  sì  pietoso 
verso  ogni  sofferenza  umana,  per  riportarla  a  Dio. 

Al  domani,  12,  ebbe  luogo  nella  medesima 
chiesa  una  solennissima  messa,  celebrata  dal  pre- 
detto vescovo  d'Iekaterinburgo,  dopo  la  quale, 
colla  processione  anzi  descritta,  venne  traspor- 
tata la  spoglia  mortale  alla  chiesa  di  S.  Niccolò 
(quattro  chilometri  distante  da  S.  Paolo)  sotto  i 
cui  vastissimi  sotterranei  si  trova  il  Mausoleo  dei 
Demidoff. 

In  questa  ultima  chiesa  fu  lasciata  la  salma 
per  ventiquattr'ore  ;  si  celebrò  di  poi,  dallo  stesso 
vescovo,  un'altra  messa  solenne  al  pari  della 
prima,  e  l'arciprete  Exemplarsky,  la  cui  funebre 
orazione  aveva  tanto  impressionato  a  Kiew,  lesse, 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  175 

qui  presso  alla  sepoltura,  un  bel  sermone  ;  la 
chiesa  era  piena,  l'argomento  era  sacro  a  tutti,  ed 
era  il  momento  di  seppellire  il  principe  Paolo 
Demidoff....  Fa  egli  duopo  di  dire  ancora  l'emo- 
zione prodotta  dalle  gravi  e  pietose  parole  del- 
l'arciprete Exemplarsky  ? Dopo  questo  ser- 
mone si  discese  tosto  il  Grande  Benefattore 
sotto  quelle  volte  antiche,  e  si  depose  nella  sua 
tomba  dove  dormirà  eternamente  accanto  alle 
ceneri  amate  degli  antenati,  della  prima  con- 
sorte, e  del  pargoletto  Nikita....  Il  cuore  della 
principessa  Elena  era  giunto  alla  prova  estrema, 
e  fu  sovrumano  in  quell'atto  supremo  col  quale 
compieva  il  sacrifizio  degno  d'appartenere  sola- 
mente, come  in  principio  si  è  accennato,  agli  an- 
tichi martiri  della  fede.  L'amatissimo  suo  Paolo 
era  sepolto...  ed  ella  piangeva  del  pianto  piìi  a- 
maro,  piangeva  la  fanciulletta  Aurora  (1),  la  prin- 
cipessina Olga...  insomma,  piangevano  tutti  :  e  chi 
mai  potrebbe  dubitarne? 

Compiuta  ogni  funzione,  e  lasciate  le  volte  nel 
cupo  loro  silenzio,  la  vedova  illustre  dette  il 
pranzo  d'uso  nella  propria  casa  (2)  intervenendo 


(1)  È  tempo  di  considerare  come  si  grandi  emozioni 
rimarranno  incancellabili  nel  cuore  della  principessina 
Aurora,  .e  come  con  queste  serberà  per  sempre  impressa 
la  memoria  del  padre  adorato. 

(2)  Crediamo  notare  cbe  quando  la  principessa  Elena 
entrò  per  la   prima  volta  in  quella  sua   casa  di    Taghil, 


176  FIRENZE  AI   DEMIDOFF 

ad  esso  il  vescovo  d'Iekaterinburgo,  il  clero  ed 
ogni  addetto  alle  funzioni  sacre,  in  uno  ai  mem- 
bri della  famiglia. 

In  quel  giorno  stesso,  la  principessa  Elena  co- 
minciò ad  accogliere  le  suppliche,  ed  elargire 
beneficenze  ;  visitò  quindi  gli  Spedali,  le  Scuole, 
e  qualunque  Istituzione  dai  Demidoff  mantenuta,  per 
provvedere  ai  singoli  miglioramenti  che  potessero 
parerle  necessari. 

Nel  giorno  15  luglio  l'arciprete  Exemplarsky 
celebrò  la  terza  messa  solenne,  cui  prese  parte  il 
clero  di  Taghil,  ed  ebbe  quindi  luogo  la  bene- 
dizione del  monumento,  che  era  digià  stato  messo 
al  posto  (1). 

E  quel  bel  monumento,  in  marmo  ed  in  bronzo, 
che  la  vedova  illustre  aveva  fatto  modellare  e 
scolpire  dall'abile  statuario  fiorentino,  signor  Raf- 


fra'  personaggi  che  l'accompagnavano  e  la  folla  die  volea 
vederla,  un  operaio  delle  fonderie  stava  pronto  sulla  porta 
per  offrirle  ossequiosamente  il  pane  e  sale  della  hen  venuta, 
come  l'uso  è  in  Russia  ;  il  pane  era  nero,  il  sale  in  una 
saliera  di  malachita,  ed  il  vassoio  nel  quale  porgevasele 
era  d'argento  decorato  in  oro,  ferro  e  platino,  con  analoga 
iscrizione. 

(1)  Tutte  le  ghirlande  ornarono  la  tomba,  e  tale  or- 
namento, in  quel  luogo  di  morte,  ricorderà  lungamente 
il  sommo  splendore  della  vita.  A  quella  corona  poi  por- 
tante il  nome  di  Elcna,  ed  a  quei  gigli  bi anelli  che  por- 
tano i  nomi  de'suoi  bambini,  tutti  rivolgeranno  sempre 
un  senso  particolare  di  sincera  e  profonda  tenerezza. 


FIRENZE    AI    DE.MIDOFF  '  177 

faello  Romanelli,  nel  quale,  con  elevatissimo  pen- 
siero s'esprime  tutta  la  grandezza  di  un'anima 
privilegiata. 

In  un  gran  medaglione  si  riconosce  scolpito  in 
marmo  il  ritratto  del  Principe  compianto,  avente 
a  tergo  le  armi  gentilizie  della  Casata.  Delle  car- 
denie in  bronzo,  e  delle  magnolie,  con  due  faci 
funerarie  maestrevolmente  intrecciate,  servono  al 
medaglione  di  bellissima  cornice.  Sopra  un  gra- 
dino di  marmo  siede-  una  figura  di  nobil  donna, 
eseguita  in  bronzo,  le  cui  fattezze  gentili  ram- 
mentano la  medesima  principessa  Elena,  e  stain 
atto  mestissimo  :  probabilmente  contempla  coll'a- 
nima  il  consorte  nel  cielo  ;  ed  in  tal  pietoso  ab- 
bandono, sostiene  con  una  mano  il  medaglione, 
e  tiene  coll'altra  un  ramo  d'olivo  che  appoggiasi 
sul  fianco  ;  per  lui  certamente  anela  la  pace  dei 
giusti.  Dall'altra  parte  del  gradino,  un  grazioso 
angioletto  alato,  raffigurante  l'estinto  pargoletto 
Nikita,  sta  in  dolce  posa,  e  appiè  del  medaglione 
scrive:  Elena  alV amatissimo  suo  Paolo.  Al  di- 
sotto del  medaglione  si  è  messo,  similmente  in 
bronzo,  il  libro  del  Vangelo,  del  (juale  il  prin- 
cipe Paolo  fu  seguace  devoto,  ed  è  aperto  ap- 
punto laddove,  in  lettere  d'oro,  si  parla  della 
carifct  e  delVaìuoì^e  del  prossimo.  Un  monolite 
in  marmo,  rimane  sotto  a  tutto,  ed  è  in  esso  in- 
cassato un  grande  bassorilievo  in  bronzo,  nel 
quale  si  rappresenta    il  Principe    moribondo    in 

FIRENZE   AI    DEMIDOFF  12 


178  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

letto,  con  appresso    l'addolorata    moglie   che  ne 
raccoglie  gli  ultimi  sospiri. 

Possa,  questo  poema  celeste,  ispirar  la  pietà  e 
la  preghiera  universale,  in  suffragio  dell'anima 
dell'uomo  che  nacque  per  fare  il  bene,  che  visse 
sollevando  sempre  e  dovunque  la  sventura,  che 
morì  praticando  le  parole  del  Vangelo. 


Perni  a  TaghiI  ■  I  monti  Urali  :  foro  posizione  geografica  e  fisica,  loro  rie- 
cfi3zze  minerali  -  TaghiI:  Miniere  e  Fonderie  della  Famiglia  Demidoff, 
Possessi  e  Stabilimenti  della  stessa  Famiglia. 


UEL  lembo  di  fredda  Siberia  dove  la  salma 
del  principe  Paolo  DemidofFandette  a  sep- 
^^£)  pellirsi,  merita  pure  qualche  periodo  nelle 
nostre  pagine  :  gli  saremo  brevi,  ma  non  vogliamo 
essergli  certamente  avari. 

Non  sapremmo  come  meglio  rifarci  a  parlarne 
che  col  tornare  a  Perm.  Il  tempo  che  ha  impie- 
gato il  funebre  corteggio  da  questa  città  sino  a 
TaghiI,  risulta  di  dodici  ore  circa.  Trattasi  però 
di  un  servizio  speciale  ordinato  dalla  principessa 
Elena  Demidoff,  epperciò  non  da  quello  si  deve 
prendere  norma  della  durata  di  tale  tragitto  coi 
treni  ordinati  dall'amministrazione  delle  strade 
ferrate  :  da  un  punto  all'altro  s'impiegano  bene 
sedici  ore  col  treno,  come  lo  dimostra  l'egregio 
Signor  Sommier  nel  darci  un'idea  dei  monti  U^ 
rali  (1).  «  La  sera  del  giorno  in  cui  ero  arrivato 


(1)    Stefano    Sommier:    Uìv  estate    in    Siberia.    —    Fi- 
renze, 1885. 


180  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

a  Perm,  dic'egli,  ripartiva  coli'  unico  treno  quo- 
tidiano di  passeggieri,  in  un  vagone  a  letti  non 
meno  comodo  ed  elegante  di  quelli  della  Russia 
d'Europa. 

«  A  poca  distanza  da  Perm  si  lascia  la  pia- 
nura nella  quale  scorre  la  maestosa  Kama  e  si 
comincia  a  salire  con  un  pendìo  molto  dolce  sui 
primi  contrafforti  degli  Urali. 

«  Si  entra  ben  presto  nei  boschi  di  abeti,  e  quei 
boschi  vi  accompagnano  senza  interruzione  fino 
al  versante  opposto.  Durante  tutto  il  tragitto,  tino 
nelle  pianure  dell'Asia,  non  si  attraversa  un  tun- 
nel nò  un  viadotto;  appena  si  trovano  terrapieni 
0  tagli  di  pochi  metri.  Non  si  segue  mai  una 
valle.  Ora  salendo,  ed  ora  andando  in  piano,  si 
corre  lungo  i  fianchi  o  sopra  i  dorsi  di  colli  ar- 
rotondati. Il  paesaggio  in  molti  punti  rammenta 
la  Selva  Nera  di  Germania. 

«  Gli  alberi  lungo  la  via  formano  un  sipario 
quasi  continuo,  al  di  là  del  quale  solo  in  pochi 
punti  si  intravedono  altri  colli  rotondi  tutti  co- 
perti di  foreste.  Non  si  vede  mai  un  pendìo  sco- 
sceso né  una  rupe,  ma  un  rapido  torrente.  1  po- 
chi corsi  d'acqua  che  s'incontrano  scorrono  pla- 
cidi entro  un  largo  letto  in  mezzo  a  boschi  e 
terreni  paludosi.  In  fine  non  vi  è  nulla  di  ciò 
che  da  noi  caratterizza  la  montagna.  Nella  zona 
di  terreno  diboscata  ai  due  lati  della  via  —  per 
evitare  gli  incendi  —  la  vegetazione    erbacea  è 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  181 


rigogliosissima.  Xon  avevo  mai  visto  i  più  belli 
Non  ti  scordar  di  me^  le  Valerianej,  i  Raìiun- 
coli....  (1). 

«  In  tutta  la  traversata  della  regione  boschiva 
dell'  Urale  non  s'incontra  un  villaggio  —  appena 
a  grandi  distanze  alcuno  capanne  di  spaccalegna 
che  preparano  il  combustibile  per  le  locomotive. 
Non  si  comprende  perchè  siano  tanto  fi^equenti 
le  stazioni,  ne  perchè  ci  si  fermi  tanto  tempo  in 
ognuna.  Quelle  stazioni  non  sono  altro  che  ca- 
sette di  legno  isolate  in  mezzo  ai  boschi  ;  ma  que- 
ste casette  che  sono  tutte  nuove  e  pulite,  e  di 
puro  stile  russo,  rallegrano  la  vista  in  mezzo  a 
quei  boschi  deserti. 

«  A  dodici  ore  circa  da  Perni,  si  arriva  alla 
stazione  di  Europaeisììaia.  La  seguente  è  Uràl- 
skaìa  e  quindi  viene  Asiàskaia:  Come  lo  indicano 
questi  tre  nomi,  lì  si  passa  il  punto  culminante, 
si  lascia  l'Europa  per  entrare  in  Asia.  Il  passag- 
gio si  fa  senza  accorgersene  ;  il  versante  orien- 
tale deirUrale  è  in  tutto  simile  a  quello  occiden- 
tale, forse  ancora  meno  ripido. 

«  A  quattordici  ore  da  Perm  si  trova  un  gran 
villaggio,  e  si  rivedono  le  prime  terre  coltivate 
sul  versante  orientale  degli  Urali.  In  questo  vil- 
lasfoio  si  trovano  s^randi  miniere  e  fonderie  dello 


(1)  La  citata  opera  del  Sommier  tratta  principalmente 


di  Botanica  e  di  Etnografia 


182  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


stato.  Due  ore  più  in  là  si  giunge  a  Nijni-Ta- 
ghilsk,  centro  importante,  ove  in  un'  area  relati- 
vamente ristretta  si  trova  la  maggior  parte  dei 
minerali  per  cui  è  celebre  la  catena  degli  Urali.  » 

All'idea  che  ci  dà  il  Sommier  della  famosa  ca- 
tena di  monti  che  forma  la  naturai  barriera  per 
cui  separasi  dall'Asia  l'Europa,  vogliamo  aggiun- 
gere altre  poche  particolarità,  che  ci  suggerisce 
il  signor  Onesimo  Reclus  colle  seguenti  parole  (1)  : 

«  Questa  catena  granitica  è  di  trentatrè  mi- 
lioni d'ettari  ;  ma  i  figli  del  più  immenso  impero 
non  si  degnano  fare  del  Kamennaì  'poyas  (2)  o 
del  Zemnoì  poyasj  cioè  dell' Urale,  un  limite  fra 
l'occidente  e  l'oriente  della  patria  loro:  all'ovest 
ed  all'est  di  questi  monti,  non  è  che  la  Russia 
una,  indivisibile.  E  per  ignoranza  la  pensavano 
così  anche  i  nostri  vecchi,  poiché  la  sarmata  pia- 
nura  era  per  essi  in  una  lontananza  crepusco- 
lare, e  sotto  una  nebbia  tanto  fitta  da  non  po- 
tersi distinguere.  Colla  Polonia  terminavan  l'Eu- 
ropa, e  respingeano  nell'Asia  i  Moscoviti.  D'al- 
tronde, da  un  versante  all'altro  dell'Urale,  al  diso- 
pra di  questa  sommità  che  prolungasi  più  di 
tremila  chilometri  (3),  ora  semplice,  ed  ora  formata 


(1)  Onésime  Reclus  :  La  terre  à  voi  cVOìseau.  -  Paris,  1886. 

(2)  Queste  due  parole  russe  vogliono  dire  :    cintura  di 
pietra. 

(3)  In  questa  lunghezza  si  devono  comprendere,  com'e- 
stremo  limite,  i  monti  dell'Isola  della  Nuova  Zembla. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  183 

da  tre  catene  parallele,  uè  suolo  né  cielo,  e  nean- 
che gli  uomini,  che  han  la  medesima  faccia, 
e  che  parlan  lo  stesso  idioma,  nulla  indica  che 
si  muta  di  parte  di  mondo  :  senonchè  dalla  parte 
asiatica  si  trova  maggiore  ricchezza,  essendo  le 
città  pili  industriose,  più  sfarzose,  più  ampiamente 
fabbricate. 

«  La  strada  ferrata  che  traversa  la  catena  ura- 
liana, va  da  Perni  a  lekaterinburgo  ;  ed  ha,  poco 
distante,  una  vecchia  strada  pedestre,  che  d'al- 
tezza in  altezza,  e  sempre  di  bosco  in  bosco,  con- 
dusse d'Europa  in  Asia,  e  d'Asia  in  Europa,  mi- 
lioni d'uominij  soldati,  galeotti,  contadini,  coloni 
e  turisti  :  è  la  strada  di  Mosca  a  Tobolsk,  fian- 
cheggiata, tra  Nijni-Novogorod  e  Tiumen,  da  un 
viale  di  bianche  betule,  assolutamente  la  più  lunga 
del  mondo.  Lo  smisurato  viale  si  fece  dalla  grande 
Caterina,  che  assicurò  la  crescenza  degli  alberi 
con  una  legge  draconiana,  con  una  legge  cioè 
che  condannava  a  morte  chiunque  avesse  osato 
maltrattarne  uno.  Tal  viale,  spesso  facendosi  a 
due  ranghi,  non  dovea  terminare  che  all'ingresso 
della  lontanissima  città  d'Irkoutsk.  » 

Non  dobbiamo  abbandonare  la  celebre  catena 
delle  montagne  Urali  senza  registrare  la  somma 
importanza  delle  sue  ricchezze  minerali. 

Questa  catena  è  posta  tra  51°  10'  e  68"  15'  di 
latitudine  nord;  e  tra  55'  40'  e  60°  di  longitudine 
est;  formando,  tra  54"  65'    e    65°  40'   di    latitu- 


184  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


dine  il  limite  dell'Europa  e  dell'Asia,  e  standone 
in  Europa  le  estremità  settentrionale  e  meridio- 
nale. Percorre  l'est  del  governo  d'Arcangelo,  se- 
parandolo, insieme  a  quello  di  Yologda,  dall'al- 
tro di  Tobolsk,  e  passa  per  l'est  dei  governi  di 
Perni  e  d'Oreraburgo.  Incominciando  sulla  costa 
dell'oceano  Ghiacciale,  allo  stretto  di  Vaigaz,  di- 
rimpetto all'isola  di  questo  nome,  corre  general- 
mente verso  il  sud,  facendo  tuttavia  due  infles- 
sioni assai  considerevoli,  i  cui  punti  più  orientali 
sono,  per  quella  del  nord  65°  40'  di  latitudine, 
e  per  quella  del  sud  a  56°  40',  e  termina  alla 
testa  dell'Ural,  alquanto  al  sud-ovest  d'Orsk. 

La  grande  catena  noi  la  divideremo  in  tre  parti 
determinate  da  situazioni  idrografiche,  cioè  l'Ural 
settentrionalp  o  deserto,  l'Ural  di  mezzo  e  l'Ural 
meridionale  (1).  Il  primo,  tutto  quanto  sul  clivo 
dell'oceano  Ghiacciale,  e  prima  diretto  a  sud-est, 
poi  al  sud-ovest,  finalmente  al  sud,  va  sino  alla 
sorgente  della  Peciora  o  Petchora  :  mostrasi  prin- 
cipiando, tra  i  bacini  del  Kara  e  dell'Oio,  all'est, 
e  quello  della  Korotaikha,  all'ovest  ;  divide  poi 
rObi  dalla  Peciora  a  quello  mandando,  verso  l'est, 


(ri  E  per  questa  divisione  dei  tue  Urali  che  abbiamo 
tolto  i  dettagli  geografici  e  geologici  cbe  qui  presentiamo 
al  nostro  lettore  dal  Dizionario  geografico  universale  (Ve- 
nezia 1826-1838)  compilato  da  una  società  di  dotti  sopra 
i  più  famosi  viaggiatori  d'ogni  nazione. 


FIRENZE   AI   DEMID>FF  185 

la  Synia,  e  le  due  Vogulka,  ed  a  questa,  verso 
Tovest,  la  Ousa,  il  Chtchaougor,  la  Liaga  e  la 
Ilicha  :  la  sua  lunghezza  misura  più  di  dugento  le- 
ghe. L'Ural  medio,  che  va  al  sud  sud-ovest,  ha  esten- 
sione quasi  eguale,  e  termina,  al  sud,  alla  sor- 
gente del  fiume  Ural  :  fa  parte  della  giogana  che 
separa  il  clivo  dell'oceano  Ghiacciale  da  quello 
del  mar  Caspio  ;  trovasi  fra  i  bacini  dell'Obi  e 
del  Volga,  e  somministra  al  primo,  sul  suo  clivo 
orientale,  la  Lozua,  la  Sosva,  la  Lobva,  la  Tura, 
il  Tagil,  la  Neiva,  la  Pichma,  l'iset,  la  Tecla,  il 
Miias  ;  ed  al  secondo,  sul  suo  clivo  occidentale, 
la  Visceva,  ITazva,  la  Kova,  la  Tchiousovaia,  l'Ufa 
e  l'Ai,  che  nel  fiume  si  recano  per  la  Kama.  L'U- 
ral meridionale  che  ha  lunghezza  assai  minore, 
ed  una  direzione  sud,  sta  prima  sul  limite  dei 
bacini  del  fiume  Ural  e  del  Volga,  ambedue  tri- 
butari del  Caspio,  —  e  dà  l'origine,  verso  Test, 
al  Kizil,  affluente  dell'Ural,  e  verso  l'ovest,  alla 
Belala,  affluente  della  Kama  ;  poi  dirigesi,  sotto 
il  nome  di  Gouberlinskaia,  tra  la  Sakmara  ed  il 
Tanalik,  affluenti  dell'Ural. 

Numerose  ramificazioni  hanno  i  monti  Urali, 
ma  poche  notevoli  :  distingueremo  soltanto  qui 
sul  clivo  orientale,  quella  che  principia  alla  sor- 
gente dell'Ural,  e  che  correndo  al  sud-est  separa 
questo  fiume  dall'Oui,  o  meglio  Ui,  tributario  del- 
l'Obi, e  congiungesi  ai  monti  Kitchik-Karatcha, 
COI  quali  fa  parte  della  linea  di  sparti  mento  delle 


186  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

acque  dell'oceano  Ghiacciale  e  del  Caspio  ;  sul 
clivo  occidentale,  i  monti  Bolchezemelskii,  che 
dirigonsi  dall'est  all'ovest  tra  il  bacino  della  Pe- 
ciora  e  quelli  di  parecchi  piccoli  tributari  imme- 
diati dell'oceano  Ghiacciale  ;  le  alture  situate  tra 
i  bacini  della  Peciora  e  della  Kama,  e  compresi 
in  quella  grande  giogana  europea  che  il  clivo 
oceanico  separa  dal  clivo  del  Caspio  e  del  Medi- 
terraneo ;  il  ramo  che  stendesi  tra  Tchiousovaia 
e  rufa,  e  dividesi  in  due  rami  primari  uno  tra  i 
detti  fiumi  e  la  Silva,  l'altro  tra  questa  ePUfa; 
il  ramo  che  prolungasi  parallelo  alla  sponda  set- 
tentrionale della  Belala,  dando  origine,  verso  il 
nord,  airiurzen  ed  all'Inzec  ;  finalmente  i  monti 
Obchichei-siert,  i  quali,  staccandosi  dalla  catena 
alla  sorgente  della  Sakmara,  distendonsi  tra  i 
bacini  dell'Ural  e  del  Volga,  e  si  prolungano  sino 
alla  sponda  sinistra  di  quest'ultimo  fiume. 

L'elevatezza  della  catena  uraliana,  è  mediocre  : 
neirUral  medio  e  nel  meridionale,  dove  sono  le 
parti  più  alte,  non  giunge  a  piìi  di  sei  mila  piedi; 
la  sommità  maggiore  è  il  Pavdinsk,  di  piedi 
sei  mila  trecento  sessantacinque  sopra  il  livello 
del  Caspio  nel  governo  di  Perm,  all'ovest  di  Ver- 
Ivhoturie  ;  gli  altri  punti  più  rimarchevoli  essendo, 
nel  medesimo  governo,  il  Vostai-kamen,  il  Kor- 
konechevskai-kamen,  il  Kosvinskai -kamen  ;  e 
nel  governo  di  Oremburgo,  l'Iramel,  il  Psetak,  il 
Taganai,  il  Tchigalgo,  l'Agchourdyk,  l'Imen  o 
lamen-taou,  l'Irentik  ed  il  Karentak. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  187 

Tra  i  passi  assai  numerosi  che  tagliano  que- 
sta catena,  noteremo  sopratutto  quelli  che  danno 
esito  alle  strade  seguenti  :  1°  nel  nord  dell' Ural 
medio,  le  strade  da  Verkhoturie  e  Tcherdin,  o 
Cerdin,  ed  a  Solikamsk  ;  2°  nel  mezzo  dello  stesso 
Ural,  la  strada  da  Perni  a  lekaterinburgo  ed  a 
Tobolsk  ;  3°  nel  sud  della  medesima  parte,  le 
strade  da  Ufa  a  Tchalinbinsk  e  Gel  labi  nsk  ed  a 
Troilsk  ;  4°  nelF  Ural  meridionale,  la  strada  da 
Lamovka,  sulla  Belala,  a  Verkho-Uralsk,  sul- 
rUral. 

Per  la  maggior  parte  le  vette  più  alte  dei  monti 
Urali  sono  composte  di  granito  ;  i  fianchi  hanno 
.molto  chisto;  i  contrafforti,  soprattutto  verso  l'o- 
vest, trovansi  formati  di  gres,  creta  e  gesso,  con 
letti  di  marna,  argilla  e  sabbia.  In  alcuni  luoghi 
delle  montagne  principali,  tra  massi  di  granito, 
vedesi  del  porfido,  del  mica  spatico,  del  diaspro, 
della  serpentina,  sabbia,  pietra  marmosa,  schisto 
micaceo,  salgemma  e  calcareo,  il  quale  ultimo 
predomina  particolarmente  nel  clivo  occidentale, 
tra  le  sorgenti  della  Belala  e  della  Kosva,  ma 
accompagnato  da  masse  di  gesso  e  gres,  che 
contengono,  le  prime  delle  sorgenti  salse,  e  le 
ultime  dei  filoni  di  rame  ricchissimi  ;  nella  parte 
superiore  di  questo  calcareo,  trovasi  grande  quan- 
tità di  ferro.  Dalla  parte  dell'est,  appunto  tra  il 
calcareo  salino  e  la  marna,  sono  le  miniere  di 
rame  le  più  ricche,  ed  è  nella  ganga  di  schisto 


18S  FIRENZE   Al   DEMIDOFF 

che  incontransi  gli  strati  più  considerevoli  della 
miniera  di  ferro.  Sul  medesimo  clivo,  ne'distretti 
di  Verkhoturie  e  lekaterinburgo  (governo  di  Perni) 
è  dell'oro  in  abbondanza  :  metallo  che  vi  si  mostra 
sotto  forma  di  grani,  in  una  terra  argillosa,  che 
trovasi  quasi  immediatamente  sotto  il  cotico  ;  tal- 
volta presentasi  in  pipili  del  peso  di  cinque  in  sei 
marchi:  in  generale,  per  25  pud  d'argilla,  si  ricava 
1  zolotnik  d'oro  ;  nel  1828,  le  miniere  d'oro  della 
corona  ne  diedero  87  pud,  27  libbre,  37  zolotnik  ;  e 
le  miniere  dei  particolari,  203  pudj  16  libbre,  18 
zolotnik  (1).  Il  platino,  nello  stesso  governo,  tro- 
vasi più  abbondante  sul  clivo  occidentale  che  non 
sull'altro  ;  e  nel  1828,  nelle  miniere  della  corona,, 
somministrò  3  pud,  25  libbre,  72  zolotnik  ;  ed  in 
quelle  dei  particolari  90  pud,  7  libbre,  48  zolo- 
tnik. Su  quel  medesimo  clivo,  e  nello  stesso  go- 
verno, a  cinque  leghe  nord-est  da  Bisertsk,  trova- 
ronsi  il  22  giugno  1829  dei  diamanti  nello  scava- 
mento della  sabbia  aurifera  ;  ma  la  probabilitcà  del- 
l'esistenza di  diamanti  in  queste  montagne  era  già 
stata  annunziata  da  Engelhardt  fino  dal  1826.  Le 


(1)  Il  marco  equivale  a  circa  225  grammi,  il  pud  a  lo 
chilogrammi,  la  libbra  a  400  grammi,  lo  zolotnik  a  quasi  4 
grammi.  —  La  famosa  Spedizione  Polare  Svedese  del  prof. 
A.  E.  Nordenskjòld,  visitò  le  miniere  d'oro  vicine  alla  città 
d'Iekaterinburgo  il  dì  31  ottolDre  1875  ;  ed  il  Signor  Théel 
facente  parte  della  spedizione  stessa,  apprende  nella  rela- 
zione che  queste  miniere  appartengono  ad  una  compa- 
gnia tedesca,  la  quale  ne  ricava,  dicesi,  grossi  profitti. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  189 

miniere  crargento  e  quelle  di  piombo  sono  qua  e  là 
ripetute  nella  catena  uraliana  ;  vi  son  marmi  pre- 
ziosi, asbesto,  bei  cristalli  di  rocca,  calcedonie, 
agate,  topazzi,  rubini,  acque  marine,  superbe  ma- 
lachiti, ametisti,  crisoliti,  ed  una  sorta  di  zaffiro 
recentemente  denominata  soimonite  ;  il  succino  e 
le  ligniti  trovansi  sul  fianco  orientale  :  colla  sabbia 
aurifera  sono  grani  di  ginabro,  ceilaniti,  graniti, 
piccoli  zirconi  bianchi  dotati  di  bellissimo  splen- 
dore di  diamanti.  Vi  si  trova,  pure  della  calamita, 
del  carbon  fossile,  della  nafta,  dello  zolfo  nativo, 
delle  macassiti,  delle  sorgenti  di  sai  marino,  al- 
lume, delle  terre  vitricoliche,  nitro  e  natrone.  E 
mostransi  pure  sull'Urale  alcuni  vulcani  esistenti. 

Sappiamo  già  che  gran  parte  della  catena  è 
coperta  di  boschi,  ed  oltre  alle  betule  dianzi  no- 
tate, lungo  il  famoso  viale  che  la  traversa,  ed  agli 
abeti,  si  vedono  generalmente  pini,  cedri,  larici,  tre- 
mule ed  alni  ;  le  querele,  gli  olmi  e  le  tiglio,  sono 
più  che  altrove  nelle  parti  meridionali.  Pingui 
valli  e  bei  prati  distendonsi  alle  falde  degli  Urali, 
particolarmente  verso  il  sud-ovest.  Orsi,  martore, 
rangiferi.ed  alci,  sono  assai  comuni  su  queste 
montagne,  massime  nelle  parti  settentrionali  dove 
sono  pure  disseminati  in  moltitudini  i  piccoli 
laghi  limpidi  e  pescosi. 

A  compimento  della  relazione  che  ci  siamo  pro- 
posti di  dare  intorno  alle  montagne  uraliane 
cominciate  a  sfruttare  dai  Demidoff  nel  principio 


190  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 

del  secolo  deci m'ott avo,  ed  ormai  diventate  una 
classica  regione  della  geologia,  come  le  chiama 
il  dotto  Eliseo  Reclus  (1),  e  già  percorse  da  tanti 
scienziati,  diremo  che  lavorarono  contemporanea- 
mente sur  esse  sino  a  centomila  operai.  Dietro 
la  scoperta  dei  «  Campi  d'oro  »  nella  California 
e  nell'Australia,  l'importanza  relativa  degli  Urali 
come  luogo  produttivo  dei  metalli  preziosi,  è  con- 
siderevolmente scemata,  come  pure  il  rame  del 
distretto  d'Iekaterinburgo,  non  può  disputare  i  mer- 
cati d'Europa  al  minerale  dell'Australia,  della 
Bolivia,  del  Chili;  ma  ir  ferro,  degli  Urali,  tanto 
buono,  tanto  ricercato  al  pari  dei  migliori  mine- 
rali della  Svezia,  avrà  mai  sempre  per  la  Russia 
un  valore  capitale  ;  come  pure,  per  le  sue  am- 
mirabili malachiti  specialmente,  mantiene  e  man- 
terrà rurale  il  primo  posto  fra  le  montagne  mine- 
rali. Gli  strati  di  malachite  si  trovano  non  lungi 
dalla  strada  ferrata,  e  precisamente  dalla  staziono 
Asiàskaia.  E  nello  stesso  paese  di  Taghil,  «  si  sco  - 
perse  a  90  metri  di  fondo  una  massa  di  pura  mala- 
chita  che  misura  diversi  metri  in  ogni  senso,  e  che 
pesa  pii^i  di  trecento  tonnellate  (2).  »  La  collina 
chiamata  Visokaya  Gora,  che  sino  dal  1720  ali- 


(\)  Elisèe  Reclus  :  Xouvelle  Geographie  UniverseUe,  ta- 
llio VI.  Questo  importante  lavoro  è  ancora  in  corso  di 
stampa.  Il  primo  tomo  è  già  pubblicato  anche  tradotto 
in  italiano. 

(2)  MuRCHisoN  :  Bussia  and  the  Ural  mounfains. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  191 

menta  di  minerale  i  fornelli  di  Taghil  e  di  Ne- 
vlask,  non  è  che  un  enorme  blocco  di  ferro  che 
venne  sfruttato  a  cave,  il  quale  contiene  almeno 
sei  miliardi  di  quintali  metrici  d'un  minerale  che 
per  due  terzi  consiste  in  metallo  ;  gì'  incavi 
che  i  minatori  v'hanno  fatto  attestano  la  poca  en- 
tità del  lavoro  umano,  relativamente  occorso,  in 
paragone  delle  ricchezze  che  il  suolo  riserba  tut- 
tora in  seno. 

Ora  diciamo  esclusivamente  di  Taghil,  e  ter- 
miniamo coH'accennare  alla  vastità  dei  possessi 
della  famiglia  Demidoff.  Nijni-Taghil,  cui  s'è  dato 
il  nome  di  borgo,  è  un  villaggio  sì  vasto  che  può 
considerarsi  d'una  superfìcie  da  sei  a  sette  chi- 
lometri, nel  governo  di  Perm,  precisamente  nel 
privilegiato  distretto  di  Verkhoturie,  dove  1'  oro 
è  nell'abbondanza  maggiore,  come  il  ferro,  il  pla- 
tino, la  malachita,  quei  metalli  insomma  che  sono 
la  precipua  sorgente  delle  favolose  ricchezze  De- 
midoff. È  posto  sul  fiume  omonimo  che  piglia  o- 
rigine  nel  distretto  d'Iekaterinburgo,  che  sul  dive 
orientale,  va  entrando  nel  distretto  di  Yerkhoturie, 
e  scaricasi  alfine  nella  Tura,  dopo  un  corso  di 
circa  settantadus  leghe. 

Il  paese  di  Taghil  ha  molto  ridente  aspetto,  e 
conta  sui  30,000  abitanti  ;  ha  perciò  l'importanza 
d'una  ragguardevole  città,  ma  si  vuol  reggere  a 
villaggio  per  il  motivo  delle  imposte  da  cui  le 
città  sono  aggravate.  Sino  dal  1725  esso  appar- 


192  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

tiene  alla  famiglia  Demidoff,  che  suU'Urale  pos- 
siede un'estensione  di  terreno  di  circa  200  chilo- 
metri di  lungo  per  40  di  largo,  tutto  coperto  di 
boschi.  Il  fiume,  sbarrato  dal  grande  argine  alto 
25  piedi,  forma  un  immenso  e  inesauribile  ser- 
batoio d'  acqua  che  dà  il  moto  necessario  alle 
astanti   fonderie. 

Accerta  il  nominato  Théel  essere  cosa  rara  in- 
contrare riuniti  in  un  sol  punto  tanti  tesori  mi- 
nerali. Quelle  miniere  di  ferro,  di  rame,  di  ma- 
lachite, sono  considerate  fra  le  principali  del  globo, 
senza  parlare  delle  quantità  d'oro  e  di  platino 
che  i  lavatori  estraggono.  Inoltre  vi  sono  qui 
moltissime  officine  di  costruzione  e  delle  manifat- 
ture, i  cui  prodotti  in  ogni  genere  di  ferro  hanno 
acquistato  una  rinomanza  universale. 

È  difficile  immaginarsi  una  fonderia  meglio 
situata  di  quella  di  Taghil,  dice  il  Signor  Sommier, 
parlando  della  fonderia  di  ferro  (1)  ;  il  lago  som- 
ministra la  forza  motrice,  le  immense  foreste  dei 

dintorni  un  eccellente  combustibile Girai  per 

più  di  due  ore  nella  fonderia,  vedendo  sempre 
nuovi  alti  forni,  forni  da  pudellaggio,  forni  Sie- 
mens, forni  Bessmer,  martelli  idraulici  immensi, 
laminatoi,  ventilatori,  macchine  a  vapore,  infine 
una  varietà  "Sterminata  di  forni  e  macchine  che 
farebbero  la  gioia  d'un  metallurgo. 


(1)  Questa  fonderia  è  quella  che  abbiamo  notato  a  pag.  24. 
la  cui  produzione  media  secondo  Soubbotin,  è  40,000  ton- 
nellate. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFP  193 

Le  foreste  Demicloff  sono  sfrattate  secondo  i 
migliori  dettati  della  scienza  forestale,  e  per  quanto 
sia  enorme  la  quantità  di  legna  che  vi  si  può 
tagliare  senza  recar  loro  del  danno,  limitò  sino 
ad  ora  la  produzione  del  minerale  che  è  di  fa- 
cilissima estrazione.  Da  poco  tempo  s'è  incomin- 
ciato a  lavorare  col  carbone  fossile,  che  viene  da 
miniere  pure  appartenenti  ai  Demidoff,  e  situate 
sul  di  là  dell' Urale,  a  più  di  300  chilometri  da 
Taghil.  Pare  die  i  lavori  preliminari  di  queste 
miniere,  prima  che  potessesi  estrarre  del  carbone, 
fossero  costati  tre  milioni  di  rubh.  Da  ciò  si  può 
dedurre  l'importanza  che  ha  per  le  fonderie  questo 
nuovo  combustibile,  se  deve  pagare  le  spese  di 
estrazione  e  di  trasporto. 

A  poche  centinaia  di  metri  dalla  suddetta  fon- 
deria di  ferro,  v'è  una  collina  di  ferro  magnetico, 
il  miglior  minerale  di  ferro  che  esista,  dalla  quale 
si  potrà  seguitare  ad  estrarre  il  minerale  per  se- 
coli senza  impoverirla  ;  il  ferro  magnetico  inoltre 
è  alla  superfìcie  del  suolo,  per  cui  le  spese  di 
scavo  sono  minime.  Contigua  alla  miniera  di 
ferro  ve  n'è  una  di  rame,  nella  quale  si  trova 
pure  la  preziosa  malachita,  di  cui  ebbe  Firenze 
sì  copiosi  e  sì  stupendi  saggi. 

Non  è  dunque  a   meravigliarsi    se    con  (juesto 
concorso  di  circostanze  favorevoli,  la  produzione 
del  rame  e  del  ferro  è  immensa  a  Taghil. 
Né  devesi  credere  che   quelle  di  Taghil  siano 

FIRENZE    AI    DEMIDOFF  13 


194  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

le  sole  fonderie  della  famiglia  Demidoff  nell'Urale, 
che  sparse  per  i  suoi  possessi,  che  sono  grandi 
quanto  una  provincia,  per  esempio  quanto  la  pro- 
vincia di  Toscana  (1),  ve  ne  sono  undici  solo  per 
il  ferro,  e  nove  per  il  rame,  alcune  delle  quali 
pur  molto  importanti.  In  diversi  punti  di  questi 
possessi  ha  inoltre  lavaggi  d'oro  e  lavaggi  di  pla- 
tino. I  lavaggi  d'oro  dal  1823  al  1877  hanno  dato 


(I)  I  possessi  della  famiglia  Demidoff  giungono  sino  a 
Barnaul  dove  le  prime  fonderie  furon  piantate  da  Akinfi, 
come  è  detto  a  pagina  25.  Barnaul,  distretto  e  città  nel 
governo  ed  a  435  chilometri  di  Tomsk  suU'  Obi,  Siberia 
occidentale,  con  12,000  abitanti.  Tutto  l'oro  dell'Aitale  della 
Siberia  orientale  viene  colà  trasportato  per  essere  fuso 
in  verghe  prima  d'essere  inviato  a  Pietroburgo.  «  Questa 
città,  dice  il  signor  Vivien  de  Saint  Martin  nel  suo 
Nouveau  Dictionnatre  Geographique^  in  corso  di  stampa,  fu 
dapprincipio  un  semplice  villaggio  ;  ma  la  produzione 
minerale  dell'intorno  le  dette  poi  tanta  importanza,  che 
diventò,  dal  1780,  il  punto  centrale  dei  lavori  metallur- 
gici della  provincia  dell'Aitai.  Attualmente  vi  si  contano 
molti  stabilimenti,  fra'  quali  primeggia  il  Museo  di  Sto- 
ria Naturale  della  Siberia,  il  quale  racchiude  una  rac- 
colta delle  razze  animali  che  nella  stessa  Siberia  sono 
sparse,  ed  una  collezione  tanto  completa,  quanto  preziosa, 
delle  minerali  ricchezze  della  contrada  ;  in  apposita  se- 
zione poi,  v'è  una  raccolta  di  variati  vestiti  ed  istru- 
menti  da  pesca  e  da  caccia,  armi  ad  altro,  il  tutto  pro- 
prio alle  diverse  popolazioni  della  Russia  Asiatica,  rac- 
colta che  sotto  il  rapporto  etnografico  offre  il  massimo 
interesse.  Al  medesimo  Museo  va  unito  un  Giardino  di 
piante  mantenuto  con  ordine  grande  e  con  massima  cura.  » 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  195 


21,785  chilogrammi  del  prezioso  metallo  ;  quelli 
di  platino,  nello  stesso  spazio  di  tempo,  ne 
hanno  dato  67,436  chilogrammi.  In  questi  ultimi 
anni  poi,  si  sono  prodotti  in  media  1747  tonnel- 
late di  rame,  e  27,486  di  ferro  ed  acciaio.  La 
qualità  del  ferro  è  indiscutibilmente  della  mi- 
gliore. Dalle  miniere  magnetiche  che  trovansi 
presso  a  quelle  di  ferro,  rilevasi  una  quantità 
ragguardevole  di  manganese.  Come  se  ciò  non 
bastasse,  trovasi  ancora  vicino  a  Taghil  del  cromo 
che  viene  spedito  in  Inghilterra.  Il  mezzo  di  tra- 
sporto di  tante  ricchezze  minerali  del  distretto 
di  Verkhoturie  si  è  reso  sommamente  comodo 
ed  economico  colla  strada  ferrata  che  d'Asia 
passa  in  Europa  :  dalle  fonderie  di  Taghil,  si  porta 
direttamente  il  ferro  ed  il  rame  nei  vagoni  per 
Perm,  da  dove  i  prodotti  seguono  la  via  dei  fiumi 
Kama  e  Volga  per  andare  al  mercato  di  Nijni- 
Novogorod,  ove  se  ne  vende  la  parte  maggiore. 
In  Taghil  oltre  alle  miniere,  oltre  alle  fonderie, 
si  trova  pure  il  centro  delFamministrazione  dei 
beni  che  la  famiglia  Demidoflf  possiede  nell'Orale  : 
così  amministratori,  ispettori,  ingegneri,  medici, 
nucleo  numeroso  d'impiegati  superiori,  colle  loro 
famiglie,  per  la  maggior  parte  forestieri,  for- 
mano un  centro  molto  europeo.  «.  Me  ne  potei 
convincere  durante  il  mio  soggiorno,  dice  ancora 
il  prefato  Sommier,  essendo  stato  invitato  dal  capo 
dell'amministrazione   a  prender   parte   al  pranzo 


196  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

che  ogni  domenica  è  dato  per  conto  del  proprie- 
tario a  tutti  gl'impiegati  superiori  di  Taghil.  Vi 
erano  a  tavola  da  quaranta  persone,  tra  le  quali 
molte  signore  e  signorine  ;  si  parlava  un  po'  di 
tutte  le  lingue,  anche  un  po'  d'italiano  ;  la  cucina  e 
i  vini  erano  eccellenti,  le  toilettes  all'ultima  moda. 
Dopo  il  pranzo  tutta  la  comitiva  andò  a  fare  un 
giro  sul  lago  in  un  bel  vaporetto  appartenente 
alle  fonderie  ;  si  prese  il  tè  in  una  villa  di  pro- 
prietà del  Principe,  ossia  de'suoi  impiegati,  e  a 
sera  si  tornò  a  Taghil  in  tempo  per  fare  ancora 
un  giro  nel  giardino  pubblico  dove  suonava  una 
discreta  banda,  prima  d'andar  di  nuovo  nel  palaz- 
zo Demidoff  per  la  cena.  » 

La  famiglia  Demidoff  trae  parecchi  milioni  an- 
nualmente dalle  sue  ricchezze  di  Taghil  ;  ma  si 
vede  bene  che  vi  lascia  danaro  abbastanza  af- 
finchè chi  lavora  per  essa  abbia  da  \ivere  lau- 
tamente. Gli  operai  ricevono  buone  paghe,  e  quasi 
ognuno  possiede  la  sua  casetta.  Quasi  tutte  le  case 
di  Taghil  sono  di  legno,  piccole,  a  un  solo  piano, 
ben  disposte  in  istrado  larghissime.  Nel  centro 
ve  ne  sono  diverse  delle  piìi  belle  che  apparten- 
gono agl'impiegati  superiori  della  famiglia  Demi- 
doff, ed  ai  negozianti  ;  li  sono  pure  la  principal 
fonderia,  le  officine  e  il  Gosposkai  Doni,  il  palaz- 
zo che  contiene  l'amministrazione,  e  i  laboratori 
chimici,  ed  i  quartieri  della  famiglia  principesca. 

Taghil,  che  ebbe  da  Nikita  II  Demidoff  la  prima 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  197 

Chiesa  di  pietra  nel  1763,  conta  ora  sette  chiese 
tutte  fondate  dalla  stessa  illustre  famiglia  ;  vi  si 
conserva  il  Ricovero  per  gli  orfanelli  fondato  dal 
benemerito  Nikita  11,  e  si  è  aggiunto  uno  Spe- 
dale composto  di  tre  vasti  edifizi;  vi  sono  quattro 
Scuole,  ciascuna  portante  il  nome  d'un  Demidoff  ; 
v'è  Biblioteca,  e  vi  son  luoghi  di  diporto  siccome 
abbiamo  visto  col  signore  Stefano  Sommier.  Al 
paese  fan  poi  ricco  ornamento  diversi  bei  monu- 
menti di  metallo,  tutti  raffiguranti  l'uno  o  l'altro 
Demidoff  che  più  contribuì  coll'opera  e  col  senno 
tanto  alla  civiltà,  quanto  alla  prosperità  locale  ; 
fra  questi  monumenti  uno  ve  n'ha  composto  d'un 
magnifico  trofeo,  pure  di  metallo,  che  alla  me- 
moria dell'amato  patrigno,  il  colonnello  Andrea 
Karamzine,  perito  alla  guerra  di  Crimea  nel  1854, 
eresse  il  principe  Paolo  Demidoff  di  San  Donato. 


FINE   DELLA   PRIMA   PARTE. 


PARTE   SECONDA 

Oai>  itolo    I 


Cenni  storici  su  Pratolino  —  Quando  e  com3  scomparvero 
le  opere  meravigliose  del  R.  Parco. 


Villani  in  medii  Montibus,  atque  illis  qui- 
dem  asperrimis,  opere,  ac  sumptu  piane 
Regio  extruxit. 

Pietro  Bakgeo  :  Orazione  funerale  iu 
memoria  di  Francesco  I  dei  Medici  Gran- 
duca di  Toscana. 


L  secolo  di  Leone  X  fu  secolo  grande 
per  le  lettere  e  per  le  arti  italiane.  I  to- 
scani devono  sempre  rammentarlo  con  or- 
goglio ;  e  noi  fiorentini  particolarmente, 
mentre  dobbiamo  provare  un  senso  pietoso 
pensando  alle  sciagure  onde  furono  afflitti 
gli  avi  nostri  per  le  mire  ambiziose,  per  le  bramo- 
sie tiranniche,  e  per  le  scostumatezze  oscene  da 
cui  derivò  in  massima  parte  la  celebrità  dei  Me« 


200  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

dici,  abbiamo  il  dovere  di  riconoscere  come  dalle 
insaziabili  passioni  di  loro  sorgesse  tanta  gloria 
d'arte  fiorentina  dinanzi  alla  quale  s'è  inchinato 
tutto  il  mondo. 

Un  Medici,  Francesco  I,  secondo  Granduca  di 
Toscana  (1),  la  cui  corruzione  è  scritta  nell'isto- 
ria con  caratteri  indelebili,  accordò  valida  pro- 
tezione all'Accademia  Fiorentina,  dette  a  Firenze 
la  celebre  Accademia  della  Crusca,  aggiunse  co- 
dici nuovi  alla  Laurenziana,  fece  sorgere  la  lavo- 
razione delle  gemme  e  delle  pietre  dure  (2),  e 
sotto  gli  auspici  suoi  fu  terminata  la  R.  Galleria 
degli  Uffìzi,  cominciata  da  Cosimo  suo  padre,  la 
quale  arricchita  di  mano  a  mano  dai  sovrani  suc- 
cessori, pervenne  a  tanta  rinomanza  da  farsi  re- 
putare la  piii  celebre  d'Europa. 

Aveva  Francesco  magnifici  palazzi  e  ville  ma- 
gnifiche, ma  ciò  non  bastando  a  saziare  la  sua 
passione  del  gran  lusso,  immaginò  la  più  splen- 
dida, la  più  maestosa  e  comoda  villa  che  potesse 


(1)  Ricevè  da  suo  padre,  Cosimo  I,  il  potere  nel  1565, 
e  fu  riconosciuto  assoluto  Granduca  nel  1574  ;  regnò  sino 
al  1587,  anno  nel  quale  avvenne  la  sua  morte. 

(2)  Francesco  I,  chiamò  nel  1580  i  primi  lavoranti  di 
Milano,  dai  quali  gli  artisti  fiorentini  appresero  l'arte 
del  commesso,  arte  clie  sotto  il  regno  di  Ferdinando  I, 
fratello  e  successore  di  Francesco,  ebbe  sviluppo  grande 
e  divenne  floridissima.  Fu  questo  terzo  Granduca  cbe 
fondò  l'Opificio  di  via  degli  Alfani,  i  cui  superbi  lavori 
or  più  che  mai  gli  danno  bella  fama. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  201 

bramare  un  regnante  del  suo  tempo.  Per  suo 
maggior  diletto  la  volle  in  luogo  alpestre,  dove 
nella  più  cocente  estate  regnassero  l'aure  deli  - 
ziose  di  dolce  primavera  :  scelse  però  la  posi- 
zione di  Pratolino,  e  quivi,  come  per  incanto, 
sorse  la  real  Villa  con  tutte  le  altre  fabbriche 
annesse  di  cui  stiamo  per  parlare. 

Resta  Pratolino  distante  sei  miglia  da  Firenze, 
andando  di  fuori  alla  porta  S.  Gallo,  appiedo  delle 
montagne  dove  comincia  l'Appennino,  cioè  sul 
piano  orientale  del  Monte  Uccellatoio,  alquanto 
a  destra  della  regia  strada  per  Bologna,  situato 
ad  un'altezza  di  circa  750  braccia  sopra  il  livello 
del  Mediterraneo  ;  il  poetico  Mugnone  lo  lambi- 
sce alle  falde  e  ne  solca  la  vallecola.  Il  luogo 
è  montuoso,  è  salvatico  per  natura,  l'aere  ne  è 
saluberrimo  e  soave  ;  nei  grandi  ardori  estivi  la 
primavera  vi  si  gode  con  tutto  il  benefizio  de'suoi 
balsami. 

Questa  contrada  si  chiamò  in  antico  Festi- 
gliano,  e  come  prendesse  il  nome  di  Pratolino 
bisogna  congetturarlo  dalla  circostanza  che  ac- 
costo a  Festigliano  esisteva  un  prato  e  la  selva, 
che  si  disse  selva  regia  (1). 

Sino  dal  secolo  decimoprimo  conobbesi  Pratolino 
regio  dominio,  o  corte  di  Festigliano;  i  sovrani 


(1)  Emanuele  Repetti  dà  molto  late  informazioni  su 
questo  proposito  nel  suo  Dizionario  Geografico^  Fisizo  e 
Storico  della  Toscana,  voi.  II  e  IV,  1835-1841 ." 


202  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

d'Italia  lo  donarono  ai  vescovi  di  Fiesole,  cui 
venne  dipoi  confermato  dai  pontefici  Pasquale  II, 
nel  1103,  e  da  Innocenzo  II,  nel  1134. 

Alla  metà  del  secolo  decimosesto,  stava  la  re- 
gia selva  in  possesso  di  Benedetto  Buonaccorso 
Uguccioni,  il  quale  ne  fece  vendita  a  Francesco  I 
de'  Medici,  mediante  la  somma  di  tremila  scudi, 
come  rilevasi  da  relativo  contratto  15  settembre 
1568,  dove  si  denominano  tre  contigui  poderi  primo 
il  Ghiaia,  secondo  il  Cerro,  terzo  Pian  di  Lo- 
renzo, con  in  oltre  tutte  le  appartenenze  spet- 
tanti alla  possessione  di  Pratolino  posta  nel  po- 
polo di  S.  Cresci  a  Maciuoli,  Lega  di  Tagliaferro, 
Podesteria  di  Scarperia  (1). 

E  non  altro  che  per  incanto  o  per  miracolo, 
sarebbero  sorte  le  fabbriche,  se  pensiamo  che  nel 
1569  si  ammiravano  splendenti  di  tanta  bellezza 
da  ispirare  poemi  (2).  Impresa  così  straordinaria 


(1)  R.  Archivio  di  Stato  :  Decimale  delle  RE.  Possessioni, 
tDrao  II,  pag.  855. 

(2)  Raffaello  Gualterotti,  poeta  fiorentino,  pubblicò 
nn  poemetto  intitolato  Vaghezze  di  Pratolino.  Firenze.  Giun- 
ti, 1569.  Questo  poemetto  viene  indicato  per  raro  dal  Ca- 
nonico Domenico  Moreni,  pure  di  Firenze,  nella  sua  Bi- 
hliografia  della  Toscana  ;  e  difatti,  fra  tutte  le  nostre  pub- 
bliche Biblioteche,  un  unico  esemplare  se  ne  trova  nella 
Biblioteca  del  R.  Istituto  di  Belle  Arti,  Lo  stesso  Moreni, 
lodando  l'idea  della  magnitìca  villa  di  Pratolino,  dice  che 
il  Principe  Francesco  la  cominciò  nel  1569.  E  Francesco 
Settimanni,  nelle  sue  Memorie  Fiorentine  (17  tomi)  che  si 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  203 

per  le  tante  meraviglie  delle  quali  andò  ricolma, 
fu  degna  soltanto  di  quel  principe  insaziabile 
degli  agi,  e  degli  splendori  d'  una  corte  da  grande 
sovrano:  volle  che  la  solvagli  fosse  trasformata 
in  Olimpo,  e  ciò  fatto  ei  vi  si  fissò  quale  novello 
Giove. 

Di  tutte  le  costruzioni  dette  i  disegni  e  ne  as- 
sunse la  direzione  1'  architetto  Bernardo  Buonta- 
lenti  (1),  unitamente  al  quale  lavorarono  gli  ar- 
tisti più  famosi  che  allora  ospitasse  la  capitale 
dell'  Etruria,  e  se  ne  chiamarono  eziandio  di  fuori. 

Scrisse  il  baldinucci  (2)  d'  aver  trovato  in  ricordi 

trovano  nel  Regio  Archivio  di  Stato,  dic3  che  «  nel  mese 
di  settembre  1570  cominciò  a  fabbricarsi  il  palazzo  e  giar- 
dino della  villa  di  Pratolino  dal  Principe  Francesco  »  (tomo 
I,  carte  513);  ed  a  carte  617  dello  stesso  tomo,  fa  sapere 
che  «  nel  10  marzo  1573  fa  dato  principio  dal  Principe 
Francesco  alla  fabbrica  della  villa  di  Pratolino  colla  so- 
praintendenza  di  Benedetto  Buoaaccorso  Uguccioni.  > 
Ora,  siccome  delle  fabbriche,  oltre  al  palazzo,  se  ne  fecero 
molte  a  Pratolioo,  e  si  durò  a  far  cose  nuove  finché  i  Medici 
durarono,  poco  monta  il  discutere  su  tutti  questi  comin- 
ciamenti.  Fatto  sta,  e  certissimo,  che  il  citato  documento 
riguardante  la  compra  di  Pratolino  fatta  dal  Principe 
Francesco,  è  attendibile  più  d' ogni  altra  cosa,  e  la  data 
del  componimento  del  Gualterotti  non  può  essere  punto 
dubbia. 

(1)  D'  alcuni  artefici  illustri  che  colle  opere  loro  dettero 
a  Pratolino  si  gran  fama,  vedasi  Capitolo  V  di  questa 
seoonda  parte. 

(2)  Filippo  Baldinucci  :  Notìzie  sui  Professori  del  Dise- 
gno, Vita  di  Bernardo  Buontalenti. 


204  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 


degni  (l'oiini  fedo,  clie  rjnesia  regia  faìjbrica  con 
suoi  annessi  costò  sino  a  settecento  ottanta  due 
mila  scudi,  e  col  Baldinucci  altri  ripeterono  la  spesa 
nei  termini  medesimi.  11  Settimanni  rende  noto  an- 
cora che  tale  spesa  fu  fatta  sino  all'anno  1585. 
Con  ogni  debito  rispetto  vogliamo  accogliere 
l'asserto  fornito  dal  celebre  biografo  e  confermato 
dair  erudito  cronista  ;  ci  sia  lecito  nondimeno  di 
supporre  che  in  tal  cifra  spesa  per  Pratolino  dal 
1568  al  1585  non  venga  compreso  l'incalcolabile 
valore  dei  marmi  allora  digià  proprietà  dello 
Stato  (1),  e  tanto  m^eno  il  valore  indeterminabile 
delle  statue  ed  altre  preziose  opere  antiche  che 
i  papi  mandavano  da  Roma  in  dono  ai  granduchi, 
Cosimo  e  Francesco  ,  con  poca  soddisfazioiie  del 
popolo  romano  (2),  non  poche  delle  quali  crediamo 
di  poter  credere  che  andassero  ad  ornare  Prato- 
lino.  Oltre  a  ciò  vediamo  il  succedersi  delle  cose 
nuove  sino  ai  secolo  decim'ottavo  ;  così  l'idea  che 
ebbero  i  nostri  predecessori  di  far  conoscere  il 
costo  di  Pratolino,  vorremmo  noi  qui  seguirla  con 
esattezza  maggiore,  ed  a  tale  uopo  buona  parte 
dell'Archivio  Mediceo  è  là,  nell'Archivio  di  Stato, 


(1)  Vedi  più  oltre,  Gap.  III. 

(2)  Come  i  romani  si  lagnassero  delle  continue  spedi- 
zioni d'oggetti  d'arte  che  faceva  il  cardinale  Montepulciano 
ai  granduclii  di  Toscana,  vedi  ciò  clie  in  proposito  ne  scrive 
il  medesimo  cardinale  nei  Codici  Cartacei  dalla  R.  Galleria 
passati  nel  R.  Archivio  di  Stato,  Cod.  I,  ins.  18,  lett.  14. 


EIRENZE    AI    DEMIDOFF  205 

capace  a  fornirci  molti  e  molti  ragguagli  di  non 
lieve  interesse  sopra  l'importantissimo  argomento, 
mai  documenti  elicaci  ad  accertare,  a  precisare  ciò 
che  Pratolino  può  essere  costato  alla  Toscana, 
anche  in  un'epoca  determinata,  inutilmente  gli 
cercheremmo  in  quale  siasi  luogo  (1).  Onde  senza 
stare  a  discutere  sull'ammontare  dei  tesori  profusi 
nella  celebre  regia  Villa  posta  appiè  dell'Appennino, 
d'uopo  è  concludere  che  l'intrapresa  della  medesima 
rammenta  il  lusso  dei  Romani  antichi,  e  che  nel 
decimosesto  secolo  un  Principe  Mediceo  solamente 
ne  la  potea  inti'aprendere  senza  provarne  il  me- 
nomo rimpianto. 

Nel  lusso  di  questo  Principe,  come  in  quello 
della  maggior  parte  de'suoi  consanguinei,  entra- 
vano motivi  che  qui  giova  tacere,  ma  intanto,  per 
sì  segrete  molle,  il  genio  dell'arte  fiero  aleggiava, 
ed  era  non  altro  che  l'arte  Etrusca. 

Gli  scrittori  contemporanei,  cominciando  dal 
già  nominato  Gualterotti,  fecero  a  chi  più  alta- 
mente cantava  in  versi  ed  in  prosa,  le  opere  me- 
ravigliose di  Pratolino  :  il  detto  componimento  del 
Gualterotti,  è  un  componimento  breve,  diviso  in 
quattro  stanze,  ciascuna  chiamata  vaghezza,  tutte 
uguali  alla  presente  che  è  la  prima  : 


(1)  Non  istaremo  a  citare,  oltre  V  Arcliivio  di  Stato,  il 
Palazzo  Pitti  dove  ci  siamo  rivolti  con  minore  fortuna.  E 
in  troppe  parti  è  poi  diviso  l'ArcMvio  Mediceo,  da  potersi 
chiamar  beato  colui  che  le  sa  tutte,  e  le  rovista. 


206  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


Sovra  le  belle  sponde 
Del  famoso  buglione,  e  lieti  e  fidi, 
E  riposati   lidi 

Han  le  Grazie,  e  Amore  ;  ivi  le  fronde, 
Ivi  mormoran  l'onde, 
E  destan  l'aure  un'armonia  si  dolce, 
Ch'  ogn'  altra  vince,  ogni  cor  aspro  addolce. 

Torquato  Tasso,  nelle  rime,  celebrò  Pratolino 
con  tre  madrigali,  una  delle  quali  è  questa  : 

Dianzi  all'ombra  di  forma  occulta  e  bruna, 
Quasi  giacesti,  Pratolino,  ascoso; 
Or  la  tua  donna  tant'onor  t'  aggiunge, 
Che  piega  alla  seconda  alta  fortuna, 
Gli  antichi  gioghi,  l'Appennin  nevoso 
Ed  Atlante  ed  Olimpo  ancor  si  lunge  ; 
Né  confin  la  tua  gloria  asconde  e  serra, 
Ma  del  tuo  picciol  nome  empi  la  terra. 

Palla  Rucellai,  poeta  fiorentino,  compose  un'E- 
gloga pastorale  ed  una  Canzone  in  lode  di  Pra- 
tolino, composizioni  rimaste  inedite  sinora  e  pub- 
blicate  l'anno  scorso  dal  Signor  Giuseppe  Baccini, 
insieme  ad  uà  Capitolo  d'autore  anonimo  che  ha 
per  oggetto  di  descrivere  la  regia  villa  colle  me- 
ravigliose opere,  e  che  vien  dato  per  contempo- 
raneo alla  costruzione  delle  medesime  (1).  Un  altro 
poeta  fiorentino,  Cesare  Agolanti,  dette  in  ottava 
rima  la  Descrizione  cleW Amenissima  R.  Villa  di 


(1)  Il  Baccini  dedicò  l'opuscoletto  alla  venerata  memoria 
del  j)rincipe  Paolo  Demidoff  di  S,  Donato. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  207 

PratoUno,  con  una  dedica  in  prosa  a  Francesco  I  (1), 
e  finalmente  un  altro  anonimo,  ai  predetti  po- 
steriore, scrisse  PratoUno  delizie  delle  Altezze 
Serenissinie  di  Toscana,  in  occasione  delle  nozze 
del  Granprincipe  Ferdinando  de'Medici  con  Violante 
Beatrice  di  Baviera   (2). 

Tutti  questi  poeti  fanno  apoteosi  esagerate  alle 
virtù  immaginarie  dei  Serenissimi  Principi,  da  cor- 
tigiani devoti  ed  umili,  siccome  l'epoca  imperava, 
ma  non  descrivono  le  opere  miracolose  create  dai 
miracolosi  artefici  ;  e  tanto  meno  si  curano  di  tra- 
mandare ai  loro  posteri  la  paternità  di  tante  crea- 
zioni che  precisamente  furono  dicliiarate  miracoli 
dell'Arte. 

Quanto  ai  prosatori  contemporanei  conviene 
anzi  tratto  far  tesoro  di  messer  Francesco  de'Vieri^ 
detto  il  Verino,  che  in  fatto  di  cortigianeria  forse 
al  disopra  di  ogn'altro  com'aquila  vola,  ma  che 
con  ordine  ben  superiore  ne  tesse  i  suoi  Discorsi 
sulle  opere  meravigliose  di  PratoUno^  i  quali  di- 
scorsi vennero  pubblicati  nel  1587.  Dalla  rivela- 
zione delle  meraviglie  che  nel  1569  constatava  il 


(1)  Il  MoRENi,  opera  citata,  dice  inedito  questo  lavoro. 
Si  tratta  di  363  stanze  divise  in  tre  canti,  o  libri,  d'assai 
mediocre  poesia.  Il  manoscritto  si  trova  nella  Libreria  Ma- 
gliabechiana,  Classe  VII,  cod.  8. 

(2)  Anclie  questo  manoscritto  trovasi  nella  medesima 
Libreria,  Classe  XXVII,  cod.  32.  —  Le  nozze  del  Granprin- 
cipe Ferdinando  ebbero  luogo  nel  1687. 


208  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 

poeta  Gualterotti  colle  Vaghezze^  alla  pubblica- 
zione dei  Discorsi  di  messer  Verino,  passano  di- 
ciott'anni  di  differenza,  il  che  rende  assai  mala- 
gevole lo  stabilire  se  tra  le  descrizioni  in  prosa 
spetti  al  Verino  la  precedenza,  od  all'anonimo  del 
Baccini.  Su  tale  incertezza,  che  del  resto  al  sog- 
getto non  nuoce  per  nulla,  noi  possiam  tralasciare 
di  discutere.  Quella  a  cui  ci  dobbiamo  principal- 
mente attenere  si  è  che  il  Verino,  mentre  dice 
d'aver  tutto  veduto  in  un  sol  giorno,  dice  al- 
tresì d'aver  parlato  coU'architetto  Bernardo  Buon- 
talenti  e  con  suo  figlio  Francesco  ;  e  ben  si 
vede  -che  nulla  gli  sfuggì  dall'attenzione,  che  su 
tutto  domandò  i  necessari  schiarimenti,  prendendo 
per  filo  e  per  segno  le  sue  buone  note  sopra  ogni 
cosa.  Talché  il  Baldinucci,  laddove  nella  vita  del 
Buontalenti  va  parlando  di  Pratolino,  s'astiene 
«  dal  descrivere  tante  cose  da  lui  mentovate,  perchè 
sono  ben  note  a  tatto  il  mondo,  e  perchè  ne  va 
attorno  una  descrizione  del  Verino.  »  Ed  il  Mo- 
reni  dice  che  «  il  Verino  fu  contemporaneo  alle 
opere  di  Pratolino,  e  che  la  sua  descrizione  è  fe- 
dele. »  Non  rimane  adunque  che  da  sapere  se  al 
Moreni  nel  compilare  l'importante  ed  estimata  sua 
Bibliografia  della  Toscana  sfuggisse  nelle  ricer- 
che il  manoscritto  dell'anonimo  pubblicato  dal  Bac- 
cini, 0  s'egli  credè  inutile  di  tenerne  conto  ;  ipotesi 
anche  queste  sulle  quali  discutendo  non  se  ne 
caverebbe  alcun  vantaggio.  Senonchè,  messe  a  con- 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  209 


fronto  le  due  descrizioni,  vediamo  come  l'anonimo 
del  Baccini  tanto  amore  professa  per  la  brevità,  che 
quasi  a  mezzavia  passa  in  rassegna  le  opere 
di  Pratolino;  il  Verino,  al  contrario,  abbonda 
tanto  di  prolissità  su  quello  che  descrive,  da 
stancare  la  pazienza  di  San  Giobbe  a  forza  delle 
congetture  e  delle  definizioni  che  gli  occorre  im- 
maginare, per  sublimare  le  virtù  del  Serenissimo 
Francesco  suo  Padrone  e  Signor  suo. 

Il  Baldinucci,  un  secolo  dopo  di  loro,  ci  reca 
delle  notizie  piii  importanti  intorno  alle  opere 
meravigliose,  perchè  nella  vita  di  ciascun  pro- 
fessore del  disegno  che  arrecò  decoro  ed  orna- 
mento a  Pratolino,  ci  fa  generalmente  conoscere 
le  singole  opere  colà  eseguite  fino  al  suo  tempo. 
E  nella  vita  del  Buontalenti  parlando  partitamente 
del  palazzo,  nota  con  fino  accorgimento  che  l'in- 
signe architetto  ne  «  costituì  la  pianta  con  tale 
artifizio,  che  non  contenendo  in  sé  ne  cortile,  né 
loggia,  0  altro  vuoto,  percui  comodamente  ogni 
architetto  provvede  i  suoi  edifizi  dei  necessari  lumi, 
con  tutto  ciò  nell'alzar  la  fabbrica  fece  vedere  non 
solo  ogni  appartamento,  ma  eziandio  ogni  stanza 
col  suo  lume  vivo,  e  senza  che  l'una  dall'altra 
avesselo  a  procacciare.  » 

Alcune  particolarità  ci  vengono  dipoi  fornite 
da  Monsignor  G.  Bottari    (1),  e  da  qualche  altro 


(1)  Monsignor  Gio.  Bottari:  Lettere  Pittoriche. 

FIREXZE    AI    DEMIDOFF  14 


210  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

scrittore  del  secolo  decim'ottavo,  ma  una  descri- 
zione piti  completa,  e  più  dettagliata  delle  opere 
di  Pratolino,  ci  vien  fornita  senza  dubbio  dall'ar- 
chitetto Sgrilli  nel  1742  (1).  Egli  ne  la  intraprese 
sembrandogli  che  a  questa  villa  «  convenisse  il 
primato  tra  le  ville  magnifiche  che  per  diporto  dei 
reali  sovrani  nella  Toscana  si  vedono,  »  e  perchè 
era  stata  di  molte  cose  arricchita  dalla  magnifi- 
cenza del.Granprincipe  Ferdinando  de'Medici,  men- 
tre altre  aveva  deperite  il  tempo,  oppure  le  aveva 
tolte  addirittura  ;  ma  dice  d'averla  soprattutto  in- 
trapresa perchè  gli  scrittori  a  lui  precedenti  a- 
vevano  narrate  le  cose  dopo  averle  viste  alla  sfug- 
gita ed  in  confuso  ;  onde  «  ho  creduto  bene,  egli 
conclude  nell'avvertenza,  di  provvedere  a  tutto 
quello  in  cui  avevano  essi  mancato,  con  darne 
una  pili  fedele  notizia,  essendone  io  appieno  in- 
formato per  aver  goduto  l'onore  d'accudire  al- 
l'azienda delle  molte  possessioni  ;  onore  avuto  an- 
cora per  molti  anni  da  miei  antenati  (2).  »  E  se  le 
continue  occupazioni  non  glielo  avessero  impedito, 
non  si  sarebbe  limitato,  l'architetto  Sgrilli,  a  pre- 


(1)  Bernardo  Sansone  Sgrilli  :  Desorizione  della  R.  Villa, 
Fontane  e  Fabbriche  di  Pratolino,  con  tavole.  (Vedasi  per 
le  tavole  al  Capitolo  seguente.) 

(2;  Furono  gli  Scrilli,  o  Sgrilli,  addetti  alle  regie  posses- 
sioni nella  qualità  di  guardarobieri,  e  lui  l'architetto,  fu 
stipendiato  nella  sua  professione,  da  Gian  Gastone  ultimo 
Granduca   Mediceo. 


firp:xzk  ai  dkmidoff  211 


sentare  solo  le  cose  esterne,  ma  le  interne  ancora 
avrebbe  fatto  vedere,  cioè,  «  gli  occulti  artifizi, 
le  nascose  ruote,  gl'infiniti  rigiri  che  fa  l'acqua, 
per  mezzo  di  cui  le  molte  figure  che  nelle  varie 
lontane  si  trovano,  hanno  il  lor  moto.  . .  » 

A  questo  proposito  dei  meccanismi  e  degli  or- 
digni che  air  acqua  fanno  rappresentare  cose 
stupende  ed  incantevoli,  e  particolarmente  dicendo 
degli  strumenti  che  suonano  col  di  lei  moto,  as- 
sicura il  Baldinucci  che  «  hanno  preso  motivo 
d'imitarle  coloro  che  per  l'Europa  simili  cose  o- 
perarono.  »  E  per  le  stesse  meravigliose  rappre- 
sentazioni d'acqua,  il  più  celebre  filosofo  della 
Francia,  il  de  Montaigne  (1),  dichiarò  miracolose  le 
grotte  di  Pratolino. 

Come  si  vede,  la  fama  di  Pratolino  era  per  le 
sue  bellezze  ben  propalata  anche  prima  dello 
Sgrilli,  «  sì  che  gli  stranieri  venivano  ad  am- 
mirarlo dai  paesi  più  lontani  ;  »  ma  lui  corre- 
dando il  suo  lavoro  descrittivo  di  belle  notizie 
che  ragguardevolmente  aumentano  anche  quelle  di 
già  fornite  dal  Baldinucci  e  da  altri,  è  certo  che  se 
non  in  tutto,  ha  riparato  in  parte  a  quanto  era 
necessario  di  sapere  ;  ed  ha  inoltre  aggiunto  alla 
importanza  delle  descrizioni,  quella  delle  piante 
grafiche  e  delle  vedute  del  palazzo  da  lui  stesso 
eseguite,  che  insieme  a  quelle  fatte  dal  celebre  inci- 


(1)  MiCHE[,E  DE  Montaigne  :  Vuycifje  en  Italie. 


212  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

sore  Stefano  della  Beila  formano  un  albo  preziosis- 
simo delle  magnificenze  universalmente  ammiratea 
Pratolino.  Sarebbe  stata  desiderabil  cosa  e  molto 
lodevole,  che  all'opera  dello  Sgrilli  altri  avesse 
fatto  premurosamente  seguito,  sempre  piìi  avvan- 
taggiando in  quelle  notizie  che  sono  reclamate 
dalla  storia  dell'arte  e  dell'archeologia,  ma  di- 
sgraziatamente ni  un  altro  scrittore  piii  o  meno 
versato  in  tal  materia,  s'occupò  di  poi  per  un 
pezzo  delle  meravigliose  opere  di  Pratolino. 

Nel  principio  del  nostro  secolo  soltanto,  1801- 
1803  comparve  il  Viaggio  Pittorico  della  Toscana, 
scritto  dall'abate  Francesco  Fontani  (1)  che  con- 
sacra, conforme  l'indole  dell'opera,  una  monogra- 
lìa  alla  R.  Villa  di  Pratolino,  compendiando  lo 
Sgrilli,  ed  attingendo  ancora  qualche  cosa  da  al- 
tri, per  così  afìermare  sommariamente  quel  ch'era 
già  stato  descritto.  Né  manca  di  ricordare,  il  Fon- 
tani, essere  impossibile  di  farsi  un'adeguata  i- 
dea  di  tanta  magnificenza  senza  vederla,  e  che 
«  lungo  soggetto  di  ragionamento  sarebbe  il  vo- 
lere ad  uno  ad  uno  individuare  i  pregi  delle  pit- 
ture, delle  sculture,  delle  pittare  grottesche,  dei 
mosaici,  ed  altre  siffatte  cose  che  colpiscono  l'oc- 
chio dello  spettatore,  e  conviene  dire  che  qui  l'arte 


(1)  Nei  primi  tre  anni  del  secolo  fu  fatta  dal  tipografo 
Tofani  di  Firenze  un'edizione  Principe  dell'opera  del  Fon- 


1827. 


FIRENZE   AI   DEMIDOP^F  213 


ha  saputo  cosi  bene  imitare  la  natura  da  fere  la 
più  sorprendente  illusione:  così  al  vero  sono  gli 
uomini,  gli  animali  di  molte  specie,  gli  alberi,  i 
tronchi,  le  foglie,  ed  ogni  altro  prodotto  della 
natura  che  qua  si  trova  bellamente  imitato  :  i 
meccanici  pii^i  eccellenti,  e  gli  artisti  piìi  periti, 
pare  che, gareggiassero  tra  loro  a  raggiungere 
la  perfezione,  e  giunsero  certamente  a  tanto  da 
rendere  immortale  il  loro  nome.  Gli  antichi  mae- 
stri dell'ottima  architettura,  nulla  troverebbero 
che  non  fosse  onninamente  conforme  ai  precetti 
i  quali  dettarono  per  bene  e  decorosamente  con- 
durre una  fabbrica  ad  uso  di  campestre  e  deli- 
zioso soggiorno.  » 

Contemporaneamente  all'abate  Fontani  scriveva 
il  Rosini,  e  fece  nella  Signora  di  Monza  un  vero 
gioiello  letterario  introducendo  i  suoi  storici  per- 
sonaggi del  secolo  decimosettimo  nel  R.  Parco 
di  Pratolino,  mettendolo  a  ragione  fra  le  mera- 
viglie del  mondo,  mentre  descrive  la  statua  del- 
l'Appennino, le  sei  grotte  principali  ed  il  viale 
delle  fontane;  ma  l'indole,  e  la  forma  del  suo 
mirabile  romanzo  non  gli  potevan  permettere  di 
descrivere  ogni  cosa,  epperciò  lascia  nel  silenzio 
quella  gran  parte  di  opere  che  storicamente  par- 
lando hanno  per  noi  non  meno  grande  impor- 
tanza (1). 


(1)  L'editore  della  Signora  di    JSlonza  dice  in    apposita 
nota,  messa  alla  descrizione  delle  sei  grotte  principali,  che 


214  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


Fino  all'età  di  questi  due  scrittori,  Pratolino 
brillò  di  tutto  il  suo  splendore  ;  ma  non  così  durò 
dipoi,  sebbene  la  seconda  edizione  del  Viaggio 
Pittorico  del  Fontani,  quella  fatta  dal  Batelli  nel 
1827,  nulla  ci  dica  sullo  stato  in  cui  si  trovava 
il  R.  Parco  in  tale  anno. 


nelle  antiche  descrizioni  di  Pratolino  è  tanta-  ambiguità 
da  non  parer  credibile,  e  che  «  l'autore  non  ha  potuto 
darne  questa  si  esatta  che  per  averne  prese  le  memorie 
sul  luogo  nella  sua  prima  gioventù.  »  —  E  sta  benissimo 
che  nelle  descrizioni  antiche  vi  sia  l'ambiguità  :  ma  se 
non  vi  fossero  state  delle  descrizioni  antiche,  per  la  de- 
scrizione del  Rosini  non  si  verrebbe  a  conoscere,  fra  tante 
cose  celebri  ora  sparite,  che  il  colosso  raffigurante  l'Ap- 
pennino (la  sola  statua  che  anche  og<2fi  rimane),  le  sei 
grotte  principali,  e  il  viale  delle  fontane.  —  Nelle  con- 
siderazioni storiche  poi,  che  lo  stesso  editore  pone  alla 
fine  del  libro,  dichiara  «  che  la  descrizione  di  Pratolino. 
tal  quale  era  innanzi  la  demolizione,  è  precisa  ed  esatta.  » 
—  Colla  quale  dichiarazione,  fatta  un  poco  alla  leggera, 
ci  mette  nel  caso  di  ripetere  che  la  descrizione  del  Ve- 
rino, esatta  e  completa,  è  stata  indicata  per  attendibile 
dal  Baldinucci  e  dal  Moreni,  a  tempo  dei  quali  non  c'era 
paranco  la  descrizione  dello  Sgrilli  ;  ed  oggi  mettendo  a 
confronto  il  Verino  collo  Sgrilli,  e  lo  Sgrilli  col  Rosini, 
possiamo  agevolmente  vedere  che  al  Verino  si  deve  il 
vanto  d'aver  tutto  descritto  quanto  a  suo  tempo  esisteva, 
di  cui  molto  ha  durato  sino  al  Rosini  ;  al  Rosini  è  dovuto 
il  merito  d'aver  cosi  ammirabilmente  descritto  una  parte 
di  ciò  che  trova,  come  meglio  nessuno  ha  saputo  descri- 
verla, per  l'eleganza  e  il  gusto.  —  Il  Rosini  non  rilasciò 
alle  stampe  la  Signora  di  Monza  che  nel  1829,  conforme 
la  data  che  è  appiede  della  prefazione. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  215 

Per  quel  poco  che  gli  scarsi  documenti  esistenti 
nel  nostro  R.  Archivio  di  Stato  ci  concedono  rin- 
venire sulla  vandalica  condotta  degli  ultimi  Gran- 
duchi  Lorenesi  a  riguardo  di  Pratolino  (1),  si  può 
stabilire  che  sino  dal  1819  desiderò  Ferdinando 
terzo  «  di  dare  un  nuovo  destino  ai  due  separati 
antichi  parchi,  riducendoli  ad  un  solo  recinto,  e 
sopra  il  sistema  dei  parchi  inglesi;  ed  avendo  a 
tal'  effetto  chiamato  dalla  Boemia  l'ingegnere  Giu- 
seppe Frichs  perchè  giien'eseguisse  il  lavoro,  e- 
stese  questi  tant'oltre  le  proprie  idee,  da  non 
bastargli,  per  isvolgerle,  i  due  indicati  recinti  ; 
per  questo  andò  ad  occupar  boschi  e  campi, 
togliendogli  alla  fattoria  per  includerli  nel  parco 
nuovo,  il  perimetro  del  quale  si  trova  ora  tutto 
ricinto  di  muro,  in  calce,  conforme  V.  A.  R.  e  I.  (2) 


(1)  Fra  questi  documenti  c'è  una  lacuna  dal  1815  al 
1S28.  Con  quest'ultima  data  si  trova  una  filza  che  con- 
tiene il  carteggio  inerente  l'affitto  della  E,.  Fattoria;  ed 
esiste  in  essa  filza  qualche  documento  da  cui  rileviamo 
i  dati  presenti. 

(2)  Trattasi  di  un'esposizione  fatta  nel  1826  al  Granduca 
LeDpcldo  II  dal  Senatore  Claudio  Sergardi  Sopraintendente 
generale  al  dipartimento  delle  RR.  Possessioni,  sopra  il 
cattivo  stato  in  cui  l'ingegnere  Frichs  aveva  ridotta  la 
regia  fattoria  di  Pratolino.  In  seguito  alla  medesima  espo- 
sizione, lo  stesso  sopraintendente  consiglia  il  Granduca 
ad  un  affitto  novennale  dei  beni  componenti  la  reale  fat- 
toria, escluso  il  parco,  il  quale  affitto  ebbe  luogo  nel 
giugno  del  1828,  dandosene  la  preferenza,  fra  molti  atten- 
denti, all'avvocato  Vincenzo  Tosi  di  Firenze  perii  canone 
annuo  di  lire  11,350,  e  contando  dal  1"  dell'anno  medesimo: 


216  FIRENZE    AI    DEMIDOFP 


ha  potuto  riscontrare  dalla  pianta  che  ho  l'onore 
di  presentare  » 

Nemmeno  questi  nuovi  terreni  presi  dal  Frichs 
arrivarono  alla  vastità  dei  suoi  progetti  ;  onde 
credè  inoltre  «  opportuno  di  variare  la  strada  che 
conduceva  agli  antichi  parchi,  e  mediante  tal 
variazione  tagliò  altri  terreni  coltivati  attenenti 
alla  medesima  fattoria,  non  meno  che  dei  boschi 
onde  ottenere  questa  nuova  strada  dal  medesimo 

immaginata,  e   giunge   al   nuovo  parco » 

Via  via  di  questo  passo,  prosegue  il  senatore 
Sergardi  a  dimostrare,  siccome  dimostra  piena- 
mente, a  S.  A.  R.  e  I.  quali  e  quanti  danni  ar- 
recò il  boemo  ingegnere  Frichs  al  parco  ed  alla 
fattoria  di  Pratolino,  ridotta  quest'ultima  ad  es- 
sere d'aggravio  al  R.  Erario. 

In  compenso  ai  danni  emergenti,  l'ingegnere 
Frichs  promesse  al  buon  Granduca  di  fabbricargli 
un  palazzo  molto  più  bello  di  quello  che  aveva 
fabbricato  il  Buontalenti  al  Medici,  e  per  tanta 
promessa  il  buon  Granduca  gli  raddoppiò  le  fa- 
coltà che  già  gli  aveva  concesse,  anzi,  gliele  dette 
senza  nessun  limite.  L'ingegnere  Frichs  non  in- 
tendeva a  sordo  ;  e  tanto  sul  serio  tirava  innanzi 
col  suo  vastissimo  progetto,  che  in  una  lettera 
del  3  ottbre  1822  (  non  si  dimentichi  che  l'inge- 
gnere Frichs  fu  chiamato  a  Firenze  nel  1819) 
vien  domandato  dal  Sopraintendente  Sergardi  al- 
l'Agente Bertini  «  se  la  direzione  dei  lavori  (nel 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  217 

parco  di  Pratolino)  ha  preso  una  determinazione 
circa  lo  scarico  dell'antico  palazzo  che  si  demoli- 
sce »  al  che  il  Berlini  risponde  (il  dello  stesso 
mese)  che  «  il  luogo  dello  scarico  non  è  stato 
ancora  determinato,  ma  che  certamente  i  vecchi 
materiali  non  si  scaricheranno  mai  nel  parco.  » 

Dunque  il  famoso  palazzo  di  Pratolino,  su  cui 
gli  antichi  maestri  dell'ottima  architettura  non 
avrebbero  trovato  nulla  da  ridire,  come  asseriva 
l'abate  Fontani,  fu  demolito  nel  1822,  regnando 
in  Toscana  Ferdinando  terzo  di  Lorena,  che 
morì  nel  1824,  senza  vedere  il  nuovo  palazzo  pro- 
messogli dall'ingegnere  Frichs  venuto  a  bella 
posta  di  Boemia....  e  che  Dio  lo  faccia  riposare 
eternamente  in  pace  (1). 


(1)  Ciò  servirà  di  rettifica  a  quanto  scrisse  d'inesatto  il 
Signor  Baccini  nel  suo  pregiato  opuscolo  più  volte  citato, 
intorno  al  motivo  percui  la  R.  Villa  di  Pratolino  andò  in 
malora.  Sono  queste  le  sue  testuali  parole  :  «....  Leopoldo 
entrato  in  possesso  della  Villa  s'avvide  ben  presto  clie 
per  abitarla  con  sicurezza  era  necessario  farvi  un  restauro 
generale  e  spendervi  parecchi  quattrini,  perchè  il  Buonta- 
lenti  avendo  voluto  terminare  in  breve  tempo  il  lavoro 
costruì  le  muraglie  senza  la  voluta  stabilità,  com'  aveva 
fatto  in  altre  importanti  fabbriche  che  tuttora  s'ammirano 
in  Firenze  e  altrove....  Leopoldo  riflettendo  che  il  giunco 
avrebbe  pesato  più  della  carne,  non  volle  saper  di  restauri  e 
la  villa  si  ridusse  in  cattivo  arnese,  e  con  pericolo  di  ro- 
vinare da  un  momento  all'altro.  »  —  Ammesso  che  il  Buon- 
talenti,  avvezzo  a  fabbricar  fortezze,  come,  per  esempio, 


218  FiJ>.EXZE    AI   DEMIDOFF 


I  ruderi  del  palazzo  antico  furono  proprio  de- 
posti, come  per  maggior  dispregio,  sul  magnifico 
prato  dinanzi  alla  facciata  di  mezzogiorno,  chia- 
mato il  prato  delle  grotte  (1),  dove  dipoi  rima- 
sero alla  contemplazione  dei  visitatori  del  celebre 
parco,  che,  malgrado  la  demolizione  del  palazzo, 
il  parco  prosegui  ad  attirar  visitatori  per  più 
anni  ancora  (2). 

Gli  uomini  più  vecchi  ancor  viventi  a  Prato- 
lino  non  si  rammentano  d'aver  mai  visto  il  pa- 
lazzo, mentre  qualcuno  invecchiato  nel  mestiere 
del  muratore,  o  del  manuale,  rammentasi  d'aver 
lavorato  ragazzetto  al  trasporto  dello  scarico  che 
levavasi  dal  detto  prato  e  si  poneva  nelle  grotte 
sottostanti  ;  si  rammentano  ancora,  come  per  but- 


la  nostra  fortezza  di  Belvedere,  fosse  stato  capace  di  co- 
struir ville  con  muraglie  simili  a  quelle  di  Gerico,  quando 
mai  poteva  temere  Leopoldo  II  che  gli  rovinasse  addosso 
la  villa  di  Pratolino  demolita  prima  due  anni  ch'ei  la 
possedesse  come  cosa  dello  Stato  (successe  a  suo  padre 
nel  Granducato  l'anno  1824).  quindici  anni  prima  ch'ei 
la  possedesse  come  cosa  sua  particolare,  il  che  si  vedrà 
ora  col  seguito  dello  storico  ragguaglio  ? 

(1)  Vedi  Descrizione  di  queste  grotte  nel  Capitolo  se- 
guente. 

(2)  Nel  giorno  20  maggio  182G,  trovandosi  a  Firenze  il 
Cardinale  Falconieri  di  Roma,  espresse  al  sopraintendente 
Sergardi  il  desiderio  di  :--  visitare  quanto  di  buono  e  di 
bello  si  trovava  nel  magnifico  parco,  »  ed  il  Sergardi  lo 
munì  d'una  lettera  da  presentarsi  all'agente  Bertioi  per- 
chè questi  servisse  a  lui  da  Cicerone. 


FIRENZE   AI   DEMIDORF  219 

tare  all'aria  le  fondamenta  intervenissero  i  gra- 
natieri del  Granduca  Leopoldo  secondo,  che  si 
serviron  delle  mine. 

Quale  titolo,  o  qual  diritto  avesse  il  boemo 
Frichs  verso  i  Granduchi  di  Lorena,  non  possiamo 
saperlo,  ma  doveva  essere  certamente  un  titolo 
Ijen  considerevole  per  giungere  a  padroneggiare 
in  simil  guisa,  fino  al  punto  di  distruggere  quel 
Toscano  Museo  di  meravigliose  opere  per  mezzo 
delle  quali  si  palesò  sublime  tanto  l'artistico  ge- 
nio di  Toscana,  Per  voglia  malvagia  di  questo 
vandalo  boemo,  la  sorte  lacrimevole  del  palazzo 
toccò  pure  a  quasi  tutti  gli  altri  edifizi  del  R. 
Parco,  ed  indistintamente  a  tutti  gli  ornamenti 
non  appena  Pratolino,  con  tutti  i  suoi  poderi,  ed 
insieme  ad  altri  beni,  dell'Erario,  fu  donato  a  Leo- 
poldo II  per  ricompensarlo  di  certe  ragguarde- 
voli bonifiche  da  lui  pagate  del  proprio  patrimo- 
nio nelle  Maremme  di  Massa  e  di  Grosseto  (1). 
Sciupate,  sparite  tante  pitture  preziose,  come 
tante  decorazioni  splendide  di  stucchi  e  d'oro  ;  i 
prodigiosi  apparecchi  che  all'acqua  facevano  ope- 
rare le  rappresentazioni  sorprendenti,  più  non 
furono  che  inservibili  pezzi  di  metallo  ;  ridotte 
in  frantumi  tante  superbe  statue,  fatte  per  lo  più 


(1)  Tal  donazione  dev'essere  avvenuta  nel  1837,  cioè  ter- 
minato il  novennale  affitto  della  regia  fattoria,  die  s'era 
fatto  decorrere  dal.  1  gennaio  del   1828. 


220  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


dai  nostri  celebri  maestri,  e  gettate  a  riempire 
le  stesse  vasche  che  avevano  servito  di  ricetto 
all'acque  da  loro  cadenti  ;  capi  d'opera  sottratti, 
di  cui  si  chiederebbe  inutilmente  l'attuale  domi- 
cilio :  tanti  tesori  d'arte,  erano  diventati  proprietà 
privata  del  Granduca  !... 

A  Pratolino  si  parla  tuttora  d'una  statua  in 
bronzo  di  grandezza  maggior  del  naturale,  raffi- 
gurante un  suonatore  di  violino,  che  il  vandalo 
boemo  trafugava,  in  un  barroccio  di  paglia,  fino 
alla  terra  casentinese,  quando  nel  Casentino  lui 
s'era  rifugiato,  perchè  dalla  regina  dell'Arno  il 
vento  soffiava  impetuoso  contro  ai  tedeschi  ;  quel 
colpo  però  gli  andette  in  fallo,  che  la  statua  gli 
fu  fatta  riportare  a  Pratolino,  e  senza  tante  os- 
servazioni (1).  D'un  altro  furto  si   parla  in  Pra- 


(1)  Cosi  vanno  parlando  a  Pratolino.  Noi  però  prima  di 
menar  buona  tale  diceria,  abbiamo  voluto  di  più  inda- 
gare nei  fatti  e  nelle  circostanze  ;  e  dalle  nostre  indagini 
viene  a  risultare  che  negli  ultimi  anni  del  granducato 
mandò  Leopoldo  II  a  prendere  in  Pratolino  degli  oggetti 
d'arte,  parecchie  piccole  cose  che  avevano  servito  anche 
alle  rappresentazioni  d'acqua  ;  era  insieme  una  statua  di 
marmo  metà  del  naturale,  raffigurante  un  suonatore,  fosse 
di  vioUno,  di  chitarra  o  mandolino,  che  condotto  a  Fi- 
renze andò  allo  Stabilimento  di  C.  Papi  per  essere  fuso 
in  bronzo,  ma  non  ebbe  dipoi  più  luogo  la  fusione.  Si 
pose  quindi  nelPUfizio  Tecnico  dei  Pitti,  da  dove  l'anno 
passato  fu  levato  per  essere  spedito  a  Roma,  e  messo  nel 
giardino  del  Quirinale.  Il  lettore  potrà  ora  congetturare 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  221 

tolino,  di  consistenza  assai  più  grande,  il  furto 
cioè  di  cinque  statue  commesso  nel  1843,  o  press'a 
poco,  da  ladri  locali,  che  dopo  averle  rubate  le 
portarono  a  vendere  a  Firenze,  dove  con  loro 
buona  pace  vennero  arrestati  e  messi  nel  Bar- 
gello. Del  caporione  essendosene  a  noi  fatto  pa- 
lese il  nome,  credemmo  d'essere  a  buon  porto  per 
ritrovarne  il  processo  agli  Atti  Criminali  nel  R. 
Archivio  di  Stato,  per  mezzo  del  quale  processo 
avremmo  potuto  naturalmente  sapere  in  che  con- 
sistessero le  statue  rubate,  e  chissà  forse  che  non 
ci  fosse  stato  possibile  additarle  in  qualche  luogo. 
Un  ostacolo  in  aspettalo  s'oppose  però  al  nostro 
disegno  :  trovato  che  s'ebbe  nell'Indice  della  sop- 
pressa R.  Ruota  quel  nome  da  noi  riguardato 
come  il  bandolo  della  matassa,  colla  relaliva  sen- 
tenza in  data  dei  tanti  di  maggio  dell'anno  1844, 
chiedemmo  la  filza  contenente  il  processo  ;  ma.... 
qui  appunto  si  è  l'ostacolo,  poiché  a  sensi  del- 
l'articolo 12  del  Regolamento  d'Archivio,  27  mag- 
gio 1875,  i  processi  sono  pubblici  soltanto  set- 
tant'anni  dopo  la  loro  conclusione  ;  e  l'articolo 
14  dice  che  «  degli  atti  che  non  sono  pubblici 
si  dà  notizia  con  licenza  dei  ministri  di  Giusti- 
zia, Interno,  od  affari  esteri,  secondo  ch'essi  atti 


facilmeate  il  resto,  e  stabilire,  se  crede,  die  il  suonatore 
trafugato  dal  Friclis  fosse  non  maggiore  al  naturale,  ma 
minore,  e  che  invece  d'essere  di  bronzo  non  fosse  clie  di 
marmo  :  e  trattasi  d'opera  antica  di  scalpello  assai  famoso. 


222  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


siano  giudiziari,  amministrativi,  o  di  politica 
esterna.  »  Questa  disposizione  mena  certamente 
dietro  le  sue  buone  condizioni  cui  dobbiamo  far 
tanto  di  riverenza,  e  ripetiamo  che  del  furto  di 
cinque  statue  se  ne  parla  tuttora  in  Pratolino, 
ma  non  si  sa  che  statue  fossero,  né  quale  desti- 
nazione s'ebbero  a  Firenze. 

Ecco  per  quali  vicende  passò  Pratolino,  ecco 
a  qual  saccheggio  fu  soggetto  quel  R.  Parco  che 
per  pili  di  dugento  cinquant'anni  rappresentò  la 
fecondità  tra  noi  dei  genio  umano,  rappresentò 
la  potenza  di  esso  genio  nel  mettere  i  prodigi 
da  lui  operati  a  confronto  dei  prodigi  che  opera 
la  natura,  e  nel  trionfar  sur  essa  ;  quel  R.  Parco 
sì  pieno  di  memorie  belle,  non  solo  pei  fasti  del- 
l'arte di  cui  fu  teatro,  ma  sibbene  ancora  perchè 
al  fascino  suo  convennero  e  s'abbandonarono  in 
lietissime  brigate  sovrani  e  ministri  d'ogni  na- 
zione, pontefici  e  prelati,  e  la  miriade  degl'illu- 
stri personaggi  dei  quali  tiene  particolarmente 
conto  il  Settimanni  nelle  sue  inedite  Memorie 
Fiorentine. 

Un  magnifico  Mecenate  straniero  s'era  testé 
proposto  di  rendere  Pratolino  al  suo  splendore 
antico  :  a  questo  Mecenate,  il  principe  Paolo  De- 
raidofif  di  S.  Donato,  la  morte  vietò  di  compiere 
il  progetto  sì  grande,  e  si  generoso  (1). 

(1)  Vedi  Capitolo  VII  della  parte  prima,  e  il  Capitolo 
VI  di  questa  seconda  parte. 


On^  13  itolo    XI 


L'Antico  Pratolino  riedificato  a  penna  :  Fabbriche  ed  ornamanti  dal  1569 
sino  ai  nostri  tempi. 


'^T^   0  storico  cenno  che  abbiamo  fatto  intorno 
^'^-^'^   alla  misteriosa  sparizione  delle  opere  me- 


ravigliose di  Pratolino,  sembraci  suffi- 
ciente a  giustificare  il  movente  che  si  suggerisce 
la  riedificazione  a  penna,  ossia  la  generale  de- 
scrizione dell'antico  R.  Parco. 

Non  è  forse  leggittimo  l'orgoglio  nazionale  da 
cui  ci  sentiamo  accender  l'animo,  noi  fiorentini, 
quando  vediamo  per  Firenze  gli  stranieri  fermi 
a  contemplare  i  nostri  palazzi  antichi  ed  i  nostri 
monumenti  ?  Quale  compiacimento  non  si  prova 
passeggiando  nei  viali  del  Giardino  di  Boboli, 
fra  la  schiera  numerosa  delle  figure  in  marmo  che 
istintivamente  s' interrogano  in  moltissime  ma- 
niere, 0  che  ci  costringono  a  rispondere  alle  in- 
terrogazioni loro  ?  E  se  tanto  in  noi  si  è  il  senti- 
mento delle  nostre  cose  belle,  come  potremo  sfug- 
gire ad  un  certo  rammarico  triste,  naturalissimo, 
se  alla  mente  ci  viene  che  Pratolino,  come  Boboli 


224  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

appartenente  a  noi,  più  di  Boboli  ricco  d'antiche 
opere  prodigiose,  ed  in  oltre  ammirabile,  e  diver- 
tevole  colle  sue  grotte  miracolose,  colle  stupende 
rappresentazioni  d'acqua,  fu  al  nostro  tempo  bar- 
baramente saccheggiato  e  distrutto  sotto  la  di- 
rezione d'un  vandalo  boemo,  coU'assenso  di  gran- 
duchi  tedeschi  e  del  governo  fiorentino  ? 

Sterile  conforto  è  rammentare  i  tesori  perduti, 
ma  raccogliere  più  che  sia  possibile  in  un  libro 
le  cognizioni  e  i  dati  delle  meraviglie  ond'ebbe  Pra- 
tolino  celebrità  superiore  a  quella  che  godono  le 
celebri  ville  del  vecchio  Stato  Toscano,  e  farne  ri- 
vivere al  vero,  sempre  per  quanto  sia  possibile, 
le  sembianze  nella  grandezza,  nella  bellezza  loro 
regale,  non  può  dispiacere  ai  toscani,  non  può 
certamente  recare  disdoro  alla  patria  di  Miche- 
langelo Buonarroti. 

Onde  pervenire  a  tanta  meta,  non  abbiamo  ri- 
sparmiato i  nostri  sforzi  ;  ma  qualora  non  ci  sia 
dato  raggiungerla,  garbatissimo  lettore,  ti  pre- 
ghiamo ad  esserci  indulgente. 

Ed  ecco  la  riediflcaziane  del  R.  Parco,  colla  de- 
scrizione di  quelle  bellezze  che  in  esso  abbiamo 
potuto  rinvenire  durante  l'esistenza  sua. 

//  Palazzo 

Un  parco  che  ha  press'a  poco  tre  miglia  di  cir- 
cuito, comincia  in  alto  da  tramontana,  e  va  dol- 
cemente calando  verso  mezzogiorno  ;   nel    mezzo 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  225 

a  questo  parco  sorge  il  palazzo  maestoso,  e  Io 
divide  in  due  (1)  ;  dall'una  e  dall'altra  parte  rimane 
una  tacciata,  con  dinanzi  apposito  gran  prato.  Due 
boschi,  assai  vasti  e  regolarmente  disposti,  im- 
pediscono ai  furibondi  venti  d'urtare  nelle  regali 
mura;  il  prato  della  principal  facciata  è  cinto  da 
ricca  cancellata  di  ferro,  tramezzata  da  pilastri 
d'ordine  toscano,  adorni  di  spugne  e  pietrami.  Dai 
lati  alzò  G.  B.  Foggi  ni  due  torri  ettagone  di  pie- 
tra che  nelle  facce  prospicienti  al  prato  hanno  due 
mostre  di  marmo  bianco  ;  in  una  delle  quali  vedon- 
si  le  ore,  nell'altra  si  vede  il  vento  che  tira.  Dal- 
l'una all'altra  parte  del  palazzo  ricorre  quasi  al 
piano  nobile  uno  spazioso  ed  elegante  ballatoio  che 
va  terminando  con  due  piramidi  superbe  dalla 
facciata  di  mezzogiorno,  alle  quali  servono  altre 
due  di  bel  riscontro  situate  da  piede  del  prato  ; 
questa  facciata  di  mezzogiorno  giudicasi  piìi  vaga 
e  pili  bella  della  facciata  principale  a  tramon- 
tana (2). 


(1)  Vedasi  la  pianta  del  R.  Parco  nella  Descrizione 
Sgrilli 

(2)  Delle  due  facciate,  si  trovan  ie  vedute  nella  Descrizione 
dello  Sgrilli  :  la  facciata  principale  fu  da  lui  stesso  esegui- 
ta, e  quella  di  mezzogiorno  fu  incisa  da  Stefano  della  Bella  ; 
quest'ultima  trovasi  ancora  nella  R.  Galleria  degli  Ufizi, 
fra  le  stampe  toscane  del  secolo  decimosettimo,  a  metà  del 
corridoio  conducente  alla  Galleria  de'  Pitti.  Affine  di  dar 
conto  d'altri  disegni  fatti  per  la    R.    Villa    di    Pratolino, 

FIRENZE   AI    DEMIDOFF  15 


226  FiREIsZE    AI   DEMIDOFF 

Il  palazzo  si  compone  d'un  piano  terreno,  del 
piano  nobile  gìLi  detto,  sul  quale  vanno  i  mezza- 
nini e  un  terzo  piano  ;  ciascun  piano  è  traversato 
da  un  ampio  corridoio,  che  va  da  una  facciata 
all'altra,  con  quattordici  stanze  uguali,  sette  per 
parte,  oltre  alle  quali  una  gran  sala  ed  un  sa- 
lotto, che  rimangono  nel  centro  ;  è  poi  fornito  di 
tutte  le  comodità  volute  da  un  sovrano,  e  richie- 
ste dal  numeroso  stuolo  de'  suoi  cortigiani  (1). 
Allo  stesso  piano  nobile  mettono  due  regali  scale 
scoperte  di  figura  ovale,  maestrevolmente  archi- 
tettate, che  passano  dinanzi  allo  spazioso  balla- 
toio. Entrati  che  siamo  per  mezzo  di  esse  scale, 
Tiii  moto  istintivo  ci  traggo  alla  gran  sala  dove 
i  reali  principi,  coi  nobili  invitati,  sogliono  spesso 
radunarsi  a  geniali   ricreazioni,   a   trattenimenti 


crediamo  avvertire  che  noW Indice  Geografico  Analitico  dei 
disegni  d^ Architettura^  posseduti  dalla  E,.  Galleria,  compi- 
lato dal  Signor  Nerino  Ferri,  a  pag.  74,  si  trovano  le  se- 
guenti citazioni  :  «  Pianta  della  Villa  di  Pratolino  Di- 
segno 4911  di  Giorgio  Vasari  il  giovane).  Studio  della  Grotta 
del  Parco  di  detta  Villa.  (Disegno  2808  di  Bartolommeo 
Nencioni).  Pianta,  prospetti  e  particolari  di  detta  Villa. 
(Disegni  5157-5158  di  Giacinto  Marmi).  Piante  e  prospetti 
di  detta  Villa.  (Disegni  dal  6337  al  6350  attribuiti  a  Giu- 
seppe Martelli).  Disegno  del  parapetto  e  decorazioni  per 
il  giardino  di  detta  Villa.  (Disegni  dal  2812  al  2815  d'in- 
gnoto  artefice  del  secolo  XVII). 

(1)  Si  vedano    le  piante    di    questi   piani   nella    Descri- 
zione dello  Sgrilli, 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  227 


drammatici  con  sontuosi  e  splendidi  apparati,  a 
spettacoli  musicali  cui  prendon  parte  non  altro 
che  musicisti  di  cartello.  Questa  sala  è  ricca, 
come  il  salotto,  di  pitture,  massime  di  paesaggi; 
sei  grandi  paesi  dipinti  da  Crescenzo  Onofri,  colle 
aderenti  figure  dovute  al  pennello  di  Francesco 
Petrucci,  dilettano  per  soave  bellezza  ;  altri  paesi 
minori  dello  stesso  Crescenzo,  con  figure  che  rap- 
presentano dei  cortigiani  dipinte  da  Pier  Dandini, 
sono  pure  di  molto  pregio  ;  il  capolavoro  però  si 
è  una  Diana  cacciatrice  sulla  porta  che  dalla  gran 
sala  mette  al  ripiano  della  scala,  opera  veramente 
di  bellezza  somma  della  quale  fu  autore  Giovanni 
Mannozzi  detto  da  San  Giovanni,  uno  de'  migliori 
frescanti  che  a  suo  tempo  vantasse  l'Italia.  Questa 
Diana  fatta  nel  1634,  è  raffigurata  da  una  leggia- 
dra donna  ignuda,  ornato  il  capo  dalla  luna  per 
significare  l'ora  dell'alba,  ed  ha  il  corpo  cinto  da 
un  panno  azzurro  ;  tiene  in  mano  uno  spiede  che 
appoggia  in  modo  d'invitare  a  caccia  le  molte  ninfe 
che  le  stanno  attorno  ;  e  queste,  chi  suonando  il 
corno  e  chi  con  altri  movimenti,  tutte  si  mostrano 
d'accordo  e  preste  a  darsi  al  divertimento  della  cac- 
cia, cui  pare  intendano  secondarle  i  cani  levrieri 
e  d'altre  razze  che  vi  sono  insieme.  In  un  vacuo 
che  si  trova  inferiormente  a  quella  Diana,  sta  un 
ovato  con  entro  la  testa  in  marmo  del  Granduca 
Francesco  I,  ed  a  questo  aggiunse  Giovanni  due 
figure,  una  per  parte,  entrambe  con   un  braccio 


228  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 

appoggiato  all'ovato;  la  prima  sur  esso  braccio 
posa  la  testa,  e  tiene  sotto  l'altro  un  guanciale, 
significando  che  quella  villa  si  fabbricò  per  il  ri- 
poso, avendo  in  oltre  sotto  ai  piedi  un  orologio 
adornato  da  nicchie  marine  e  da  conchiglie  ;  la 
seconda  figura  ha  un  flauto  in  mano,  ed  ai  piedi 
un  cervo  ed  un  organo  per  significare  che  Pra- 
tolino  si  fece  per  il  piacere  della  caccia,  e  per 
altra  sorta  di  diletti.  Al  disopra  v'è  dipinto  un 
angiolo  giubbilante  ad  ali  aperte,  che  tiene  la 
corona  di  casa  Medici,  ed  un  panno  di  broccato 
d'oro  col  quale  accerchia  tutte  le. figure,  e  lo  con- 
giunge al  cornicione.  Dello  stesso  Giovanni  si 
distinguono  due  tondi  del  diametro  d'un  braccio 
e  quattordici  soldi,  di  vetrice  intonacati,  dov'  è 
dipinto  a  tempera,  in  uno  delle  ninfe  che  castrano 
il  Prianni,  nano  del  Granduca  Ferdinando  II, 
messo  a  guisa  di  Satiro  ;  nell'altro  un  Sileno  u- 
briaco  a  cavallo  sopra  un  asino  che  raglia,  pre- 
ceduto da  baccanti,  e  seguito  da  satiri  che  gli 
danno  da  bere  nella  massima  allegria  (1). 

Mentre  la  fantasia  dilettasi,  e  che  l'immagina- 
zione  si  pasce  compresa  da  sì  raro  prestigio  d'arte, 
succede  che  l'anima  raddoppia  i  sensi  al  suono 
che  viene  ora  grave  ed  ora  dolcissimo,  da  un 
organo  che  lì  presso  si  trova  in  altra  stanza,  e  del 


(1)  Questi  due  tondi  si    trovano    attualmente  nel   ma- 
gazzino della  R.  Galleria  degli  Ufizi. 


FIRENZE    Al    DEMIDOFF  229 

quale  un  ragazzo,  che  sembra  vivo,  per  mezzo  del 
moto  d'acqua  tira  i  mantici  colla  più  sorprendente 
verità  dei  movimenti  e  della  espressione. 

Conformiimente  a  quanto  in  questa  gran  sala 
del  piano  nobile  s'ammira,  tutto  l'interno  del  pa- 
lazzo è  col  medesimo  splendore  ornato  :  oltre  alle 
preziosissime  pitture  a  fresco  che  si  ripetono  dap- 
pertutto, non  meno  preziosi  sono  i  quadri  a  olio, 
i  soggetti  a  rilievo,  i  marmi  lavorati  e  i  bronzi  ; 
i  fini  stucchi  brillano  leggiadramente  per  le  ricche 
dorature  da  cui  son  cinti   e  frammischiati  ;  me- 
ravigliosi   drappi  variati  tappezzano  le  pareti,  e 
son  gli  addobbi  di  squisito  gusto  e  di  magnificenza 
tale  che  supera  tutto  quanto  si  può  immaginare 
di  magnifico  e    di  sontuoso.   Di  bellezza  in    bel- 
lezza traversando  andiamo  sino  al  terzo  piano,  da 
dove  una  scaletta  in   legno   ci  condurrà  sino    al 
bellissimo  teatro  costrutto  nel  1697  per  ordine  del 
Granprincipe  Ferdinando  de'Medici,  opera  dell'ar- 
chitetto Antonio  Ferri,  le  cui  scene  principali  ap- 
partengono a  Ferdinando  Galli  detto  il  Bibbiena  (1). 

Tornati  al  piano  nobile  scendiamo  nel  parco  a 


(1)  Leto  Puliti,  Cenni  Storici  della  Vita  del  Ser.mo 
Ferdinando  dei  Medici  Granprincipe  della  Toscana  ecc., 
sbaglia  nell'attribuire  le  pitture  di  queste  principali  scene 
a  Gian  Maria  Galli  detto  il  Bibbiena,  obe  fu  padre  di 
Ferdinando,  e  che  mori  nel  1665,  cioè  rentidue  anni  prima 
cbe  il  teatro  di  Pratolino  si  costruisse.  (Del  Granprincipe 
e  del  teatro  vedasi  più  oltre  a  Gap.  IV.) 


230  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

tramontana,  senza  fermarsi  al  piano  terreno. 
Prima  però  di  metter  piede  sull'erboso  prato,  cer- 
chiamo di  fiire  i  nostri  buoni  patti  col  fontaniere, 
ond'ei  non  abusi  della  pratica  che  ha  nel  fare 
agire  gli  artifìziosi  scherzi  d'acqua,  perchè  dovun- 
que c'è  il  caso  di  trovarsi  a  suo  talento  fradici  e 
inondati.  Di  qui  vediamo  le  molte  fabbriche  al 
palazzo  circostanti,  disposte  con  bell'ordine,  che 
sono  destinate  ai  paggi  numerosi  (1)  e  ad  altra 
gente  della  reggia,  vediamo  le  famose  scuderie, 
una  delle  quali  vuoisi  capace  di  centocinquanta 
cavalli  (2),  le  cucine,  le  dispense,  e  gli  altri  locali 
fra  cui  ve  ne  sono  dei  segreti. 

Prato  delle  Statue  Antiche 
dinanzi  alla  facciata  principale  del  Palazzo. 

Siamo  dunque  nel  prato  a  tramontana,  un  prato 
che  offre  la  maggiore  vaghezza,  lungo  cent'ottanta 
braccia,  largo  centoventi,  e  ci  troviamo  in  buon 
accordo  col  fontaniere.  Chi  volesse  dirigersi  dalla 
parte  d'Oriente,  potrebbe  vedere  il  giuoco  dei  ca- 


(1)  Dell'antica  paggeria  fece  il  principe  Paolo  Demidoff 
la  bellissima  villa  di  sua  propria  abitazione.  (Vedasi  più. 
oltre  a  Gap.  VI.) 

(2)  Anche  questa  grande  scuderia  rimane  tuttora  nella 
sua  bella  e  solida  mole  ;  però  nell'interno  ridotta  conforme 
l'uso  cui  la  destinò  recentemente  il  suddetto  principe  Paolo 
Demidoif. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  231 

valli,  chiamato  pure  della  giostra,  che  fecce  fare 
il  Granprincipe  Ferdinado,  e  poco  lungi  da  questo 
altri  due  giuochi,  uno  detto  delle  pallottole,  l'altro 
della  palla  a   corda. 

Noi  preferiamo  di  percorrere  addirittura  il  prato 
smagliante,  che  pare  opera  d'esperti  pennelli  al- 
lorquando per  vento  non  alita  foglia,  come  usasi 
dire.  Un  leggerissimo  aleggiar  di  brezza  svegliasi 
però  come  per  toglierci  dal  dubbio  ;  tuttavia  l'illu- 
sione, che  non  è  vana,  prosegue  ad  allettarci  : 
questo  prato  non  è  una  pittura  :  bensì  tanti  e 
tanti  variati  fiori,  di  mille  tinte  colorati  s'alter- 
nano e  si  mescolano  per  modo  da  produrre  contra- 
sti ed  effetti  cui  lo  studio  di  buoni  pittori  pae- 
sisti par  che  siasi  destramente  esercitato  ;  l'erba 
che  tappezza  il  suolo  è  poi  talmente  minuta,  che 
il  suo  colore  verde  si  cangia  tratto  tratto  conforme 
il  riflettere  del  raggio  mandato  dal  cielo  ;  impe- 
rocché, come  diciamo,  1'  aura  baciandola  scher- 
zevolmente l'agita;  sicché,  quanto  più  il  vago  spet- 
tacolo si  guarda  e  piìi  si  guarderebbe.  Dall'una 
parte  e  dall'altra  ha  questo  prato  tredici  nicchie 
di  ferro  abilmente  lavorate,  tutte  coperte  d'ellera, 
e  tramezzate  con  altrettante  guglie  :  ciascuna  nic- 
chia contiene  una  statua  ;  ed  essendo  le  ventisei 
statue  tutte  antiche  (1),  l'intelletto  si  vuole  alzar 


(1)  Crediamo  assai  fondata  la  supposizione  clie  parte  di 
queste  statue  antiche  fossero  mandate  dai  papi  Pio  IV  e  S. 


232  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


persino  a  loro,  epperciò  lo  studio  prende  natural- 
mente la  sua  parte  in  questo  dilettoso  passatempo. 

Statua    dell'Appennino. 

Appiedi  del  prato  che  abbiamo  descritto  elevasi 
un  monte  grandioso,  al  quale  s'appoggia  una 
statua  colossale  di  smisurate  proporzioni,  che  ha 
per  oggetto  di  raffigurare  l'Appennino  (1)  ;  sta  in 
atto  di  sedere,  e  preme  colla  destra  mano  la  testa 
d'un  gran  mostro.  Se  tal  gigante  fosse  in  piedi 
alzerebbe  circa   quaranta  braccia  (2)  ;  e  tanto  la 


Pio  Y  al  Prìncipe  Francesco,  poi  Francesco  I.  conforme  il 
carteggio  di  esso  Principe  scambiato  colla  S.  S.  di  Roma. 
Ma  più  ancora  è  dato  credere  che  fossero  quelle  ventisei 
statue  appunto  da  S.  Pio  V  regalate  nel  1569  allo  stesso 
Francesco  I,  delle  quali  trovasi  la  nota  fra'  manoscritti 
della  R.  Galleria,  insieme  a  quella  di  diversi  busti  e 
molti  altri  marmi,  e  cbe  passaron  dipoi  nel  bosco  e  nella 
palazzina  di  Belvedere.  E  opinione  poi  che  il  santo  Ponte- 
fice desiderasse  dar  via  quelle  statue  perchè  essendo  pro- 
fane non  capitassero   in  mano  d'ecclesiastici. 

(1)  Consta  al  Baldinucci  che  questa  statua  era  stata 
fatta  per  rappresentare  Giove  Pluvio,  perchè  la  falsa  re- 
ligione degli  antichi  a  lui  dava  l'attribuzione  di  mandare 
le  piogge  ;  del  qual  Giove  fa  menzione  Tibullo  in  quel 
verso  : 

Et  sitiens  Pluvio  supplicai  herba  lovi. 

(2)  11  Verino  e  l'Anonimo  lo  dicono  di  60  braccia  :  il 
Baldinucci  (Vita  di  Giambolognd)  ed  il  Borghini  (Riposo) 
lo  dicono  di  50  ;  lo  Sgrilli  poi  lo  dice  di  40,  e  dà  lui  più 
nel  segno. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  233 


scultura,  quanto  l'architettura,  tutto  appartiene  a 
Giaml)ologna  (1).  Magnifico  ìie  è  l'imbasamento 
con  una  vasca  del  diametro  di  cento  braccia  cinta 


(1)  Pietro  Thouar  (Notizie  e  guida  di  Firenze  e  de'suoi 
Contorni)  dice  che  quest'opera    di  cosi  straordinarie    pro- 
porzioni è  di    Bartolommeo   Ammannati.  Lo    sbaglio    del 
prof.  Thouar   si   spiega   probabilmente  in  questo  modo  : 
leggendo  egli  nel  Baldinucci  IVita  de W Ammannati),  o    in 
altri  che  ne  scrissero,  che  questo  artefice  fu  l'autore  della 
fontana  conosciuta   nella  R.   Villa  di  Pratolino  col  nome 
di  fontana    dell*  Ammannati,    della    quale    noi    diremo    a 
suo  tempo,  dell'Anteo  di  bronzo    e    delV Appennino    quasi 
tremante  dal  freddo,  che  lo    stesso  esegui  per  la  R.  Villa 
4i  Castello,  nota,  di  queste  tre  opere,  l'ultima  soltanto,  e 
ce  la  fa  trovare  due  volte  a  Pratolino,  dove  non  e'  indica 
una  volta  sola  la  fontana.  (Vedi    Thouar  libro    suddetto, 
pag.  411  delle  opere  d'arte,  e  pag.  564  della  Guida).  Se  poi 
qualche  merito    ad    altri  si  dovesse  attribuire  intorno  al 
progetto  di  quest'opera  immensa,  bisognerebbe  attribuir- 
lo di  buona  ragione  al    Buontalenti,  perchè  nel  catalogo 
a  stampa  della  raccolta  di  disegni    donata  dallo    scultore 
Santarelli  alla  E,.  Galleria  di  Firenze,  troviamo  a  pagina 
363  la  seguente  citazione,    sotto  il  nome    di    Buontalenti 
Bernardo  :  «  Progetto  per  il  colosso  della  Villa  di  Prato- 
lino,  Matita  nera  acquarello  e  biacca  ;  carta  bianca.  »  Di 
più,  TiQlVIndioe  già  rammentato  del  Signor  Ferri,    mede- 
sima pag.  74,  si  trovano  i  disegni  2323  e  2325  di  Bernardo 
Buontalenti  che  rappresentano  due    studi    per    la    stessa 
grotta,  il  primo  dei  quali  ne    è    l' intero    prospetto    dove 
del  colosso  è  lo  schizzo  in  mossa  poco  dissimile  a  quello 
eseguito  ;  il  secondo  è  una    delle    parti    laterali    esterne. 
Chi  poi  visita  il  R.    Museo    Nazionale,    vede    nella   sala 
delle  terre  invetriate  il  bozzetto  del  Colosso,  che  è  indicato 


234    •  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

lateralmente  da  un  parapetto  a  balaustri  di  marmo, 
rimanendone  libero  il  dinanzi  con  nel  centro  un 
terrazzino.  L'enorme  figura  è  composta  di  pietra 
serena  e  spugne  «  che  paiono  colà  gettate  a  caso, 
ma  per  chi  voglia  osservare  scorgerà  facilmente 
le  membra  ed  i  muscoli  che  sono  d'una  verità 
prodigiosa  (1).  Le  acque  scaturenti  dal  monte, 
con  quelle  che  zampillano  dal  capo  del  colosso 
producono  effetti  meravigliosi,  e  par  che  lo  in- 
coronino inondandolo  :  allorché  il  sole  è  sórto  dai 
colli  di  Firenze,  e  va  colla  sua  luce  a  illuminargli 


dalla  Guida  'per  il  Visitatore^  compilata  dal  signor  Arturo 
Campani  con  queste  parole  : 

«  Attribuito  a  Gio.  Bologna. 

«  Bozzetto  in  terra  cotta  senza  invetriare,  in  piccole 
proporzioni,  della  figura  colossale  dell'Appennino,  eseguito 
da  Gio.  Bologna  nel  parco  della  già  villa  Medici,  ora  De- 
midoff,  a  Pratolino.  —  Acquistato  dal  dott.  Alessandro 
Foresi  il  14  egosto  1866.  »  —  L'incisione  in  rame  del  co- 
losso appoggiato  al  monte,  colla  parte  orientale  del  bo- 
sco, eseguita  da  Stefano  della  Bella,  trovasi  nella  Descri- 
zione Sgrilli  e  nel  detto  corridoio  della  R.  Galleria. 

(1)  A  proposito  della,  esecuzione  di  questa  figura  e- 
norme,  racconta  il  Baldinucci,  1.  e,  «  che  nocque  ad  alcuni 
discepoli  del  Giambologna,  quali  persero  la  mano  a  lavo- 
rare in  opere  d'ordinarie  dimensioni.  Il  più.  danneggiato 
fra  costoro  a  tale  motivo,  si  fu  certo  Antonio  Marchissi  di 
Settignano,  che  tornato  a  lavorare  nello  studio  del  mae- 
stro dovè  adattarsi  ad  una  diminuzione  del  salario  per- 
chè il  giudizio  deirocchio  non  gli  faceva  fare  più  nulla 
di  buono.  » 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  2S5 

il  volto,  la  corona  che  lo  cinge  sembra  comporsi 
delle  pili  preziose  gemme  d'Oriente  :  lo  smeraldo, 
lo  zaffiro,  il  rubino,  il  topazio,  si  direbbero  me- 
scolati assieme,  né  l'inganno  deirocchio  si  po- 
trebbe dar  maggiore. 

La  statua  è  vuota  di  dentro,  e  trovasene  l'a- 
dito dalla  parte  posteriore,  passando  da  un  ter- 
razzo fatto  a  mosaico,  con  muricciuoli  attorno, 
sul  quale  terrazzo  è  un  drago  volante  di  pietra 
scolpito  dal  nominato  Foggini.  La  testa  offre  lo 
spazio  d'una  stanzetta,  cui  gli  occhi  servono  di 
finestre,  da  dove  «  Francesco  I  dilettavasi  a  pe- 
scare nella  sottostante  vasca  (1),  »  e  conforme 
le  indicate  proporzioni  della  figura,  un  uomo  che 
trovasi  coi  piedi  sulle  narici  del  naso,  può  arri- 
vare ai  cigli  degli  occhi.  Il  corpo  del  gigante 
forma  una  grotta  che  è  di  figura  esagona,  ed  in 
essa  rimane  una  fonte  magnifica  fatta  tra  nicchie 
e  frombole  a  diversi  colori,  ed  una  moltitudine 
di  spugne  ;  la  stessa  fonte  ha  poi  nel  mezzo  un 
vaso  di  diaspro  d'altissimo  pregio,  intagliato  a 
ruote  con  un  superbo  fiore  di  corallo  proveniente 
dal  mar  Rosso,  dal  quale  fiore  spilla  rigoglioso 
un  getto  d'acqua. 

Anche  il  monte,  dove  la  statua  s'appoggia,  è 
similmente  vuoto,  e  vi  si  trovano  due  stanze  di 
non  uguale  grandezza.  Nella  piìi  piccola  sono  di- 


ci) Lettere  pittoriche  del  Bottari. 


236  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

pinte  delle  miniere  e  degli  uomini  che  lavorano 
metalli.  In  quella  più  grande  fa  d'uopo  ammirar 
primieramente  una  fonte  di  singoiar  bellezza,  for- 
mata tutta  d'opere  imitanti  la  natura  ;  piii  che 
altro  vi  abbondano  le  specie  variate  degli  ani- 
mali marini.  Vi  è  nell'alto  la  statua  di  Teti  in 
atto  di  guardar  con  istupore  quanto  sa  l'arte 
operare  di  delizioso  e  di  perfetto,  come  riesce  ad 
imitare  le  naturali  bellezze,  e  a  superarle.  Quat- 
tro delfìni  sostengono  la  pila  stupenda,  anche  que- 
sta ìq  diaspro  di  figura  ottangolare,  con  ricetto 
all'intorno  fatto  di  nicchie  ;  su  ciascun  canto  ha 
un  pipistrello,  e  nel  mezzo  una  lumaca  di  madre- 
perla. Le  pareti  sono  ricche  di  pitture  apparte- 
nenti a  pe anelli  veramente  egregi,  e  raffigurano 
sirene,  come  altri  abitanti  del  mare,  non  che  dei 
paesi,  fra  cui  si  riconosce  Livorno  e  l'Isola  d'Elba. 
Il  pavimento  è  fatto  di  terra  di  Levante,  e  vi 
sono  variatissimi  fogliami  disegnati  con  bella  va- 
ghezza e  simile  leggiadria  ;  dagli  stessi  fogliami 
zampilla  l'acqua  in  quantità  notevole  (I). 

Grande  percola  dì  Ferro  con  una    Spugna  di  Corsica 

Lasciando  a  tergo  l'Appennino,  e  camminando 
per  non  lungo  tratto  nel  comodo  viale  che  va  sa- 


(1)  Di  quanto  abbiamo  descritto,  attualmente  resta  sol- 
tanto la  massa  del  colosso  è  la  grande  vasca  di  cui  diremo 
ancora  nel  Gap.  VI. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  237 

Jendo  verso  tramontana,  è  un  vasto  laberinto  di 
lauri  che  nel  mezzo  ha  un  circuito  ottangolare, 
dove  l'erba  somiglia  per  minutezza  a  quella  del 
prato  delle  statue  ;  nelle  faccio  del  circuito  son 
poste  otto  colonne  che  sostengono  una  pergola 
di  ferro  lavorato  ;  il  diametro  di  questa  pergola 
è  circa  dugento  braccia,  ed  ha  l'altezza  di  braccia 
diciotto  ;  sopra  la  pergola  sta  collocato  un  masso 
grossissimo  di  spugna  venuto  dalla  Corsica  (1), 
che  manda  una  bella  e  copiosa  pioggia  d'acqua 
dalla  cima.  Il  detto  laberinto,  tanto  da  parte  di  le- 
vante che  da  quella  di  ponente,  ha  una  colonna 
fatta  di  spugna  che  sorge  in  apposita  vaschetta 
d'acqua  (2). 


(1)  Narra  il  Settimanni,  Memorie  predette,  clie  «  nel 
giorno  3  Dicembre  1583  entrò  in  Firenze  un  grande  spu- 
gnone  provenieate  da  Bastia,  e  che  poteva  essere  da  25 
a  30  mila  libbre  ;  l'acqua  lo  aveva  talmente  lavorato, 
clie  pareva  fosse  fatto  per  opera  di  scarpello  :  da  una 
parte  mostrava  d'essere  di  marmo,  dall'altra  somigliava  il 
sale  o  la  madreperla;  era  insomma  una  cosa  stupenda 
il  vederlo  in  tanta  bellezza  e  perfezione  per  opera  del 
tempo  e  dell'acqua.  Eravene  insieme  un  altro  masso  di 
metà  grandezza  del  suddetto,  e  meno  bello  ;  entrambi 
furono  messi  nell'antiporto  della  vecchia  porta  di  S. 
Gallo,  per  essere  nella  succassiva  primavera  trasportati 
a  Pratolino.  » 

(2)  Le  due  colonne,  o  termini,   rimangono  tuttora,  ma 
rotti,  e  a  disuguale  altezza. 


238  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


Vasca  di  Giove. 

Proseguendo  il  viale,  che  se  n'esce  dal  laberinto, 
giungeremo,  fra  non  molto,  alla  cima  di  questo 
parco  a  tramontana,  dove  trovasi  la  bella  va- 
sca di  Giove.  La  statua  colossale  che  raffigura 
il  dio  degli  dèi  è  in  marmo  bianco  ;  da  una  parte 
regge  un'aquila  di  pietra,  e  dall'altra  tiene  un 
fulmine  di  bronzo  dorato.  Davanti  e  da  tergo 
versa  molt'acqua  che  cade  in  una  grande  vasca 
di  figura  ovale  (1). 

Grotta  dell'Orsa. 

Dal  Giove  convien  tornare  addietro  verso  il 
palazzo,  ma  giunti  al  descritto  laberinto,  lo  dob- 
biam  girare  dalla  parte  di  ponente  fino  al  ter- 
mine di  spugna  da  tal  parte  indicato  ;  quivi  s'en- 
tra in  un  viale  che  rimena  all'Appennino,  ma  ad 
un  certo  punto  di  esso  viale,  in  altro  piegheremo 
che  fa  centina  sulla  dritta,  e  poco  dopo,  per  mezzo 
d'una  viottola  che  si  rivolge  a  mezzo  giorno,  tro- 
viamo la  piccola  grotta  dell'Orsa.  Esteriormente 
è  questa  grotticella  tutta  costruita  di  spugne,  ed 
è  tutta  di  marmo  nell'interno.  L'Orsa  è  di  pietra, 


(1)  Tuttora  rimane  la  vasca  nella  sua  forma  sebbene 
molto  guasta  ;  e  come  più  rincrescioso  ricordo  della  bel- 
l'opera vedesi  sempre,  nell'arida  vasca,  l'aquila  di  pietra 
per  ispregio  gettata  là  dentro,  amputata  della  testa. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  239 


ed  ha  intorno  a  sé  una  moltitudine  d'orsacchini. 
Tal  gruppo  di  piccole  bestiole  torna  gradito,  simpa- 
tico e  interessante  quanto  mai  ;  gli  sta  dinanzi  un 
tavolino  di  marmo,  presso  al  quale  sono  dei  sedili 
per  chi  voglia  profittarne. 

Fontana  del  Perseo. 

Dall'Orsa  proseguendo  dell'altro  verso  mezzo- 
giorno, andiamo  fino  alla  Fontana  del  Perseo,  che 
consiste  in  un  monte  molto  grazioso,  fatto  anche 
questo  di  spugne,  contornato  da  balaustri  e  da 
sedili  di  pietra.  Al  disopra  di  una  nicchia  che 
riceve  l'acqua,  sta  un  serpente  di  diaspro  il  quale 
sostiene  la  statua  del  greco  eroe  che  è  di  marmo 
bianco. 

Lo^getta  d'  Esculapio. 

Vicino  alla  detta  fonte  rimane  una  piccola  log- 
gia in  cui  sono  vagamente  dipinti  molti  vasi  con- 
tenenti grande  varietà  di  fiori  e  d'erbe  non  che 
diverse  canne,  ed  è  sotto  questa  loggia  che  si 
trova  la  fonte  d' Esculapio.  La  statua  del  dio  della 
medicina  è  in  marmo    (1),  ed   in   mano  tiene    la 


(1)  Questa  pure  potrebb'essere  una  delle  anticlie  statue 
ohe  mandava  il  cardinale  Montepulciano  da  Roma  nel 
Giugno  1570  al  granduca  di  Toscana  insieme  ad  una 
moltitudine  d'altre  statue,  fra  cui  sono  pur  quelle  di  sei 
consoli  (Y.  lettera  dello  stesso  cardinale  nei  Codici  Car- 
tacei dalla  Er.  Galleria  passati  all'  Arcliivio  di  Stato, 
Cod.  I,  ins.  18. 


240  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


vipera  che  dalla  bocca  getta  l'acqua  in  un  sar- 
cofago antico  di  somma  bellezza,  che  rappresenta 
la  Caduta  di  Fetonte. 

La  favola  narrata  dai  Greci  fa  sapere  che  Fe- 
tonte per  provare  ad  Epafo  che  il  Sole  era  suo 
padre,  ottenne  di  condurre  per  un  giorno  solo  il 
cocchio  della  luce,  e  che  per  imperizia  di  guidarne 
i  cavalli  minacciava  incendiare  ora  il  cielo,  ed  ora 
la  terra,  della  quale  asciugò  diversi  fiumi  ;  Giove, 
per  evitare  che  P  universo  andasse  intieramente 
in  fuoco,  fulminò  l'inesperto  giovane  mandandolo 
a  precipitare  nell'Eridano.  Questa  favola  è  rappre- 
sentata nel  dinanzi  del  sarcofago  con  una  bella 
e  ricca  composizione.  A  tergo  si  rappresenta,  in 
basso  rilievo  di  minor  pregio,  la  simbolica  corsa 
nel  Circo  (1). 


(1)  A.  F.  GoRi  riporta  soltanto  il  dinanzi  nel  terzo  vo- 
lume delle  sue  Inscriptiones  antiquae  in  Etruria  Urhibus 
extantes,  a  tav.  XXXVI,  e  G.  B.  Zannoni,  Gallerìa  di 
Firenze^  lo  riproduce  nel  secondo  volume,  serie  quarta, 
tav.  97.  Una  lettera  che  troviamo  nei  manoscritti  della 
Galleria  in  data  9  febbraio  1776,  apprende  che  questo  sar- 
cofago era  stato  allora  trasportato  nel  giardino  di  Boboli, 
mentre  consiglia  il  granduca  di  metterlo  in  Galleria  per- 
dio meglio  si  possa  conservare  quel  «  marmo  erudito  e 
raro  assai  per  la  mole,  e  per  il  lavoro  non  solo  in  questo 
paese,  ma  in  qualunque  altro.  ...»  Ed  in  calce  alla  lettera 
s'aggiunge  :  «  Il  sarcofago  di  cui  si  tratta  pare  assoluta- 
mente essere  io  stesso  di  quello  che  ha  pubblicato  il 
Panvinio  de  Ludis  circensitus,  pag.  41,  ediz.    di    Padova 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  241 

Cappella.  Reale. 
Ripigliando  dalla  loggetta  la  strada  verso  il 
prato  dell'Appennino,  ecco  a  mano  manca  un 
bosco  folto  di  secolari  abeti  altissimi,  ed  in  esso  è 
la  reale  Cappella  cui  si  giunge  per  ampia  gra- 
dinata. È  l'edifizio  arcliittetato  con  eleganza  no- 
tevole, e  con  indiscutibile  maestria,  nella  sua  for- 
ma esagona,  terminato  da  una  cupola  coperta 
di  lamina  di  piombo.  Un  assai  comodo  portico  a 
vòlta  sostenuto  da  quattordici  colonne  d'ordine 
composito  gira  il  tempio  tutto  intorno;  e  sotto 
il  portico  sta  la  gente  del  sovrano  ad  assistere 
alle  sacre  funzioni  che  dal  di  dentro  si  odono 
per  mezzo  di  finestre.  Nell'interno  del  tempio 
son  belli  ornamenti  fra  pitture  e  stucchi,  e  vi  sono 
anche  inginocchiatoi  di  cipresso  intagliati  con 
arte  rarissima.  Particolarmente  ammirabile  si  è 
la  tavola  dell'altare  nella  quale  si  raffigura  l'As- 
sunzione della  Vergine  con  gli  Apostoli,  opera 
insigne  d'Andrea  del  Sarto  (1). 


1642,  in  f  :  per  spiegare  le  cose  dei  giuoclii  circensi,  e 
dice  che  era  in  hortis  familiae  Columnensia  Card.  Borro- 
mei  ad  SS.  Apostolos  E,omae.  —  L'intagUo  di  detto  sar- 
cofago è  del  1580.  »  —  Né  s'ingannò  lo  sconosciuto  autore 
della  lettera,  che  al  Panvinio  fece  eco  dipoi  l'abate  Luigi 
Lanzi  nella  Guida  del  Museo  Fiorentino.  Si  trova  il  sarco- 
fago nella  R.  Galleria  degli    Uffizi,  secondo  corridoio. 

(1)    Della  Cappella,  tuttora  esistente  avremo  da  ripar- 
larne nel    Capitolo    VI  ;    ma  qui  si    deve    notare    ohe  il 

FIRENZE   AI    DEMIDOFF  16 


242  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


Sei  Grotte  Principali  (1) 

Dalla  Cappella  ritornaado  nel  palazzo  per  an- 
dare ad  uscirne  dalla  facciata  di  mezzogiorno,  dove 
ritrovasi  lo  spazioso  ballatoio  che  lo  circonda  da 
una  parte  all'altra,  sur  esso  saliremo  per  mezzo 
della  doppia  scala  di  figura  ovale,  i  cui  scalini  ci  an- 
nafflerannocome  vuole  il  fontaniere.  Sotto  lo  stesso 
ballatoio,  e  verso  il  prato  a  mezzogiorno  girano 
le  sei  grotte  che  sono  le  piìà  celebri. 

Calati  nel  vestibolo,  stupendamente  architettato 
e  sostenuto  da  due  colonne  superbe  di  verde  antico, 
colle  vòlte  composte  di  spugne,  ecco  la  prima  grotta 


quadro  d'Andrea  del  Sarto,  dagli  antichi  detto  per  errore 
di  Sandro  Botticelli,  fu  copiato  da  G.  B.  Marmi  sotto  il 
regno  di  Cosimo  III,  e  l'originale  trovasi  ora  nella  R. 
Galleria  de'Pitti,  sala  dell'Iliade,  col.  n.  225.  Su  quest'ori- 
ginale c'è  però  un'  istoria,  da  cui  rileviamo  che  venne 
soltanto  a  Firenze  il  di  8  d'  ottobre  1639,  e  venne  da 
Cortona  dove  si  trovava  in  chiesa  di  Sant'Antonio  del 
Poggio.  Ora  dovremmo  dire  come  mai  l'opera  d'Andrea 
del  Sarto  si  trovasse  nel  medesimo  tempo  a  Pratolino  ed  a 
Cortona,  ma  per  quanto  ne  abbiamo  cercata  l'importan- 
tissima spiegazione  non  siamo  stati  capaci  di  rinvenirla 
in  alcun  modo. 

(1)  Nel  descrivere  le  sei  principali  grotte,  tentiamo  d'i- 
mitare la  mirabile  descrizione  fattane  dal  Hosini,  com- 
pletandola però  laddove  a  lui  parve  convenirgli  delle 
omissioni,  nonché  riponendovi  le  cose  che  prima  del  suo 
tempo  v'erano  state. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  243 

che  si  chiama  del  Diluvio,  a  motivo  degli  ordigni 
innumerevoli  ed  invisibili  dell'acqua,  che  comin- 
ciando dalia  soglia,  il  piìi  scabroso  passo,  trovansi 
nel  pavimento,  nelle  pareti  e  dappertutto.  Il  pavi- 
mento è  mirabilmente  scompartito,  ed  a  più  colori 
si  vedono  in  esso  raffigurati  pinocchi  di  Porto- 
ferraio.  Vi  sono  due  grandi  massi  di  spugne,  e 
dalla  cima  di  queste,  l'acqua  sgorga  in  copia  bel- 
lissima. Incrostate  di  spugne,  con  arte  assai  me- 
ravigliosa, ne  sono  le  medesime  pareti  ;  vi  è  in 
oltre  una  moltitudine  di  pregevoli  pitture,  e 
numerose  nicchie  quasi  tutte  fatte  a  forza  di  nic- 
chi marini,  ed  a  mosaici  d'  oro.  Esce  da  una  nic- 
chia un  arruotino,  che  fa  col  piede  girare  la 
ruota;  poi  dal  disopra  un  ragazzo  s'  avanza  per 
modo  che  sulla  ruota  appoggia  il  ferro  da  ar- 
ruotare  ;  in  altra  nicchia  presentasi  un  frantoio  da 
olio;  il  bue  ne  fa  girare  la  mola,  guidato  da  un 
uomo  vero  tipo  del  mestiere,  il  quale  si  leva  tratto 
tratto  una  pala  dalla  spalla,  e  ne  raguna  con  essa 
le  olive  intorno  alla  mola.  A  questa  ingegnosa  e 
leggiadra  macchinetta,  avvicineremo  l'altra  simil- 
mente graziosa  e  ben  composta,  dove  si  rappresenta 
la  gualchiera  della  carta,  colle  pile  cui  sta  dentro  il 
pernio  che  girando  fa  alzare  ed  abbassare  i  magli. 
Stan  pur  dentro  alle  nicchie  un  corbezzolo  ed  un 
caprifoglio,  su  cui  si  spargono  molti  e  variati  ani- 
mali di  bronzo.  Da  un  lato,  superiormente  alle  nic- 
chie, si  vedono  due  arpie  che  mandano  acqua,  e 


244  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


tengono  al  disotto  un  mascherone  con  ali  di  pipi- 
strello, che  stralunando  gii  occhi  e  spalancando  le 
fauci,  butta  giìi  acqua  a  doccia  ;  in  altro  lato,  su 
doppie  pile,  un'altra  coppia  d'arpie,  ed  a  queste  sot- 
tostà un  fanciullo  il  quale  tenendo  un  mappamondo 
rovesciato  in  mano  fa  lui  pure  le  veci  di  fontana. 
Ancora  in  apposite  nicchie,  sono  due  tavolini  colle 
lor  polle  d'acqua,  ed  uno  di  questi*  è  in  marmo  mi- 
sto di  forma  ettagona,  avente  in  ciascuna  delle  otto 
facce  un  tondo  incavato,  col  relativo  congegno,  e 
lo  zampillo;  altro  tondo  uguale,  resta  poi  nel  mezzo, 
e  lo  zampillo  di  questo  ora  raffigura  uno  specchio 
ed  ora  un  fanale  ;  molti  sedili  stan  d'intorno  al  ta- 
volino. Dinanzi  a  tutto  ciò  la  realtà  e  l'illusione 
fanno  già  nel  riguardante  un  singolarissimo  con- 
trasto, che  accende  di  brama  e  di  stupore,  fra  cui 
convifen  sorridere  vedendo  due  anitre  curiose  che 
abbassando  e  sollevando  il  collo,  si  tuffano  e  bevono 
gaudenti  nel  laghetto  dove  ricettansi  le  molte  ac- 
que limpide,  versate  dai  personaggi  e  dagli  oggetti. 
Invece  di  tornare  al  vestibolo,  che  ha  due  porte 
laterali,  anderemo  sotto  un  piccolo  arco  che  gli 
fronteggia,  e  quivi  salendo  alcuni  gradini,  provvi- 
sti sempre  dei  soliti  tradimenti  d'acqua  nascosti, 
eccoci  nella  Grotta  della  Galatea. —  Lo  stupore 
qui  si  succede  senza  però  rassomigliarsi,  perchè 
questa  grotta  è  in  si  strano  modo  architettata,  con 
screpolature  così  numerose  e  cosi  grandi,  dn  sem- 
brare che  stia  per  seppellire  sotto  un  cumulo  di  ma- 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  245 


cerie  chi  non  fa  presto  a  scappar  via.  La  stanza  è 
rotonda,  con  la  volta  scompartita,  e  vagamente  de- 
corata di  pitture,  di  fregi,  d'  arabeschi,  d'incrosta- 
ture a  scaglia  di  pesce,  e  d'altri  lavori  pregevoli. 
Le  pareti  sono  ricchissime,  e  smaglianti  di  madre- 
perle, di  coralli,  di  chiocciole  marine  e  simili  cose. 
Di  qua  e  di  là  rustici  scogli,  che  prendono  grazia 
notevole,  e  vaghezza,  dai  getti  d'acqua  che  gli  ba- 
gnano ;  a  suo  tempo,  essi  scogli  si  aprono  e  si  chiu- 
dono da  se.  Una  mirabile  vasca,  ornata  di  spagne 
e  di  nicchie,  e  ricca  molto  di  madreperle,  raffigura 
il  mare,  nel  cui  fondo  internasi  uno  scoglio  piìi 
grande  degli  altri.  S'apre  intanto  uno  scoglio  da 
parte,  e  n'esce  da  questo  un  tritone  vestito  da  ma- 
rinaro ;  mettendosi  egli  alla  bocca  una  chiocciola 
marina,  cava  da  essa  un  suono  dolcissimo,  cui  par 
che  s'unisca  il  suono  d'altri  strumenti  nascosti  ;  è 
l'inno  che  annunzia  la  comparsa  della  Dea  :  difatti, 
lo  scoglio  maggiore,  quello  che  resta  di  faccia  nel 
mare,  si  apre,  e  dall'antro  inargentato  se  n'esce 
Galatea  seduta  in  una  conca  d'oro,  e  tirata  da  due 
delfini  che  stillano  acqua  dalla  bocca  ;  nel  mede- 
simo tempo  si  sono  aperti  altri  due  degli  scogli  la- 
terali, da  cui  sono  escite  due  vezzose  ninfe  aventi 
nelle  mani  belle  branche  di  corallo  ed  uno  spec- 
chio ;  dai  coralli  schizzano  l'acqua,  e  rimettono 
garbatamente  lo  specchio  nelle  mani  della  Dea... 
la  quale  si  rimira  in  esso,  mentre  framezzo  alle 
ninfe,  col  suono  del  tritone,  quale  regina  s'avanza 


246  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


nella  sua  conca,  con  piacevole  sussiego.  Giunta  alla 
riva  opposta  del  mare,  cioè  dinanzi  ai  riguardanti, 
sui  quali  mandano  i  delfini  una  buona  pioggia  d'ac- 
qua all'improvviso,  girasi  con  bella  grazia,  e  se  ne 
torna  indietro,  finché  dopo  il  suo  passaggio  si  ri- 
chiude lo  scoglio  com'erasi  aperto. 

Rientrata  leggiadramente  Galatea  nella  gentil 
caverna,  colle  sue  gioconde  ninfe,  usciamo  noi 
dalla  grotta  che  si  chiama  col  suo  nome,  e  passiamo 
in  quella  chiamata  la  Grotta  della  Stufa,  del  J5a- 
gno,  del  Cielo,  e  forse  con  altri  nomi  ancora.  È 
fatta  questa  quasi  tutta  di  stucchi,  e  con  molte  fi- 
nissime pietre  commessevi  ;  è  decorata  di  conchiglie, 
di  madreperle,  di  coralli,  con  grande  varietà  di  be- 
stie marine  e  di  grottesche.  Presso  all'entrata  tro- 
vasi una  statua  di  grandezza  naturale,  rappresen- 
tante un  paggio  coll'asciugamane  sulla  spalla,  e  in 
una  mano  ha  il  mesciacqua.  Anche  qui  è  da  notarsi 
un  monte  grande  di  spugne,  ma  l'oggetto  d'altis- 
simo pregio  è  una  magnifica  pila  di  marmo  rosso, 
nella  quale  da  esso  monte  cadono  le  acque.  Il  pa- 
vimento, maestrevolmente  storiato  in  terra  d'Ur- 
bino, è  ricco  e  splendidamente  bello.  Due  satiri  di 
bronzo  mandano  l'acqua  in  due  minori  pile,  calda 
e  fredda,  a  comodo  ed  a  piacere  di  chi  si  vuol  ba- 
gnare. Uno  spettacolo  singolare,  e  quanto  mai  di- 
vertente, vien  dato  in  questa  grotta  da  un  perso- 
naggio assolutamente  microscopico,  situato  al  di- 
sotto d'una  finestra  che   rimane  dalla  parte  meri- 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  247 

diana.  Si  tratta  semplicemente  d'una  nicchia  nella 
quale  si  trova  un  puttino  grazioso,  e  molto  allegro, 
tanto  allegro,  che  invita  i  riguardanti  con  lazzi  pia- 
cevoli ad  accostarlo,  perchè  sa  benissimo  che  vicino 
a  lui,  sul  pavimento,  sta  il  primo  tranello,  consi- 
stente in  un  certo  ordigno,  nel  quale  inciampando, 
siccome  bisogna  inciampare  con  un  piede,  si  può 
dire  di  rimanere  come  il  pane  nella  zuppa;  e  poi  di 
tutto  fa  perchè  qualcun  lo  tocchi  ;  si  ride,  e  si  cede 
alla  bramosia  di  fargli  una  carezza  ;  ma  non  ap- 
pena gh  mettiamo  la  mano  addosso,  il  birichino 
ci  annaffia  da  quel  Dio  ;  se  oltre  a  carezzarlo,  ce- 
desi  pure  alla  tentazione  d'alzarlo  un  tantino  per 
disotto  ai  piedi,  oh,  allora  si  che  stiamo  freschi  !  i 
razzi  dell'acqua  ci  condiscono  per  le  feste,  e  pei 
giorni  di  lavoro.  Tanto  meglio  per  colui  che,  accor- 
tosi della  ragia,  non  è  stato  vittima  d'una  improv- 
visa mariuolata,  e  che  ridendo  a  spese  d'altri  può 
voltare  le  spalle  al  malandrino  in  miniatura  per 
andarsene  alla  grotta  dirimpetto. 

È  la  Grotta  della  Spugna.  —  Bella,  bellissima, 
per  la  sua  vòlta  tutta  pitturata  a  pergola,  con  do- 
rature splendide,  per  le  facce  che  son  fornite  di 
bianche  spugne  del  bottino  di  Siena,  e  per  il  pavi- 
mento storiato  in  terra  d'Urbino,  pitturato  come 
quello  della  grotta  precedente.  Ma  la  maraviglia 
maggiore  che  qui  dobbiamo  considerare  consiste 
appunto  nel  masso  di  spugna,  alta  due  braccia,  si- 
mile al  bianco  marmo,  furmata  da  gocciole,  d'ac- 


248  FIRENZE    AI   DBMIDOFF 

qua,  e  proveniente  da  Lucca.  È  posta  nel  mezzo 
della  grotta  e  rivestita  da  diversi  animali,  con  un 
ricetto  tutto  fra  madreperle,  coralli,  nicchi  marini 
e  chiocciole  ;  molte  altre,  spugne,  anche  queste  di 
bella  bianchezza,  ne  la  circondano,  e  le  si  innal- 
zano alquanto  di  sopra.  Contengono  tutte  gran 
quantità  di  zampilli  ;  e  dal  mescolarsi  che  avviene 
dell'acqua  che  scende  con  quella  che  sale,  nasce 
uri  tale  contrasto,  per  mezzo  del  quale  la  bellezza 
di  quanto  vediamo  bagnato,  diventa  molto  e  molto 
pili  bella. 

Accanto  alla  grotta  della  Spugna,  si  trova  la 
Grotta  del  Tr'itone.  —  Dinanzi  ad  un  grande  monte, 
incavasi  una  nicchia,  ed  è  in  questa  una  superba 
pila  antica  di  granito  d'Oriente.  Alla  metà,  in  circa, 
del  monte,  come  sopra  un  altipiano,  una  statua, 
che  raffigura  l'Europa  siede  sopra  un  toro  ;  e  sulla 
cima  vi  siede  un  pastore  che  suona  il  piffero,  e  che 
è  circondato  da  molte  specie  d'animali  :  l'apparec- 
chio scenico  è  d'un  effetto  straordinario  ;  e  quel 
suono  cosi  melodioso,  par  che  rapisca  i  sensi  ;  si 
pensa  a  quelle  soavi  canzoni  che  nelle  remote  cam- 
pagne, e  sui  vertici  dei  monti,  uscendo  da  castis- 
sime labbra,  van  circolando  nel  quieto  spazio,  fin- 
ché pare  le  accolga  ib  cielo.  Dal  pastorale  idillio, 
viene  a  risvegliarci  una  Sirena,  ed  ecco  in  qual  ma- 
niera ;  poco  lungi  dalla  mentovata  nicchia,  ma  più 
in  alto,  si  vede  una  piccoletta  vasca,  assai  graziosa, 
formatasi  d'erbe  pietrificate,  ed  è  ornata  con  dei 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  249^ 

nicchi  marini  e  madreperle  :  sulla  medesima  va- 
schetta è  la  Sirena,  che  invece  di  cantare  ci  annaf- 
fia, e  ci  fa  annaffiare  da  una  quantità  di  genti  letti 
ordigni  che  lì  vicino  stanno  a  sua  disposizione  ;  e 
dopo  averci  ben  bene  infradiciati  si  nasconde  lesta 
lesta,  perchè  nessun  le  chieda  conto  dèlio  scherzo. 
Il  Tritone,  titolare  della  grotta,  sta  in  altra  vasca, 
ornata  pure  di  nicchi,  e  gode  la  compagnia  di  due 
delfini;  si  diverte  a  suonare  una  nicchia,  ma  il  suo 
maggior  divertimento  è  quando  s'accorge  che  lo 
guardiamo  colla  piìi  grande  attenzione;  allora  dà 
tutto  il  fiato  al  suo  strumentOf  dal  quale,  invece  di 
escire  un  suono  più  o  meno  soave,  esce  un'acqua 
discretamente  impetuosa,  che  schizzandoci  nel  viso, 
ci  fa  stornare  alcuni  passi  addietro  ;  ed  i  delfini  fan 
pur  la  loro  parte  in  questo  giuoco.  Non  bastano  gli 
scherzi  :  sopra  la  vasca  del  Tritone,  vi  sono  pure 
tre  bei  satiri  di  bronzo  fatti  dallo  scultore  Carlo 
Marcellini:  il  più  grande  preme  con  indifferenza 
un'otre,  e  fa  schizzare  della  buon'acqua,  mentre  gli 
altri  due  fan  vista  di  soffiare  nel  vuoto,  e  sbuffano 
acqua  anch'essi  su  chi  è  fradicio  più  che  a  suffi- 
cienza. Arrogi  l'acqua  che  senza  risparmio  sgorga 
dal  gruppo  che  in  principio  abbiam  descritto,  ar- 
rogi che  tutto  si  muove,  ed  ogni  personaggio  agi- 
sce sol  per  moto  d'acqua,  e  la  celebrità  del  Buon- 
talenti  in  questo  genere  d'invenzioni,  uguaglierà 
la  celebrità  ch'ei  si  acquistò  come  architetto.  Ma 
delle  più  sorprendenti  meraviglie  dobbiam  par- 
larne adesso. 


250  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


Giunti  nella  Grotta  della  Samaritaìia,  biso- 
gnerà affermare  che  tre  secoli  addietro  non  ci  vo- 
leva meno  d'una  sublime  immaginazione  per  arri- 
vare a  quell'altezza  d'invezioni  che  infatto  di  mec- 
canica idraulica  non  mancherebbero  di  sbalordirci 
anche  se  venissero  operate  ai  giorni  nostri.  In  que- 
sta grotta  han  luogo  i  segreti  convegni  del  gran- 
duca Francesco  :  egli  è  spesso  in  compagnia  di 
Bianca,  e  talora  con  altri  convitati,  fra'più  in- 
timi e  confidenti  suoi  personaggi,  senza  però  su- 
perare il  numero  di  otto,  come  indicano  i  posti 
della  tavola  che  è  in  mezzo  alla  stanza,  e  che 
s'imbandisce  all'occasione,  essendosi  a  tal  uopo 
anche  fornito  l'interno  del  muro  d'una  ruota  per 
calar  vivande  dalle  segrete  cucine.  Siccome  qui 
cominciamo  ad  andar  per  otto,  otto  sono  le  an- 
geliche figure  di  marmo  che  subito  dàn  nell'oc- 
chio, alle  quali  s'aggiunge  un'altra  figura  in  pie- 
tra, e  di  pili  grandi  proporzioni,  rappresentante 
un  uomo  che  si  bagna  le  mani.  Nella  tavola  ot- 
tagana  (1),  che  è  di  bel  diaspro  (2),  ciascuna  delle 
facce  ha  un  tondo  incavato  che  serve  di  rinfre- 
scatoio  ;  nel  centro,  in  altro  tondo  incavato  ugual- 
mente, si  trova  un  gorgo  d'acqua,  o  meglio,  una 


(1)  Sbaglia  il  Montaigne  cliiamandola  esagona. 

(2)  Cosi  la  chiamano  i  contemporanei,  cioè,  il  Verino  e 
l'Anomino  del  Baccini  ;  lo  Sgrilli,  quasi  due  secoli  dopo, 
fu  il  primo  a  dirla  in  marmo  misto;  eilE-osini  se  ne  sta 
allo  S.2:rilli. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFP  251 

colonnetta  con  piccola  fontana,  dove  gli  ordigni 
sono  talmente  straordinari,  talmente  variati,  che 
le  rappresentazioni  d'acqua  si  fanno  sì  strane,  sì 
meravigliose,  da  tornar  diffìcili  a  raccontarsi  per 
chi  le  vede,  e  da  parere  impossibile  a  chi  non  le 
vede,  0  che  non  le  comprende  se  dette  a  parole. 
È  lo  scibile  delle  invenzioni  meccaniche,  le  quali, 
come  dice  il  Baldinucci,  dettero  poi  motivo  d'i- 
mitazione a  «  coloro  che  per  l'Europa  simili  cose 
operarono  »  :  l'acqua  riprodurrà  la  natura  in  ciò 
che  ha  di  più  leggiadro,  ci  rappresenterà  gli  uo- 
mini rabbiosamente  agguerriti  e  feroci,  come 
quelli  dell'orde  più  barbare,  e  ce  gli  rappresen- 
terà quindi  docili  e  sereni,  addestrati  nel  mondo 
civile,  inclinati  al  lavoro,  intenti  al  progresso. 

Per  mezzo  di  macchinette,  comincieremo  le  rap- 
presentazioni dell'acqua  :  ecco  il  Giglio  fiorentino 
e  poi  le  palle  medicee;  ecco  un  piccolo  vascello 
colle  sue  vele  spiegate,  le  gomene,  le  bandiere 
e  quanto  altro  ;  al  vascello  faremo  succedere  un 
giardino  coi  ruscelli,  gli  alberi  fronzuti,  le  erbe 
Tariate,  come  se  tutto  ciò  fosse  fatto  dalla  me- 
desima natura  ;  e  poi  un  palazzo  che  ha  le  porte, 
le  finestre  a  belle  vetrate,  persino  ai  camini  che 
mandano  il  fumo  per  farci  consapevoli  che  i  cuo- 
chi già  lavorano  in  cucina.  Su  quell'acqua  viene 
a  raggiare  il  sole,  ed  un'aquila  distende  le  penne, 
fa  per  volare,  muove  e  rimuove  il  collo,  solleva 
gli  occhi,  e  gli  affisa  nella  luce  dei  raggi  ;  se  Fa- 


252  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


quila  reca  forse  una  certa  paura,  la  cambierema 
in  un  bellissimo  mazzo  di  fiori....  ci  sono  tulipani, 
giunchiglie,  garofani,  gelsomini,  rose,  gigli...  tutti 
freschissimi....  Che  verità  di  forme,  che  belle  fo- 
glie, che  vaghezza  di  colori  !...  ciascun  fiore  ha 
il  proprio  abbandono,  ed  esprime  chiaro  e  tondo 
il  proprio  sentimento...  chi  sa  che  fragranza  le- 
vandoli dall'acqua  !....  ma  toccando  l'acqua  si  sciu- 
pano i  fiori,  e  bisognerà  dunque  contentarsi  di 
guardarli.  È  un  passatempo  molto  dilettevole, 
quello  dei  fiori,  ma  c'è  troppo  ancora  da  vedere, 
e  conviene  cambiar  subito  veduta.  Ecco  là  in 
quel  grottesco  una  fortezza  di  Ferdinando  Tacca, 
con  in  mezzo  una  torre  smerlata.  .  .  .  Che?  .  .  . 
le  soldatesche  s'affacciano  dal  forte,  dalle  mura 
e  dai  merli  .  .  .  Sta'  ?  .  .  .  quest'é  il  rumore  delle 
armi,  si  scaricano  moschetti,  si  sparano  canno- 
ni ..  .  che  strepito  diabolico  !  .  .  .  .  quanti  tam- 
buri! ...  la  zuffa  è  imminente  petto  a  petto.  .  . 
ecco  i  soldati  dalle  due  parti  ....  si  uccido- 
no, si  sbranano  come  le  belve  .  .  .  T  ira,  il  fu- 
rore si  vede  loro  nel  volto,  son  dunque  uomini 
veri,  sono  selvaggi  ! ...  -  Quanti  morti  distesi  sul 
suolo  !  Ah,  la  strage  va  cessando,  e  la  pace  si 
farà  ben  presto.  —  Potenza  del  genio  umano! 
Ora  siamo  dinanzi  ad  un  idillio  nuovo.  —  Ebbe 
ragione  il  gran  filosofo  Montaigne,  a  dire  che 
queste  grotte  sono  miracolose.  —  Le  pecorelle 
pascono,  ed  il  pastore    che  sta    loro  a   guardia, 


FIRENZE   AI   DEMIDOFP  253 

suona  tranquillo  la  cornamusa  ;  al  qual  suono, 
dolce  e  melanconico,  rispondono  dolcemente  molti 
augelli  che  vedonsi  sparsi  sopra  i  rami  di  alberi 
diversi  :  è  tale  armonia  che  ritempra  il  cuore  alla 
pace  non  solo,  ma  alla  gioia  puranco.  In  questo 
c'entra  senza  dubbio  il  Tasso,  perchè  del  Tasso 
essendo  il  Buontalenti  molto  ammiratore  {]),  è 
ben  presumibile  che  il  grande  meccanico  abbia 
immaginato  di  rappresentare  la  scena  in  cui, 

«  Par  che  la  terra  e  l'acqua  formi  e  spiri, 
Dolcissimi  d'amor  sensi  e  sospiri  (2).  » 

Un  cancello  s'apre  da  se  stesso  dirimpette  alla 
fortezza,  dal  quale  la  pastorella  Samaritana  vien 
fuori  contegnosa,  colla  secchia  in  mano,  ed  avan- 
zasi bel  bello,  come  tutta  sentendo  ed  ammirando 
la  soavità  della  melodia  che  la  circonda  ;  giunta 
ad  una  fonte,  empie  la  secchia  d'acqua,  e  se  ne 
torna  in  dietro  ;  la  giovane  donzella 

Cui  lo  zeffiro  fa  ondeggiar  la  chioma, 

è  quanto  mai  vaga  e  gentile  ;  e  camminando  dà 
in  si  leggiadri  garbi  e  movimenti,  che  non  isfug- 
gono  all'occhio  dell'osservatore,  il  quale,  coll'a- 
nima  digià  rapita  dall'allettevole  gorgheggiare 
degli  augelli,  è  costretto  d'esclamar  col  Poliziano: 


(1)  Vedi  più  oltre  nel  Gap.  VI,  l'incontro  singolare  di 
-questi  due  grand'uomini. 

(2)  Torquato  Tasso  :  Gerasaìemme  Liberata,  Canto  XVI. 


254  FIRENZE   AI    DBMIDOFP 


«  Che  vero  il  volto,  vero  il  crin  diresti, 
Il  canto  ver,  vero  il  soffiar  de'venti  : 
Negli  occhi  il  lume  sfolgorar  vedresti, 
E  il  ci'el  riderle  intorno  e  gli  elementi  (1).  » 

Nella  grotta  del  Diluvio  abbiamo  già  visto  far 
l'olio  e  fabbricar  la  carta  ;  il  Buontalenti  ci  fa 
qui  vedere  altri  lavori,  che  sono  da  quelli  ben 
diversi.  In  una  parte  adorna  di  spugne,  sono  del- 
le case  con  delle  botteghe.  Una  bottega  che  ci 
appare  come  divisa  in  due,  si  chiama  la  fucina 
del  vulcano,  e  vi  si  vedono   dentro   destrissime 


(1)  Quando  il  granduca  Leopoldo  II  fece  portare  a  Fi- 
renze da  Pratolino  gli  oggetti  d'arte  cui  s'univa  la  sta- 
tua in  marmo  del  suonatore  (v.  nota  a  pag.  220),  era  pure 
negli  stessi  barocci  la  graziosa  figura  in  metallo  della 
Samaritana,  con  ancora  la  sua  secchia  in  mano...  ma 
giunta  in  Firenze,  le  fu  fatto  prendere  il  volo  per  più 
remoti  e  sconosciuti  lidi.  Fra  Bonaventura  Bisi  scrive  da 
Bologna  nel  maggio  1657  una  lettera  al  Granduca  Fer- 
dinando II,  nella  quale  dice  voler  venire  a  Firenze  per 
proporgli  una  quantità  di  disegni  fra  cui  si  trova  quello 
d'una  Samaritana,  acquerello  di  Michel  angiolo  Buonar- 
roti ;  e  siccome  in  questa  grotta  la  fortezza  è  fatta  da  Fer- 
dinando Tacca  vivente  appunto  nell'epoca  delle  esibizioni 
Bisi,  perchè  non  si  potrebbe  supporre  che  quella  figurina 
della  Samaritana  sia  stata  da  Michelangiolo  acquerellata? 
Tanto  piìi  che  il  Verino  parlò  di  questa  stanza  col  tavo- 
lino dagli  otto  incavi  ovali,  mandanti  l'acqua  da  certi 
buchi,  ma  prima  dello  Sgrilli  nessuno  fece  menzione  della 
Samaritana,  né  della  fortezza,  né  delle  altre  magiche  rap- 
presentazioni dateci  dall'acqua. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  255 

figurine  a  lavorare  il  ferro,  cominciando  dal  ra- 
gazzo il  quale  con  un  pieJe  sulla  calcola,  e  colla 
fune  in  mano,  fa  tutti  i  movimenti  naturali  della 
persona  per  tirare  un  mantice  che  soffia  nel 
fuoco,  dove  sta  il  ferro  per  diventar  rosso  ;  infuo- 
cato il  ferro,  v'  è  chi  lo  porta  suU'  incudine,  e  li  da- 
gli, martella,  finché  il  rustico  metallo  non  è  ri- 
dotto al  punto  d'essere  sì  pieghevole,  e  servibile 
ai  mille  usi  che  se  ne  devon  fare.  Ed  il  più  bello 
si  è  che  i  colpi  dei  martelli  cadono  regolati 
sulle  incudini,  come  il  Verdi  gli  farà  cadere 
quando  scriverà  il  coro  degli  zingari  nel  Trovatore, 
In  altra  bottega  e'  è  il  Mulino,  e  qui  gran  movi- 
mento di  gente  che  trasportano  sulle  spalle  i 
sacchi  del  grano  e  quelli  di  farina  ;  tanto  il  ca- 
rico che  lo  scarico,  succedono  con  mirabile  svel- 
tezza, e  con  ordine  perfetto;  la  macina  gira,  la 
tramoggia  viene  scossa  dagli  scatti  della  molla, 
e  ne  riceve  regolarmente  il  grano,  essendovi  ap- 
presso il  mugnaio  che  tutto  vigilia  da  uomo  at- 
tento e  molto  pratico  di  quello  che  fa...  Ecco  da 
lontano  un  branco  di  cacciatori,  che  sembrano  ve- 
nuti dalla  vecchia  Caledonia  ;  uomini  e  cani  fan- 
no a  chi  più  corre  dietro  alle  belve  che  cercano 
salvarsi  a  tutte  gambe,  laggiù  fra  gli  alberi 
dove  cantano  gli  augelli...  Sul  cancello  della  Sama- 
ritana si  muove  una  civetta...  Libera  nos  Domine  ! 
Lo  spettacolo  di  questa  magica  grotta  è  ormai 
finito,  perchè  forse  i  sovrani  vorranno  sedersi  alla 


256  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

tavola  degli  otto,  e  guai  a  chi  osasse  restar  qui 
per  vederli,  o  per  udirli. 

Spere  Filosofiche. 

Riavvicinatisi  alla  magnifica  scala  per  la  quale 
siamo  discesi  alle  miracolose  grotte,  dobbiamo  pas- 
sare per  un  uscio  dove  sono  delle  spere  tanto  sin- 
golari, che  in  esse  guardando  da  diversi  lati  ci 
rappresentano  delle  genti  e  delle  storie  le  quali, 
gira  e  rigira,  ci  fanno  mettere  a  filosofare  con 
Democrito  intorno  a  quel  punto  che  vuol  dimo- 
strare come  da  noi  la  verità  consiste  in  apparenza, 
e  che  nulla  coni  prendesi  di  vero  e  di  positivo  se 
non  siamo  degni  ;  asserto  questo  che  viene  da 
Platone  avversato,  ma  dallo  stesso  Democrito 
strenuamente  difeso,  sostenendo  egli  che  il  vero 
delle  cose  può  essere  compreso  soltanto  dagl'in- 
nocenti e  puri,  giammai  dai  corrotti  e  dai  viziosi. 

Vasche  coi  Ranocchi,  colla  Donnola  e  col  Ci^no. 

Dall'uscio  predetto,  sempre  avanzando  verso  la 
superba  scala,  avviene  di  passare  fra  due  grot- 
ticelle  che  sono  da  mano  maestra  ornate  con 
molta  grazia  e  con  gran  gusto  ;  nell'una  e  nell'altra 
v'è  addobbo  di  sgabelli  che  tentano  di  mettersi 
a  sedere  onde  poter  con  agio  maggiore  osservare 
le    statue,  le  vasche,  e  quant'altro  vi  si  contiene 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  257 


d'interessaate  e  di  curioso....  ma  noi  sappiamo 
bene  che  quelli  sgabelletti  sono  artifìziosi,  che 
son  traditori  al  punto  da  non  darci  tempo  d'ap- 
poggiarvisi  sopra,  senza  investire  ogni  parte  della 
nostra  persona  con  infiniti  spruzzi  d'acqua,  epper- 
ciò  staremo  in  piedi  se  anche  siamo  stanchi. 
La  prima  curiosità  notevole  consiste  in  una  quan- 
tità d' uomini  affaccendati  per  ammazzare  ra- 
nocchi a  farza  di  bastonate  dentro  ad  una  vasca, 
e  che  quanto  piij  disperatamente  quegli  uomini 
corrono  sperando  di  far  preda,  gli  animali  piìi 
scappano  saltellando  come  consci  di  beffarsi  dei 
loro  inferociti  e  mal  destri  persecutori  ;  altra 
curiosità  consiste  in  una  donnola  che  appiede 
d'una  statua  corre  dietro  ad  un  serpente,  e  che 
in  lettere  d'oro  ha  queste  tre  parole  :  Amat, 
Victoinaj,  Curam,  le  quali  stan  pure  in  un'im- 
presa di  Francesco  I  (1);  né  meno  curioso  è  final- 
mente il  bellissimo  e  candido  cigno  situato  ap- 
piè di  un'altra  statua:  esso  beve  con  bella  grazia, 
e  naturale  movimento  :  non  si  può  fare  a  meno 
di  guardarlo  ;  ma  quando  l' attenzione  nostra  è 
sopra  di  lui  piii  concentrata,  profitta  del  momen- 


(1)  Una  delle  due  imprese  adottate  da,  Francesco  I, 
consiste  in  una  donnola  che  ha  un  ramoscello  di  ruta  in 
bocca,  e  porta  il  motto  composto  delle  tre  parole  :  Amaty 
Victoria,  Curam.  —  (Giuseppe  Bianchini:  Ragionamenti  sto- 
rici dei  Gran  Duchi  di  Toscana  della  real  casa  Medici. 
Venezia,  1741.) 

FIRENZE   AI.  DEMIDOFF  17 


258  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

to,    e    girando    risolutamente    il    capo,    ci    sputa 
graziosamente  addosso  l'acqua  che  ha  bevuto. 

Stanza  Secreta. 

Tornati  sul  prato  delle  grotte  cammineremo 
un  poco  ad  oriente,  e  troveremo  un  vaghissimo 
giardino  di  fiori  cui  stanno  in  testa  due  superbe 
colonne  di  porfido  che  sostengono  una  vòlta 
sotto  la  quale  è  una  fontana.  Sappiamo  trovarsi 
in  questo  luogo  una  stanza  segreta  che  va  co- 
municando col  palazzo.  Siccome  il  pomo  proibito 
non  lascia  mai  di  tentar  la  creatura  umana,  noi, 
senza  badare  ad  altro,  vogliam  penetrare  nella 
stanza  segreta,  di  cui  la  tentazione  ci  ha  ormai 
bell'e  vinti.  È  l'Anonimo  rispettabile  che  dentro 
ci  conduce,  e  che  ci  fa  da  Cicerone.  Questa 
stanza  si  potrebbe  chiamare  delle  pìccole  {oli- 
tane perchè  ve  ne  sono  dimolte;  quella  che  per 
pregio  e  per  vaghezza  merita  speciale  menzione, 
misura  quattro  braccia  di  lunghezza  e  due  di 
larghezza,  ed  è  fatta  tutta  di  piccole  pietre  pre- 
ziose e  madreperle  ;  accanto  ha  un  monte,  alle 
cui  falde  è  un  bosco,  poi  una  pianura  con  in 
mezzo  un  laghetto.  Sur  esso  laghetto  sorge  un 
altra  piccola  fontana  d'alabastro,  che  per  la  sua 
tenue  proporzione  getta  molt'acqua  cui  serve  il 
laghetto  di  ricetto.  Dal  bosco  si  vede  apparire 
Narciso  in  abito  da   cacciatore,    che    percorsa  la 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  259 

pianura  e  giunto  alla  fontana,  in  essa  più  volte 
si  getta,  e  finalmente  annega;  immantinente  ecco 
esce  dalla  fonte  una  pianta  verdissima  di  narciso. 
Nel  contempo,  viene  Eco  sua  innamorata  da  un 
antro,  e  vedendo  morto  l'amante,  si  dispera  do- 
lente di  tanta  sventura  ;  quindi  strappandosi  a 
forza  i  capelli  se  ne  torna  piangendo  nell'antro. 
—  Usciamo  presto  da  dove  non  si  poteva  entrare. 

Grotte    della    Fama  e  del  Dio  Pane. 

Visto  anclie  la  stanza  segreta,  torniamo  addie- 
tro dal  giardino  dei  profumi  eletti,  per  iscendere 
a  mano  sinistra,  due  scale  fornite  di  cordoni, 
che  mettono  a  pie  del  parco  a  mezzogiorno,  ed 
in  capo,  per  conseguenza,  allo  stradone  dèlie  fon- 
tane. Sotto  queste  scale  rimangono  altre  due 
grotte  degne  di  star  vicino  a  quelle  digià  vedute. 

Entrando  nella  prima,  ch'è  quella  della  Fama, 
si  presenta  una  bella  statua  di  marmo  raffigurante 
il  fiume  Mugnone  che,  come  sappiamo,  prende  ori- 
gine poco  distante  dalla  villa;  una  pila,  pure  di 
marmo,  riceve  la  grande  copia  d'acqua  che  la 
statua  ne  versa;  qui  pure  dà  trattenimento  un  ci- 
gno che  beve,  per  quindi  sputar  l'acqua,  al  solito, 
su  chi  lo  guarda.  In  questa  grotta  ve  un  gruppo 
d'ottima  fattura,  e  di  non  meno  ottimo  eff'etto, 
del  quale  si  compone  una  fontana  :  la  Fama  sta  in 
alto  dimenando  l'ali,  e  tiene  in  mano  una  tromba 


260  FIREX/E   AI    DEMIDOFF 


d'oro,  che  mettendosela  alla  bocca  la  fa  suonare 
fortemente  ;  al  disotto  poi  v'è  posta  una  nicchia 
dove  un  uomo  dal  contadinesco  aspetto  sta  se- 
duto con  appresso  un  drago  ;  quell'uomo  prende 
dell'acqua  con  una  tazza,  facendone  il  vero  e  na- 
turale movimento,  ed  abbevera  con  essa  l'animale 
che  a  sua  volta  china  la  testa  e  beve  a  vista 
d'occhio  (1). 

Nella  seconda  grotta  è  la  fontana  del  Dio  Pane. 
Questo  Nume-  si  raffigura  per  mezzo  d'una  statua 
seduta  sopra  diverse  canne  ;  si  vede  rizzare,  si 
vede  muovere  la  testa  e  rigirare  gli  occhi  ;  ha 
fra  le  mani  una  zampogna,  con  sette  buchi  che 
suona  da  maestro,  producendo  gran  diletto  in  chi 
l'ascolta,  e  facendo  ballare  gente  al  disopra  ;  dopo 
aver  suonato  a  suo  talento,  tornasene  a  sedere, 
e  mettesi  a  guardare  una  donna  che  gli  sta  dap- 
presso. È  costei  la  ninfa  Siringa,  la  quale,  come 
sdegnando  d'essere  troppo  guardata  da  quel  ma- 
gico suonatore  di  zampogna,  si  converte  in  una 
canna,  e  spilla  un  chiaro  gorgo  d'acqua.  A  tanta 
metamorfosi  sorge  un  cuculio  sulle  frondi  che 
fan  parte  dell'ornato,  e  s'abbandona  ad  un  canto 
quanto  mai  gentile.  Nell'udire  il  gentil  canto 
del  cuculio  vien  fatto  di  voler  guardar  dov'ei  si 


(1)  Di  questa  grotta  della  Fama  vedasene  rincisione  in 
rame  di  Stefano  della  Bella  nella  Descrizione  dello  Sgrilli, 
e    nel  rammentato  corridoio  della  R.  Galleria. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  261 

trova,  onde  gli  occhi  nostri  han  luogo  d'incon- 
trarsi nelle  altre  bellezze  della  grotta  dalla  vol- 
ta fatta  in  forma  di  mezza  botte,  avente  da  una 
parte  l'arme  della  Casa  Medici,  e  dall'altra  l'arme 
della  Casa  di  Baviera  (1).  Si  tratta  di  bellezze 
molto  somiglianti  a  quelle  già  viste  in  altre  grotte, 
come  bassirilievi,  e  mosaici:  essi  mosaici  sono 
peraltro  composti  di  scagliette  di  marmi  a  co- 
lori svariati,  con  cui  si  rappresentano  molti  grot- 
teschi squisitamente  fatti  ;  e  le  frondi  e  le  foglie 
dove  il  cuculio  prosegue  a  cantare,  si  mescolano 
in  sì  mirabile  guisa  colle  differenti  spugne,  che 
per  quanto  di  congenere  abbiamo  visto,  sembra 
di  vedere  ancora  un  bello  affatto  nuovo. 

Stradone  delle  Fontane. 

Di  faccia  alle  scale  coi  cordoni,  sotto  alle  quali 
lasciam  le  due  grotte  ora  descritte,  par  che  ci  ap- 
pelli un  lieve  rumore  d'acque  cadenti;  forza  è  per- 
correre lo  stradone  delle  fontane,  una  grande  gal- 
leria del  genere  più  nuovo  e  più  inatteso.  Que- 
sto stradone  ha  cinquecento  braccia  di  lun- 
ghezza, ed  è  largo  più  di  quaranta  braccia.  In 
ambo    le    parti,  ad  ogni  sei  passi,  sono  eleganti 


(1)  Il  Granprincipe  Ferdinando  de'Medici  sposò  la  prin- 
cipessa Violante  di  Baviera  nel  1689,  epperciò  si  può  sup- 
porre che  le  armi  delle  due  regie  case  sieno  state  poste 
in  questa  grotta  dopo  fatto  un  tale  parentato. 


262  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

pile  di  marmo  sa  appositi  bassi  muretti;  l'ac- 
qua ne  spilla  dalle  pile  con  veemenza  tale,  che 
i  getti  dell'una  parte  s'innalzano  superbi  e  vanno 
a  cadere  nelle  pile  degli  opposti  getti  ;  nel  l'incon- 
trarsi poi  che  per  aria  i  fili  dell'acqua  fanno 
allorché  un  bel  sole  risplende  al  disopra  di  essi, 
possiamo  ammirare  l'iride  piìi  bello  che  il  cielo 
sia  capace  di  formare;,  e  per  maggiore  bellezza, 
essendo  qui  pure  il  suolo  cosparso  di  minutis- 
sima erba  verde,  la  nostra  vista  potrà  godere  di 
tutto  il  grande  sfondo  vagamente  colorato  come  da 
un'onda  mista  d'argento,  d'oro  e  di  smeraldo.  Coi 
panni  asciutti,  e  colle  membra  imbalsamate  come 
da  soavissima  rugiada,  percorriamo  il  lungo  am- 
pio viale,  ed  una  volta  giunti  al  fondo  là  troviamo 
parecchi  sedili,  al  di  fuori  dei  quali  un'altra  mol- 
titudine di  zampilli  s'innalzano,  e  vanno  a  me- 
scolarsi con  quelli  che  sorgono  dalle  parti  :  quale 
poetico  incanto  !  quale  dolcissimo  diletto.  (1) 

Vasca  della  Lavandaia. 

Presso  a'detti  sedili,  proprio  dirimpetto  al  pa- 
lazzo che  quella  stupenda  volta  d'acqua  così  pro- 
lungata e  trasparente  ci  para  con  magico  effetto, 
rimane  una  vasca  ovale  di  macigno,  dominata  da 
una  statua   di    marmo    di    grandezza 


(1)  Vedasene  l'incisione  in  rame  di  Stefano  della   Bella 
nella  Descrizione  Sgrilli,  e  nel  corridoio  della  R.  Galleria. 


FIRENZE   AI   DBMIDOFP  263 

assai  del  naturale,  raffigurante  una  lavandaia. 
Questa  figura  strizza  con  mossa  naturalissima  un 
pannolino  che  ha  lavato,  dal  quale  fa  scendere 
l'acqua  in  guisa  di  fontana  ;  accanto  le  sta  un  fan- 
ciullo che  in  atto  pur  molto  naturale,  e  assai  cu- 
rioso, s'alza  dinanzi  la  camicia  .  .  .  ma  invece 
d'orinare  versa  un  filo  sottile  di  purissim'acqua  (1). 

Fonte  dì  Calcuioli. 

Al  difuori  dello  stradone  delle  pile,  dall'una 
e  dall'altra  parte,  vi  sono  molte  altre  belle  cose 
da  vedere  ;  epperciò,  fattisi  a  tergo  della  lavan- 
daia, noi  volgeremo  nel  viale  da  parte  di  ponente 
per  tornarcene  al  palazzo;  di  qui  vedremo  per  pri- 
m'opera  la  fonte  di  Calcuioli,  in  una  grotticella, 
composta  d'una  piccola  botte  in  marmo  con  un  sa- 
tiretto  di  bronzo,  il  quale  tiene  in  mano  un  fiasco  ; 


(1)  La  statua  della  lavandaia  e  quella  del  fanciiiUo, 
sono  opere  dello  scultore  Valerio  Gioii.  La  lavandaia  fu 
da  lui  sbozzata  a  Seravezza,  e  di  là  caricata  per  Livorno 
in  una  barca  che  conduceva  qua  degli  altri  marmi  lavo- 
rati. Il  biografo  Baldinucci  fa  di  quest'opera  bellissimo 
elogio,  rassomigliandone  il  soggetto  «  a  quello  che  leg- 
giamo appresso  Ausonio  nella  traduzione  dell'epigramma 
greco  in  lode  della  Venere  che  nel  l'uscir  che  fa  dall'acque 
del  mare  si  preme  le  bagnate  trecce,  detta  perciò  Auadyo- 
mene,  che  in  latino  diremmo  Emergens  —  uscente  dal- 
l'aoqiia.  > 


264  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


non  mesce  del  vino   più  o    meno    fatturalo,   ma 
dell'acqua  limpida  e  rinfrescante  (1). 

Salamandra  e  Contadino, 

Nella  stessa  direzione  camminando,  avviene  di 
trovare  alla  sinistra  una  palude  erbosa,  un  poco 
in  salita,  con  un  laghetto  assai  grazioso  ;  ivi  una 
salamandra  che  misura  otto  braccia  di  lunghezza, 
gettando  dell'acqua  per  bocca  fa  udire  un  suono 
piacevole  ;  e  presso  alla  medesima  è  un  contadino 
che  sta  tagliando  con  un  segolo  dei  giunchi  e 
dell'erbe  di  cui  riempiesi  il  laghetto,  l'acqua  del 
quale  va  scendendo  per  canaletti  dentro  a  dei 
tonfani  vicini  dove  sono  moltissimi  pesci  variati. 

Grotta  dì  Cupido. 

Invece  di  andare  ai  tonfani,  al  pescaione  e  al 
mulino  volgenti  al  mezzogiorno,  seguiremo  il  viale 
che  si  dilunga  in  senso  opposto,  finché  si  giunge 
alla  grotta  di  figura  rotonda,  sormontata  .da  un 
tempietto,  e  adorna  esteriormente  di  spugne  la- 
vorate in  varie  guise,  e  delle  statue  che  le  stanno 
ai  lati.  È  la  grotta  di  Cupido,  dove   la  rozzezza 


(1)  Questo  satiretto  attributo  a  Giambologna ,  trovasi 
ora  nel  E,.  Museo  Nazionale  ;  e  nel  posto  della  fonte  tro- 
vasi una  vaschetta  di  pietra  antica,  ornata  dinanzi  da  un 
masclierone.  L'acqua  vien  sempre  con  Alo  abbondante,  e 
d'una  bontà  rarissima. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  265 

dei  materiali  forma  una  bellezza  molto  rara.  Ba- 
diamo bene  ai  tradimenti  che  fa  l'acqua,  comin- 
ciando dai  tre  scagliani  pei  quali  si  va  dentro  : 
accavalciato  il  primo,  e  messo  il  piede  sul  secondo, 
ecco  dagli  stipiti  di  questo  due  grossi  fili  d'acqua 
che  ci  schizzano  nel  viso;  com'è  naturale,  an- 
dando d'un  balzo  sul  terzo,  facciamo  sì  che  le  a- 
perture  del  secondo  si  chiudono  per  mezzo  d'uno 
scatto,  ed  avrà  un  bel  diventar  pazzo  quell'infradi- 
ciato che  voglia  star  lì  a  cercare  di  scoprir  quel 
gran  mistero  cui  deve  l'abbondanza  d'acqua  che 
contro  sua  voglia  gli  convien  portare  addosso.  Non 
monta  l'adirarsi  ;  tutto  è  per  ischerzo,  e  i  perma- 
losi stiano  a  casa.  Entrati  nella  grotta,  ecco  sopra 
una  pila  di  marmo  a  finissimo  lavoro  la  statuetta 
in  bronzo  del  figliuol  di  Venere,  che  per  un  in- 
gegnoso artifizio  gira  l'accesa  face  che  tiene  in  una 
mano,  dalla  quale  manda  dell'acqua  invece  d'ac- 
cenderci colla  fiamma  del  suo  fuoco  sacro  ;  dal- 
l'altra mano  ha  un  arco  con  quattro  saette,  che 
parimente  girando  schizzano  acqua  da  investirne 
all'improvviso  i  curiosi  più  vicini  e  quelli  più  lon- 
tani. Dentro  ad  altro  bellissimo  vaso  c'è  un  del- 
fino che  si  china  e  s'empie  d'acqua  ;  quindi  solle- 
vandosi ad  un  tratto,  la  sputa  in  faccia  a  quei  che 
gli  s'accostan  per  guardarlo.  E  gli  sgabelli  !  .  .  . 
anche  qui  son  gli  sgabelli  fatali  per  mettersi  a 
sedere  ...  ma  dato  il  caso  che  qualche  incauto 
vi  si  segga,  gli  spilli  dell'acqua  lo  colpiscono  con 


266  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

tant'impeto  nel  petto,  da  parergli  scariche  di  pi- 
stole (1). 

Fontana  dei  Galletti. 

Una  viottola  fatta  a  squadra,  ci  fa  piegare  sa- 
lendo, per  breve  tratto  ad  occidente  menandoci 
a  vedere  diverse  fontane  ;  una  fontana  ettagona, 
molto  graziosa  e  cinta  di  muro,  presenta  quan- 
tità di  vispi  galletti  che  fanno  a  chi  getta  piìi 
acqua  in  una  nicchia.  La  cosa  è  molto  curiosa  ;  ma 
l'andare  a  curiosar  troppo  vicino,  darebbe  nuovo 
gusto  al  fontaniere  .  .  . 

Vasca  della  Ranocchia  con  altro  sarcofago  antico. 

Tornati  a  quell'Amor  che  spegne  invece  d'in- 
fiammare, s'attraversa  un  piccolo  ripiano  molto 
graziosamente  ornato,  ed  una  scaletta  di  qui  ci 
fa  salire  alla  vasca  di  figura  esagona  che  no- 
minasi della  Ranocchia.  L'ammirazione  nostra  è 
tutta  sopra  un  altro  sarcofago  antico  in  marmo 
storiato,  che  rappresenta  la  Caccia  di  Mei  eagro 
al  famoso  cinghiale  devastatore. 

Meleagro,  uno  de'  piìi  grandi  eroi  dell'antichità, 


(1)  Vedasene  l'incisione  fatta  dal  Della  Bella  nella  De- 
scrizione Sgrilli,  e  nel  solito  corridoio  della  Galleria.  Il 
muro  esterno  di  questa  grotta  esiste  tuttora  nella  sua 
forma  intiera. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  267 

figlio  d'Oeneo,  re  di  Calidone  nell'Etolia,  e  d'Al- 
tea, fa  destinato  a  vivere  quanto  avrebbe  durato 
un  tizzo  che  bruciava  nel  momento  della  sua 
nascita.  Altea  spense  subito  il  tizzo  fatale,  e  la 
conservò  con  grande  cura.  Meleagro  si  distinse 
per  coraggio  in  diverse  circostanze  :  prese  parte 
alla  spedizione  degli  Argonauti  ed  uccise  il  ter- 
ribile cinghiale  mandato  da  Diana  a  devastare  le 
terre  d'  Oeneo  ;  prima  però  eh'  ei  1'  uccidesse,  la 
ninfa  Atalante,  che  faceva  parte  delia  caccia,  ebbe 
il  vanto  di  ferirlo,  e  Meleagro  dette  a  lei  la  pelle 
del  cinghiale  morto  in  segno  di  trofeo.  Da  ciò 
nacque  la  micidiale  contesa  nella  quale  l'eroe  am- 
mazzò due  zii,  fratelli  di  sua  madre,  la  perdita 
dei  quali  spinse  Altea  a  tanto  sdegno  verso  il 
figlio,  che  riaccese  il  fatai  tizzo,  e  così  Meleagro 
sentendosi  bruciare  le  viscere  morì  miseramente. 
La  sua  tomba  si  vede  nel  destro  lato  del  sarco  fa  go^ 
presso  la  quale  sono  due  donne  piangenti  (1). 

Ba^no  della  Maschera. 

Ricuperato  il  viale  che  abbiamo  percorso  dalla 
lavandaia  sino  al  Cupido,  lo  seguiteremo  ancora 
fino  al  livello  del  palazzo,  dove  si  trova  il  bagno 


(1)  Anclie  questo  sarcofago  è  riportato  dal  Gori,  op.  e 
voi.  cit.,  a  tav.  XXXVII,  e  trovasi  pure  in  Galleria,  primo- 
corridoio,  vicino  alla  tribuna. 


268  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

COSÌ  detto  della  maschera,  perchè  una  faccia  di 
mascherone  sta  nella  fronte  dell'edifìzio,  e  nel 
mezzo  a  due  piccole  porte  che  mettono  a  due 
scalette  ornate  da  balaustri  ;  dalle  scale  si  scende 
ad  una  vasca  lunga  trenta  braccia  e  venti  braccia 
larga,  ottimamente  scompartita  per  uso  di  bagno, 
e  tutta  imbrecciata  di  pietre  a  colori  diversi.  Anche 
qui  l'acqua  si  può  aver  fredda  e  si  può  aver 
calda,  secondo  il  desiderio  di  chi  si  bagna  ;  ad 
un'altra  comodità  si  è  provveduto  per  soddisfare 
al  gusto  del  bagnante  :  il  fondo  del  bagno  essendo 
declive  si  può  aver  l'acqua  dall'altezza  d'un  quarto 
di  braccio  sin  quasi  all'altezza  d'un  uomo  (1). 

Fontana  del  Contadino. 

Dal  bagno  volgendo  in  una  viottola  da  parte 
di  levante,  cioè  verso  la  testa  dello  stradone 
delle  pile,  andiamo  alla  fontana  composta  d'un 
contadino  nel  mezzo  a  due  statue  antiche,  d'un 
satiro  ed  una  capra.  Il  contadino  sta  in  atto  di 
vuotare  un  barile  dal  quale  1'  acqua  si  versa  in 
un'  urna  antica  dove  è  scolpita  in  bassorilievo 
una  divinità  (2)  ;  il  satiro  poi    sta  muggendo  la 


(1)  Del  bagno  della  Maschera  resta  tuttora  il  segno  su 
cui  s'alza  la  terra  colla  quale  venne  ripieno. 

(2)  Questo  contadino  in  atto  di  vuotare  il  barile  in 
un'urna  si  trova  in  Boboli,  in  fondo  allo  stradone  dello 
stanzone  degli  agrumi,  dirimpetto  alla  celebre  Pallade, 
ma  non  possiamo  garantire  cbe  l'urna  che  ha  dinanzi 
sia  la  stessa  su  cui  si  trovava  in  Prat olino. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  269- 

capra  dalle  cui  poppe  si  versa  dell'acqua  chiaris- 
sima (1). 

Enorme    Gabbia, 

Ora,  volgendo  le  spalle  al  contadino,  conviene 
lasciar  questa  parte  di    ponente,    e  camminando 
per  la  via  dove  ci  troviamo,  s'attraversa  lo  stra- 
done delle  pile,  che  si  lascia  a  dritta,  e  il  prata 
delle  grotte,  che  lasciamo  a  manca  ;  ed    entrati 
dalla  parte  di  levante,  si  giunge  ad  un  boschetto 
assai  piacevole,  dove  si  vede  una  grandiosa  gab- 
bia (2)  da  ogni  parte  racchiusa  con  reti  e  cavalietti 
di  ferro  ;  è  in  oltre  tutta  coperta  d'ellera,  guar> 
nita  d'allori  e  d'altre    piante,    che    mentre    l'ab- 
belliscono le  danno  un  aspetto  tanto  vago  e  tanta 
allegro,  quale  non  si  potrebbe  ne  sperare,  ne  ri- 
dire? Stanno  in  essa  gabbia    moltissimi    volatili, 
di  specie  variatissime,   che  formano  soggetto    di 
divertimento,  e  d'assoluto   interesse  per  chi  s'oc- 
cupa pii^i  0  meno  di  zoologia.   La  stessa    gabbia 


(1)  11  gruppo  del  satiro  e  la  capra  è  del  nominato  scul- 
tore Gioii,  che  oltre  le  opere  di  lui  già  note,  fece  ancora 
per  Pratolino  un'altra  statua  maggiore  del  naturale  raf- 
figurante un  mietitore,  secondo  il  Baldinucci,  la  quale  a 
noi  non  è  dato  rinvenire. 

(2)  Gli  anticlii  la  dicono  lunga  cento  braccia,  con  cin- 
quanta braccia  di  larghezza  ;  ma  lo  Sgrilli  ce  la  dà  per 
lunga  cinquanta  braccia  e  larga  venti. 


270  FIRENZE   AI   DBMIDOFF 

è  sormontata  da  un'altra  della  metà  più  piccola, 
nella  quale  è  collocata  una  fontana  che  dà  Tacqua 
sufficiente  ad  abbeverare  i  sottostanti  animali  delle 
numerose  razze,  e  delle  famiglie  assai  più  nu- 
merose (1). 

Fonte  dell' Ammannato. 

Da  questo  formidabile  gabbione,  si  segue  il  viale 
verso  il  mezzogiorno,  e  un  gran  vivaio,  nel  quale 
guizzano  molti  e  molti  pesci,  ci  capita  dinanzi 
a  un  certo  punto.  Anche  i  pesci  offrono  a  chi 
voglia  un  ammissibil  passatempo,  ma  noi  ci  sen- 
tiamo attratti  dalle  belle  statue  che  al  vivaio  si 
vedono  superiormente  :  sono  le  statue  di  cui  com- 
ponesi  la  fonte  dell'Ammannato.  Ecco  il  motivo  e 
la  descrizione  di  questa  fonte  conforme  ne  dice 
il  Baldinucci  :  «  Malcontento  TAmmannati  della 
mercede  che  il  papa  Giulio  III  gli  dava  per  molte 
opere  a  lui  fatte  in  Roma,  tornò  in  Firenze,  dove 


(1)  In  un  esemplare  della  Descrizione  Sgrilli,  ora  esi- 
stente nella  Biblioteca  Demidoff  alla  villa  di  Pratolino, 
troviamo  alla  flne  un  foglio  manoscritto  dove  si  legge  : 
«  Ricordo  come  in  quest'anno  1778.  E  stata  trasportata 
da  Pratolino  nel  Giardino  di  Boboli  una  gran  gabbia  di 
rame  che  serrava  il  boschetto  per  gli  Uccelli,  come  pure 
molte  statue  che  erano  nei  viali,  e  ne  sotterranei  di  detta 
Villa.  »  Non  sappiamo  la  sorte  che  toccò  in  seguito  a  que- 
sta gabbia,  e  nemmeno  abbiamo  trovato  qualche  docu- 
mento che  ci  dicesse  in  che  consistessero  le  molte  statue 
venute  assieme  in  Boboli. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  271 

il  Granduca  Cosimo  I  l'accolse  con  grande  fa- 
vore, e  gli  dette  subito  a  fare  una  fontana  che 
doveva  stare  nella  gran  sala  del  palazzo  rim- 
petto  alle  figure  del  Bandinelli  ;  per  questa  l'Am- 
mannato  scolpì  sei  belle  statue  di  marmo  assai 
maggiori  del  naturale,  significanti  il  generar  del- 
l'acqua :  tali  furono  una  Giunone  sopra  un  gran- 
d'arco  di  marmo,  dimostrante  l'aria,  e  sotto  l'arco 
Cerere  figurata  per  la  terra,  che  premendosi  le 
mammelle  mandava  fuori  quell'umido  elemento, 
volendo  dare  ad  intendere  che  dalla  terra,  col- 
l'aiuto  dell'aria,  sgorgano  i  fiumi  ;  alle  quali  perciò 
una  ne  aggiunse  d'un  vecchio  figurato  per  lo 
iiume  d'Arno,  ed  un'altra  d'una  donna  che  signi- 
ficava la  fontana  di  Parnaso  :  similmente  un'altra 
statua  fatta  per  la  città  di  Firenze,  ed  una  che 
per  l'ancora  che  teneva  in  mano,  impresa  del 
medesimo  duca  denotava  la  temperanza  e  la 
maturità  del  consiglio.  In  tempo  occorse  che  il 
granduca  Francesco  fu  sconsigliato  dal  dar  luogo 
a  tal'opera  in  quella  sala,  onde  colle  medesime 
statue  fece  f:ire  nella  sua  real  villa  di  Pratolino 
una  bellissima  fontana  (1).  » 


(1)  Quando  Miclielangiolo  Buonarroti  fu  richiesto  dal 
Granduca  Cosimo  I  di  dare  il  suo  giudizio  sul  modello 
fatto  dal  Vasari  della  gran  sala  di  Palazzo,  col  disegno 
della  fontana  dell'Ammannati,  cosi  da  E-oma  ne  scrisse 
al  medesimo  Granduca,  25  Aprile  1560  :  «  Quanto  alla 
fontana  di  Messer  Bartolommeo  che  va  in  detta  sala,  mi 


272  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

La  fontana  s'innalza  sov  '  i  una  bella  vasca  di 
figura  ovale  ;  ed  è  sotto  ai'r;  vasca  un  piano  quadra 
di  pietra,  sulle  cui  quy.Uro  cantonate  stanno  dei 
tronchi  di  pietra  similmente,  fra  loro  intrecciati 
e  d'altezza  notevole,  sostenenti  ciascuno  un  gran 
volatile  che  guarda  verso  mezzogiorno  ;  lo  stesso 
piano  è  poi  circondato  da  un  parapetto  a  ba- 
laustri, dintorno  al  quale  stanno  diversi  sgabelli 
fatti  a  mensola. 

Monte   Parnaso. 

Passiamo  adesso  il  gran  vivaio  coi  vivai  minori 
che  gli  succedono,  lasciando  a  sinistra  un  altro 
giardino  delizioso,  dov'abbondano  i  frutti  più  squi- 
siti, e  seguiamo  il  viale  sino  a  quel  prato  ch'è 
presso  all'uscita  meridiana  del  parco  ;  prima  però 
d'arrivare  ad  esso  prato,  pieghiamo  un  poco  a 
mano  destra,  e  vedremo  il  Monte  Parnaso  colle 
nove  Muse.  Questo  monte,  di  notevole  altezza, 
rimane  in  un  bosco  di  lauri  tribisondi,  ed  è  sor- 
montato dal  cavallo  Pegaseo.  Anzi  tratto  si  fa 
vedere  un  gran  mascherone  che  stralunando  gli 
occhi  e  movendo  la  bocca  per  modo  da  destar  la 
meraviglia  e  lo  spavento  insieme,  sputa  fuori  mol- 


pare  ìina  bella  fantasia  e  che  riuscirà  cosa  mirabile  ;  dal 
cbe  io  prego  Dio  cbe  vi  dia  lunga  vita  acciò  che  quella, 
possa  condurre  e  queste  e  dell'altre  cose.  »  La  lettera  è 
nella  raccolta  del  Gaye,  tomo  terzo,  pag.  35.  — 


FIRENZE    Al    DEMIDOFF  273 

t'acqua  con  cui  colpisce  arditamente,  chi  più 
l'avvicina  per  esaminarlo  meglio.  Se  il  masche- 
rone produce  gli  effetti  ai  quali  è  destinato,  più  ci 
allettano,  per  la  bellezza  loro,  le  statue  di  marmo 
che  gli  soprastanno.  Son  queste  statue  nel  nu- 
mero di  dieci,  e  raffigurano  le  nove  Muse,  che 
suonan  variati  strumenti,  ed  Apollo  che  superior- 
mente ad  esse  rimane.  Il  suono  che  fanno  le  Muse 
s'accorda  per  eccellenza  con  quello  d'un  organo, 
e  ne  avviene  una  musica  diletta.  Volendo,  si  può 
benissimo  entrare  nel  monte  per  vedere,  ed  esa- 
minare le  macchine  messe  in  moto  dall'acqua 
percui  suonan  le  Muse  e  l'organo,  e  percui  si 
muove  il  mascherone,  ma  per  soddisfare  a  questo 
desiderio,  c'è  il  rischio  di  trovarsi  peggio  che 
nel  diluvio,  inquantochè  varcando  la  soglia  della 
entratura,  ecco  tosto  un  incrociarsi  d'acqua  che 
nasce  da  tre  fontane  che  buttano  con  estrema 
veemenza  ;  nuova  strana  pioggia  che  ci  sorprende 
e  ci  sbalordisce,  e  quanto  più  facciamo  per  iscan- 
sarla,  tanto  più  le  andiamo  incontro. 

Fontana  della    Rovere. 

Dal  monte  Parnaso  andando  dell'altro  a  dritta, 
e  quindi  volgendo  a  mezzogiorno,  vediamo  per 
ultima  fonte  quella  della  Rovere,  una  vasca  di 
figura  ettagona,  con  una  statua  su  ciascun  angolo 
e  contornata  di  muricciuoli.  —  Nel  luogo  di  essa 

FIRENZE   AI    DEMIDOFF  18 


274  FIRENZE   AI    DEMIDOF 


fonte  è  già  stata  un'antica  quercia  di  siffatte  pro- 
porzioni, che  aveva  sulla  cima,  dove  salivasi  per 
mezzo  di  due  scale  coperte  di  foglie,  uno  spazio 
di  sedici  braccia  ,  nel  quale  spazio  era  una  tavola 
e  diversi  sedili  che  servivano  per  dei  conviti  : 
da  quivi  sorgeva  poi  una  fonte  superba  com- 
posta di  varie  statue  in  marmo  (1).  —  L'uscita 
meridiana  del  Parco  rimanendoci  a  due  passi, 
possiamo  profittarne  per  andare  a  raccontare 
quanto  meritata  sia  la  celel)rità  che  gode  Pra- 
tolino. 


Nei  manoscritti  della  nostra  Pv..  Galleria,  si  trova 
una  miscellanea,  al  cui  n.  38  è  la  seguente  : 

Nota  di  statue  ayitiche  in  marmo  esistenti  7iel 
Palazzo  di  PratoUno  (2)  : 

Teste  n.  X  buone.  Fra  queste  vi  sono  due 
Giulie  Pie  ed  una  Faustina. 

Due  vasi,  un'antico  bello,  ed  il  compagno  mo- 
derno. 

Yn  basso  rilievo  moderno  bello  e  tre  figure  di 
metallo  moderne. 


(1)  Stefano  della  Bella  fece  dell'antica  quercia  colla  fonte 
una  stupenda  incisione  che  si  vede  nella  Descrizione  dello 
Sgrilli  e  nella  R.  Galleria,  luogo  più  volte  indicato. 

(2)  La  nota  non  porta  nessuna  data  ;  ma  paragonandone 
la  calligrafia  con  altri  manoscritti  abbiamo  potuto  sup- 
porre, ed  oseremmo  dare  per  certo,  che  fu  scritta  nel  1722. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  275 

Nel  ho  SCO. 
Vaa  testa  di  donna  incognita. 

Nel  Parnaso. 

Vna  statuetta. 
Yn  vestito  sedente. 

Nella  Ranocchia. 
Vna  statua. 

Nella  Maschera. 
Vna  Pallade  e  la  stimata  Giunone  bella. 

Nel  Villano. 
La  caduta  di  Fetonte,  bassorilievo  in  un  pilo  (1). 

Nel  T£atro  (ì)  cleW Appennino 


Statue  di  donne  n.  3. 
Vestali  n.  3. 
Vn  bel  nudo. 


(1)  Abbiamo  sbagliato,  a  pag.  239,  nel  porre  l'urna  colla 
caduta  di  Fetonte  alla  loggetta  d'Esculapio,  invece  di  porla 
alla  Fontana  del  Contadino.  Yalga  qui  la  rettifica.  E 
giaccliè  siamo  a  confessare  i  nostri  errori,  sia  tanto  cor- 
tese il  lettore  di  leggere  a  pag.  232,  linea  8  :  colla  sini- 
stra mano,  e  non  colla  destra. 


276  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


Vestiti  alla  Consolare,  o  senatoria  n.  4. 
Vna  testa  di  Giove. 

Vn  Pilo  con  le  forze  di  Ercole  assai  bello, 
Vn  busto  moderno  di  Cleopatra  bello,  sta  diste- 
so in  terra. 

yella  stanza  delle  monizioni. 

Vna  testa  di  donna. 

Vn  torso  di  Fauno. 

Testa  di  Baccante  assai  bella. 

Testa  con  busto. 

Busto  d'vn  giouinetto. 

Tutte  queste  ristaurate  dove  n'hanno  bisogno 
e  ripulite  dall'ingiurie  del  tempo,  possono  collo- 
carsi nella  Galleria. 


->$=%^^S^' 


Oapitolo  III. 


Cenni  storici  sulle  cava  dai  marmi  di  Seravezza  —  Michelangiolo  e  la 
Facciata  di  San  Lorenzo  —  Come  le  prime  scavazioni  dei  detti  marmi  ser- 
vissero alla  ricciiezza  delle  opere  d'Arte  che  a  Pratollno  destarono  l'uni- 
versale ammirazione. 


v  ON  CI  sembra  inopportuno  di  parlare  al- 
cun poco  in  questo  capitolo  delle  cave 
<^2^iél5  dei  marmi  di  Seravezza,  persuasi  e  con- 
vinti che  le  prime  scavazioni  delle  medesime 
servirono  a  scolpire  tante  statue  portentose  che, 
insieme  alla  gran  copia  delle  antichità  romane, 
pompeggiaron  di  bellezza  in  Pratolino,  onde  con 
pili  ragione  quel  Principe  che  della  regia  selva 
s'era  fatto  proprietario  potesse  altamente  gridare 
ai  principi  stranieri:  venite.,  vedete  e  giudicate! 
—  E  come  gli  stranieri  principi  venissero,  e  rima- 
nessero compresi  d'ammirazione  e  di  meraviglia, 
sarebbe  inutile  ripeterlo.  Nel  tempo  che  si  edificava 
Pratolino,  i  marmi  seravezzesi  pigliavano  l'anima, 
si  può  dire,  e  la  favella  dai  luminari  dell'Arte 
toscana,  e  cominciarono  a  propalarsi  nelle    pia- 


278  FIRENZE   AI   DEMIDOFP 


glie  lontanissime,  dove  parlando  un  immortale 
linguaggio  ingentilivano  e  nobilitavan  gli  uomini  : 
il  nome  di  Seravezza  è  ormai  diventato  celebre 
quanto  il  nome  di  Carrara. 

È  noto  che  la  breccia  di  Stazzema,  villaggio  a 
quattro  miglia  da  Seravezza,  ebbe,  in  un'epoca 
molto  più  remota,  rinomanza  grande,  e  «  si  trova 
infatti  adoperata  nei  monumenti  antichi  dei  Ro- 
mani ;  nelle  arti  è  conosciuta  sotto  il  nome  di 
Seravezza  vecchia.  E  pare  che  nei  tempi  di  mezzo 
fosse  stata  ancora  usata  con  molta  profusione, 
soprattutto  nelle  chiese  d'Italia,  dove  accade  di 
vederla  adoperata  in  forma  di  colonne,  di  pi- 
lastri, di  tavole  (1).  » 

Di' scavazioni  colossali  però  non  se  ne  parla 
sino  a  Michelangiolo  il  divino  ;  ed  il  principio 
della  storia  di  sì  memorande  imprese,  può  con- 
sistere in  un  importantissimo  atto  pubblico  del  18 
maggio  1515  (2).  In  esso  atto,  che  si  fece  in  terra 


(1)  P.  Pilla  Cenni  sulla  ricchezza  minerale  della  Toscana, 

(2)  Carlo  Frediani  trovò  quest'atto  nell'Archivio  Comu- 
nale da'  Notar!  di  Massa  di  Carrara,  e  lo  pubblicò  nel  1837 
in  un  opuscolo  per  le  nozze  Monzoni-Borghini,  col  ti- 
tolo :  Ragionamento  storico  sitile  diverse  gite  che  fece  a 
Carrara  Michelangiolo  Buonarroti  ;  e  poi  nel  1875,  ne  dette 
una  seconda  edizione  in  Siena,  cui  tolse  la  lettera  dedica- 
toria. L'eruditissimo  Repetti  ne  fa  tesoro  nel  V  volume 
del  suo  Dizionario  Geografico  della  Toscana  da  noi  di  già 
citato. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  279 


Seracetice  in  hospitale  S.  Marice,  vi  delicet  al 
Ponte  di  la  Campanella  etc,  dal  notare  Antonio  di 
Peregrino  del  fu  Pietro  Cartile  di  Gragnola  nella 
Lunigiana,  abitante  allora  in  Massa,  si  contiene 
la  nomina  di  due  Sindaci  per  recarsi  a  Firenze 
ad  offrire  a  questo  Comune  il  Monte  detto  di  Ce- 
ragiola  e  quello  Altissimo  in  quibus  dicitur  esse 
cava  et  rnineria  prò  marmorihus   cavancU  eie. 

«  Adunatisi  quivi,  dice  l'atto,  in  numero  di 
cento  diciannove  persone  a  suono  di  campana, 
more  et  loco  consueto,  gli  uomini  del  Comune 
di  Seravezza,  vicariato  di  Pietrasanta,  distretto 
della  Repubblica  Fiorentina,  preceduti  da  due 
Consoli,  deliberarono  concordemente  per  mezzo 
dei  loro  Sindaci,  fra  i  quali  oravi  un  Tomeo  del 
fu  Luca  Tomei  dello  stesso  Comune,  donare  all'ec- 
celso dominio  e  popolo  fiorentino  che  ne  aveva 
fatto  preventiva  richiesta,  il  monte  denominato 
Altissimo,  e  il  monte  di  Ceragiola  situati  nelle 
pertinenze  di  Seravezza  e  della  Cappella,  nei  quali 
monti,  si  dice,  che  possino  esservi  dei  marmi 
da  scavare.    » 

Ed  oltre  ai  due  predetti  monti,  dove  dicevasi 
che  vi  potessero  essere  dei  marmi  da  scavare, 
donò  pure,  il  Comune  Seravezzese  al  dominio 
fiorentino,  gli  altri  luoghi  del  suo  distretto,  con 
tanto  terreno  che  bastasse  a  far  la  strada  per 
condurre  i  marmi  dalle  cave  al  mare. 

Come  assenna-tamente  osserva  il  prefato  Repetti, 


280  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

un  simile  documento  riesce  prezioso  per  due  mo- 
tivi :  il  primo,  oltre  di  servire  ad  attestare  che 
fino  al  1515  non  s'erano  aperte  cave  di  marmi 
né  alla  Cappella,  ne  al  monte  Altissimo,  nò  in 
altri  luoghi  della  Pania  pietrasantiaa,  vai  pure 
ad  assicurare  che  il  merito,  se  non  della  prima 
scoperta,  almeno  delle  prime  scavazioni  è  impre- 
teribilmente dovuto  ai  fiorentini  ;  il  secondo  poi 
discopre  il  luogo  dove  gli  uomini  del  Comune  si 
adunavano,  cioè,  al  disopra  della  confluenza  del 
Rimagno  nel  torrente  Ruosina,  o  Rosina,  dove 
sino  d'allora  era  un  ponte  detto  della  Cappella, 
cui  poco  dopo  succederono  i  primi  tentativi  di 
Michelangiolo  Buonarroti  mandato  a  Seravezza 
per  ordine  di  Leone  X  a  cavare  i  marmi  che  si 
destinavano  alla  facciata  della  basilica  di  S.  Lo- 
renzo. 

Fu  per  conto  di  questa  facciata  che  Michelan- 
giolo  Buonarroti  scoprì  e  scavò  i  primi  marmi 
dalle  montagne  di  Pietrasanta  e  Seravezza,  ed  in- 
traprese a  fare  la  strada  del  monte  Altissimo  da 
dove  doveano  calare  i  marmi  più  bianchi  e  più 
fini  che  all'arte  statuaria  potessero  convenire. 
Colla  facciata  di  San  Lorenzo  s'era  proposto,  il 
più  grande  artista  del  mondo,  di  fare  l'opera  più 
bella  per  iscultura,  e  per  architettura,  di  quante 
sino  allora  se  n'erano  fatte  in  Italia;  ma  venuto 
a  fatale  rottura  col  papa    Leone,    quell'opera  si 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  281 

lasciò  cominciata  appena  (1),  ed  i  prodigiosi  tenla- 
tivi  fatti  da  quel  grande  avvantaggiando  le  nuove 
cave  rimasero  pressoché  abbandonati  per  quasi 
cinquant'anni. 

Le  condizioni  di  quella  contrada  furono  peral- 
tro trovate  assai  promittenti  dal  primo  Granduca 
di  Toscana,  Cosimo  I,  sovrano  molto  appassio- 
nato di  far  pompa  dei  prodotti  mineralogici  e 
litologici  del  suo  Stato,  e  che  non  volea  soffrire 
di  ricorrere  altrove  per  quei  prodotti  che  in  suolo 
toscano  si  poteano  trovare.  Rivolta  l'attenzione 
alla  Pania  pietrasantina  dove  Michelangioio  avea 
fatto  l'avviamento,  fece  riprendere  gli  ardime- 
mentosi  e  formidabili  lavori  presso  il  monte  Al- 
tissimo, mandandovi  A^asari,  Giambologna,  l'Am- 
mannati,  A^incenzio  Danti  di  Perugia,  Francesco 
Mosca  detto  il  Meschino,  Valerio  Gioii,  e  molti 
altri  scultori  famosi  del  tempo  i  quali  avevano 
l'incarico  di  cavare  minerali  e  marmi.  Il  principe 
Francesco,  che  fa  poi  Francesco  I,  non  meno  del 
padre,  col  quale  governava  insieme,  si  prese  a 
cuore  le  nuove  cave,  e  fra  sovrani  ed  artisti  co- 
minciò un  carteggio    animatissimo,   dilettevole  a 


(1)  Per  la  facciata  di  San  Lorenzo,  Micliel angiolo 
cavò  marmi  dalle  m:)ntagae  di  Fietrasanta  e  Seravezza 
dal  1517  al  1520.  Di  questa  facciata  daremo  la  storia  in 
altro  luogo,  più  estendendosi  ancora  su  quella  delle  nuove 
cave  in  quel  periodo  di  tempo,  colla  scorta  dei  preziosi 
documenti  da  Miclielangiolo  forniti. 


282  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


leggersi  ed  interessante  quanto  mai  si  può  dire, 
del  quale  se  ne  sono  radunate  in  abbondanza  le 
filze  di  Codici  nel  R.  Archivio  di  Stato  (1). 

Fra  quelli  artisti  succeduti  a  Michelangiolo  (2), 
guai  a  chi  fessesi  azzardato  di  proporre  dei  marmi 
di  Carrara  pei  regi  edifizi  che  allora  venivano 
di  marmi  abbelliti  ed  arricchiti,  tanto  in  Firenze 
quanto  fuori  di  Firenze.  A  Francesco  Meschino, 
che  dalle  nuove  cave  aveva  l'ordine  di  trarre 
vasche,  tazze  e  pili,  il  granduca  Cosimo  fece  dire, 
per  mezzo  di  Matteo  Inghirami  ch'era  in  quella 
provveditore  a  Pietrasanta,  «  che  se  voleva  tórre 
a  Carrara  il  marmo  per  il  signor  Don  Garzia,  spa- 
gnuolo,  egli  non  gliene  volea  vietare,  ma  per  noi, 
né  p(?r  cose  dei  nostri  Siaiij  non  vogliamo  si  la- 
vori marmi  di  Carrara.  » 

Quando  nel  1567  tratta  vasi  di  far  cavare  a  Se- 
ra vezza  il  marmo  per  il  gruppo  Firenze  che  tien 
sotto  uno  schiavo,  dipoi  chiamato  la  Virtìi  che 
trionfa  sul  vizio,  il  quale  fu  scolpito  da  Giambo- 
logna  per  palazzo  Vecchio  (3),  fa  credere  il  Va- 
sari, scrivendo  di  Vincenzio  Danti,  che  questo 
scultore  aspettava  «  d'ora  in  ora  »  il  marmo  per 
fare  la  statua   sedente  del  Granduca  Cosimo  che 


(1)  Giovanni  Gaye,  trasse  da  questi  Cadici  buon  numero 
di  lettere  importauti,  che  nel  1837  pubblicò  nel  terzo  tomo 
del  suo  Carteggio  inedito  d'Artisti  dei  secoli  XIV^XV  e  XVI. 

(2)  Michelangiolo  mori  a  Roma  nel  1564. 

(3)  Passò  al  R.  Museo  Nazionale  nel  1868. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  283 

infatti  si  collocò  in  testa  degli  Ufizi  tra  la  Gitt- 
stizia  ed  il  Rigore  giacenti  dello  stesso  artista  (1). 
Potendosi  supporre  che  questo  marmo  si  dovesse 
cavare  dal  monte  Altissimo,  non  sarebbe  stato 
cavato  che  nel  1568,  conforme  la  lettera  che  di 
Pietrasanta  scrive  il  provveditore  Matteo  Inghira- 
mi  al  Principe  Francesco,  in  data  8  giugno  di  tale 
anno,  nella  quale  dice  :  «  Sabato  passato  con  il 
nome  di  dio  si  gettò  giù  il  primo  pezzo  del 
marmo  cavato  dalla  cava  del  Altissimo.  Il  qual 
pezzo  era  pii^i  di  60  carrate,  et  sé  rotto  in  diversi 
pezzi  per  la  di  Acuità  del  ravaneto  pien  di  massi 
schoperti  ;  un  pezzo  è  restato  saldo  a  mezzo  il  ra- 
vaneto, uno  pezzo  di  5  br.,  grosso  2  e  largo  2, 
che  nescie  la  Aura  che  debbo  fare  Vincenzo  Pe- 
rugino per  e  magistrati.  Gli  altri  pezzi  sono  di 
due  e  tre  carrate  l'uno,  come  tutto  à  visto  duo 
omini  mandati  qui  da  Francesco  di  Ser  Iacopo  e 
da  Gian  Bologna,  scultore,  che  di  tutto  restano 
interamente  satisfatti,  e  ne  portone  le  mostre  (2)  ; 
et  hanno  visto  un  altro  gran  pezzo,  intorno  al 
quale  non  sarà  molto  che    fare  al    gettarlo   giù, 


(1)  Questa  figura  sedente  di  Cosimo  1,  fu  sostituita,  nel 
1584,  da  quella  in  piedi  del  medesimo  reguante,  fatta  da 
GiamBologna,  e  che  fra  le  medesime  giacenti  figure  oggi 
si  vede. 

(2)  Il  pezzo  grosso  non  piacque  al  Gran  duca,  perchè 
lo  trovò  livido,  e  comandò  che  per  la  statua  cui  si  desti- 
nava se  ne  cavasse  un  altro  blocco. 


284  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


dove   disegniano  di  cavare  la  fìura  di   Gian  Bo- 
logna (ì).  » 

Due  lettere  molto  importanti,  riguardo  alla 
strada  dell'Altissimo  in  quella  parte  che  il  grande 
Michelangiolo  aveva  incominciata,  e  che  non  potè 
veder  compiuta,  sono  certamente  quelle  che  lo 
stesso  Danti  scrive  da  Seravezza  al  medesimo 
Principe,  una  in  data  del  27  giugno,  ed  una  in 
data  2  luglio  1568.  Per  amore  di  brevità,  noi  ri- 
produciamo soltanto  la  seconda,  che  è  nei  termini 
seguenti  : 


'O 


«  Illustrissimo  et  Eccellentissimo  Signor  Principe 

«  Scrissi  a  V.  E.  I.  per  un'altra  mia  come  io 
avevo  di  già  cominciato  a  cavar  al  Altissimo  in 
dua  luoghi,  dove  che  lunedì  avendo  di  già  fatto 
lavorare  dua  giorni,  et  avengha  che  parte  delti 
cavatori  in  quella  cava  che  avevano  principiata, 
stavano  circa  sessanta  braccia  in  alto  a  cavare, 
et  avevano  a  starre  legati,  veggiendo  questa  di- 
Hcultà,  la  quale  era  ancora  aconpagniata  conuna 
altra,  perciò  che  nel  l'altro  luogho  dove  si  vede- 
vano bianchissimi  marmi,  come  scrissi  a  Y.  E.  I. 
nel  Faltra  mia,  non  riescivano  molto  bene  oltre  le 
diticultà  di  condurli  sani,  me  mossi  di  lasù  doppo 
desinare,  et  mene  andai  con  dna  di  loro  per  ve- 


(1)  Probabilmente  la  Firenze. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  285 

dere  uu'  altra  volta  meglio  quello  che  Michela- 
gnolo  Biionaroti  voleva  fare  di  quel  pezzo  di  strada, 
che  è  avanzato  di  sopra  la  strada  nova,  et  tra- 
passando una  ripa  quando  fui  in  cima  di  essa 
per  volermene  callare  diverso  la  polla  del  fiume, 
la  quale  V.  E.  I.  à  veduta,  noi  vedenmo  un  tiro 
di  sasso  sopra  a  essa  polla  un  principio  di  ca- 
nale molto  agevole,  et  a  capo  di  esso  vedeva  di 
lontano  massi  di  marmi,  dove  che  per  la  facilitcà 
che  aveva  quel  ravaneto  ci  conducenmo  sino  in 
capo,  et  scoprimo  il  tesoro  de'  marmi  bianchi  sta- 
tuari dua  volte  in  magior  quantità  che  non  è  al 
Altissimo,  né  meno  al  Piastrone,  il  quale  è  quello 
che  à  il  canale  ove  esce  la  polla,  perciò  che  an- 
cora costi  vi  sono  quantità  grandissima  di  marmi, 
ma  non  sono  cosi  bianchi  e  statuarii  come  questi 
chio  dico,  delli  quali  ne  mando  de  quattro  sorte 
di  saggi,  levati  in  diversi  luoghi,  ma  non  bi- 
songnia  pensare  che  tra  le  bianchezze  non  vi  sia 
qualche  macchia,  come  si  vede  in  quel  pezzo  pi- 
celo ;  ne  sono  di  buone  saldezze,  et  tra  laltre  vene 
una  di  trenta  braccia  di  larghezza  et  di  altezza, 
a  la  quale  ve  si  sta  comodamente  a  piede  e  di 
sopra,  come  ancora  in  di  molti  altri  luoghi,  delli 
quali  in  dua  ò  di  già  cominciato  a  cavare,  perciò 
che  quando  io  vidi  tanta  quantità  di  marmi  belli 
e  il  ravaneto  fatto  benissimo,  senza  pericolo 
di  romper  mai  pezzo  alcuno,  ne  risolvei  a  met- 
tere i  cavatori  in  tal  lato   dove   oggi  fo  cavare, 


286  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


et  si  trova  comodo  aviamento.  questa  sera  ò  bu- 
chato  già  un  pezzo,  che  è  di  quel  saggio  più  gial- 
lotto,  ma  non  b.isongnia  pensare  di  potersi  molto 
ben  servire  di  queste  superficie,  come  si  serverà 
di  quelli  che  saranno  sotto,  tutte  le  cave  sono 
defìciliin  darli  aviamento,  et  li  pezzi  grandi, 
come  son  questi  che  abbiamo  de  bisongnio  noi, 
non  si  trovano  così  in  un  punto  in  prima  giunta, 
il  manomettere  le  grandezze  è  di  grande  spesa, 
come  sarebbe  il  voler  cavare  da  quel  pezzo  grande. 
«  Quello  che  me  pare  daver  fatto  fino  a  qui 
si  è  lo  aver  trovato  cave  abundantissime  di  marmi 
bianchi  et  statuari i,  et  ancora  gran  quantità  da 
opera  di  quadro,  che  sono  bellissimi  et  di  gran 
saldezza,  e  luoghi  che  si  sta  con  piedi  in  terra  a 
cavare,  il  ravaneto  dolcie  e  senza  falli  o  balze 
alcuna,  per  la  sicurtà  de'  marmi  la  salita  è  un 
terzo  manche  che  quella  del  Altissimo,  il  qual 
nome  è  proprio  di  questo  dove  sì  cava  ora,  e  non 
di  quel  altro,  per  che  si  chiama  la  costa  a  cane, 
a  questo  tal  monte  era  la  intenzione  di  Miche- 
langelo di  condursi  con  la  strada,  perciò  che 
avemo  trovato  in  di  molti  luoghi  deli  M  in  quei 
massi,  et  testati  con  ferri.  Circa  poi  l'acomodare 
il  condurre  de'  marmi,  non  bisognia  nel  ravaneto 
fare  spesa  de  dieci  scudi  ;  è  ben  vero  che  bisongnia 
rasettare  la  strada  di  Michelangelo  in  di  molti 
luoghi,  et  agiungere  un  altro  pezzo  di  misura  di 
canne  86,  de  4  br.  la  canna,  la  quale  ò  fatta  que- 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  287 


sta  sera  misurare,  la  spesa  di  aconciare  tutto 
per  avere  i  marmi  alla  marina,  penso  che  du- 
gento  scudi  abbino  a  bastare  senza  dubbio  alcuno, 
et  aciò  vede  V.  E.  I.  la  facilità  di  queste  cave, 
questa  sera  me  anno  detto  li  cavatori  che  io  abbi 
da  esser  mezzo  con  V.  E.  I.  di  farli  bavere  que- 
sto aviamento  sopra  di  loro,  obligandosi  a  dare 
per  un  pregio  onesto  li  marmi  a  tanto  la  carrata, 
so'  per  fare  patti  con  esso  loro  circa  li  nostri  mar- 
mi, che  li  piglieranno  a  cavare  a  loro  spese,  e 
darli  abossati  con  esparmio  assai  più  che  non 
era  prima  il  pregio  di  Carrara,  io  lo  farei  volen- 
tieri pacendo  (sic)  a  V.  E.  L,  perchè  avendosi 
a  cavare  marmi  grossi  di  2  br.,  potrei  stare  dua 
mesi  0  più  prima  che  sì  havessero  saldi  ;  ma 
loro  non  sì  curarebbero  di  tal  cosa,  per  ciò  che 
caverebbero  in  questo  mentre  di  molti  altri  marmi 
da  opere  di  quadro,  a  me  parrebbe  non  fosse  poco 
che  in  questo  principio  havessemo  chi  ci  inviasse 
queste  cave  senza  pensare  di  aprire  nove  bote- 
ghe  di  salariati,  perchè  non  vogliono  essere  altri- 
menti, a  me  à  bisongniato  pigliarne  dua  a  mesate 
seli  ò  voluto  avere.  Messer  Mateo  è  conforme  a 
questa  opinione,  et  di  tanto  li  parrebbe  per  molte 
cause  si  facesse  —  V.  E.  I.  si  dengnerà  farmi  scri- 
vere quanto  li  occorre  circa  questo  negotio,  et 
ancora  la  suplico  che  la  mandi  sin  qua  a  vedere 
qualcheduno  intendente  di  tutto  quello  che  io  li 
scrivo,  et  ancora  maestro  Giovanni  da  Montaguto 


288  *  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


per  conto  della  strada  uno  assengnamento,  se  a 
FEccellenza  V.  par  tal  cosa  à  proposito,  non  dirò 
altro  etc.  » 

Al  Principe  Francesco  piacque  sommamente 
l'abbondanza  dei  marmi  statuari  che  scopriva  il 
Danti,  ne  meno  gli  piacque  la  facilità  di  condurli  a 
basso  con  poca  spesa.  Gli  dette  carta  bianca,  gli 
comandò  di  rimanere  sul  luogo  fino  a  nuov'ordine, 
e  lo  fornì  dei  mezzi  richiesti.  Tocca  quindi  a  Giam- 
bologna  il  vanto  di  cantare  la  vittoria  in  tuono 
pili  solenne,  la  vittoria  cioè  di  calar  dal  monte 
Altìssimo  fra  l'allegria  del  popolo,  la  prima  sta- 
tua sbozzata,  quella  della  Firenze,  per  condurla 
sana  e  salva  alla  marina. 

La  lettera  in  proposito  di  Giambologna  scritta 
pure  al  Principe  Francesco  da  Seravezza,  porta 
la  data  del  24  maggio  1568,  ma  tanto  dal  conte- 
nuto della  medesima,  quanto  dalla  filza  cui  appar- 
tiene, rileva  il  Gaye  che  dev'essere  del  1569  ; 
alla  quale  convinzione  noi  ci  associamo  piena- 
mente, ed  eccola  qui  scritta  alla  filosofo,  come 
dice  Giambologna,  seppure  ai  filosofi  è  permesso 
di  straziar  due  lingue  per  iscrivere  una  lettera  : 

«  Illustrissimo  Signor  Principe  patron  mio 

<  So  que  a  V.  E.  I.  plachi  pieoìi  et  fatti  que 
parolla,  per  questo  aspetatti  sino  a  la  prezenti  a 
escrive  questo  duo  verso  per  farli  intendere  que 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  289 

io  sono  a  fino  de  le  facendo,  ciò  è  el  tanti  (jue 
Ile  ma  cotnmeso.  ogio  averne  conduti  el  marmi 
per  la  fiorense  de  vostro  E.  I.  a  marina  :  pa- 
sando  per  Seravese  el  popolo  se  et  resentito  con 
grandissimo  alegresse,  Gridando  palle  palle,  re- 
more di  canpana,  arquebouse;  tronbon,  corne- 
moase.  Et  grando  espaso  a  vedere  baiavo  omma, 
vece  et  dona,  per  la  gran  satisfasion  che  ano 
avoiito  a  vedere  la  prima  figoura  di  marmi 
bianco  ocire  fuora  di  quel  monto  Haltissimo,  et 
ano  fato  tanta  el  gran  cridara  palla  pale,  che 
per  me  erede  che  lavorano  sentita  sina  Carrare. 
Et  se  io  sono  estati  pieoìi  che  la  ragioni  in  que- 
sto monto,  V.  E.  I.  maverà  per  escousatti  :  tout 
cave,  dove  non  sé  mai  exercitato,  nel  principe 
si  va  de  la  difìgoultà,  et  ancora  aveme  avoutto 
cative  tempo,  ciò  è  aqua  assai,  que  si  à  itrerotto 
le.  facendo,  domano,  se  sarà  possibile,  si  cargnerà 
la  figoura  et  le  4  pecette  di  marmi  bianco,  que 
vanno  seta  a  la  fasada;  micio  sono  cavatti  et  espo- 
satti,  et  fra  2  ou  3  di  serano  a  marina,  in  soma 
se  sera  possibile  volio  vedera  el  tout  in  maro, 
avolo .  partirmi,  la  tassa  de  micio  in  3  ou  4  dì 
sera  finito  desbosaro,  et  son  cavati  le  pietre  de 
micio,  que  vanno  ne  lad.  fonta.  in  soma  que  el 
barbon  se  è  portato  bene  in  queste  pocquo  iorno, 
que  io  da  estaro  qua;  se  V.  E.  I.  avese  besonio 
d'altro  coso  di  questo  arte,  mi  sera  favo  di  farme 
intendro,  perquè  io  vorie  potere  endevinare  a  ser- 

FIRENZE   AI    DEMIDOFF  19 


290  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

virle,  perquè  el  pocquo  che  io  so  di  questo  arto,  le 
esttidiato  al  lespese  di  V.  E.  I.  pregando  idio  vi 
conservi,  di  Seravese  scritto  a  la  filosofo  a'  di  24 
di  magio    1568.  » 

Per  dieci  o  dodici  anni  le  nuove  scavazioni 
durarono  con  grande  ardore  ;  in  quel  breve  tempo 
si  scolpirono  marmi  seravezzesi  in  quantità  e- 
norme  ;  le  nostre  piazze,  le  nostre  chiese,  i  piìi 
nobih  ediflzi,  regi  e  privati,  come  le  ville  regie, 
s'ornavano  per  gran  parte  in  quel  tempo  dagli 
scultori  ed  architetti  pii^i  valenti  ;  il  Principe  Fran- 
cesco, che  acquistò  Pratolino  nel  1568,  per  farne 
la  regia  villa  che  nel  lusso  di  cose  belle  supe- 
rasse tutte  le  altre  ville  regie,  si  può  credere  qua- 
li e  quante  opere  di  scoltura  volesse  che  per  tal 
villa  s'eseguissero  coi  marmi  che  andavansi  sco- 
prendo nel  suo  Stato.  Non  si  può  sapere  quali 
vi  facesse  un  dato  scultore,  ma  gli  scultori  al 
servizio  dei  sovrani  erano  molti,  tutti  di  gran 
fama,  e  possiamo  supporre  che  ciascuno  di  loro 
ve  ne  scolpì  diverse  ;  Dio  sa,  per  esempio,  quante 
ne  furono  scolpite  da  Giambologna,  colla  schiera 
numerosa  de'  suoi  lavoranti. 

Dopo  il  regno  di  Cosimo  I,  e  quello  di  Fran- 
cesco suo  figliuolo,  le  nuove  cave  ricaddero  in  un 
altro  abbandono,  né  riebbero  vita  piìi  prospera 
che  al  secolo  nostro.  1  Lorenesi  disfecero  Prato- 
lino,  ma,  con  grandissimo  interesse  delle  industrie 
nazionali,  incoraggiarono  con  generosità  l'intra- 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  291 

presa  di  scavar  nuovamente  nelle  montagne  im- 
mortalate dall'  avviamento  di  Michelangiolo  ;  e 
gli  studi  degli  scultori  fiorentini,  come  Bartolini, 
Pampaloni,  Duprè  e  simili,  non  abbondarono  di 
quei  marmi  che  dopo  il  1830,  la  seconda  qualità 
dei  quali  servi  molto  alle  statue  moderne  che  si 
vedono  nelle  nicchie  degli  Ufizi. 


<j£LJ^Ìtolo    IV. 


Ferdinando  de'  Medici   Granprincipe  di    Toscana 
ed  il  Teatro  di  Prato  li  no. 


'edificazione  del  magnifico  Teatro  di 
Pratolino  si  dovè  solamente  al  gusto,  alla 
passione,  alla  perizia,  che  distinsero  il 
Granprincipe  Ferdinando  de'  Medici,  fi- 
glio di  Cosimo  terzo,  nell'arte  musicale. 

La  musica  faceva  i  suoi  progressi  nel 
secolo  decimosettimo,  «  e  quella  parti- 
colarmente dei  teatri,  scrive  il  Muratori,  era  salita 
in  alto  pregio,  attendendosi  dappertutto  a  sontuose 
opere.  Più  delle  altre  Corti  gareggiavano  tra  loro 
quelle  di  Mantova  e  di  Modena,  dove  Ferdinando 
Carlo  Gonzaga  e  Francesco  II  d'Este  si  studia-' 
vano  di  tenere  al  loro  stipendio  i  più  accreditati 
cantanti,  e  le  più  rinomate  cantatrici,  non  che  i 
suonatori  più  cospicui,  dei  vari  strumenti    (1).  » 


(1)  Lodovico  Muratori  :  Annali  d' Italia,  anno  MDCXC, 
Venezia,  1834,  Tom.  LII,  pag.  135. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  293 


I  caiuanti,  quelli  buoni,  pigliavano  già.  retribu- 
zioni esorbitanti,  ed  il  dispendio  dell'orchestra  era 
grande,  come  quello  del  vestiario,  delle  scene  e 
della  illuminazione. 

Venezia  fu  la  prima  a  goder  fama  per  la  son- 
tuosità delle  opere  in  musica  che  offriva  tra  gli 
altri  divertimenti  carnevaleschi,  ed  accorreva  colà 
numero  immenso  di  gente  straniera,  che  avida 
di  piaceri  non  badava  punto  a  spendere. 

Anclie    il   Granprincipe   Ferdinando    de'  Medici 
v'andò  più  d'una  volta,  cominciando  dal  carnevale 
1687,  e  fu  accolto  da  quella  Repu'bblica  Serenis- 
sima con  feste  oltre  ogni  dire  pompose  (1).  Quello 
che  più  gli  tornò   gradito,    e   che   lo    accese   di 
sommo   entusiasmo,  sì  fu  la  parte    musicale  che 
ebbe  il  maggior    campo   in    esse    feste.    Oltre    a 
molti  privati  trattenimenti  di  musica  che  in  omag- 
gio suo  furono  preparati,  si  esegui  un  grandioso 
concerto,  cui  presero  parte  i  professori  piìi  insigni, 
nel  famoso  Arsenale,  per  cura  del  nobile   Canal 
che  n'era  l'assistente  ;  sei  teatri    tosto  s'  aprirono 
innanzi  tempo,  due  di  prosa  e  quattro  di  musica, 
nel  maggiore  dei  quali,  il  teatro    Grimano  di  S. 


(1)  Tra  le  feste  straordinarie  colle  quali  venne  accolto 
la  prima  volta  il  Granprincipe  Ferdinando  a  Venezia,  me- 
rita d'essere  menzionata  la  gioconda  naumachia  della 
grande  Regata  in  cui  maestose  peote  rappresentavano 
I  Numi  a  diporto  sull'Adriatico.  (Vedasene  la  descrizione  da 
Bernardo  can.  Sartorio,  Venezia    1688.) 


294  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

Grisostomo,  si  rappresentò  con  esito  clamoroso 
Carlo  il  Grande,  libretto  di  Francesco  Niccolini 
dedicato  al  Principe  medesimo,  con  musica  stu- 
penda del  bolognese  maestro  Domenico  Gabbrielli. 

Andando  nella  Venezia  e  nella  Lombardia,  i- 
spirandosi  alle  composizioni  musicali  del  maggiore 
rilievo  d'allora,  avvenne  che  il  Principe  formò  il 
suo  cospicuo  progetto,  e  prese  subito  a'  suoi  lauti 
stipendi  cantanti  e  strumentisti  di  gran  merito; 
coi  compositori  saliti  nel  più  alto  grido,  volle  poi 
stringere  dei  vincoli  amichevoli. 

Narra  una  cronaca  inedita,  che  intitolasi  Vita 
del  Gran  principe  Ferdinando  figliuolo  di  Cosimo 
III,  ch'egli  «  possedeva  il  contrappunto  in  guisa 
tale  che  a  Venezia  essendogli  stato  posto  davanti 
una  difficilissima  suonata  di  Cimbalo,  non  solo  al- 
l'improvviso la  suonò,  ma  di  poi,  senza  riguar- 
darla, con  stupore  di  tutti  quei  nobili  la  replicò 
a  memoria.  (1)  » 

Ch'egli  fosse  compositore,  nessun  documento  lo 
prova  ;  ma  è  sufficentemente  provato  dalla  stessa 
cronaca,  che  oltre  ad  essere  stato  professore  di  cem- 
bolo,  cantava  bene  e  che  abilmente  suonava  di- 
versi strumenti. 

Dalla  sua  cronaca,  dal  Lami  (2)  e  da  altri  bio- 


(1)  Archivio  Mediceo,  manoscritti  nelle  miscellanee. 

(2)  Giovanni  Lami:  Mirabilia   Jtalorum,    Tomo   I,' Fi- 
renze, 1742. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFP  295 

grafi,  ultimamente  dal  Puliti,  apprendiamo  che 
fra'  musicisti  stipendiati  alla  Corte  di  Cosimo  III, 
durante  l'adolescenza  di  Ferdinando,  furono  i  nomi 
del  sacerdote  Don  Giov.  Maria  Pagliardi  e  d'Ip- 
polito Melani  compositori  e  profondi  contrappun- 
tisti, d'Ippolito  Fusai  rinomato  maestro  di  cantQ, 
di  Federigo  Niccoli  suonatore  di  tasti,  e  di  Mar- 
tino Bitti  detto  Martinetto,  celebre  violinista  e 
compositore  ;  non  resta  quindi  che  a  supporre  chi 
di  loro  fosse  maestro  di  Ferdinando,  qualora  non 
si  supponga  che  tutti  contribuissero  ad  adde- 
strarlo per  eccellenza  nella  teoria  e  nella  pratica 
dell'arte  soave  di  Guido  Monaco,  per  la  quale  sin 
da  bambino  palesò  disposizioni  singolari,  e  nella 
quale  meritò  bellissima  fama. 

Il  suo  primo  esordio  nelle  faccende  del  teatro 
ebbe  luogo  all'occasione  delle  feste  solenni  che 
si  fecero  in  Firenze  per  il  suo  sposalizio  con  la 
principessa  Violante  Beatrice  di  Baviera. 

Volle  il  Principe  che  in  quella  occasione  si  ria- 
prisse il  vasto  teatro  che  a  cura  degli  accade- 
mici Immobili  era  stato  costruito  in  legno  nel 
1652  nell'antico  tiratoio  dell'Arte  della  Lana  in 
via  della  Pergola,  sul  disegno  di  Ferdinando  Tacca, 
e  che  era  rimasto  chiuso  sino  dal  1662,  anno  in 
ctii  successe  la  morte  del  Cardinale  Gio.  Carlo 
de'  Medici. 

Coirintendimento  di  dare  a  questo  teatro  un 
assesto  migliore  ;  chiamò  il  Principe  dei  rinomati 


296  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

ingegneri  veneziani  che  sotto  la  direzione,  e  col 
disegno  di  Francesco  Seigher,  ne  cambiarono  l'ar- 
chittetura  della  platea,  e  vi  fecero  un  nuovo  sof- 
fitto. Ma  fosse  per  invidia,  o  per  ingnoranza,  que- 
gl'ingegneri  sciuparono  il  teatro  del  Tacca  ;  e  tanto 
si  mostrarono  ignoranti,  dice  la  mentovata  cronaca, 
che  avendo  fabbricato  un  bellissimo  cavallo  troiano 
il  quale  si  doveva  muovere  per  mezzo  di  suste 
e  di  puleggie,  questo  cavallo  non  sarebbesi  mai 
mosso,  se  non  fosse  venuto  per  posta  da  Roma 
l'architetto  Acciainoli  (l),  che  si  lagnò  persino  col 
Principe,  perchè  aveva  lasciato  deformare  un  tea- 
tro si  bello,  da  emulare  il  grande  teatro  di  Parma. 
Vuole  però  la  stessa  cronaca  che  il  Principe  fosse 
soltanto  avvertito  del  danno  quando  non  c'era 
più  tempo  a  rimediarlo. 

Comunque  le  cose  andassero,  la  riapertura  del 
teatro  di  via  della  Pergola,  che  aveva  una  duplice 
solennità,  segui  la  sera  del  29  Gennaio  1688  col 
grandioso  melodramma  intitolato  II  greco  di  Troia; 


(1)  Filippo  Acciaiuoli  arcliitetto  e  matematico  fioren- 
tino, cavaliere  di  Malta,  trovavasi  a  Roma,  dove  pure  in 
quel  tempo  prese  piede  la  musica;  ed  oltre  avere  colà  il- 
lustrato il  suo  nome  coll'arcliitettura,  l'illustrò  similmente 
colle  invenzioni  delle  macelline  per  gli  spettacoli  teatrali. 
Dice  il  Muratori,  nel  luogo  citato,  che  «  le  macchine  con 
tanto  ingegno  architettate  dall'  Acciaiuoli  in  un  teatro  pri- 
vato, si  trassero  dietro  l'ammira  zione  d'ognuno,  e  merita- 
vano ben  di  passare  alla. memoria  de'  posteri.  » 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  297 

ed  il  Setti manni  dice  che  essendo  stato  questo 
melodamma  rappresentato  con  tanta  magnificenza 
d'abiti  e  di  macchine,  e  la  musica  cantata  dai  can- 
tori più  celebri  d'Italia,  riesci  cosa  di  grande  me- 
raviglia a  tutti  quelli  che  lo  viddero.  Per  dieci 
volte  fu  ripetuto,  sempre  destando  entusiasmo  uni- 
versale. Tutte  le  accademie  e  tutte  le  conversa- 
zioni di  nobili  cittadini  di  Firenze  per  rallegrarsi 
di  siffatto  avvenimento,  vollero  dare  nei  loro  teatri 
bellissime  commedie  e  drammi  musicali  nel  desi- 
derio di  secondare  il  genio  del  Principe  musicista. 
Con  gran  plauso  fu  recitata  dagli  Accademici  Infuo- 
cati V Adelaide  del  dottore  Moniglia,  dai  Sorgenti 
V Amicizia  tra  le  sventure  di  F.  M.  Pazzaglia,  e  dai 
Cadenti  le  Gloriose  disavventure  di  Odardo  figlio 
del  Re  di  Sicilia  ;  dalla  Conversazione  delle  Ca- 
sino Nuove  si  rappresentò  l'operetta  buffa  Berto- 
lina  Regina  d'Arcadia^  e  da  quella  del  Centauro 
fu  recitato  un  dramma  dal  titolo  il  Figlio  delle 
Selve,  lavoro  teatrale  di  merito  assai  superiore. 
Il  vasto  progetto  che  s'era  formato  la  mente 
del  Granprincipe  Ferdinando  in  omaggio  all'Arte 
Melodrammatica,  non  consisteva  però  nell'abbel- 
lire  il  maggior  teatro  cittadino  e  nel  dare  in 
quello  delle  rappresentazioni  straordinarie  all'oc- 
casione d'una  solennità  che  riguardasse  la  sua 
persona  o  la  sua  famiglia.  Gli  splendidi  spettacoli 
ai  quali  viaggiado  aveva  assistito,  gli  suggerirono 
un  teatro  di  Corte  che  fosse  da  lui    fatto,  e  che 


298  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


per  uso  della  Corte  agisse  sotto  l'impulso  degl'in- 
tendimenti  suoi. 

A  Pratolino  tutto  concorreva  perchè  avesse  la 
villa  il  privilegio  dei  grandi  ritrovi  autunnali  della 
Corte  Toscana  che  allora  il  Granprincipe   rendeva 
singolarmente  brillante,  e  singolarmente  fastosa  ; 
l'amenità  locale,  lo  splendore  delle  magnificenze  e 
delle   meraviglie,  i  diletti    delle  giostre,  i  passa- 
tempi delle  pescagioni  nei  laghi,  delle  caccie  nei 
boschi  e  delle  cavalcate  negli  stradoni,  facevano 
si  che  la  Casa  Reale,  i  personaggi  grandi  che  a 
lei  venivano,  chi  per  affari  e  chi  per   cerimonie, 
cui  s'aggiungeva  la  nobiltà  migliore  dello  Stato  e 
forestiera,  volenterosi  tutti    si    recavano    a   quei 
trasporti  di  feste    incomparabilmente    geniali,  le 
cui  delizie  si  godeano  con  incomparabile  dovizia; 
fra  tante  attrattive,  cui  le  Grazie  e  le  Muse  pa- 
rean  soprassedere  moltiplicando  i  loro  vezzi  e  i 
loro  doni,   s'avvidde  il  Principe    che   le    cantate 
madrigalesche,  e  le  burlette  musicate  che  solevansi 
rappresentare   nel  grande    salone  del  piano,  no- 
bile non  soddisfacevano  al  suo   gusto,  e  veniano 
respinte  dalla  voglia  ch'egli  aveva  di  porsi  all'al- 
tezza dei  progressi  della  musica  teatrale.    Stimò 
dunque  di  sostituire  alle  cantate  l'opera  seria,  e 
per  le  rappresentazioni  di  questa  non  s'adattava 
più  il  salone  ;  era  mestieri  di  fare   un    teatro,  e 
lo  fece,  siccome  lo  abbiamo  visto  nella  riedifica- 
zione del  R.  Parco. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFP  299 

Di  questo  teatro  presiedendo  con  somma  peri- 
zia, e  pari  solerzia,  all'andamento,  si  propose  di 
scegliere  i  suoi  poeti  per  l'orditura  dei  libretti, 
delle  opere  che  annualmente  intendeva  di  fare  rap- 
presentare, e  molti  furono  i  compositori  ai  quali 
ne  ordinava  la  musica.  I  librettisti,  da  lui  prefe- 
riti erano  il  fiorentino  Coniglia  già  nominato,  il 
dottore  Cosimo  Villifranchi  di  Volterra,  il  dottore 
Antonio  Salvi  di  Lucignano  (1)^  Silvio  Stampiglia 
poeta  cesareo,  ed  il  poeta  veneziano  Matteo  Noris  ; 
quei  compositori  operisti  pei  quali  aveva  parti- 
colare predilezione,  erano  Alessandro  Scarlatti  ro- 
mano, e  Giacom' Antonio  Porti  Bolognese;  si  va- 
leva puranco  d'altri  valenti  poeti  e  musicisti,  come 
vedremo  in  appresso  dall'elenco  delle  opere  per 
sua  cura  rappresentate  a  Pratolino. 

Non  avendo  la  musica  più  nessun  segreto  per 
il  Principe  Ferdinando,  e  conoscendo  egli  del 
pari  gli  apparati  scenici  e  i  lenocini  che  s'addi- 
cevano a  ben  rappresentarla,  tutto  da  se  coman- 
dava e  dirigeva  per  modo  che  il  gusto  e  lo  sfarzo 
si  disposassero  bellamente  insieme  in  ogni  sin- 
golo spettacolo.  Stimava  sino  all'ammirazione  gl'in- 
telletti egregi  cui  confidava  i  lavori  da  eseguirsi  ; 
ma  leggeva  i  libretti,  e  nessun  libretto  andava 
nelle    mani  del  compositore  di  musica    senza   la 


(1)  Dottor  Moniglia,  il  dottore  Villifranchi  ed  il  dottore 
Salvi,  erano  al  servizio  del  Granduca 


300  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

sua  sanzione  ;  con  quale  competenza  tutelasse  poi 
le  singole  composizioni  musicali,  ampiamente  lo 
prova  il  suo  privato  carteggio  (1)  appunto  coi 
chiari  maestri  suoi  prediletti  che  ora  si  sono  no- 
minati, siccome  con  qualunque  altro  maestro  da 
cui  gli  fossero  state  proposte  composizioni,  od  a 
cui  lui  stesso  ne  avesse  ordinate,  tanto  teatrali 
quanto  religiose  (2). 

Crediamo  qui  addicevole  un  saggio  di  quel  car- 
teggio che  di  per  se  stesso  illustra  molto  il  nostro 
Principe  musicista.  Egli  scrive  al  maestro  Perti 
di  Bologna  la  seguente  lettera  da  Firenze,  1  Gen- 
naio del  1706  : 

«  Riceverà  colla  presente  il  p'"°  atto  della  com- 
media che  penso  di  far  recitare  a  suo  tempo  nel 
mio  Teatro  di  Pratolino,  e  nel  medesimo  tempo 
le  mando  la  nota  delle  Voci,  nelle  quali  lo  desi- 
dero, e  quella  ancora  della  maggior  parte  dei  Mu- 


(1)  Archivio  Medico,  Carteggio  del  Granpriucipe  Ferdi- 
nado,  Filze  da  5874  a  5909. 

(2)  Per  divertimento  e  per  divozione,  doveva  la  musica 
aver  parte  essenziale  in  ogni  ordinaria  congiuntura.  Quan- 
do ricorreva  la  festa  di  S.  Francesco  di  Paola,  per  il 
qual  Santo  aveva  il  Principe  particolar  venerazione,  faceva 
eseguire  nel  suo  privato  appartamento  un  Oratorio  o 
grande  Cantata,  con  apparato  straordinario  di  cerimonia. 
E  nelle  feste  sacre  cbe  in  una  chiesa  o  nell'altra  ricorrean 
nell'anno,  a  sue  spese  ordinava  la  musica  e  la  faceva  ese- 
guire. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  301 

sici,  dei  quali  intendo  di  servirmi.  Ella  dunque 
sia  contenta  d'applicare  il  suo  bel  talento  alla 
musica  composizione  di  essa,  sicura  'di  farmi  un 
piacere  accettissimo,  e  di  cui  le  averò  partico- 
lare memoria.  Il  Mannucci  so  esser  ben  racoman- 
dato  alla  sua  amorevolezza,  e  voglio  sperare  ch'E- 
gli colla  sua  applicazione  corrisponda  all'affetto 
che  lei  gli  dimostra  (1)  ;  et  accertandola  della 
stima  che  fò  della  virtù,  che  adorna  la  sua  Per- 
sona, prego  Dio  che  le  conceda  ogni  Bene. 

«  Il  Principe  di  Toscana  » 

Le  lettere  del  Principe  riguardanti  quest'opera 
che  sta  ordinando  al  maestro  Porti,  continuano 
nel  medesimo  tenore  d'atto  in  atto  sino  al  termine 
della  medesima,  senza  che  ne  venga  declinato  il 
titolo,  ma  che  possiamo  supporre  essere  stata 
Dionisio  Re  di  Portogallo,  rappresentatasi  a  Pra- 
tolino  nel  1707. 

In  altri  termini  scrive  il  Principe  al  maestro 
Giuseppe  Corso  Celani  in  Ancona,  rispondendogli 
alla  proposta  d'una  musica  sacra  : 

«  Le  di  lei  cordiali  espressioni  richiedono  da 
me  il  ricambio  d'un  pieno  gradimento,  et  ella  può 
fare  un  pieno  capitale  sopra  l'affetto  con  cui  ri- 


(1)  Nelle  diverse  città  d'Italia,  erano  stipendiati  dal  Gran- 
principe  dei  famosi  maestri  per  istruire  nel  canto  e  negli 
strumenti  dei  giovani  da  lui  protetti. 


302  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

guardo  la  sua  pei-sona,  e  li  suoi  virtuosi  talenti. 
Mi  sarà  accettatissima  tutta  la  composizione  mu- 
sicale per  la  settimana  santa  che  a  mio  riguardo 
ella  mi  andrà  preparando  onde  riceverò  volentieri 
tutti  i  nove  Responsorij  per  ciascuna  delle  tre  sere 
del  Martedì,  Giovedì  e  Venerdì  Santo  e  che  in 
numero  saranno  perciò  di  ventisette,  composti 
tutti  a  cinque  voci  tra  le  quali  due  soprani  (1); 
Il  misererò  tutto  a  cappella  senza  concertini  ;  et 
tanto  questo  Salmo  quanto  li  Responsorij  suddetti 
goderò  di  che  sieno  composti  pure  con  stile  sodo 
alla  Palestrina  ;  ma  per  li  suddetti  Responsorij  a 
me  parrebbe  che  i  Versetti  si  potessero  fare  con- 
certati a  tre  0  a  quattro,  col  lasciare  tutto  il  ri-' 
manente  del  responsorio  all'usanza  del  Palestrina 
fugato  et  con  legature.  Starò  attendendo  a  suo 
tempo  che  ella  mi  faccia  pervenire  il  tutto  nella 
accennata  forma  ;  et  intanto  prego  Dio  che  le  con- 
ceda le  consolazioni  maggiori  e  che  sono  da  lei 
meritate. 

«  Di  Fiorenza,  26  Dicembre  1690. 

Suo  Amorevole 
«  II  Principe  di  Toscana  » 


(1)  I  Responsorj  venivano  cantati  nelle  dette  tre  sere 
della  settimana  santa,  insieme  alle  Lamentazioni,  in 
chiesa  di  Santa  Felicita. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  303 


Una  delle  lettere  che  poi  pienamente  giustifi- 
cano l'autorità  musicale  che  vantava  il  principe 
Ferdinando,  è  questa  del  maestro  Scarlatti,  di 
quell'Alessandro  Scarlatti  che  primeggiò  tra'ce- 
lebri  compositori  del  suo  tempo,  per  la  straordi- 
ria  moltitudine  delle  opere  teatrali  da  lui  composte 
(circa  cento)  oltre  le  composizioni  da  camera  e  da 
chiesa,  e  per  aver  combattuto  l'abuso  di  fughe  e 
contro  fughe,  di  cannonate  e  d'altri  mezzi  con- 
trari alla  musica  buona  (1).  Ecco  la  lettera  : 

«  Altezza    Reale j 

«  Espongo  humilmente  ai  piedi  di  V.  R.  A.  posto 
in  musica  il  terzo  ed  ultim'atto  del  Lucio  Manlio 
termine  di  tutta  l'opera  ma  non  già  della  mia  de- 
bolissima fatica  ....  ;  ho  cangiato  il  costume 
alla  mia  debolissima  penna,  ma  non  ho  potuto 
farlo  in  forma  che  abbandoni  tutto  l'essere  che  ha 
per  natura.  Questa  però  obumbrata,  da  nuovo 
spirito,  ha  potuto  con  felicità,  rare  volte  ottenuta, 
rendermi  una  tale  fecondità  di  specie  nel  vestire 
questo  terz'atto,  che  quando  credevo  di  mutarne 
il  parto  coir  impiego  di- maggior  tempo,  l'ho  ve- 
duto posto  in  luce  con  velocità  e  senza  opposi- 
zione della  fantasia,  avvezza  in  me  ad  accusarne 


(1)  Allo  Scarlatti,  tennero    degnamente  dietro  i  Pergo- 
lese,  i  Paesiello,  i  Cimarosa,  gli  Spontini  e  simili. 


304  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

l'idee,  l'ho  nondimeno  posto  in  giudicio  spassio- 
natamente avanti  me  stesso,  e  ricercatolo  con  di- 
ligente esame  sullo  stile,  che  ha  desiderato  l'Autor 
delle  parole  (1)  e  dall'istesso  dichiaratomi  repli- 
catamente  esser  tale  l'amabile  volere  di  V.  A. 
Reale  ;  par  mi  se  non  in  tutta  l'opera,  almeno  di 
tutto  quest'Atto  terzo,  havervi  trovato  l'adempi- 
mento dell'adorata  legge  impostami.  Ho  potuto 
nondimeno  ingannarmi;  forse  per  veemenza  di  de- 
siderio nel  volerla  eseguire,  ed  in  quella  forma 
che  potesse  incontrare  quel  benignissimo  compa- 
timento che  l'insigne  eroico  animo  di  Vostra  Rea- 
le Altezza,  s'è  degnato  di  concedermi  sol  per  ec- 
cesso d'inimitabile  clemenza  che  in  Lui  che  in  pro- 
prio trono  risiede.  Io  che  ho  tutta  la  confidenza  nel 
medesimo,  mi  prendo  l'ardire  di  stendere  in  sem- 
bianza d'olocausto  un  breve  ristretto  della  mia 
intenzione  del  portamento  della  Musica  in  que- 
st'Opera, che  in  generale  per  gli  antecedenti  due 
Atti,  non  havendoli  presenti,  poco  posso  dirne, 
benché  minutamente,  e  con  tutta  distinzione,  ne 
ho  data  tutta  la  norma  all'Autore  delle  parole, 
dicendo  che  dove  è  segnato  grave  non  intendo 
melanconico,  dove  andante  non  presto,  ma  arioso, 
dove  allegro  non  precipitoso,  dove  allegrissimo, 
tale  che  non  affanni  il  Cantante,  ne  affoghi  le 
parole,  dove  andante  lento,  in  forma,  che  esclu- 


(1)  11  poeta  S.  Stampiglia. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  305 


da  il  patetico,  ma  sia  un  amoroso  vago,  che  non 
perda  l'arioso  ;  ed  in  tutte  le  arie  nessuna  ma- 
linconia. Ho  avuto  sempre  la  mira  nel  comporre 
l'Opera  da  teatro,  di  fare  il  prim'Atto  come  un 
bambino,  che  comincia  a  sciogliere,  ma  debol- 
mente il  passo  ;  Nel  secondo,  un  giovanetto,  che 
adulto  cammini,  ed  il  terzo,  che  forte  e  veloce, 
sia  un  giovane,  che  ardito  intraprenda  e  superi 
ogn'intrapresa.  Cosi  nel  Lucio  Manlio,  opera  che  mi 
compisce  il  numero  d'  ottant'otto  opere  sceniche 
composte  in  meno  di  trentatrè  anni  (1);  ed  alla  quale 
avrei  voluto  darle  una  Corona,  come  Reina  di 
di  tutte  l'altre.  Se  non  ho  avuto  la  virtìi  di  farla 
tale,  ho  avuto  l'ardire  di  tentarlo.  Si  degni  Vo- 
str'Altezza  Reale  rimirarla  come  Sua  Yassalla  ;  e 
come  donzella,  che  raminga  e  priva  d'Asilo,  a 
renderla  sicura  dagli  urti  de'  scherzi  della  fortu- 
na, genuflessa  a  piedi  di  Vostr'Altezza  Reale, 
supplice  invochi  il  forte  scudo  dell'Alta  sua  pro- 
tezione ed  aita,  come  a  Porto  sicuro,  dove  ri- 
posi senza  tema  d'oltraggio  ne  procelle.  Tanto 
spero  e  tanto  confido  onde  coU'umiltà  del  mio 
cuore,  anzi,  col  cuore  istesso    in  questo    umilis- 


(1)  Il  Maestro  Alessandro  Scarlatti  essendo  nato  nel 
1650  aveva,  quando  scrisse  quest'ottantottesima  opera  tea- 
trale, 55  anni  :  mori  nel  1725. 

FIRKXZE    Al    DEMIDOFF  20 


306  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


Simo  foglio  obbediente,  e  col  più  profondo  rispetto 
adoro  i  cenni  e  mi  umilio  come  sempre 
«  Di  Vos.  A.  R. 

Ilumiliss.^  Devotiss.'^  ed  Ohblig.  Servlt. 
«  Alessandro  Scarlatti.  » 

Roma.  1-8  luglio  1705. 

Commenti  ciascuno  a  proprio  modo  la  mode- 
stia, la  riverenza  e  l'umiltà  di  cui  fa  prova  il 
maestro  Alessandro  Scarlatti  verso  il  Granprin- 
cipe  Ferdinando  de'  Medici  ;  ma  persuadiamoci 
pur  tutti  che  il  carattere  di  questo  Principe  non 
era  tale  da  soffrire  delle  sfegatate  adulazioni  da 
un  talento  mediocre,  mentre  dignitoso  e  nobile 
soleva  corrispondere  adeguatamente  ad  ogni  tratto 
d'urbana  umiltà  che  gli  veniva  usato  da  talenti 
superiori  come  quello  dello  Scarlatti,  e  degli 
altri  maestri  già  nominati. 

«  Cospicuo  fu  il  numero  dei  virtuosi  e  delle  vir- 
tuose di  musica,  affermali  Puliti,  che  il  Principe 
Ferdinando  stipendiò  a  sue  particolari  spese.  Ma 
pur  non  essendo  bastevole  a  tutte  le  occorrenze 
dei  suoi  trattenimenti,  e  dei  teatri  che  agivano 
sotto  la  sua  protezione  (1),  egli  ne  faceva  venire 


(1)  Come  i  teatri  di  Firenze,  x^roteg-geva  con  liberalità 
quelli  di  Pisa  e  di  Livorno.  A  Livorno  s'eseguivano  an- 
nualmente due  grandi  opere  in  musica  nel  carnevale. 


FIHE2>ZE    AI   DEMIDOFF  307 

di  fuori  e  d'ogni  parte  della  penisola,  mantenendo 
a  tale  oggetto  estesa  corrispondenza  con  i  Ministri 
e  i  Consoli  della  Corte  di  Toscana,  con  i  perso- 
naggi più  autorevoli  d'ogni  città  d'Italia,  e  par- 
ticolarmente con  i  diversi  Sovrani  tra  i  quali  s'im- 
pegnò un  attivissimo  reciproco  scambio  d'artisti 
di  musica.  » 

Oltre  a  ciò  corrispondeva  con  impresari  di 
teatri  privati,  cui  spesso  volte  concesso  il  favore  di 
alcuno  artista  ch'era  al  suo  servizio  (1).  Allorché 
si  trattava  d' artisti  nuovi  di  cui  voleva  fare 
l'acquisto,  metteva  in  moto  i  suoi  nobili  tira- 
piedi, 0,  per  dirla  senza  il  gergo  teatrale,  met- 
teva in  moto  le  persone  di  sua  fiducia  coU'inca- 
rico  d'andare  ad  udirli  nei  teatri  dove  quelli  si 
trovavano  a  cantare,  onde  averne  informazioni 
esalte:  quando  poi  queste  informazioni  s'avvici- 
navano, 0  raggiungevano  il  suo  desiderio,  udiva 
da  se  i  cantanti,  e  gli  pigliava  sotto  la  sua  dipen- 
denza. Impossibile  di  non  riconoscere  nel  Granprin- 
cipe  Ferdinando  de'Medici  tutta  la  stoffa  d'un  im- 
presario teatrale  accorto  e  solerte,  oltre  la  stoffa 
del  munifico  mecenate  della  musica  italiana  che 
in  ogni  nazione  d'Europa,  ed  anche  fuori  d'Eu- 
ropa, procacciò  all'Italia  invidiabil  privilegio. 


(1)  Gli  stessi  artisti  da  lui  stipendiati  gli  prestava 
pur  geaerosamonto  allo  Accademie  o  Conversazioni  di 
nobili  Cittadini,  ed  alle  Chiese  per  le  sacre  funzioni  ! 


308  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 

Non  attingiamo  a  quel  carteggio  che  tiene  coi 
principi  suoi  pari  circa  lo  scambio  d'artisti  fra 
loro  ;  ed  a  cagione  di  prestiti  d'artisti  ad  impre- 
sari privati,  sentiamolo  in  corrispondenza  con 
uno  di  essi.  Scrivendo  all'  impressario  non  cessa 
d'essere  il  principe  cortese  ;  ma  adopra  un  tatto 
e  certe  cautele,  che  si  sarebbero  potute  riscontrar 
soltanto  in  un  impresario  di  massima  esperienza, 
quando  gl'impresari  teatrali  usavano  più  circo- 
spetti e  meno  dediti  alle  fughe  oppure  ai  forni. 

Nell'estate  del  1690  un  signor  Luca  Giustinia- 
ni era  impresario  a  Genova,  e  aveva  l'obbligo 
di  dar  lo  spettacolo  autunnale. 

11  personale  da  lui  scritturato  era  insufficiente 
per  potere  adempiere  agli  obblighi  assunti,  ed 
una  prima  donna  bisognava  indispensabilmente 
aggiungerla  ;  onde  al  principe  di  Toscana  ri- 
chiede la  prima  donna  Lisi.  Ed  in  data  del  V  a- 
gosto  1690,  il  Principe  scrive  a  lui  : 

«  Goderò  sempre  delle  congiunture  che  V.  S. 
mi  somministrerà  per  renderle  palese  la  distinta 
considerazione  con  cui  riguardo  la  di  lei  persona 
et  Casa;  et  à  quella  che. da  lei  pure  mi  si  of- 
ferisce presentemente  aderirò  volentieri  in  ripro- 
va di  ciò,  se  prima  mi  verrà  promesso  ò  da  lei 
ò  da  chi  bisogni  che  l'Anna  Maria  Lisi  Cantatrice 
sia  di  ritorno  qua  precisamente  e  senza  ritardo 
r  ultimo  giorno  del  mese  venturo  di  novembre. 
Quando  avrò  da  V.  S.  individuai  risposta   sopra 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  309 

questo  tal  punto  potrò  allora  con  tal  condizione 
permettere  che  la  predetta  Anna  Maria  veng-a 
costà,  ma  in  altra  forma  mi  dispiacerebbe  che 
mi  se  ne  precludesse  l'adito.  Dalla  replica  sua 
dipenderà  pertanto  la  risoluzione  ò  in  una  ò  nel- 
l'altra maniera,  et  le  prego  dall'Altissimo  l'adem- 
pimento delle  maggiori  prosperità.  » 

Il  Signor  Giustiniani  vorrebbe  mettere  un  circa 
all'ultimo  del  futuro  mese  di  novembre,  pensan- 
do a  poter  disporre  per  qualche  giorno  di  piìi, 
nel  caso  di  bisogno,  della  prima  donna  Lisi  :  e 
il  Principe  così  ritorna  in  argomento,  l'S  dello 
stesso  agosto  : 

«  L'essermi  io  spiegato  à  V.  S.  che  conve- 
nisse che  per  tutto  il  giorno  ultimo  del  mese  di 
novembre  l'Anna  Maria  Lisi  sia  qua  di  ritorno 
depende  perchè  in  quel  giorno  pure  io  ne  tengo 
bisogno  per  me  per  qualche  funzione  destinata 
in  esso,  onde  mi  si  preclude  l'adito  di  concederli 
la  facultà  di  condursi  a  codeste  recite,  se  però 
ella  non  m'assicura  che  potendosi  costà  altera- 
rare  l'ordine  delle  recite  medesime  in  modo  che 
l'ultima  segua  in  tal  proporzione  di  tempo  che 
il  trenta  di  novembre  la  predetta  Anna  Maria 
siasi  restituita  in  questa  città,  nel  quale  caso  et 
con  tal  previa  sicurezza  la  lascerò  partire,  ma 
in  altra  maniera  mi  dispiace  che  mi  si  levi 
ogni  mezzo  di  poter  contribuire  al  dilei  deside- 
rio. Da  quel  che  V.  S.  mi  significherà  ne   risul- 


310  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


terà  pertanto  l'ultima  risoluzione,  et  conservando 
per  lei  sentimenti  di  considerazione  et  di  par- 
zialità distinta,  ben  dovute  al  suo  merito  et  alle 
proprie  prerogative,  resto  pregandole  dal  cielo  le 
maggiori  fortune.  » 

Su  questo,  il  signor  Giustiniani  adattasi  alla 
circostanza,  e  rinunzia  formalmente  a  trattenere 
la  prima  donna  Lisi  oltre  il  28  novembre.  Laonde 
il  Principe  accorda  la  richiesta  cantatrice  me- 
diante una  terza  lettera  in  data  del  15  medesimo 
agosto,  che  è  così  concepita  : 

«  Quando  l'Anna  Maria  Lisi  possa  partire  di 
costà  di  ritorno  a  questa  volta  nel  giorno  29  no- 
vembre, basterà,  onde  poiché  V.  S.  mi  significa 
che  l'ultima  recita  della  opera  musicale  seguirà 
immancabilmente  nel  giorno  28  dello  stesso  mese, 
io  do  l'ordine  che  la  predetta  Anna  Maria  si  pre- 
pari a  partire  e  vadia  a  codesta  volta.  Al  tempo 
dunque  che  V.  S.  mi  accenna  io  l'aspetto  qua 
di  ritorno  per  valermene  in  quel  che  io  ho  de- 
stinato per  allora;  Et  bramando  di  avere  occa- 
sioni per  palesarle  la  distinzione  in  cui  sono  ap- 
presso di  me  le  dilei  degne  prerogative  et  il  suo 
merito  le  auguro  dal  cielo  ogni  consolazione  mag- 
giore. » 

E  difatti  l'Anna  Maria  Lisi  partì  da  Pratolmo 
per  Genova  il  dì  23  settembre  successivo,  non 
senza  essere  caldamente  raccomandate  dal  prin- 
cipe Ferdinando  all'impresario  Giustiniani. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  311 


Per  quella  parte  di  carteggio  che  riguarda  i 
nobili  tirapiedi,  ossia  quei  personaggi  che  il 
Granprincipe  mandava  ad  udire  virtuosi  e  virtuose 
nei  teatri  piìi  importanti  dove  cantavano,  basterà 
nominare  l'Auditore  Fra  Niccolò  Quaratesi,  uo- 
mo che  per  tale  ufìcio  riteneasi  efficacissimo,  ma 
che  invece'  all'atto  pratico  lui  si  dichiara  mal 
sicuro  della  propria  intelligenza  per  giudicare  al 
giusto  valore  questo  o  quel  soggetto,  a  riferire 
del  quale  veniva  incaricato.  Adoprava  per  altro 
ogni  debita  precauzione  onde  adempiere  nel  mi- 
glior modo  i  comandi  del  serenissimo  padrone, 
chiedendo  pareri,  e  raccattandone  pure  senza  chie- 
derli, udendo  e  riudendo  l'artista  di  cai  doveva 
riferire,  e  ne  riferiva  invero  non  tanto  pel  pro- 
prio convincimento,  quanto  pel  convincimento  al- 
trui (.1). 

Dove  il  carteggio  teatrale  del  Granprincipe 
di  Toscana  prende  un  certo  che  di  comico,  di  ben 
divertevole,  non  però  per  parte  sua,  e  clie  deve 
esser  stato  estremamente  faticoso  alla  buon'anima 
del  marchese  P.  A.  Gerini  il  quale,  nella  sua  qua- 
lità di  maggiordomo  dello  stesso  Principe,  era  co- 
stretto a  sopportare  il  peso  dello  scrivere,  del  leg- 
gere, del  riferire  e  del  riscrivere,  si  è  nel  tempo 


(1)  Buon  numero  di  lettere  dell'  Auditore  Èra  Niccolò 
Quaratesi  su  tal  proposito  si  trovano  al  principio  della  Filza 
5903  del  citato  Arcliivio  Mediceo. 


312  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

in  cui  la  massa  dei  virtuosi  al  servizio  di  S.  A., 
insieme  a  quelli  che  temporariamente  si  solevano 
acquistare,  dovevano  andare  a  Livorno  per  ese- 
guirvi le  due  opere  di  carnevale.  Ciascuno,  per 
ordine  del  Principe,  veniva  raccomandato  a  dei 
particolari  livornesi  :  le  dive  nubili  cagionavano 
pensieri  gravissimi  ;  i  divi  scapoli  mettevano  in 
grande  soggezione  ;  quelle  che  avevano  il  marito, 
e  quelli  che  avevano  la  moglie,  con  prole  e  ser- 
vitù, questo  si  sa,  erano  d' impaccio  insopporta- 
bile ;  i  suonatori,  benché  su  per  giù  fossero  nel 
caso  d' accampar  meno  grandi  pretese,  recavan 
tuttavia  la  loro  parte  di  disturbo.  Cosi,  fra  gli  e- 
letti  all'onore  d'ospitare  questo  o  quello,  alcuni 
si  sgobbano  in  ringraziamenti  profondi  per  la 
grazia  che  fa  loro  il  serenissimo  Ereditario  di  To- 
scana, ai  cui  piedi  rassegnano  ubbidienti  la  casa 
e  la  persona,  ma  vi  sono  poi  buona  parte  di  ri- 
trosi e  di  ribelli.  Chi  adduce  la  ristrettezza  della 
propria  abitazione,  chi  quella  delle  proprie  cir- 
costanze per  giustificare  l'impossibilità  di  trattare 
un  virtuoso  come  meritano  le  sue  conv^enienze  in- 
sieme alla  virtù  ;  chi  si  rammenta  delle  turbolenze, 
0  dei  danni  sofferti  l'anno  prima  e  chiede  d'esser 
esonerato  dall'ospitare  chichessia  in  quest'anno,  non 
potendosi  sobbarcare  a  nuovi  guai  ;  chi  ha  avuto 
malattie  nella  famiglia  e  chi  ne  ha  presentemente  ; 
uno  ha  perso  di  recente  la  moglie  od  un  figliuolo  ; 
un'altro  ha  due  figliuole  che  si   devon   maritare. 


FIRENZE    AI   DBMIDOFF  313 


percui  non  gli  è  possibile  di  badare  ai  virtuosi 
per  quest'anno,  ma  spera  nella  grazia  del  Padrone 
Serenissimo  per  l'anno  prossimo  ;  un'altro,  infine, 
«  ha  la  moglie  gravida  che  deve  partorire  tra 
giorni,  »  epperciò  non  può  subire  l'incomodo  d'un 
virtuoso  per  la  casa. 

Lettere  di  questo  genere,  se  ne  radunano  cento 
tante  nella  Filza  5909,  e  chi  le  volesse  trascor- 
rere per  bene  ad  una  ad  una,  si  potrebbe  rag- 
guagliare del  baccanale  che  dovevano  fare  nella 
testa  della  buon'anima  del  marchese  P.  A.  Ge- 
rini,  quand'era  costretto  ad  una  ad  una  di  tra- 
scorrerle per  darne  conto  al  principe  Ferdinando, 
cui  premeva  d'assestare  dal  primo  all'ultimo  i 
suoi  musicanti. 

Dato  così  un  saccinto  dell'attiva  operosità  che 
nel  principe  Ferdinando  ingenerava  la  grande  pas- 
sione per  la  musica,  secondata,  questa  passione, 
dalla  bramosia  e  dallo  zelo  di  contribuire  al  pro- 
gresso melodrammatico,  non  che  da  quella  saga- 
cità  ed  intelligenza  pari  al  nobilissimo  proposito, 
come  si  è  potuto  riscontrare,  non  occorrerà  ripe- 
tere la  celebrità  che  accrebbe  il  famoso  teatro 
di  Pratolino  alle  villeggiature  celebri. 

Annualmente  nella  stagione  autunnale,  s'esegui- 
va nella  Real  Villa  un'opera  nuova,  espressamente 
scritta  per  quel  nucleo  di  cantanti  dalle  doti  sa- 
lienti che  il  Principe  sceglieva  nella  schiera  dei 
migliori. 


314  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


I  cenni  storici  della  vita  del  Granprincipe  stam- 
pati dal  Puliti,  ci  permettono  di  dare  il  seguente 
promesso  elenco  delle  opere  scritte  per  ordine  del 
medesimo  Granprincipe,  e  da  lui  fatte  rappre- 
sentare prima  nella  gran  sala,  e  poi  nel  teatro 
del  real  palazzo  : 

1684  —  Lo  Siiezialc  di  Villa,  parole  del  poeta 
Cosimo  Villifranchi,  musica  di  maestro  ignoto; 

1685  —  Ifionossa  e  Melam'po,  parole  del  poeta  G.  A. 
Moniglia,  musica  del  maestro  G.  Legrenzi  ; 

1686  —  TI  Finto  Chimico,  parole  e  musica  d'au- 
tori ignoti  ; 

1687  —  Il  Tiranno  di  Coleo,  parole  di  Moniglia, 
musica  del   maestro  G.M.  Pagliardi  ; 

1688  —  Opera  d'ignoto  titolo,  e  di  poeta  ignoto, 
musica  del  maestro  Alessandro  Scarlatti  ; 

1689  —  La  Serva  favorita,  parole  di  Villifran- 
chi, musica  del  maestro  G.  M.  Buini  ; 

1690  —  Opera  d'ignoto  titolo  e  di  poeta  ignoto, 
musica  di  Scarlatti  ; 

1691  —  Opera  di  cui  non  si  conosce  titolo,  né 
poeta,  nò  compositore. 

1692  —  Trespolo  oste,  parole  di  Villifranchi,  mu- 
sica del  maestro  Ricciardi  ; 

1693  —  Attilio  Regolo,  parole  del  poeta  Matteo 
Noris,  musica  di  Pagliardi  ; 

1694  —  Non  ebbe  luogo  l'opera  in  quest'anno, 
stante  il  grave  tutto  per  la  morte  della  Gran- 
duchessa Vittoria,  madre  del    Granprincipe. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  315 

1695  —  V  Ipocondriato,    parole  di    Yillifranchi, 
musica  di  Duini  (1)  ; 

1696  —  Opera  completamente  sconosciuta  per 
titolo,  per  poeta  e  per  compositore  ; 

1697  —  Opera  come  sopra  ; 

1698  —  Anacreonte,  di  poeta  e  di  maestro  ignoti  (2); 

1699  —  Far  amondo,  parole  d'ignoto  poeta,  mu- 
sica del    maestro  C.  Polaroli  ; 

1700  —  Lucio  Vero,  parole  di  poeta  ignoto,  mu- 
sica del  maestro  G.  A.  Perti  ; 

1701  —  AUianotte,  parole  del  poeta  D.   A.  Salvi, 
musica  di  maestro  ignoto  ; 

1702  —  Opera  sconosiuta  per  titolo  e  per  autori  ; 

1703  —  Arminio,  parole  di  Salvi,  musica  di  Scar- 
latti ; 

1704  —  Tullio  Arido,  parole  del  poeta  S.  Stam- 
piglia,   musica  di  Scarlatti  ; 

1705  —  Lucio  Manlio,  parole  e  musica  dei  me- 
desimi autori  ; 

1706  —  //  Gran  Tamerlano,  parole  di  Salvi,  mu- 
sica di  Scarlatti  ; 

1707  —  Dionisio  Re  di  Portogallo,  parole  di  Salvi, 
musica  di  Perti  ; 


(1)  Alle  rappresentazioni  di  quest'opera  fu  il  concorso 
più.  straordinario  del  solito,  attesi  i  maccliiuismi  dell'ar- 
chitetto Filippo  Acciainoli  che  servivano  d'intermezzo  de- 
stando alta  e  generale   ammirazione. 

(2)  Ebbe  luogo  in  quest'anno  l'apertura  del  teatro. 


316  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

1708  —  Ginevra  Principessa  di  Scozia,    parole 
e  musica  dei  medesimi  autori  (1)  ; 

1709  —  Berenice  Regina  d'Egitto,  parole  e  mu- 
sica dei  medesimi  autori  \ 

1710  —  Rodelinda  Regina  dei   Longobardi,   pa- 
role e  musica  dei  medesimi  autori  ; 

1711  —  Teatro  chiuso  per  malattia  del  Granprin- 
cipe  Ferdinando  ; 

1712  —  Teatro  chiuso  come  sopra; 

1713  —  Avvenuta  la  morte  del   Granprincipe   in 
quest'anno  il  teatro  resta  chiuso  (2). 


(1)  Dice  il  Puliti  che  «  Giorgio  Federigo  Hàndel  fu 
chiamato  in  Firenze  dal  Granprincipe  nel  1707,  ed  ac- 
coltolo con  bell'onore,  l'ammesse  alle  sue  private  conver- 
sazioni. Gli  fece  comporre  un  melodramma,  il  Bodrigo, 
che  fu  la  prim'opera  italiana  di  questo  rinomato  maestro, 
per  la  quale  gli  dette  cento  zecchini  ed  un  servizio  di 
porcellana.  »  —  A.  F.  Fétis  [Biograpliie  Universelle  des 
MiLsiyiens)  dice  poi  che  il  Rodrigo  fu  composto  nel  1708, 
e  che  si  rappresentò  a  Corte  nell'  ottobre  dell'  anno  me- 
desimo ». 

(2)  Dice  il  Settimanni  che  sino  dai  primi  del  mese  di  set- 
tembre del  1709,  il  principe  Ferdinando  era  stato  colpito  nel- 
la R.  Villa  di  Pratolino  da  ripetuti  colpi  epilettici  accidenti 
con  qualche  sintomo  apoplettico,  e  venuta  in  Firenze  la  tri- 
ste notizia  della  grave  malattia,  fu  dato  l'ordine  dal  Gran- 
duca Cosimo  di  scoju'ire  il  SS.  Sacramento  nella  Metropo- 
litana, al  che  tennero  dietro  altre  sacre  funzioni  non  solo 
in  essa  chiesa,  ma  puranco  in  quella  di  S.  Giuseppe  ecc., 
affinchè  Iddio   facesse    ricuperare  al  Principe  la  salute. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  317 

Il  Granpriiicipe  Ferdinando  de'  Medici,  oltres- 
sere  stato  ammaestrato,  adolescente,  nella  musica, 
s'ammaestrò  parimente  nelle  sienze  fisiche  e  mate- 
matiche, nell'anatomia,  nelle  lettere  e  nelle  sto- 
rie, talché  giovanissimo  ancora  godè  fama  di  dotto 
in  tutta  l'Italia  ;  e  si  rileva  dal  suo  carteggio  co- 
m'egli  mantenesse  un  continuo  commercio  episto- 
lare con  i  pili  grandi  scienziati  del  suo  tempo.  Pos- 
sedè l'architettura  ed  il  disegno,  informa  la  Cro- 
naca, torniva  e  acquarellava  con  molto  profitto, 
dilettandosi  di  cose  antiche,  come  di  tutte  le  arti 
nobili  e  cavalleresche.  Del  suo  carteggio  si  sono 
giovati  gli  scrittori  che  di  lui  han  parlato  ;  per 
attestare  il  grande  amore,  il  grande  dispendio 
con  cui  cercava  d'arricchire  le  sue  gallerie  dei 
capolavori  d'eccellenti  pittori  antichi  e  moderni, 
cosicché  gli  appartamenti  suoi,  nel  Palazzo  Pitti, 
e  nelle  ville  sue  predilette,  come  Pratolino,  Arti- 
mino,  Castello,  Petraia,  Poggio  a  Calano  e  Pog- 
gio Imperiale,  erano  pieni  di  pregevolissimi  qua- 
dri da  lui  comprati  :  il  suo  gabinetto  della  villa 
del  Poggio  a  Caiano  era  poi  particolarmente  ce- 
lebrato per  una  collezione  di  piccoli  quadri  d'ogni 
genere.  I  quadri  delle  sue  gaherie  furon  fatti 
da  lui  disegnare,  e  poi  ne  fece  fare  l'intaglio  al- 
l'acqua forte  dal  vecchio  P.  Giov.  Antonio  Loren- 
zini  di  Bologna,  minore  conventuale,  da  Cosimo 
Magalli,  da  Giov.  Domenico  Picchianti,  e  da  Teo- 
doro Yikruys. 


318  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

Il  Granprincipe  protesse  molto  i  teatri,  ma 
providde  pure  coi  propri  mezzi  ad  istituzioni  re- 
ligiose, e  le  chiese  restaurò  ed  abbellì  in  buon  nu- 
mero tanto  in  Firenze  che  fuori  di  Firenze.  Fu 
mecenate  munifico  coi  cantanti  e  coi  musicisti 
italiani  e  stranieri,  ma  protezione  ugualmente 
munifica  T  accordò  pure  ai  cultori  di  qualunque 
scienza  e  di  qualunque  arte  (1)  ;  protesse  inoltre  i 
soverchiati  e  i  miseri  che  a  lui  domandarono  soc- 
corso, avendo  egli  per  massima  che  siamo  tutti  al 
mondo  p(?r  far  bene  al  2:)rossimo.  E  com'ei  lo 
facesse,  lo  prova  più  che  non  bisogna  il  suo  car- 
teggio. 

Ai  biografi  lasciamo  il  compito  di  dirne  da  van- 
tas-g-io. 


(1)  Si  contauo  tra'  suoi  protetti  l'arcliitetto  Ciro  Ferri 
romano,  ed  Anton  Domenico  Gabbiani,  pittore  fiorentino. 
Bartolommeo  Cristofori  si  portò  da  Padova  a  Firenze, 
dove  per  la  protezione  del  Granprincipe  potè  far  valere 
la  sua  invenzione  del  pianoforte. 


«»jSS=*" 


Note  biografiche  d'alcuni  principali  Artefici 
die  operarono  a  Pratolino. 


'^"^^^■É^  ANCANTi  delle  notizie  necessarie  a  corn- 
ai pendiare  una  biografia  di  tutti  gli  arte- 
■Ì3<)'e^  fici  celebri  ch'eseguirono  delle  opere  a 
Pratolino,  c'è  grato  consacrar  qualche  pagina  a 
coloro  che  tra  la  schiera  eletta  sono  venuti  a 
nostra  cognizione.  Non  il  desio  di  plagio  qui  ci 
consiglia  dir  poco  degli  uomini  illustri  di  cui  la 
storia  disse  già  molto,  ma  siamo  certi  che  dopo 
la  relazione  del  maestoso  parco  da  noi  compilata, 
non  fuori  di  luogo  giudicherà  il  lettore  se  con 
brevi  note  biografiche  intendiamo  raccoglier  quei 
noQii  che  alla  storia  di  Pratolino  e  delle  sue  bel- 
lezze troviamo  collegati. 


320  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


Bartolommeo    Ammannati 

Scultore  e  Architetto 

(1511-1592.) 

D'Antonio  Ammannati  creduto  di  Settignano 
presso  Firenze,  nacque  Bartolommeo  nel  1511,  ed 
ebbe  discreta  educazione  da  fanciullo.  Però,  mor- 
togli di  buon'ora  il  padre  dovè  dedicarsi  tosto  al 
lavoro  per  guadagnarsi  da  vivere. 

Cominciò  a  studiare  a  Firenze  con  Baccio  Ban- 
dinelli,  ed  andò  a  seguitare  a  Venezia  con  Jacopo 
Tadda  detto  Sansovino  ;  ma  l'ammirazione  grande 
che  aveva  per  Michelangiolo  fece  si  che  tornò  a 
Firenze,  dove  si  perfezionò,  si  può  dire,  studiando 
le  statue  di  quel  sommo  neUa  sagrestia  di  S.  Lo- 
renzo. 

La  carriera  di  Bartolommeo  Ammannati  comin- 
ciò con  un  Dio  Padre  di  mezzo  rilievo  cui  s'uni- 
vano degh  angioli.  Ben  presto  acquistò  bel  nome 
a  Napoli  con  tre  statue  eh'  eseguì  pel  mausoleo 
del  celebre  poeta  Sannazzaro,  e  ad  Urbino  dove 
fece  la  sepoltura  del  Duca  Francesco.  Dopo  avere 
scolpito  quattro  statue  a  Firenze  per  un  sepolcro 
che  nella  chiesa  della  SS.  Nunziata  volevasi  eri- 
gere alla  memoria  del  valoroso  Francesco  Mufl 
romano,  rimase  disgustato  che  tal  sepolcro  non 
venisse  piìi  eretto,  e  che  le  sue  statue  andassero 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  321 


da  una  parte  e  dall'altra  ;  per  questo  disgusto  si 
trasferì  di  nuovo  a  Venezia,  dove  gli  fu  fatta  scol- 
pire la  statua  di  Nettuno  per  la  piazza  S.  Marco. 
Passò  a  Padova,  e  il  celebre  dottore  Marco  Man- 
tova Benavides,  gran  mecenate  delle  Arti  Belle, 
lo  richiese  d'una  statua  colossale  per  il  proprio 
giardino,  che  il  giovane  scultore  fece  piti  grande 
del  Biancone  (1)  raccozzando  otto  massi  di  marmo, 
e  superando  con  assai  lode  le  difficoltà  anatomi- 
che in  opera  di  proporzioni  tanto  inusitate  ;  oltre 
al  colosso,  ebbe  a  scolpire  per  lo  stesso  mecenate 
una  statua  che  nel  palazzo  allogò  in  una  nicchia 
presso  il  portone  del  giardino,  e  più  volle  il  proprio 
monumento  con  diverse  statue  che  gli  si  eresse  nella 
chiesa  degli  Eremitani  (2).  La  fama  lo  precedeva  in 
Roma,  dove  andò  quindi  col  proposito  di  studiarvi 
le  architetture  antiche.  Disegnò  moltissime  fabbri- 
che, e  si  messe  in  grado  di  scrivere  un  trattato 
d'architettura  poi  tenuto  in  alto  pregio.  Edificò 
nella  città  eterna  il  palazzo  Rucellai,  in  via  del 
Corso,  un  altro  palazzo  sul  canto  della  via  Con- 
dotti, e  la  gran  fabbrica  del  Collegio  Romano  dei 
Padri  Gesuiti.  Per    mezzo  di  Michelangiolo,    che 


(1)  Leopoldo  Cicogxara,  nel  terzo  volume  della  sua 
Storia  della  Scultura,  riproduce,  a  tav.  LIX,  i  due  colossi 
per  mostrare  la  differenza  che  passa  dall'uno  all'altro. 

(2)  Ivi,  tav.  LX,  si  riproduce  la  statua  della  nicchia 
ed  una  delle  statue  del  monumento. 

FIRENZE    AI    DEMIDOFF  '  21 


322  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 

gli  s'era  fatto  amicissimo,  ebbe  commissione  di 
più  opere  dal  papa  Giulio  III,  come  statue,  or- 
namenti per  il  Campidoglio,  e  qualclie  fontana 
nella  vigna  di  fuori  la  porta  del  Popolo.  Scon- 
tento della  mercede  ricevuta  da  quel  Ponteiice 
tornò  alla  patria,  ora  che  l'età  sua  oltrepassava 
i  quarant'anni.  Accolto  con  favore  dal  granduca 
Cosimo  I,  ebbe  subito  da  fargli  le  statue  che  servi- 
rono per  la  fontana  di  Pràtolino  (1),  cui  tennero 
dietro  le  opere  per  la  villa  di  Castello  (2),  nonché 
una  statua  di  Marte  gettata  in  bronzo  ed  una  Ve- 
nere con  diversi  fanciulli.  Nel  1554  era  stata  inon- 
data Firenze  dall'acque  dell'Arno  che  tra  gli  altri 
danni  enormi  avevano  fatto  crollare  il  ponte  S.  Tri- 
nità, e  tra  le  varie  opere  di  riparo  che  affidò  il 
granduca  all'Ammannati,  fu  principale  la  rico- 
struzione di  esso  ponte,  ormai  stimato  uno  dei 
ponti  piià  meravigliosi  d'Europa  (3).  Poco  dopo  fu 
preferito  dal  medesimo  granduca  per  l'esecuzione 
della  grande  fontana  di  Piazza,  chiamata  del 
Biancone    invece   che   del    Nettuno  (4).  Richiesto 


(1)  y.  pag.  270. 

(2)  Vedi  nota,  pag.  233. 

(3)  Fu  cominciato  nel  1567,  e  terminato  nel  1570,  colla 
spesa  di  46180  piastre. 

(4)  Fattosi  un  inutile  concorso  per  l'esecuzione  di  questa 
grandiosa  fontana.  Griambologna,  Cellini  e  Danti  avrebbero 
conteso  la  palma  all'Ammannati  ;  ma  lui  doveva  essere 
preferito,  e  lo  fu,  quantunque  con  progetto  meno  preferi- 
bile :  si  cominciò  nel  1571,  e  fu  scoperta  nel  1575. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  323 


dal  papa  Gregorio  XIII  per  fare  la  sepoltura  d'un 
suo  cugino  cli'era  stato  professore  in  legge  al- 
l'Università di  Pisa,  sepolto  nel  camposanto  della 
città  medesima,  scolpi  l'Ammannati  tre  statue  che 
raffigurano  il  Salvatore,  la  Giustizia  e  la  Pace. 
Comprato  dalla  duchessa  Leonora  di  Toledo,  mo- 
glie del  Granduca,  il  palazzo  Pitti,  che  un  secolo 
prima  Luca  Pitti  aveva  fatto  principiare  al  Bru- 
nelleschi,  ebbe  ordine  V  Ammannati  di  tirarlo 
avanti,  e  rifattone  i  disegni,  che  quelli  del  Bru- 
nelleschi  s'erano  spersi,  tosto  costruì  l'ammirabile 
cortile.  Edificò  il  palazzo  Mondragone  (1)  sul 
canto  di  via  de'  Banchi  e  via  del  Giglio,  il  pa- 
lazzo Firenzuola  dirimpetto  al  Monastero  degli  An- 
gioli (2),  riordinò  ed  abbellì  per  l'Arte  della  Lana 
quelle  tre  case  che  formano  il  canto  alla  Ca- 
tena, e  che    più    anticamente    i    terribili  ufficiali 


(1)  Oggi  palazzo  Peyron.  Questo  palazzo  prese  una  certa 
celebrità  dal  cortigiano  per  cui  fu  edificato.  Ma  forse  di 
più  doveala  prendere  dal  fatto  clie  la  marchesa  di  Mon- 
dragone con  tradimento  e  inganno  vi  condusse  Bianca  Cap- 
pello, mentre  Francesco  I,  in  compagnia  del  marchese,  ve 
l'aspettò  nascosto.  Cosi  ebbe  luogo  tra  Francesco  e  Bianca 
il  primo  e  fatale  abboccamento,  principio  d'una  vergognosa 
tresca,  d'onde  pervennero  sciagure  gravi,  e  memorie  tene- 
brose. (Avremo  di  ciò  da  parlare  in  altro  luogo). 

(2)  Oggi  palazzo  dei  Signori  Della  Porta,  che  nel  1871 
fecero  completamente  restaurare  all'esterno  dall'architetto 
Emilio  De  Fabris. 


324  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


di  Torre  avevano  confiscate  agli  Alberti  (1),  ed 
infine  la  chiesa  di  S.  Giovannino  che  si  chiamò 
degli  Scolopi,  in  via  Martelli.  Fa  sapere  il  Bocchi 
che  «  questa  chiesa  col  disegno  e  co'  danari  al- 
tresì di  Bartolommeo  Ammannati  raro  scultore 
e  architetto,  e  con  assidua  industria  nobilmente 
è  stata  fatta,  adorna  e  condotta  come  si  vede  (2).  » 
Nella  medesima  chiesa  eresse  per  se  stesso  una 
cappella  che  intitolò  di  S.  Bartolommeo,  dov'è  una 
tavola  dipintagli  dall'Allori  colla  storia  della  Ca- 
nanea ;  e  nella  figura  di  detto  santo  ritrattò  il  pit- 
tore al  naturale  l'Ammannati,  come  pure  dietro 
alla  Cananea,  ritrattò  la  di  lui  moglie  Laura  Bat- 
liTerri    (3)    effigiandola    in    una   donna   con    velo 


(1)  Dopo  il  riordinamento  fatto  dall' Ammannati,  sog- 
giornò in  lina  di  queste  tre  case,  quella  che  oggi  ]Dorta  il 
n.  38  in  via  degli  Alfani,  il'  fanciullo  S.  Luigi  Gonzaga  dal 
novembre  1577  all'aprile  1580,  come  lo  avverte  un  epitaffio 
in  marmo  sulla  porta,  dove  il  ritratto  dello  stesso  santo  si 
vede.  E  da  notarsi  ancora  clie  ultimamente  fu  proprietario 
di  questa  casa  storica  il  cHaro  dottor  Enrico  Gallizioli, 
benemerito  fiorentino  cbe  vi  mori  nel  principio  del  1878; 
l'ereditò  quindi  la  di  lui  nipote,  signora  Adelina  Gallizioli 
nei  Cattaneo,  attuale  proprietaria. 

(2)  Francesco  Bocchi  :  Bellezze  di  Firenze,  1691.  Il  Bal- 
dinucci  poi  produce  tutti  i  documenti,  nella  Vita  delV Am- 
mannati, che  comprovano  le  spese  da  lui  sostenute  per 
l'edificazione  di  questa  chiesa. 

(3)  Lalira  Battiferri,  gentil  fanciulla  d'Urbino,  distinta 
per  condizione  e  per  ingegno,  poetessa  molto  apprezzata 
da  Annibal  Caro,  sposò  Bartolommeo  Ammannati  nel  1550. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  325 

bianco  in  capo  e  nelle  mani  un  libro  aperto.  Di- 
nanzi a  questa  Cappella  fu  sepolto  l'Ammannati 
nel  1592,  nella  qual  sepoltura  sua  moglie  l'avea 
preceduto  sino  dal  1589. 

Giovanni   Bologna 

Scultore 

(1524-1599) 

Circa  il  1524  nacque  Giambologna  a  Dovai 
(Fiandra),  e  colà  studiò,  giovanetto,  collo  scultore 
e  architetto  Jacopo  Beuch.  Questo  maestro  era 
stato  in  Italia,  e  tratto  tratto  parlava  delle  ita- 
liane bellezze  al  suo  scolaretto.  Giambologna,  in- 
namoratosi delle  medesime,  volse  piede  al  nostro 
turchino  cielo,  e  se  n'andette  a  Roma,  dove  di- 
morò due  anni,  trascorrendo  fra  le  grandezze  del- 
l'arte che  fecero  maestosa  la  città  dei  Cesari,  e 
studiando  avidamente  il  bello  del  bello.  Quando 
a  lui  parve  d'esser  giunto  a  qualche  cosa  di  buono, 
formò  un  certo  modello  di  terra,  che  volle  bene 
perfezionare,  onde  portarlo  a  Michelangiolo  Buo- 
narroti per  avere  sur  esso  il  suo  parere  ;  da  Mi- 
chelangiolo riportò  per  consiglio  d'imparar  prima 
sbozzare  e  poi  tìnire.  E  ciò  mal  suonando  all'orec- 
chie del  giovane  fiammingo,  pare  ch'ei  si  met- 
tesse nell'animo  di  volere  uq  giorno  o  l'altro  riva- 
leggiare col  sommo  fiorentino  che  fu  il  più  grande 
artista  del  mondo. 


326  FIRENZE   Al   DEMIDOFF 

Il  genio  lo  stimolava  da  una  parte,  mentre 
il  bisogno  ne  lo  tormentava  dall'altra  ;  ed  era  dif- 
ficile cominciare  a  guadagnare  :  si  trovò  sul  punto 
di  tornare  in  Fiandra.  E  lasciò  Roma  recandosi 
a  Firenze,  dove  per  sua  buona  sorte  fu  preso 
in  protezione  da  Bernardo  Vecchietti,  amatore 
sincero,  e  giusto  apprezzato  re  delle  Arti,  che  visto 
gli  studi  di  modelli  fatti  dal  giovane  flammii'igo, 
nutrì  su  lui  grandi  speranze,  e  mercè  sua  non 
perse  Firenze  uno  dei  suoi  più  illustri  artisti. 

Diventato  ospite  il  Giambologna  di  messer  Vec- 
chietti, e  da  lui  sovvenuto  nei  bisogni  del  mestiere, 
i  saggi  che  dava  del  poderoso  suo  talento  cagio- 
narono l'invidia:  che  quel  ragazzo  modellasse  mol- 
to bene,  non  osavano  negarlo  gli  scultori  contempo- 
ranei ;  ma  non  pochi  tra  loro  andavano  spargendo 
ch'ei  non  sarebbe  mai  stato  capace  di  scolpire  una 
statua  siccome  la  modellava.  Allora,  per  soffocar  la 
maldicenza,  il  Vecchietti  gli  comprò  un  blocco 
di  marmo,  e  la  prima  statua,  una  Venere,  fu  scol- 
pita da  Giambologna  (1).  Il  principe  Francesco 
vidde  la  Venere,  e  fece  subito  una  pensione  a 
Giambologna  (2).  Oltre  la  pensione  reale,  non  si 


(1)  Questa  Venere  fu  posta  sopra  una  fontana  nella 
villa  Vecctietti,  e  passò  dopo  in  possesso  del  pittore  in- 
glese Tommaso   Patch. 

(2)  Di  questa  generosa  pensione  il  Giambologna  n'  e- 
sprime  riconoscenza  al  principe  Francesco  auclie  nella  let- 
tera che  gli  scrisse  da  Seravezza  nel  1568  o  1569,  la  quale 
abbiamo    riprodotta  a  pag.  288. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  327 


fecero  aspettar  più  le  ordinazioni  di  statue  che  si 
spedivano  all'estero. 

Entrato  al  servizio  de"Medici,  Giambologna  rin- 
graziò il  mecenate  Vecchietti  cui  fece  in  segno  di 
riconoscenza  la  facciata  del  palazzo,  mettendo  sul 
canto  di  mercato,  ora  via  degli  Strozzi,  quel  satiro 
espressamente  modellato  e  fuso,  per  il  quale  prese 
nome  di  Canto  ai  diavoli  (1).  Scolpi  per  il  sovrano  il 
gruppo  di  Sansone  con  sotto  il  Filisteo,  opera  messa 
sulla  fontana  del  cortile  dei  semplici,  ed  i  mostri 
marini  sostenenti  la  tazza  della  medesima  fon- 
tana (2);  poi  gettò  in  bronzo  due  fanciulli  in  atto 
di  pescare  all'amo  per  la  fonte  del  Casino.  Furono 
quindi  sue  opere  principali  quel  celebre  Nettuno 
sulla  fonte  della  piazza  di  Bologna  ;  il  gruppo 
raffigurante  la  virtù  che  opprime  il  vizio,  la  mera- 
vigliosa Fontana  dell'Oceano,  in  granito  d'Elba, 
per  il  giardino  di  Boboli,  colle  figure  dei  fiumi 
Nilo,  Gange,  ed  Eufrate  ;  il  gruppo  nel  vivaio 
del  medesimo  giardino  ;  la  statua  di  marmo  in 
piedi  pel  granduca  Cosimo  I  in  testa  degli  Ufizi  ; 
il  colossale  Appennino  con  altre  statue  per  la  real 
villa  di  Pratolino  ;  una  donna  in  bronzo  in  atto  di 


(1)  I  satiri  di  Giambologna  clie  dettero  il  -nome  del 
Canto  ai  diavoli  furono  due,  ma  uno  venne  rubato  a 
tempo  nostro. 

(2)  Questa  fontana  andò,  insieme  ad  un'altra,  in  dono  al 
duca  di  Lelma   in  Ispagna. 


328  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


pettinarsi  per  la  real  villa  di  Castello  ;  la  stupenda 
statua,  pure  in  bronzo,  dell'Apostolo  S.  Luca  in 
una  nicchia  della  facciata  d'Orsanmichele,  dalla 
parte  di  via  Calzaioli  (1);  sei  figure  al  naturale 
in  tondo  rilievo  e  sette  storie  in  bassorilievo  che 
rappresentano  i  principali  misteri  della  Passione, 
il  tutto  fuso  in  metallo,  per  la  chiesa  di  S.  Fran- 
cesco in  Genova  (2)  ;  tre  statue  maggiori  del  na- 
turale collocate  sopra  un  altare  del  duomo  di 
Lucca  ;  il  celebre  Mercurio  volante  in  bronzo  che 
ora  trovasi   al    Museo    Nazionale    (3)  ;    la    statua 

(1)  Scrive  Filippo  Baldinucci  che  la  statua  di  S.  Luca  pesa 
3963  libbre,  sopra  la  base  di  libbre  282  e  mezzo  ;  cbe  £u 
messa  nella  uiccliia  nel  1602,  e  cbe  avanzò  mille  libbre  di 
bronzo  dalla  costruzione  della  statua  il  quale  venne  com- 
prato dall'Opera  di  S.  Maria  del  Fiore  che  se  ne  servi,  in 
parte,  nel  rifacimento  della  gran  palla  della  cupola  del 
Duomo,  abbattuta  nel  1600.  —  L'erudito  professore  Jacopo 
Cavallucci,  nel  suo  Manuale  della  Storia  della  Scultura  par- 
lando di  Giambologna,  dice  che  di  questo  artista  «  la 
chiesa  d'Orsanmichele  ha  in  uno  de'suoi  pilastri  la  statua 
di  S.  Giovanni  Battista.  »  —  In  una  nicchia  d'Orsanmi- 
chele v'è  difatti  la  statua  di  S.  Giovanni  Battista,  ma  è  del 
Ghiberti,  e  vi  fu  messa  quasi  due  secoli  prima  del  S.  Luca 
di  Giambologna  taciuto  dall'egregio  professore.  Rileviamo 
l'errore  per  non  accettar  confusione  fra  due  capi  d'opera 
che  distano  quasi  due  secoli  l'uno  dall'altro. 

(2)  Nell'esecuzione  di  queste  opere  ebbe  pur  molta  parte 
lo  scultore  Francesco  Fi-ancavilla  discepolo  di  Giambologna. 

(3)  Nell'opera  citata  del  Cicognara  è  riprodotto  il  celebre 
Mercurio  girato  in  tre  maniere  a  tav.  LXIII,  nella  quale 
ri]3roduconsi  pure  le  tre  statue  del  duomo  di  Lucca. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  329 

equestre  in  bronzo  di  Cosimo  I  sulla  piazza  della 
Signoria  (1)  coi  tre  relativi  bassorilievi  che  gi- 
rano la  base  e  la  cartella  dell'iscrizione  ;  il  cele- 
bre gruppo  delle  Sabine,  e  l'altro  gruppo  piìi  ce- 
lebre ancora  d'Ercole  che  ammazza  il  centauro, 
entrambi  sotto  la  loggia  dei  Lanzi  ;  la  statua  di 
Ferdinando  I  per  la  città  d'Arezzo  ;  la  cappella 
di  S.  Antonio  nella  chiesa  di  S.  Marco  colla  statua 
del  Santo  giacente  sulla  cassa,  i  quattro  Angioli 
pili  del  naturale,  e  le  altre  statue  di  marmo  (2)  ; 
la  cappella  per  se  stesso  nella  chiesa  della  SS. 
Nunziata  colla  statua  di  marmo,  i  bassorilievi  di 
bronzo  ne'  quali  si  rappresenta  la  Passione,  il  Cro- 
cifisso pure  di  bronzo  al  naturale,  nonché  il  suo 
proprio  sepolcro.  Ultim'  opera  di  Giambologna  fu 
l'equestre  statua  in  bronzo  di  Ferdinando  I,  "  che 
due  mesi  dopo  la  di  lui  morte  avvenuta  nell'a- 
gosto del  1608,  s'inaugurò  sulla  piazza  della  SS. 
Nunziata. 

Scolpi  altre  statue  che  i  Medici  mandarono  in 
dono  a  sovrani  stranieri,  e  ne  scolpì  anche  per 
nobili  privati.  Oltre  una  moltitudine  di  busti  e 
di  ritratti  ben  degni  della  sua  gran  fama,  dob- 
biamo ricordare  i  Crocifissi  che  gli  fecero  una  ce- 


(1)  Il  cavallo   pesa    15,438  libbre,  e   la  statua  ne  pesa 
7716;  s'inaugurò  nel  1594. 

(2)  Il  citato  A.  F.  Gori  ha  fatto  di  questa  cappella  una 
bellissima  descrizione. 


330  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

lebrità  particolare;  fa  per  di  più  impareggiabile 
nell'invenzione  degli  oggetti  da  fondersi  nei  me- 
talli, come  satiri,  uccellami  e  via  dicendo,  dei 
quali  ne  andettero  dappertutto,  massime  nelle  reali 
ville  di  Pratolino  e  di  Castello  ;  la  sua  grand'arte 
nel  formare  l'indicibile  varietà  di  tali  oggetti, 
sovraneggia  in  singoiar  modo  oggidì  con  Cjuella 
del  Cellini  nelle  nostre  Gallerie  e  nel  palazzo  Pitti, 
e  molto  più  vale  dei  metalli  preziosi  con  cui  ne 
vien  rappresentata. 

Giambologna  ricevè  segnalati  favori  anche  dal 
granduca  Ferdinando  I,  successo  a  Francesco  nel 
1596,  fra'  quali  si  fu  quello  della  casa  in  via  di 
Pinti,  che  gli  concesse  per  uso  dell'abitazione  e 
dello  studio  (1). 

Bernardo   Buontalenti 

Piiiore,  Scultore,  Architetto  Civile  e  Militare 

(1536-1G08) 

Apprende  la  storia  che  sino  dal  1284  le  acque 
dell'Arno    inondando  la  parte  meridionale  della 


(1)  È  il  palazzo  ora  segnato  col  n.  26,  proprietà  della 
nobil  donna  vedova  Livia  Bellini  delle  Stelle  nata  Ma- 
gnani. —  Sulla  porta  esterna  è  il  busto  di  Ferdinando  primo 
scolpito  dallo  stesso  Giambologna  ;  e  nell'architrave  d'un 
cortile  interno  sono  due  iscrizioni  riportate  da  Francesco 
BiaAzzi  nel  suo  volume  d'Iscrizioni  e  Memorie  della  Città 
dì  Firenze. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  'Sòl 

città  di  Firenze,  fecero  rovinare  le  case  che  e- 
rano  sul  poggio  detto  de'  Magnoli  alla  costa  di 
S.  Giorgio  ;  questa  catastrofe  si  ripetè  dipoi  per 
altre  due  volte,  e  si  fu  dietro  il  divieto  del  gran- 
duca Cosimo  I,  che  dopo  la  terza  rovina  le  case 
non  furono  mai  più  riedificate  in  quel  luogo,  per- 
chè riconosciuto  incapace  il  suolo  a  sostenerle 
ogni  qual  volta  veniva  percosso  dalle  acque  del 
fiume.  Nella  terza  di  queste  spaventevoli  ed  af- 
fliggenti rovine,  avvenuta  nel  1547,  rimase  pure 
sepolto,  colla  propria  famiglia,  nella  casa  dove 
abitava,  Francesco  di  Leopoldo  Buontalenti,  padre 
di  Bernardo.  Per  uno  di  quei  casi  che,  volere  o 
non  volere,  hanno  del  miracoloso,  Bernardo  fu 
travolto  dalle  macerie,  ma  non  morì  ;  acciocché 
viepiù  s'avesse  a  credere  al  miracolo,  la  rotta 
muraglia  che  lo  rinserrava  formò  un'apertura,  per 
mezzo  della  quale  s'udivano  dal  di  fuori  le  strida 
del  misero  ragazzo.  I  pietosi  che  si  recavano  a 
vedere  il  gran  disastro,  facevano  in  modo  di  por- 
gere a  lui,  dall'apertura  provvidenziale,  dei  cibi 
perchè  vivesse  finché  le  rovine  non  permettessero 
d'estrarlo  ;  la  cosa  fu  osservata  da  uno  staffiere 
del  granduca,  il  quale  andò  a  raccontarla  nel  suo 
vero  aspetto  a  Corte  ;  uditala  il  Granduca,  ei  restò 
impressionato  dalla  triste  posizione  di  quella  po- 
vera creatura,  e  ordinò  che  si  operasse  subito  in 
maniera  da  cavarla,  ed  a  lui  di  portarla  sana  e 
salva  :  non  andò  guari  che  il  fanciullo  passò  da 


332  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

quella  orribile  sepoltura  alle  sale  lussureggianti 
di  Palazzo  Vecchio.  Ecco  l'infanzia  di  Bernardo 
Baontalenti,  o  meglio,  ecco  quanto  gli  accadde 
nell'undecimo  anno  della  vita. 

S'accorse  il  sovrano  che  il  povero  orfanello  vol- 
geva l'ingegno  alle  arti  del  disegno,  e  senza  perder 
tempo  gli  dette  per  primo  maestro  Francesco  Sai- 
viati,  per  secondo  il  Bronzino,  e  finalmente  il  Va- 
sari, senza  che  Michelangiolo  rimanesse  estraneo 
ai  precetti  che  dovea  imparare. 

Era  sui  quindici  anni,  ed  un  suo  Crocifisso 
al  naturale,  scolpilo  in  legno,  fu  messo  nella 
chiesa  delle  Monache  degli  Angioli,  che  allora  si 
trovava  in  S.  Frediano  ;  sulla  porta  del  Convento 
di  S.  Monaca,  vicino  al  Carmine  (1),  fu  messo  quasi 
al  medesimo  tempo  un  busto  da  1  ui  pure  scol- 
pito in  legno   che  raffigurava   la  stessa  Santa. 

Il  principe  Francesco,  poi  Francesco  I,  era  poco 
minore  di  Bernardo  ;  onde  fu  stimato  conveniente  e 
comodo  di  darglielo  per  maestro  di  disegno.  Un  po^ 
per  insegnargli,  un  po'  per  divertire  il  principino, 
immaginò  Bernardo  una  capannuccia  che  merita 
d'essere  menzionata,  perchè,  conformeilBaldinucci, 
«  non  solo  vi  si  vedevano  aprirsi  i  cieli  e  calar  le 
nuvole,  volare  gran  quantità  d'angeli  da  una  parte 
e  dall'altra,  ma  tutte  le  innumerevoli  figure  cammi- 
navano alla  volta  del  S.  Presepio,  e  movevansi  in 


(1)  Dov'è  ora  la  Congregazione  della  Dottrina  Cristiana. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  333 

varie  attitudini,  che  propriamente  parevano  vere  ; 
ed  in  tal  congiuntura  inventò  un  certo  trastullo 
d'alcune  figure  dintornate  e  rapportate  a  certi 
cerchi,  che  chiuse  in  un  gran  lanternone  di  carta 
girando  a  forza  del  fumo  di  certo  lume,  traman- 
dan  l'ombra  in  un  foglio,  che  si  frappone  tra  essi 
e  la  nostra  vista  ;  alla  qual  cosa  fu  dato  il  nome  di 
girandola.  »  Fu  dall'invenzione  di  questo  trastullo 
che  il  Buontalenti  si  cominciò  a  chiamare  Bernardo 
delle  girandole,  soprannome  che  a  maggior  titolo 
gli  venne  poi  confermato,  allorché  principiò  a  lavo- 
rare i  fuochi  d'artifizio  con  quelle  maravigliose  gi- 
randole che  prima  non  s'  erano  mai  viste  in  Fi- 
renze, e  che  presero  dopo  tanta  voga  nei  pub- 
blici divertimenti.  Un  secondo  trastullo,  •  anche 
questo  per  passatempo  del  principino,  si  fu  uno 
studiolo  costrutto  in  ebano,  nel  quale  «  si  scor- 
gevano ottimamente  divisati  tutti  gli  ordini  d'ar- 
chitettura (è  ancora  il  Baldi nucci  che  parla),  coìle 
colonne  di  lapislazzuli,  elitropi,  agate  ed  altre 
pietre  dure,  e  la  facciata  del  medesimo  adornò 
d'alcuni  termini  fatti  a  concorrenza  de'  primi  uo- 
mini che  allora  in  Firenze  maneggiavano  metallo 
e  scarpello  ;  ne'  parti  menti  del  medesimo  acco- 
modò varie  stupende  miniature  di  sua  propria 
mano,  rappresentanti  storie  di  Pallade,  col  ritratto 
delle  pili  belle  donne  che  avesse  allora  la  nostra  cit- 
tà ;  e  degna  cosa  fu  il  vedere  l'ornato  e  le  fregiature 
tutte  addobbate  di  preziose  pietre,  le  ferrature  in- 


334  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

gegii'ose,  i  segreti  riposti,  eoa  invenzione  in  quei 
tempi   in  tutto  e  per  tutto  nuova.  » 

Il  giovanetto  dei  trastulli,  Bernardo  delle  giran- 
dole, diventò  quell'artefice  ammirabile  che  mas- 
sime nell'architettura  civile  e  militare,  nella  mec- 
canica e  nella  pirotecnica,  inventò  ed  operò  quello 
che  pareva  impossibile  alla  immaginazione  umana. 

Quel  Granduca  che  d'undici  anni  l'aveva  tolto 
vivo  dalla  sepoltura,  lo  nominò,  prima  che  ne  a- 
vesse  venti,  sopraintendente  alle  fabbriche  civili  e 
militari  dello  Stato  ;  per  cui  qualunque  opera  che 
d'allora  in  poi  venne  intrapresa,  dovè  dipendere  da 
lui  ;  di  più,  anche  fuori  della  Toscana  volle  man- 
darlo, il  medesimo  Granduca,  ad  operar  prodigi. 

In  qualità  d'ingegnere  di  guerra  andò  nel  1550 
a  Napoli,  e  il  duca  d'Alba  gli  fece  costruire  ad 
Ostia  un  ponte  su  barche  nel  Tevere,  il  forte  sulla 
Fiumara,  dove  ordinò  poi  la  batteria,  ed  a  Civi- 
tella  del  Tronto  la  fortificazione,  che  dopo  valo- 
rosamente difese  insieme  al  conte  Santafiore  con- 
tro le  forze  di  monsignor  di  Guisa.  La  città  di  Por- 
toferraio  si  può  dir  fatta  di  pianta  dal  Buontalenti 
con  le  due  fortezze  e  con  lo  stesso  bellissimo  porto. 
Fece  i  modelli  per  la  fortezza  nuova  di  Livorno, 
e  per  altre  fortificazioni  della  medesima  città  ; 
fortificò  Grosseto  e  la  terra  del  Sole  ;  fabbricò 
bastioni  a  Firenze,  a  Prato  e  a  Pistoia;  nella 
stessa  Firenze  eresse  il  Pignone  alla  porta  S.  Fre- 
diano e  quello    dalla  porta   al  Prato  ;  edificò  la 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  335 


fortezza  di  Belvedere  fornendone  la  porta  del  te- 
soro d' una  grande  serratura  cosi  arditamente 
ingegnosa,  che  chiunque  fosse  andato  per  aprirla 
senza  conoscerne  i  terribili  segreti  sarebbe  stato 
dalla  stessa  ucciso.  Accrebbe  gli  arsenali  di  Pisa 
per  le  galere  inventando  il  carico  delle  medesime 
dal  fondo  ;  inventò  e  fabbricò  all'improvviso  quelle 
artiglierie  di  legno  che  serviron  prodigiosamente 
all'acquisto  del  bastione  nella  guerra  di  Siena, 
inventò  diverse  forme  di  cannoni,  non  escluso  il 
famoso  Scacciadiavoli  di  grandissima  portata  la 
cui  palla  tenendo  il  fuoco,  non  andava  scoppiando 
che  per  produrre  stragi,  invenzione  questa  che 
poi  dette  luogo  a  quella  delle  granate. 

Edificò  le  ville  reali  di  Pratolino,  d'Artimino, 
di  Alarignolle  e  della  Magia,  migliorando  in  oltre 
la  forma  di  quelle  di  Castello  e  della  Petraia, 
ed  ancora  il  Casino  di  S.  Marco.  11  Ghetto  di  Fi- 
renze, terminato  nel  1571,  fu  edificato  sotto  la 
sua  direzione.  A  Palazzo  Vecchio  forni  il  dise- 
gno per  la  grande  fabbrica  della  facciata  di  le- 
vante e  verso  San  Piero  Scheraggio  ;  edificò  tutte 
le  sale  della  Galleria  degli  Uffìzi,  colla  celebre 
Tribuna,  e  la  gran  sala  dell'adiacente  teatro  ;  co- 
strui  quel  comodo  a  lungo  corridoio  che  unisce  le 
due  Gallerie;  costruì  le  stanze  della  Zecca;  fece 
gli  spartimenti  del  giardino  di  Boboli,  edificò  nel 
medesimo  la  Grotta  di  Spugne  alla  porta  di  Bacco, 
dove  l'assestare  cosi  bene  alle    spugne  i  quattro 


336  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

colossi  sbozzati  da  Michelangiolo,  raddoppiò  il  pre- 
gio dell'opera  e  fece  onore  grandissimo  al  sommo 
maestro  (1),  e  fece  nel  palazzo  Pitti  gli  apparta- 
menti sui  disegni  dell'  Ammannati.  Edificò  sul 
Prato  il  palazzo  Acciaioli,  poi  Corsini,  il  palazzo 
Serguidi,  poi  Martelli,  nella  via  Ricasoli,  la 
propria  casa  in  via  Maggio  (2),  ed  è  ancora  o- 
pera  sua  il  prim'ordine  della  facciata  del  palazzo 
Strozzi  sul  canto  de'  Pazzi,  detto  non  finito.  Il 
Palazzo  reale  di  Pisa  e  quello  di  Siena  furono 
pure  architettati  da  lui. 

Parecchie  chiese  si  pregiarono  inoltre  dell'opera 
sua  :  a  Santo  Spirito  edificò  due  cappelle  ;  a  Santa 
Trinità  fece  il  presbiterio  dinanzi  all'aitar  mag- 
giore, vi  modellò  il  chiostro,  la  facciata  esterna, 
e  le  giunte  del  convento  dalla  parte  dell'Arno  e 
di  Parione  ;  gettò  i  fondamenti  della  real  cap- 
pella in  S.  Lorenzo,  e  la  condusse  fino  a  tutto 
l'imbasamento  ;  a  Santa  Maria  Maggiore  fece  la 
facciata  interna  colle  cappelle  e  l'organo  ;  a  Pisa 
la  facciata  della  chiesa  de'  Cavalieri,  ed  eresse 
in  fine  il  pulpito  magnifico  nella  chiesa  di  Setti- 
gnano. 


(1)  Questi  quattro  colossi  erano  stati  sbozzati  da  Miche- 
langiolo per  la  sepoltura  di  Giulio  II. 

(2)  E  la  casa  segnata  di  n.  37  che  per  oltre  un  secolo 
è  stata  posseduta  dalla  famiglia  Gargaruti  ed  è  passata  ul- 
timamente in  proprietà  dei  signori  fratelli  Piccinelli. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  _  337 

Avendo  parlato  delle  rappresentazioni  d'acqua 
ch'egli  inventò  a  Pratolino,  non  occorrerà  ridire  la 
potenza  del  suo  genio  in  fatto  d'invenzioni  mecca- 
niche, la  fecondità  della  sua  immaginazione  che  non 
meno  fenomenale  s'appalesò  in  creazioni  di  mec- 
canismi da  teatro  e  per  le  grandi  feste  pubbliche 
colle  quali  in  circostanze  di  nascite,  di  nozze,  o 
di  ricevimenti  reali,  soleano  i  Medici  provare  i 
loro  maggiori  fasti,  creazioni  di  cui  se  ne  trovano 
le  ripetute  relazioni  e  descrizioni  negli  scrittori 
contemporanei.  D'un  fatto  vogliamo  prendere  nota 
che  riguarda  i  meccanismi  da  teatro  :  per  or- 
dine dei  sovrani  era  stata  rappresentata  in  Fi- 
renze una  commedia  del  Tasso,  che  il  Fontanini 
dice  essere  stata  l'Aminta  (1),  per  la  quale  rap- 
presentazione ebbe  il  Buontalenti  a  preparare 
macchine  e  prospettive,  e  le  preparò  in  modo  che 
la  commedia  ottenne  un  esito  doppiamente  trion- 
fale ;  a  Firenze  ed  altrove  si  parlò  cosi  di  questo 
trionfo,  che  una  mattina  sul  mezzogiorno,  andando 
Bernardo  Buontalenti  secondo  il  suo  solito  a,  casa, 
in  via  Maggio,  e  giunto  che  fu  alla  porta,  vidde 
smontar  da  cavallo  un  uomo  molto  bene  in  arnese, 
venerabile  d'aspetto,  e  vestito  in  abito  di  cam- 
pagna, il  quale  gli  si  accostava  per  parlargli.  Il 
Buontalenti  ristette  alquanto  per  convenienza,  ma 
il  forestiere  messoglisi  appresso  disse  : 


(1)  Giusto  Foxtaxixi  :  Aminta  difeso. 

FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


338  FIRENZE   Al    DEMIDOFF 


—  Siete  voi  quel  Bernardo  Buontaleiiti,  di  cui 
tanto  altamente  si  parla  per  le  meravigliose  inven- 
zioni che  partorisce  ogni  di  l'ingegno  vostro  ? 

Il  Buontalenti  non  ebbe  tanto  pronta  la  risposta  ; 
onde  lo  sconosciuto  proseguì  : 

—  Siete  voi  quegli  che  ha  inventate  le  stu- 
pende macchine  per  la  commedia  composta  dal 
Tasso  e  recitatasi  ultimamente  ? 

—  Io  sono  Bernardo  Buontalenti,  questi  rispose 
allora,  ma  non  tale  nel  resto  quale  si  compiace 
stimarmi  la  vostra  cortesia. 

Lo  sconosciuto  personaggio-  sorrise  dolcemente, 
cinse  colle  braccia  il  collo  dell'architetto,  e  gli  dette 
un  bacio  sulla  fronte,  soggiungendo  con  trasporto: 

—  Voi  siete  Bernardo  Buontalenti,  ed  io  sono 
Torquato  Tasso.  Addio,  amico,  addio. 

Il  Buontalenti,  sorpreso  e  sopraffatto  da  simile 
inatteso  incontro,  non  ebbe  né  tempo,  né  modo, 
di  trattenere  il  Tasso,  che  lesto  risalito  a  cavallo 
se  ne  partì  a  buon  passo,  e  per  quanto  il  gran- 
duca lo  facesse  subito  cercare  affine  di  rendergli 
onori,  non  fu  possibile  di   ritrovarlo. 

Particolarmente  il  Baldinucci  e  l'Orlandi  (1)  han- 
no parlato  distesamente  del  Buontalenti  come 
pittore  e  come  scultore  dal  quale  compito  noi  ci 
dispensiamo. 


(1)  Pellegrino  Orlandi:  Serie  degli  Uomini  più  illustri 
nella  Pittura,  nella  Scultura  e  nelV Architettura. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  339 

Quest'uomo  straordinario,  il  cui  genio  dette 
alla  patria  tanta  gloria  e  tanti  vantaggi,  nel  gen- 
naio del  1606,  in  età  cioè  di  settantanni,  scrisse 
al  gran  duca  Ferdinando  I  la  lettera  seguente  : 

Sermo  Granduca, 

«  Quella  si  ricordi  come  per  sua  amorevolezza 
mi  fece  dare  scudi  dieci  al  mese  dal  Sig.  Don 
Antonio  Medici,  del  che  ora  mi  anno  detto  che 
la  mi  sé  levata,  povera  casa  mia  !  Mi  trovo  vecchio 
et  infermo,  et  di  quella  caduta  che  feci  in  galleria 
impedito,  che  non  mi  regho  ritto.  Et  ho  quindici 
boche,  che  ci  sono  sette  nipoti,  quattro  femine 
e  tre  masti,  et  mi  manca  dua  moggia  di  grano 
questo  anno  per  poter  vivere.  In  però  la  supplicho 
et  prego  per  l'amor  di  Dio  et  de  la  sua  madre 
Maria  che  lei  mi  socchorra.  Et  qui  h umilmente 
facendoli  riverentia,  gli  priego  dal  Signore  Dio 
oggni  magiore  felicità  et  allegrezza. 

«  Bernardo  Buontalenti 

«    di    servitù    d  ani   ci  n  q  u  a  n  t  a  n  o  v  e.    » 

Ferdinando  non  fu  insensibile  a  tanta  preghiera, 
e  venne  in  soccorso  del  grande  artefice  facendogli 
cancellar  debiti  ed  accordando  pensioni  alla  fi- 
gliuola e  alle  nipoti. 

Mori  Bernardo  Buontalenfci  nel  1608,  e  fu  se- 
polto nella  chiesa  di  S.  Niccolò. 


340  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


La  patria  si  mostrò  e  prosegue  a  mostrarsi  in- 
grata verso  quest'uomo  illustre,  non  decidendosi 
a  crederlo  meritevole  d'un  epitaffio,  giacche  tan- 
to sollecitamente  or  si  pongono  epitaffi..,.  Se  la 
casa  dove  nacque  il  Buontalenti  crollò  mentr'egli 
era  bambino,  Torquato  Tasso  seppe  trovare  la  di 
lui  abitazione  in  via  Maggio. 

Giovanni  Mannozzi  detto  da  S.  Giovanni 

Pittore 

(1590-1636) 

A  S.  Giovanni  nel  Valdarno  di  sopra,  provincia 
d'Arezzo,  nacque  Giovanni  Mannozzi,  che  nella 
professione  si  chiamò  da  S.  Giovanni.  Suo  padre, 
per  nome  Giovan  Battista  era  di  condizione  agiata, 
e  colle  viste  di  lucro,  voleva  fare  di  Giovanni  un 
buon  notaro.  Cominciò  a  mandarlo  con  tale  in- 
tenzione a  scuola,  ma  siccome  il  ragazzo  per  isti- 
molo  del  genio  piìi  riusciva  a  immaginar  figure 
che  quesiti,  non  erano  che  biasimi  e  rimproveri  me- 
scolati alle  percosse.  Visto  che  colle  cattive  non 
si  poteva  far  mutare  d'indole  al  ragazzo,  si  sperò 
fargliela  cambiare  colle  buone,  rinunziando  anche 
ai  notariato.  Il  padre  s'accordò  col  piovano  locale, 
ed  entrambi  a  forza  di  belle  promesse,  riuscirono 
a  mettere  il  collare  al  ragazzo  quand'ebbe  sedici 
anni. 

La  sua   vocazione  però,  non  ammettendo    cai- 


FIRENZE    Al    DEMIDOFF  341 

coli,  non  volle  soffrire  la  violenza  :  i  mattutini 
suonavano,  suonavano  le  messe  e  i  vespri,  ma  l'a- 
batino era  tutt'altro  che  a  servir  la  chiesa  ;  in- 
tanto le  mura  della  pieve  riempivansi  delle  sue  pit^ 
ture,  se  pitture  si  potevano  dire,  fatte  col  carbone  ; 
di  piìj,  smanioso  di  copiare  a  suo  bell'agio,  riesci 
l'abatino  a  possedere  una  stampa  di  Raffaello,  e  con 
quella  se  ne  andò  provvisto  di  pane  sufficiente  per 
due  giorni  in  un  pollaio  ;  tanto  copiò  da  coprire 
una  parete  coi  freghi  del  carbone.  Tale  lavoro,  che 
per  anni  -rimase  intatto  sul  posto,  non  piacque  al 
padre,  né  al  piovano,  e  procacciò  a  Giovanni  una 
certa  ricompensa  che  lo  fece  decidere  a  fuggire. 
Difatti,  rifugiatosi  in  un  fienile,  s'adattò  da  sé 
colla  zimarra  ed  il  mantello  un  vestito  da  seco- 
lare, e  di  notte  tempo  si  recò  pedone  a  Firenze, 
con  molta  fame  e  senza  quattrini.  Né  volleci 
meno  dell'influenza  d'un  canonico  parente  perchè 
Giovanni  restasse  a  Firenze,  ed  entrasse  alla 
scuola  di  Matteo  Rosselli. 

Non  sappiamo  se  a  causa  dei  maltrattamenti 
ricevuti  dai  genitori,  o  per  quale  altra  ragione, 
troviamo  in  Giovanni  un  carattere  così  strano,  che 
alla  scuola  vive  come  un  salvaltico,  mangiando 
male,  vestendo  peggio,  e  non  curandosi  affatto  di 
convenienze.  Non  "  altro  sentimento  aveva  che 
quello  dello  studio,  e  per  istudiare  lavorava  come 
uno  schiavo  ;  allo  studiò  della  pittura  volle  ag- 
giungere quello  della  prospettiva  e  dell'architet- 


342  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


tura  sotto  Giulio  Parigi.  E  non  andò  guari  che 
quest'originale  intrattabile,  questa  specie  di  sa- 
tiro che  a'  condiscepoli  suscitò  più  volte  il  riso 
colle  sue  stravaganze,  diventò  il  migliore  affre- 
schista d'Italia  nel  suo  tempo,  il  pittore  a  olio  da 
tener  posto  tra'  migliori. 

Dotato  di  fervido  ingegno,  di  fantasia  vivace 
e  feconda,  fattosi  eccellente  nel  disegno  e  nel  co- 
lorito, fu  tanto  abile  da  formarsi  una  maniera 
propria,  una  scuola,  nell'imitazione  dei  bassi  ri- 
lievi a  chiaroscuro,  cui  seppe  adattare  l'arditezza 
dei  tocchi  negli  scuri  e  la  patina  polverosa  negli 
aggetti.  Ebbe  pure  una  facilità  straordinaria  nel- 
l'eseguire,  mercè  il  qual  dono  fece  in  vent'anni 
tanto  lavoro  quanto  in  quarant'anni  se  ne  potrebbe 
fare. 

Il  Mannozzi  godè  la  protezione  dei  granduchi 
Cosimo  II,  e  Ferdinando  II  ;  per  ordine  dei  quali 
dipinse  nelle  regie  ville  della  Quiete,  di  Prato- 
lino,  e  di  Castello  ;  sulla  piazzetta  della  Calza,  nel 
muro  che  guarda  la  Porta  Romana,  fra  le  due 
strade,  dipinse  un'opera  importantissima,  che  tut- 
tora si  vede  dal  tempo  guastata  (1);  esegui  di- 
verse figure  nella   facciata    del   palazzo   dell'  An- 


(1)  Questa  pittura  possiamo  vederla  riprodotta  per  cura 
del  marcliese  Andrea  Gerini,  e  posta  in  frontespizio  ad 
una  raccolta  di  24  principali  vedute  della  città  di  Firenze 
venduta  dal  libraio  Giuseppe  Bouchard. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  343 

iella  (1)  in  piazza  S.  Croce,  alla  quale  presero  parte 
dieci  0  dodici  affreschisti  che  in  quel  tempo  ga- 
reggiavano per  fama,  come  il  Rosselli  e  il  Passi- 
gnano  maestro  del  Rosselli,  e  su  tutti  primeggiò 
il  Mannozzi.  La  parte  maggiore  de'monasteri  e 
delle  chiese  fiorentine  s'abbellirono  delle  sue  pit- 
ture a  fresco  e  delle  sue  tavole  a  olio  ;  e  quantità 
di  tarbenacoli  gli  dipinse  per  le  strade;  dipinse  nel 
palazzo  Pitti,  nel  palazzo  della  Crocetta,  in  quello 
Pucci  da  via  de'  servi,  in  quello  de'  Canigiani  a  S. 
Lucia,  degli  Usimbaldi  sull'Arno,  e  in  qualche 
nobile  villa  de'cont.orni  di  Firenze  ;  anche  a  S.  Gio- 
vanni sua  patria,  pitturò  non  poco. 

Andato  a  Roma  Giovanni  Mannozzi,  dietro  la 
morte  di  Cosimo  II,  colà  si  messe  agli  stipendi 
d'un  negoziante,  per  il  quale  pitturò  buon  numero 
di  quadri,  fra  cui  dodici  colle  metamorfosi  d'O- 
vidio che  si  spedirono  in  Francia.  Le  chiese  che 
in  Roma  vantarono  pitture  di  sì  valente  artista, 
furono  quella  de'Santi  Quattro,  di  S.  Grisogomo, 
e  il  monastero  della  Madonna  de'Monti.  Fra  le 
altre  sue  intraprese  sfidò  e  vinse  in  quella  città 
le  pitture  di  Guido  Reni  per  porsi  al  disopra  di 
lui.  La  sfida  gli  costò  gravissimo  pericolo,  inquan- 
tochè  dopo  avere  ottenuto  dal  Cardinale  Ben- 
tivoglio  il  permesso  di  dipingere  nel  suo  palazzo 
la  Notte  dirimpetto  'sXV Aurora  del  Reni,  due  altri 


(1)  Oggi  palazzo  dei  Signori  de' Nobili. 


344  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

pittori,  ch'erano  al  servizio  dello  stesso  Cardinale, 
per  pii^i  notti  gli  sciuparono  l'intonaco  da  lui  pre- 
parato il  giorno  ;  e  ciò  faceano  in  modo  che  sulle 
prime  Giovanni  non  sapea  raccapezzarsi  se  dive- 
niva il  male  dalla  calcina  o  dalla  puzzolana.  Il 
Cardinale  nel  volerlo  licenziare  fu  sul  punto  di 
chiamarlo  pazzo  ;  ma  prega  e  ri  prega,  riuscì  a 
Giovanni  di  rinnuovare  il  tentativo,  e  la  sera  dopo 
rifatto  l'intonaco  si  pose  a  dormire  sul  ponte  che 
doveva  servire  a  pitturare  ;  quando  fu  Torà  non 
mancarono  i  mariuoli,  che  da  Giovanni  vennero  ac- 
conciati per  modo  e.  stesi  a  terra  dove  sarebbero 
morti  dicerto  se  al  mattino  seguente  non  fos- 
sero stati  raccattati  e  condotti  altrove  per  ricevere 
le  cure  richieste  dal  loro  malo  stato.  Con  questo 
mezzo  pervenne  il  S.  Giovanni  a  dipingere  la  Notte 
senz'altri  inciampi,  e  il  Cardinale  Bentivoglio  ri- 
mase convinto  che  Giovanni  Mannozzi  valeva  Guido 
Reni,  sotto  tutte  le  ottime  ragioni  che  fanno  ec- 
cellenti le  pitture  a  fresco  :  mentre  sul  Reni,  e 
sugli  altri  rinomati  pittori  del  tempo,  al  Man- 
nozzi rimaneva  il  privilegio  delle  pitture  a  bas- 
sorilievo. 

Ma,  dobbiamo  ripeterlo,  questo  ingegno  elettis- 
simo fu  mal  secondato  dal  carattere  ;  perse  per 
le  sue  stranezze,  e  per  la  sua  superbia,  la  prote- 
zione della  Corte,  perse  ogni  amico  per  lo  spirito 
satirico  e  mordace  fino  all'insolenza.  Per  esempio, 
gli  fu  ordinato  di  dipingere  una  carità  fraterna, 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  345 


e  lui  volendo  dare  a  questa  carità  la  berta,  e  forse 
volendola  dar  pure  a  chi  gliela  ordinava,  imma- 
ginò di  raffigurarla  per  mezzo  di  due  asini  l'uno 
sopra  l'altro  che  fregandosi  si  grattano  ....  ; 
bizzarria  che  passata  in  proverbio,  si  disse  la  ca- 
rità di  Giovanni  da  S.  Giovanni,  come  si  direbbe 
di  chi  per  proprio  interesse  rende  servizio  ad 
altri. 

Povero,  e  tormentato  dalla  podagra,  morì  Gio- 
vanni Mannozzi  nel  1636,  ed  ebbe  sepoltura  nella 
chiesa  di  Ser  Umido. 

Se  alcuni  affreschi  di  questo  raro  artista  hanno 
deperito  per  opera  del  tempo,  o  per  altre  circo- 
stanze, altri  hanno  avuta  la  sorte  di  cambiar  posto 
senz'  essere  menomamente  danneggiati  :  nel  pa- 
lazzo Pucci  si  traslatò  un  muro  di  sala  dove 
tra  gli  affreschi  a  basso  rilievo,  sì  salvò  un 
Satiro  che  suona  la  zaììipogna  ;  e  dal  palazzo 
della  Crocetta  si  trasportò  nella  R.  Accade- 
mia di  Belle  Arti  una  muraglia,  nella  cui  parete 
restò  inoffeso  il  Riposo  del  viaggio  in  Egitto,  e 
nella  vòlta  le  stor lette. 

Le  nostre  Gallerie  conservano  buon  numero  di 
quadri  del  Mannozzi,  fra  cui  non  ultimo  pei  pregi 
è  il  suo  ritratto. 


346  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


Stefano  della    Bell  a 

Incisore   in  rame 

(1610-1664) 

Se  dopo  il  1640  il  cardinale  Giulio  Mazarino 
non  fosse  diventato  primo  ministro  di  Francia, 
non  sarebbe  colà  insorta  la  guerra  civile  della 
Fronda,  e  gl'italiani  che  in  quel  torno  stanzia- 
vano a  Parigi  non  avrebbero  corso  il  rischio  di 
essere  ammazzati  da  un  momento  all'altro  ;  così 
in  Italia,  in  Toscana,  non  si  possederebbe  il  gran 
numero  delle  celebrate  incisioni  dell'illustre  flo- 
rentino  Stefano  della.  Bella. 

Correva  l'anno  1610,  quando  Francesco  della 
Bella,  che  fece  lo  scultore  con  Giambologna,  ebbe 
in  Firenze  un  terzo  figlio  che  fu  lo  Stefanino.  Fran- 
cesco moi'ì  quando  questo  suo  terzogenito  ebbe 
appena  trenta  mesi.  Passò,  per  tale  sventura,  l'in- 
fanzia nella  più  squallida  miseria.  Uno  de'  suoi 
fratelli  si  dedicava  alla  pittura  e  l'altro  all'ore- 
flceria. 

Stefano  fu  preso  a  scuola  dal  pittore  Cesare 
Dandini,  ma  più  della  pittura  l'afifascinaron  le  in- 
cisioni ;  e  le  carte  intagliate  dal  celebre  Jacopo 
Gallot,  furono  la  sua  scorta  e  la  sua  guida.  Lo- 
ronzo  de' Medici,  figlio  di  Ferdinando  I,  gli  dette 
una  pensione  perchè  andasse  a  studiare  a  Roma. 
Il  giovanetto  dispose  di  tal  pensione  per  aiutare 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  347 

la  povera  madre,  ed  andò  a  Roma  conlento  di 
vivervi  col  prodotto  del  proprio  lavoro.  Copiando 
sempre  le  incisioni  del  Callot,  fecesi  g'rande  al 
pari  di  lui,  e  gli  successe  con  immenso  onore  nella 
scuola  :  copiava  le  figure  di  tanto  maestro  comin- 
ciandole dai  piedi,  e  su  andando  fino  alla  testa. 

Circa  il  1638  avvenne  che  il  barone  Alessandro 
del  Nero  andò  a  Parigi  colla  carica  d'Ambascia- 
tore, e  insieme  a  lui  Stefano  della  Bella  si  tra- 
sferì laggiìi.  Preso  molto  a  ben  volere  dal  mini- 
stro Richelieu,  lavorò  alla  Corte  di  Luigi  XIII, 
incidendo  una  moltitudine  di  tavole  per  lo  piìi 
rappresentanti  battaglie  dallo  stesso  re  intraprese. 
Morto  Richelieu,  e  morto  Luigi  XIII,  il  della  Bella 
non  fu  meno  protetto  dal  nuovo  ministro  Mazarino, 
e  non  gli  vennero  meno  i  favori  d'Anna  d'Austria, 
la  reggente.  A  tale,  che  fu  nominato  maestro  di 
disegno  del  nuovo  re,  Luigi  XIV,  il  quale  aveva 
soltanto  cinque  anni,  ed  agli  altri  favori  reali 
gli  si  aggiunse  una  ben  lauta  pensione. 

Mazarino  ebbe  la  mania  delle  imposte,  sicché 
quando  sentiva  cantare  dal  popolo  le  canzoni  di- 
ceva :  lls  chantent,  ils  payeront.  Tale  manìa  gli 
meritò  lo  sdegno  dei  nobili  e  quello  dei  plebei. 
Di  qui  la  guerra  civile  nella  Francia.  Il  ministro 
che  spolpava  la  nazione  essendo  italiano,  su  tutti 
gl'italiani,  a  torto  od  a  ragione,  si  riversò  l'odio 
dei  francesi.  Pertanto  le  baruffe  cittadine  nasce- 
vano frequenti,  e  molto  pericolose  pei'  qualuque 


348  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

italiano  che  in  Parigi  si  trovava.  Un  giorno  an- 
che al  della  Bella  ne  toccò  la  sua.  S'imbattè  per 
la  strada  in  una  di  quelle  turbe  armate  che  non 
la  perdonavano  agl'italiani  :  il  cimento  era  dei  più 
gravi.  Persone  autorevoli  che  si  trovavano  pre- 
senti al  brutto  fatto,  e  che  conosceano  il  grande 
artista,  vedendolo  in  procinto  d'essere  ammazzato, 
si  mossero  in  sua  difesa,  e  protestarono  solenne- 
mente alla  turba  ch'egli  non  era  italiano,  ma 
fiorentino.  Il  contrattempo  gli  salvò  la  vita,  per- 
chè lui  rintrancato  da  quell'inatteso  appoggio, 
sentì  la  sua  dignità  ;  e  con  tono  maestoso  gridò 
ad  alta  voce:  To  sono  Stefano  della  Bella!  Pro- 
nunziato così  il  suo  nome,  bastò  a  spegner  l'ira 
dei  ribaldi,  che  facendogli  ossequiosamente  largo, 
lo  lasciarono  andar  pe'fatti  suoi  (1).  Tanto  era 
nota  la  sua  celebrità. 

Prima  di  trovarsi  a  cosiffatto  rischio,  s'era  pro- 
posto pila  volte  il  della  Bella  di  tornarsene  alla 
patria,  ma  la  decisione  rimaneva  sempre  a  pren- 
dersi ;  scampato  però  a  quella  morte  che  aveva 
creduta  inevitabile,  ruppe  ogn'indugio,  e  imman- 
ti mente  abbandonò  Parigi.  Prese  la  via  di  Fian- 
dra, e  si  recò  in  Olanda.  Passò  qualche  tempo 
in  Amsterdam  per  eseguirvi  diversi  lavori  ;  di  là 
mosse  poscia  il  piede  alla  volta  d'Itaha,  e  giunse 
a  Firenze  verso  il  1650:  ricevè  dai  fiorentini 
delle  accoglienze  straordinariamente  solenni. 


(1)  Questo  fatto  singolare  vien  ripetuto  da  più  scrittori. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  349 

La  sua  gran  fama  gli  fu  arra  sicura  presso  i 
Medici  che  subito  vollero  delle  opere  sue.  Bra- 
moso egli  peraltro  di  rivedere  la  città  di  Roma, 
colà  ne  andò  e  presevi  ad  eseguire  molte  inci- 
sioni d'ogni  genere. 

Il  principe  Mattias  de'Medici,  figlio  di  Cosimo 
II,  riesci  ad  ottenere  Stefano  della  Bella  ai  suoi  sti- 
pendi. Fu  lui  che  gli  ordinò  d'intagliare  una  quan- 
tità immensa  di  carte  diventate  celebri,  fra  le 
quali  otto  incisioni  di  caccie  del  Cervo,  del  Cin- 
ghiale ed  altri  grossi  animali,  nonché  le  vedute 
di  Pratolino  da  noi  precedentemente  indicate. 

Troppo  lungo  essendo  l'elenco  delle  incisioni 
che  fanno  celebre  il  nome  di  Stefano  della  Bella, 
noi  rinunziamo  ad  inserirlo  ;  ed  il  lettore  cui 
prema  conoscerlo  può  rivolgersi  al  biografo  Bal- 
dinucci. 

Dopo  tornato  da  Parigi  aveva  -comprato  a  Fi- 
renze il  della  Bella  una  comoda  casa  in  via  di 
Mezzo  presso  S.  Ambrogio  (l),  e  fu  questa  casa,  fin- 
ché ei  visse,  luogo  di  convegno  di  distinti  cul- 
tori d'Arti  Belle,  specialmente  se  questi  venivano 
dalla  Francia. 

Mori  nel  1664,  e  nella  chiesa  di  S.  Ambrogio 
ebbe  onorata  sepoltura. 


(1)  Dall'Archivio  della  Parroccliia  di  S.  Ambrogio  (Re- 
gistro delle  Sepolture  e  fondazione  di  Cappelle)  si  rileva 
che  la  casa  di  via  di  Mezzo,  con  tutte  le  masserizie,  l'ebbe 
in  eredità  Lodovico  della  Bella  fratello  di  Stefano. 


350  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

Ora  che  abbiamo  reso  il  nostro  modesto  omag- 
gio a  quelle  celebrità  che  nessuno  oserebbe  con- 
trastare, passiamo  a  far  menzione  d'altri  minori 
astri  che  alle  bellezze  di  Pratolino  contribuirono 
non  senza  essere  lodati. 

Valerio    Gioii 

Scultore 

(1530-1602) 

Lo  scultore  Valerio  Gioii  nacque  a  Settignano 
nel  1530.  Suo  padre,  Simone  Gioii,  che  fu  pure 
scultore,  l'iniziò  nell'arte  ;  ma  poi,  mentre  il  Tri- 
bolo lavorava  d'ordine  di  Gosimo  I  alla  real  villa 
di  Gastello,  andò  sotto  di  lui,  e  vi  rimase  per 
quattro  anni  ;  dopo  il  qual  tempo  volle  trasferirsi 
a  Roma,  dove  fini  di  farsi  artista  alla  scuola  di 
Raffaello  da  Montelupo  scultore  e  architetto.  Le 
opere  di  Valerio  Gioii  non  hanno  infusa  la  scin- 
tilla del  gran  genio  ;  hanno  bensì  il  suggello 
dell'artista  intelligente,  del  modellatore,  dell'ese- 
cutore molto  accurato.  Nei  primordi  della  sua 
carriera  restaurò  quantità  di  statue  antiche  e 
memorie  romane.  Nelle  due  qualità  di  restaura- 
tore e  di  scultore  s'impiegò  presso  il  cardinale 
di  Ferrara,  dal  quale  per  avventura  capitò  il  gran- 
duca di  Toscana.  Il  Gioii  profittò  dell'occasione, 
e  fattosi  riconoscere  a  Gosimo   per   suddito    suo, 


FIRENZF   AI   DEMIDOFF  351 

gli  regalò  una  Venere  che  aveva  scolpita  di  pro- 
pria mano.  Cosimo  ne  seppe  buon  grado  al  gio- 
vane artista,  e  rimuneratolo  generosamente  del 
dono,  l'invitò  a  tornare  in  patria. 

Così  entrato  il  Cioli  al  servizio  del  sovrano 
Medici,  ebbe  da  restaurare  per  il  Palazzo  reale 
diverse  statue  ad  altre  cose  antiche.  Erano  alla 
Corte  di  Cosimo  due  personaggi  di  ridicola  con- 
dizione fisica,  di  deformità  ben  diversa,  anzi  op- 
posta r  uno  dall'altro.  Il  primo,  chiamato  Pietro 
Barbino,  era  di  statura  nana,  grosso  forse  piti 
che  lungo,  abbondante  di  pinguedine,  e  la  faccia 
coperta  di  folta  barba  ;  il  secondo  di  statura  non 
piccj^na,  molto  snello  e  gobbo,  con  sottilissime 
braccia,  ed  un  fare  da  caricato,  che  forse  faceva 
ridere  piti  per  le  sue  mosse  di  compostezza  che 
per  la  sua  deformità  (1).  Volle  il  granduca  che 
lo  scultore  Cioli  scolpisse  al  naturale,  ignudi, 
quei  due  tipi  buffoneschi,  e  che  si  soprannomi- 
nassero l'uno  Margutte,  l'altro  Morgante.  La  sta- 
tua di  Margutte,  il  Barbino,  fu  messa  dal  Cioli 
a  sedere  sopra  una  gran  testuggine,  dove  tuttora 
se  ne  sta  com'uom  contento,  o  come  un  Bacco 
a  cavalluccio  sulla  botte  ]  ed  appunto  il  nome  di 


(1)  Dinanzi  a  queste  due  curiose  statue,  non  possiamo  ta- 
cere l'abbaglio  preso  dal  Baldinucci  (  Vita  di  Valerio  Cioli) 
nel  dire  i  due  personaggi  «  entrambi  nani,  tanto  grossi, 
grassi  e  panciuti,  »  mentr'ei  dicbiara  che  i  ritratti  son 
riusciti  di  meravigliosa  e  perfetta  somiglianza. 


352  FIRENZE    AI   DEMIDOFP 

Bacco  fece  scordar  quello  di  Margutte,  dandosi 
per  di  pii^i  che  messo  in  Boboli  appena  entrati 
dalla  porta  dell'ala  destra  del  palazzo,  dov'è  la 
grotta  del  Biiontalenti,  di  Bacco  prese  il  nome 
anche  tal  porta  (1).  Quanto  al  ritratto  di  Mor- 
gante,  statua  in  piedi,  se  ne  sta  sempre  in  Bo- 
boli, sull'ultimo  pilastro  del  muro  dinanzi  allo 
stanzone  nuovo  degli  agrumi  andando  per  lo 
stradone  verso  la  Porta  Romana,  col  suo  gobbo 
esposto  all'intemperie,  con  una  zampogna  sotto 
il  sinistro  braccio,  e  tenendo  le  luci  rivolte  all'e- 
tere, nell'atto  di  chi  s'inspira  a  qualche  melodia 
celeste.  Per  lo  stesso  giardino  di  Boboli  scolpì 
pure  il  Gioii  due  contadini,  uno  che  ha  la  bi- 
goncia del  mosto  sulla  spalla  e  la  vuota  nel  tino, 
standogli  difaccia  una  specie  di  nano  che  colle 
braccia  e  lo  stomaco,  in  mossa  molto  naturale, 
fa  vista  di  sostenere  lo  stesso  recipiente,  mentre 
col  volto  alzato  guarda  l'acqua  che  scende  dal 
cannello  della  bigoncia  ;  l'altro  sta  in  atto  di 
vangare  ;  e  sono  tutt'e  due  lungo  lo  stradone 
mentovato  (2).  Morto  il  divino    Michelangiolo    a 


(1)  Questo  gruppo  trovasi  oggi  nel  R.  Museo  Nazionale, 
dove,  nella  stanza  dei  bronzi,  si  trovano,  dello  stesso 
Barbino  tre  ritratti,  in  tre  diverse  maniere,  e  differenti 
dimensioni. 

(2)  Il  Soldini,  a  tav.  XSXII,  XXXIIl,  e  XLI,  riproduce 
il  suonatore  gobbo  del  Gioii,  e  i  tre  contadini,  compreso 
quello  che  versa  il  barile  trasportato  in  Boboli  da  Pra- 
tolino,  come  si  è  detto  in  nota  a  pag.  268. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  353 

Roma  nel  1564,  che  il  granduca  Cosimo  I  volle 
fosse  portato  a  Firenze  per  dargli  una  sepoltura 
degna  della  sua  gloria  in  Santa  Croce,  fecesi  scol- 
pire a  A'alerio  Cioli,  per  la  stessa  sepoltura,  la 
statua  che  sul  davanti  sta  mestamente  sedata, 
raffigurando  la  scultura,  quell'arte  appunto  per 
cui  Michelangiolo  addimostrò  maggior  predile- 
zione. Non  altro  diremo  delle  statue  dal  Cioli  e- 
seguite  per  la  casa  sovrana,  e  nemmeno  stiamo  a 
cercare  se  di  più  n'eseguisse  oltre  le  accennate; 
solo  vogliam  ricordare  che  stette  circa  quaran- 
t'anni  al  servizio  dei  Medici  ai  quali  rese  impor- 
tantissimi servizi,  ed  a  lui  deve  la  patria  il  merito 
d'avere  ritrovate  a  Roma  le  quattordici  statue 
componenti  la  storia  della  Niobe  che  vanta  la 
nostra  R.  Galleria  degli  Ufìzi,  come  lo  prova  la 
lettera  ch'egli  scrisse  da  Roma,  8  Aprile  1584  al 
cavalier  Serguidi,  Segretario  di  Francesco  I  (1). 
Mori  nel  1602. 

Giovan  Batista   Marmi 

Pittore 

(1 659-1686) 

Figlio  del  famoso    architetto   Giacinto  Marmi, 
nacque  in  Firenze   Gian  Batista  nel  1659,  e  do- 


ri") Codici  Medicei,  dalla  R.  Galleria  passati  al  R.  Ar- 
chivio di  Stato  :  Cod.  I,  ins.  30,  lett.  I  ;  e  Raccolta  del 
Gaye,  tomo  III,  pag.  451. 

FIRKNZE    AI    DEMIDOFF  23 


354  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

tato  di  ingegno  elettissimo,  dette  di  se  le  mag- 
giori speranze.  Protetto  particolarmente  dalla 
granduchessa  Vittoria,  studiò  pittura,  architettura 
e  scienze  matematiche.  Per  ordine  della  real  fa- 
miglia dipinse  diversi  ritratti  e  soggetti  da  chiesa. 
Troppo  gracile  però  di  complessione,  vuoisi  che  la 
fatica  degli  studi  lo  spingesse  tanto  presto  alla 
sepoltura,  che  gli  fu  data  nella  chiesa  di  S.  Felice. 
Di  lui  troviamo  nella  raccolta  dei  disegni  archi- 
tettonici della  R.  Galleria  :  «  Disegni  5084-5086- 
5087,  progetti  di  varie  cappelle  per  la  famiglia 
Medici  ;  Disegni  5284-5285,  apparato  fatto  in  Fi- 
renze nel  1685  per  la  translazione  del  Corpo  di 
S.  Zanobi  ;  Disegno  5115,  progetto  in  due  modi  per 
la  decorazione  di  una  cappella  in  Santa  Lucia 
de'Magnoli  in  Firenze.  » 

Ferdinando  Tacca 

Scultore  e    Architetto 

(1619***) 

Dallo  scultore  Pietro  Tacca  di  Carrara,  che  fu 
discepolo  di  Giambologna,  e  salì  a  bellissima  ri- 
nomanza per  le  molte  opere  condotte  da  vero 
maestro,  nacque  Ferdinando,  il  quale  dallo  stesso 
suo  padre  apprese  la  scultura.  Giovanissimo  entrò 
al  servizio  del  Granduca  Ferdinando  II,  che  a 
Pietro  già  concedeva  cariche  ed  onori,  e  fu  man- 
dato a  Madrid,   per   erigere  un  cavallo    quattro 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  355 

volte  più  grande  del  vero  che  Pietro  aveva  e- 
seguito  per  il  re  di  Spagna.  Nel  frattempo  Pietro 
Tacca  morì  (era  il  1640)  e  Ferdinando  scrisse  da 
Madrid  una  lettera  al  detto  sovrano,  in  data  11 
ottobre  del  1641,  esprimendo  il  desiderio  di  suc- 
cedere al  padre  nel  posto  da  lui  occupato.  L'ac- 
cettò il  Granduca,  e  fattolo  tornare  a  Firenze,  gli 
confidò  la  cura  di  terminare  le  opere  lasciate  dal 
padre  incompiute,  fra  le  quali  la  statua  colossale 
di  Ferdinando  I  ad  una  tomba  reale  della  cap- 
pella di  S.  Lorenzo.  Come  è  noto,  col  suo  disegno 
fu  costruito  il  teatro  della  Pergola  in  legno,  gua- 
stato dipoi  dagl'ingegneri  veneziani  (1),  e  siccome 
suo  padre  aveva  preso  per  l'addietro  in  affitto  la 
fattoria  di  Pratolino,  affine  di  introdurvi  delle  mi- 
gliorie, così  Ferdinando  s'accinse  a  migliorar  fon- 
tane ed  altre  opere  in  quella  R.  Villa,  adattando 
pure  la  graziosa  fortezza  che  abbiamo  visto  nelle 
rappresentazioni  d'acqua  della  grotta  della  Sama- 
ritana. Ferdinando  Tacca  eseguì  buon  numero 
d'opere  d'intiero,  di  mezzo  e  di  basso  rilievo,  tutte 
in  metallo  ;  ma  fu  più  valente  nell'invenzione  delle 
macchine  da  teatro  e  da  feste  sacre.  Lasciò  pure 
i  disegni  d'alcune  fabbriche  importanti. 


(1)  Circa  la  costruzione  dell'attuale  teatro,  vedi  A.    A- 
DEMOLLO,  /  primi  fasti  del  teatro  di  via  delLi  Pergola. 


356  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


Carlo    IVI  arce  i  i  i  n  i 

Scultore 

(1646-1713) 

Di  questo  scultore  nato  a  Firenze  nel  1646, 
si  conservano  nelle  nostre  Gallerie,  e  particolar- 
nnente  nel  palazzo  Pitti,  molti  lavori  riprodotti 
in  metallo.  Sotto  la  protezione  del  granduca  Co- 
simo III,  andette  a  studiare  a  Roma  col  rinomato 
scultore  milanese  Ercole  Ferrata,  col  quale  si 
trovò  nel  1677  alla  restaurazione  d'antiche  statue 
nella  nostra  R.  Galleria.  Il  Baldinucci,  FzYa  d'^r- 
cole  Ferrata,  dice  ciie  lo  scultore  Marcellini  o- 
perava  in  patria  con  sì  buone  disposizioni  all'arte, 
che  quanto  voleva,  tanto  taceva.  Anche  Pelle- 
grino Orlandi  parla  di  lui  con  bella  lode  nel- 
V Abbecedario  Pittorico,  È  sua  opera  il  quadro  di 
marmo  a  rilievo  coll'Eterno  Padre,  che  si  vede 
sopra  l'aitar  maggiore  nella  cappella  di  S.  Andrea 
Corsini  al  Carmine  (1),  e  lavorò  al  deposito  del 
papa  Alessandro  YII. 


(1)  Questa  celebre  '  cappella  venne  fabbricata  coi  di- 
segni dell'  architetto  Francesco  Silvani,  e  vi  fece  gli  af- 
freschi Luca  Giordano:  rimase  finita  nel  1683.  (Ne  par- 
leremo in  altro  luogo). 


FIRENZE   AI   DBMIDOFF  357 


Pietro    Dandini 

Pittore 

(1647-1712) 

I  pittori  Dandini  furono  quattro,  e  Pietro  nac- 
que da  Cesare  in  Firenze  nel  1647.  Ebbe  a 
maestro  lo  zio  Vincenzio,  ma  più  imitò  lo  stile 
del  padre,  che  il  Lanzi  dice,  nella  Stoica  Pittorica^ 
averlo  degenerato  in  pratica  ed  in  maniera.  Per 
mezzo  del  viaggiare  acquistò  parecchie  cognizioni 
dei  pittori  stranieri,  e  qualora  l'amore  del  gua- 
dagno non  l'avesse  sedotto  a  sacrificare  lo  studio 
col  fargli  fare  troppe  pitture,  avrebbe  meglio  il- 
lustrato il  nome  suo.  Molti  quadri  dipinse  per 
l'estero,  e  particolarmente  per  la  Polonia.  Gra- 
ditissimo a  Firenze,  qui  dipinse  per  ordine  di 
Cosimo  III  e  del  granprincipe  Ferdinando  in  di- 
verse ville  reali  ed  in  diverse  chiese.  Nota  il  Set- 
timanni,  nelle  Memorie,  ch'essendosi  riaperta  nel 
1709  la  chiesa  di  S.  Maria  sopr'Arno,  restaurata  a 
spese  del  Granprincipe,  furono  eseguite  dal  Dandini 
due  tavole  a  oho,  in  una  raffigurando  S.  Iacopo,  mes- 
sa sull'altar  maggiore,   nell'altra  S.  Giuseppe  (1); 


(1)  Questa  Chiesa  fu  demolita  nell'anno  1869  a  motivo 
dell'allargamento  d'Arno,  ed  abbiamo  trovato  presso  la 
signora  contessa  Caterina  Bargagli,  che  n'era  proprietaria, 
una  Madonna  dell'Empoli  cavata  dalla  stessa  chiesa,  ma  ci 
è  stato  difficile  rinvenire  le  due  tavole  del  Dandini. 


358  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


nella  chiesa  di  S.  Maria  Maggiore  dipinse  la  ta- 
vola di  S.  Francesco,  ed  ai  Servì  quella  del  Beato 
Piccolomini,  figurandolo  nell'atto  di  celebrar  la 
messa  ;  a  fresco  poi  dipinse  la  cupola  della  chiesa 
di  S.  Maria  Maddalena,  k  Pisa,  nel  pubblico  pa- 
lazzo,  eseguì  la  copiosa  storia  di  Gerusalemme. 
Si  vede  il  suo  ritratto  nella  sala  dei  Pittori  della 
R.  Galleria  degli  Uffizi.  Lasciò  il  figlio  Ottaviano 
che  fu  il  quarto  pittore  dei  Dandini. 

Crescenzio    Onofri 

Pittore 

(Operava  dal   16S0  al  1712) 

Questo  pittore  romano,  discepolo  di  Niccolò 
Pussino,  vien  reputato  solo  e  vero  imitatore  del 
famoso  maestro  francese.  Operò  in  Roma  ed  in 
Firenze,  ma  tanto  nell'una  che  nell'altra  città, 
poco  conservasi  di  lui.  Lavorò  piìi  che  altro  per 
le  ville  reali,  ed  in  dimore  di  nobili  privati;  nel 
1712  firmò  del  suo  nome  un  ritratto  che  fece, 
con  altre  pitture,  per  la  famiglia  Sgrilli. 

Giovan    Batista   Foggini 

Scultore  e  Architetto 

(1652-1725) 

Ebbe  G.  B.  Foggini  a  Firenze  i  suoi  natali  nel 
1652,  e  sotto  la  direzione  del  suo  zio  Jacopo  Maria 


FIRENZE   AI   DRMIDOFF  359 

Foggini,  scultore  in  legno  e  in  marmo,  imparò 
molto  di  quanto  appartiene  alle  arti  del  disegno. 
Da  Pellegrino  Orlandi,  vien  celebrato  il  Fog- 
gini  con  una  dose  abbondantissima  di  qualificativi 
che  solo  ai  sommi  maestri  delle  arti  si  conven- 
gono ;  mentre  altri  scrittori,  compreso  il  Cico- 
gnara,  assai  poco  lo  valutano...  e  le  opere  che  di 
lui  si  vedono  son'  là  che  fanno  fede  di  tutto  il 
barocchismo  proprio  del  suo  tempo.  Noi  siamo 
solo  per  notare  ciò  che  del  Foggini  conosciamo, 
su  cui  lasciam  libero  il  parere  di  ciascuno. 

Diciamo  anzi  tratto,  che  protetto  anch'  egli 
dal  granduca  Cosimo  III  che  lo  mandò  per  tre 
anni  a  Roma  con  Ferrata,  tanto  potè  progredire 
nella  scultura,  che  tornato  a  Firenze  gli  dette  il 
sovrano,  per  grazia  speciale,  la  stanza  nella  casa 
in  via  de'Pinti,  che  soleva  concedersi  al  primo 
scultore  della  Corte,  com'eranvi  stati  Giambologna 
e  Pietro  Tacca,  nominandolo  inoltre  architetto 
della  cappella  in  S.  Lorenzo,  della  R.  Galleria  e 
d'altre  fabbriche. 

Venuto  a  morte  il  Cardinale  Leopoldo  de'Me- 
dici  nel  1675  fu  ordinato  al  Foggini  di  scolpirgli 
la  statua  sedente  che  ora  vediamo  nella  sala  dei 
pittori  in  Galleria  degli  Uffizi,  ed  intraprese  dipoi 
la  incrostazione  dei  marmi  nelle  pareti  laterali 
della  cappella  Corsini  al  Carmine,  dove  scolpì 
i  due  grandi  quadri  che  in  marmo  raffigurano 
la  vittoria  dei  fiorentini  nella  battaglia  d'Anghiari 


360  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

contro  l'esercito  di  Niccolò  Piccinino  per  miracolo 
di  S.  Andrea  Corsini,  e  l'apparizione  della  Ma- 
donna con  molti  angioli  al  medesimo  Santo  nel 
convento  delle  Selve;  collaborò,  nella  medesima 
cappella,  all'urna  ricca  dov'è  il  corpo  del  Santo, 
nonché  al  rilievo  che  sta  sopra  l'urna,  nel  quale 
il  Santo  si  vede  portare  dagli  angioli  in  cielo.  Nel 
1695  gli  fu  ordinato  da  Cosimo  ITI  l'edificazione 
del  granaio  sulla  piazza  di  Cestello,  allo  scopo 
di  conservare  il  grano  in  tempo  di  carestia  (1); 
a  Pratolino  diresse  diverse  fabbriche  oltre  l'avere 
erette  le  due  torri  che  si  sono  rammentate  al  ca- 
pitolo secondo;  architettò  il  palazzo  Viviani  della 
Robbia  in  via  Tornabuoni  (2)  ;  riedificò  la  chiesa 
delle  Monache  di  S.  Francesco  in  via  de'Macci  (3) 
e  quella  del  Monastero  di  Candeli  (4)  ;  restaurò 
quella  del  convento  dello  Spirito  Santo  e  quella 
dell'Abbazia  del  Buonsollazzo  ;  anche  la  chiesa  di 


(1)  Serve  og'gi  questa  fabbrica  alle  sussistenze  militari. 

(2)  Il  Palazzo  Viviani  della  Robba  in  via  Tornabuoni 
N".  15  e  stato  di  recente  acquistato  dal  Sig.  Cavaliere  Ales- 
sandro Deangeli. 

(3)  La  riedificazione  di  questa  Chiesa,  costò  al  Gran- 
principe  Ferdinando  diecimila  scudi.  Il  monastero  è  stato 
ultimamente  convertito  in  Pio  Istituto  per  ricoverare  le 
fanciulle  orfane,  le  derelitte  e  le  pericolanti,  intitolato  a 
S.  Francesco  e  S.  Maria  Maddalena,  diretto  dalle  Suore 
del  Crocifisso  ;  ne  è  Operaio  il  Sig.  Cav.  G.  B.  Piccardi. 

(4)  CoU'ultima  soppressione  dei  Monasteri  fu  conver- 
tito questo  di  Candeli  nella  caserma  dei  RR.  Carabinieri. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  361 

S,  Am)3rogio  fu  da  lui  restaurata  nel  1716,  e  nella 
SS.  Nunziata  condusse  la  cappella  Peroni,  e  v'e- 
resse il  mausoleo  a  Donato  dell'Antella;  con  suo 
disegno  fu  eseguita  la  facciata  del  palazzo  del 
Bali  Roffia.  Lavorò  molto  nella  chiesa  dei  Cava- 
lieri a  Pisa,  dove  sui  disegni  del  Silvani  diresse 
l'esecuzione  dell'aitar  maggiore  in  porfido,  colle 
cornici,  i  capitelli  ed  altri  membri  d'architettura 
in  bronzo  dorato,  facendo  poi  le  due  statue  che  sonò 
sulla  cattedra.  In  bassorilievo  scolpì  i  misteri  della 
Passione  per  l'Imbrogiana,  come  altri  bassorilievi 
e  putti  esegui  pel  deposito  di  S.  Francesco  Saverio 
in  Goa.  Copiò  in  bronzo  diverse  statue  greche 
per  Luigi  XIV  re  di  Francia,  le  quali  rimasero  a 
Firenze  attesa  la  morte  sopraggiunta  in  quella 
del  medesimo  monarca.  Nel  1721  scolpì  in  ma- 
cigno la  statua  della  Dovizia  colla  quale  fu  so- 
stituita quella  che  il  Donatello  avea  scolpita  in 
porfido  sulla  colonna  di  Mercato  (1). 

Morì  nel  1725,  ed  ebbe  sepoltura  nel  chiostro 
della  chiesa  del  Carmine,  dove  il  suo  figlio  Vin- 
cenzo gli  pose  il  busto  di  marmo  sopra  apposita 
iscrizione. 


Nel  XIV  Tomo  delle  Memorie  del  Settimanni,  è  la  descri- 
zione di  cinque  tavole  che  per  la  riedificazione  vi  furono 
dipinte. 

(1)  Tolta  la  colonna  di  mercato,  atteso  il  riordina- 
mento del  Centro  di  Firenze  che  si  deve  fare,  fu  messa 
nel  cantiere  di  porta  Romana. 


362  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


Antonio    Ferri 

Architetto 

(Operava  dal  1668  al  1705) 

Nessunissimo  cenno  biografico  c'è  dato  trovare  di 
questo  artefice,  mentre  le  opere  sue  si  trovano 
qua  e  là  notate,  che  insiememente  non  mancano 
di  rivelare  l'artista  d'ingegno  elevato,  che  non 
merita  l'oblio  da  parte  nostra.  Chiunque  rammenta 
qualche  opera  sua  lo  chiama  architetto  fiorentino, 
ma  non  si  conosce  il  suo  stato  civile. 

La  pri m'opera  che  di  lui  si  rammenta  è  la  tri- 
buna della  chiesa  di  S.  Firenze  per  la  quale  dette 
il  disegno  nel  1668;  nel  1670  architettò  il  Con- 
ventino in  fondo  via  dell'Orto  a  S.  Frediano,  del 
quale  ne  fu  fondatore  un  Vai  da  Verrazzano  (1)^ 
L'aver  poi  costruito,  per  ordine  del  Granprincipe 
Ferdinando  de'  Medici  nel  1697  il  sontuoso  teatro 
di  Pratolino  adattato  sul  terzo  piano  del  celebre 
palazzo  edificato  dal  Buontalenti,  vuol  dire  che  la 
Corte  di  Cosimo  III  lo  tenne  in  quella  stima  che 
soleva  accordare  agli  architetti  che  a  quel  tempo, 
nella  Toscana,  erano  più  in  grido.  E  difatti,  prima 


(1)  Il  Signor  CoQimendatore  Luigi  Vai  da  Verrazzano  è 
l'attuale  Patrono  di  questo  Conventino,  convertito  in  Pio 
Istituto  per  l'educazione  delle  fanciulle,  e  riconosciuto  con 


reale  decreto  del  giugno  1868. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  363 

d' intraprendere  queir  opera  ormai  dai  vandali 
distrutta,  un'  altra  non  meno  importante,  e  lo- 
datissima,  ne  aveva  condotta,  vogliamo  dire  la 
nuova  Chiesa  Cattedrale  di  Poscia,  da  lui  edificata 
nel  1693  sulle  vecchie  e  rovinose  mura  della 
Pieve  antica.  Anche  a  Portico  (Galluzzo)  riedificò  la 
chiesa  del  monastero  delle  Disciplinate,  la  quale 
restò  compiuta  nel  1705.  Come  si  vede,  l' Ar- 
chitetto Antonio  Ferri  operò  per  trentasett'anni, 
nel  quale  tempo  può  aver  fatto  molto  di  piìi  di 
quello  che  a  noi  vien  dato  conoscere  ;  ed  è  perciò 
che  alla  diligenza  dei  biografi  osiamo  raccoman- 
darlo. 

Francesco   P  et r  u  cci 

Pittore 

(1660-1719) 

Sette  Petrucci  artisti  figurano  nella  Enciclopedia 
delle  Belle  Arti  dello  Zani,  fra'quali  due  pittori 
col  medesimo  nome  di  Francesco,  entrambi  fioren- 
tini, il  primo  figlio  di  Benedetto  orefice  (1)  nato 
nel  1660,  il  secondo  di  Giov.  Antonio,  nato  nel  1672. 
Per  cui  torna  cosa  diffìcile  assai  lo  scegliere,  tra 


(1)  Rileviamo  dal  mentovato  Archivio  di  S.  Ambrogio  che 
questo  Benedetto  Petrucci  era  figliuolo  d'un  Francesco 
Petrucci  e  di  Maria  della  Bella,  sorella  del  celebre  inci- 
sore Stefano. 


364  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

le  diverse  pitture  che  dei  Petrucci  si  trovano  a  Fi- 
renze, quali  siano  quelle  all'  uno  od  all'altro  ap- 
partenenti. Ci  sia  tuttavia  permesso  d'arguire  che 
il  pittore  Petrucci  di  cui  si  sono  vedute  a  Pratolino 
le  pitture  a  fresco  nei  paesaggi  dell'Onofri,  possa 
essere  Francesco  iìglio  di  Benedetto,  nato  nel  1660, 
attesoché  il  Granprincipe  Ferdinando,  già  prima 
di  prender  moglie  (la  prese  nel  1689)  aveva  inco- 
minciato gli  abbellimenti  che  per  parte  sua  fece 
fare  al  R.  Palazzo,  e  poco  probabile  sembra  che  al 
suo  servizio  potess'essere  un  giovanetto  forse  se- 
dicenne, come  sarebbe  stato  l'altro  Francesco  Pe- 
trucci tìglio  di  Giovanni  Antonio,  del  quale  s'i- 
gnora la  data  della  morte. 

Se  dunque  non  andiamo  errati  nel  nostro  cal- 
colo, a  Francesco  Petrucci  di  Benedetto,  oltre  ap- 
partenere le  figure  a  fresco  del  palazzo  di  Prato- 
lino,  appartiene  la  copia  della  tavola  del  Rosso 
nella  cappella  de'Dei  in  S.  Spirito,  il  cui  originale 
fu  trasportato  nella  Galleria  de'Pitti,  e  che  rappre- 
senta la  Madonna  con  S.  Sebastiano,  S.  M.  Madda- 
lena ed  altri  Santi,  fra'  quali  è  notevole  S.  Agostino 
che  guarda  il  popolo  con  aria  severa  e  minac- 
ciosa. Sua  si  è  pure  la  copia  della  tavola  dipinta 
da  Andrea  del  Sarto  nel  1517,  copia  che  il  Petrucci 
eseguì  nel  1704  per  ordine  del  Granprincipe  Fer- 
dinando allorché  questi  fece  riedificare  la  chiesa 
del  Monastero  di  S,  Francesco  in  Via  de'  Macci, 
perché  le  monache  gli  accordaron  gentilmente  la 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  365 

pittura  d'Andrea  da  lui  domandata  pe'  suoi  ap- 
partamenti del  Palazzo  Pitti.  Questa  tavola,  de- 
scritta dal  Borghini  nel  Riposo,  e  dal  Bocchi  nelle 
Bellezze  di  Firenze,  raffigura  la  Madonna  col 
Bambino,  S.  Francesco  e  S.  Gio.  Evangelista. 

Nel  corridoino  della  R.  Galleria  degli  Ufizi,  si 
trova  il  ritratto  di  questo  pittore  Francesco  Pe- 
trucci  colla   data  della  di  lui  morte  1719. 


Ferdinando  Galli 

Pittore    e    Architetto 

(1657  -  1743) 

Gian  Maria  Galli,  detto  il  Bibbiena  perchè  era 
di  questa  città  della  Toscana,  ebbe  due  figli,  Fer- 
dinando e  Francesco,  che  nella  pittura  e  nell'ar- 
chitettura giunsero  a  bella  riputazione,  nonché 
una  figlia  Maria  Oriana,  che  la  pittura  coltivò  pure 
con  ottimi  risultati. 

Ferdinando,  primogenito,  nacque  a  Bologna  nel 
1657  ;  con  particolare  ardore  studiò  ianciullo  la 
quadratura  soito  Mauro  Aldrovandini  e  sotto  Giu- 
lio Trogli,  e  riuscì  presto  a  superare  qualunque 
difficoltà. 

Fu  straordinario  per  celerità  e  per  vaghezza 
nelle  prospettive  e  nelle  opere  sceniche.  Servì 
diverse  Corti  d'Italia  ;  come  pittore  fu  particolar- 
mente agli  stipendi  de]  duca  di  Parma  ;  presso  S. 


366  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

M.  Cesarea  fu  dichiarato  architetto  primario,  capo 
maestro  maggiore,  nonché  pittore  di  camera  e 
di  feste  da  teatro.  Si  deve  a  questo  celebre  ar- 
tista un  libro  intitolato  L'Architettura  civile  pre- 
parata sulla  Geometria  e  ridotta  oMe  p)rospettive, 
considerazio7ii  pratiche,  Parma,  1711  ;  e  gli  si 
deve  pure  un  altro  libro  d'Architettura,  prospet- 
tive, e  scene  per  teatri,  che  si  compone  di  71 
fogli  d'incisioni. 


Oapitolo  VI 


Prato/ino  acquistato  dal  Princips  Paolo  Demidoff 
dì  S.  Donato. 


?^Tg^5^  opra  il  miserando  stato  in  cui  si  ridusse 
Pratolino  ai  nostri  giorni  ne  abbiamo 
5è  digià  parlato  a  sufflcenza  precedentemente, 
e  laddove  abbiamo  parlato  del  principe  Paolo  De- 
midoff, non  si  è  lasciato  ignorare  com'egli  avesse 
per  progetto  di  riordinare  quel  luogo  in  modo 
degno  della  celebrità  che  i  Medici  gli  avevano 
procacciata  :  sventuratamente  per  Pratolino,  e  per 
Firenze  quell'uomo  munifico  morì  troppo  presto. 

Il  principe  Demidoff  acquistò  la  regia  tenuta 
nel  1872  dairamministrazione  della  casa  Lore- 
nese,  per  la  rotonda  somma  di  lire  trecento  mila 
in  oro. 

Nel  vasto  parco,  fatto  cingere  di  nuovi  muri, 
si  cominciò  a  spianare  il  terreno,  ed  a  fare  gli 
spartimenti  dei  giardini,  coi  viali  che  vi  si  per- 


368  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

corrono,  e  tutta  la  tenuta  fu  cinta  d'apposita  rete 
(li  fìl  di  ferro  a  motivo  di  rinchiudere  il  selvag- 
giume. 

I  primi  progetti  di  nuovi  ediflzi,  e  di  restauri 
agli  edifizi  antichi  furono  fatti  dall'  architetto 
Emilio  De  Fabris  ;  ma  tali  progetti  abortirono 
venendo  il  Principe  dissuaso  intorno  ai  medesimi 
da  un  suo  amministratore  straniero. 

Deciso  pertanto  il  Principe  di  cominciare  i 
lavori  nuovi  con  un  edilizio  aggiunto  all'antica 
paggeria,  della  quale  ne  fece  la  villa  per  l'abi- 
tazione sua,  l'ingegner  dottore  Enrico  Ceramelli 
fornì  per  il  medesimo  il  disegno,  e  si  associò 
nella  esecuzione  l'architetto  Luigi  Fusi.  Con  que- 
sti due  ingegneri  trovaronsi  d'accordo  Enrico 
Cambi  ed  Angiolo  Rogai  che  se  ne  accollarono 
la  costruzione,  il  primo  per  la  parte  muraria,  il 
secondo  per  tutte  le  decorazioni:  consiste  tal 
nuovo  edifizio  nell'ampia  galleria  che  alla  pag- 
geria vecchia  rimane  dalla  parte  orientale,  e  che 
or  ora  visiteremo. 

Importantissimi  restauri  ed  abbellimenti,  furono 
fatti  a  quattordici  antiche  fabbriche,  cominciando 
dalla  villa  principesca  ;  la  fattoria  venne  restau- 
rata in  m.odo  che  ora  si  potrebbe  dire  addirit- 
tura nuova  ;  anche  il  sezionamento  della  grande 
scuderia  è  ben  notevole  lavoro,  come  il  rimoder- 
namento di  varie  villette  rese  comode  e  civilis- 
sime. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  369 

La  principesca  villa  risiede  sopra  un  bel  piaz- 
zale, alla  cui  tramontana  è  il  celebre  Appennino, 
restaurato  dal  professore  Rinaldo  Barbetti  per 
ordine  del  principe  Paolo  Demidoff,  che  pure  ne 
fece  cingere  intieramente  la  grande  vasca  con 
una  ringhiera  di  ferro  verniciata  di  bianco. 

Giacché  ci  troviamo  prossimi  alla  villa  dei 
principi,  gran  desiderio  ci  prende  di  vederla,  e  di 
vedere  insieme  la  nuova  galleria  ;  ma  tal  desi- 
derio non  possiamo  a  nostro  bell'agio  soddisfarlo 
in  assenza  dell'illustre  famiglia  ospite  di  Firenze, 
quantunque  il  segretario  signor  Enrico  Solari  sia 
tanto  cortese  d'  accordarci  per  quanto  può  1'  in- 
gresso (1). 

L'antico  edilizio  viene  internamente  diviso  da 
un  corridoio,  cui  fanno  ricco  ed  elegante  orna- 
mento i  quadri,  vasi,  busti,  e  diversi  mobili, 
particolarmente  cassoni  antichi  da  corredi  ;  tra 
le  altre  cose  uno  stipo  abbiamo  notato  superbo  in 
ebano  con  intarsio  d'avorio.  Entrati  nel  corri- 
doio dalla  parte  occidentale,  rimane  subito  alla 
dritta,  cioè  nella  parte  meridiana  del  palazzo, 
una  camera  ;  e  da  questa  camera,  sino  alla  gal- 


(1)  Avvertiamo  che  gran  parte  di  mobili,  di  quadri, 
d'oggetti  d'arte  a  cose  preziose  clie  si  trovano  in  questa 
villa,  provengono  dalla  villa  di  S.  Donato,  delle  cui  nu- 
merose sale  dovendo  dare  nell'  ultimo  capitolo  una  re- 
lazione completa,  qui  ci  asteniamo  generalmente  dai  det- 
tagli per  evitare  le  inutili  ripetizioni. 

FIRENZE    AI    DEMIDOFF  24 


370  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

leria  che  resta,  come  abbiamo  detto,  ad  oriente, 
si  succedono  una  sala  da  pranzo,  un  salotto  d'in- 
gresso (l'ingresso  interno),  due  sale  di  biblioteca, 
ed  una  sala  da  bigliardo. 

Nella  sala  da  pranzo  si  trova  una  ricca  col- 
lezione di  porcellane  appese  alle  pareti  e  collo- 
cate in  apposite  vetrine,  tutti  oggetti  di  notevole 
valore  delle  famose  fabbriche  di  Sèvres  e  di  Saxe. 
Vi  sono  pure  diversi  quadri,  uno  dei  quali,  posto 
appiè  della  parete  a  destra,  ci  offre  un  parlante 
ritratto  del  principe  Paolo  Demidoff,  giovanissimo, 
in  costume  di  caccia  russo,  dipinto  da  Ricard.  Le 
porte,  e  le  finestre  a  terrazzino  di  questa  sala 
hanno  intagli  pregevoli  a  soggetti  di  caccia  e  di 
pesca,  eseguiti  dallo  scultore  in  legno  professore 
Egisto  Galani,  del  quale  artista  è  pure  il  soffitto 
diviso  a  formelle  con  entro  palle  di  cavolo  fiore 
alternate  da  borchie. 

Nel  salotto  d'ingresso,  che  succede  alla  detta 
sala  da  mano  sinistra,  si  notano  particolarmente 
molti  quadri  con  ritratti  di  famiglia  ;  su  appo- 
site colonne  stanno  diversi  busti  di  marmo,  fra 
i  quali  riconosciamo  la  regina  Vittoria,  l'impera- 
tore Napoleone  terzo,  l'imperatrice  Eugenia,  il 
principe  Anatolio  Demidoff  bambino,  nonché  la 
principessa  Matilde  Bonaparte  ;  una  colonna  di 
bronzo  nell'angolo  a  dritta  della  porta  che  dà 
sul  corridoio,  sostiene  la  statua  d'argento,  in 
piedi,  dell'imperatore  Pietro  il    Grande,    dinanzi 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  371 

alla  quale  tutta  viene  in  niente  la  prosperità  e 
la  grandezza  della  Russia  moderna.  La  detta 
porta  è  stata  scolpita  a  gigli  da  altro  scultore 
in  legno,  Angiolo  Cheloni,  ed  è  il  soffitto  a  pu- 
limento d^\ngiolo  Rogai,  come  quello  delle  due 
seguenti  sale  che  servono  di  biblioteca. 

In  queste  sale,  oltre  la  ragguardevole  libre- 
ria, è  un  alternarsi  di  buoni  quadri,  di  busti  in 
marmo  ed  in  bronzo,  raffiguranti  per  lo  inii  so- 
vrani ed  altri  personaggi  che  appartengono  alle 
storie.  Si  notano  pure  in  queste  sale  non  pochi 
bei  mobili  di  squisito  gusto,  fra'  quali  ci  sia  le- 
cito menzionare  una  scrivania  di  noce  intagliata 
da  un  terzo  scultore  in  legno,  Carlo  Pucci,  e 
premiata  all'Esposizione  di  Milano  nel  1881. 

Traversando  la  sala  di  bigliardo,  ci  troviamo 
presso  ad  alcuni  gradini  dove  rimane  una  scala 
segreta  conducente  al  primo  piano.  Qui  sono  due 
vetrine,  una  dirimpetto  all'altra;  quella  a  sini- 
stra contiene  copiosa  collezione  di  bastoni,  quella 
a  dritta  racchiude  una  collezione  interessante  di 
schioppi  di  variate  lavorazioni,  tutti  di  gran 
pregio. 

Lasciato  a  sinistra  il  passaggio  alla  scala  se- 
greta, eccoci  nella  galleria.  Una  collezione  ma- 
gnifica di  quadri  fiamminghi,  nel  numero  di  tren- 
tasette, invita  ad  un  particolare  esame  ;  altri  qua- 
dri d'eccellenti  maestri  delle  varie  scuole  girano 
superiormente  le  pareti  ;  alla   parete  di    mezzo- 


372  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

giorno  campeggia  su  due  mensole,  un  quadro 
alto  ben  tre  metri,  e  largo  due  metri  e  un  terzo, 
nel  quale  il  famoso  pittore  russo  Carlo  Bruloff 
dipinse  al  naturale  il  suo  mecenate,  il  principe 
Anatolio  Demidoff  (1),  in  costume  russo  sopra  un 
bianco  destriero.  Il  gruppo  è  seguito  da  due  ser- 
vitori similmente  a  cavallo;  due  cani  festanti  ai 
piedi  del  cavallo  del  Principe  sono  ancora  ben 
ragionato  accessorio,  e  tale  composizione  su  fondo 
campestre,  spicca  un  effetto  stupendo,  d'ottima 
intonazione,  lavoro  degno  addirittura  d'un  raro 
artista.  Il  bel  quadro  si  racchiude  in  una  non 
meno  bella  cornice  di  noce  egregiamente  inta- 
giiata  a  fusti  e  foglie  dal  bravo  Pietro  Cheloni 
estinto  da  piii  anni.  Gli  sta  sotto,  sorretto  da  un 
cavalletto,  altro  quadro  pure  d'assai  grandi  di- 
mensioni, nel  quale,  a  bassorilievo  d'argento,  si 
rappresenta  un  soggetto  religioso,  opera  di  non 
comune  valore.  Nella  parete  a  dritta,  sopra  la 
porta  per  cui  s'accede  dal  piazzale,  è  il  re  Vittorio 
Emanuele  II  dipinto  dal  fiorentino  professore  Mi- 
chele Gordigiani;  in  quella  maschia  figura  in  piedi, 
grande  al  naturale,  l'artista  effigiò  la  vera  fìso- 
nomia,  e  nella  vera  espressione,  del  re  soldato, 
cioè  dell'eroe  di  Palestro  e  San  Martino.  Mentre 
delle  altre  tele  si  tace,  conforme  la  nota  esposta 
mettendo  il  piede   in   questa   villa,    non   diremo 


(1)  Yedi  parte  prima,  Gap.  VI,  pag.  100. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  373 


de'diversi  oggetti  d'arte  che  qui  nella  galleria 
fan  bella  mostra  insieme  ammobili  di  lusso  sì  an- 
tichi che  moderni,  non  diremo  de'bussoloni  d'a- 
razzi che  fra  le  tele  sono  appesi  a'muri,  né  dei 
paliotti,  0  sopra  porta  ;  ma  poche  parole  vogliamo 
dire  della  scultura  in  legno  che  fra  tante  cose 
belle  d'  arte  squisita  si  presenta  con  molto  pre- 
stigio tutto  fiorentino. 

Le  due  porte  di  noce  son  fatte  di  dentro  a  grande 
intaglio  dal  predetto  Angiolo  Cheloni,  e  ciascuna 
delle  quattro  imposte  vien  divisa  in  tre  pannelli  ; 
nei  pannelli  di  mezzo  d'ambo  le  porte  sono  scol- 
piti gli  stemmi  delie  nobili  casate  Troubetzkoi  e 
Demidoff  ;  i  quali  stemmi  vengono  in  bella  foggia 
contornati  da  frutti  e  fogliami,  tra  cui  si  colle- 
gano dei  mascheroni  e  dei  volatili  ;  tali  soggetti 
si  ripeton  quindi  negli  altri  pannelli,  però  di- 
sposti in  guise  differenti.  Al  ricco  lavoro  delle 
porte,  ottimamente  corrisponde  quello  dei  relativi 
imbotti  e  delle  finestre,  il  tutto  scolpito  nel  me- 
desimo genere.  Il  salone  è  contornato  da  un 
lambrick  dallo  stesso  Cheloni  eseguito  con  molta 
eleganza  a  gigli.  Il  micdesimo  lambrick  vien  poi 
tramezzato  da  quattro  mobili,  di  fattura  simil- 
mente elegante,  dove  fra'gigli  campeggiano  an- 
cora, nei  pannelli,  diversi  soggetti  della  natura  (1). 


(1)  In  questi  mobili  si  contengono  delle  casse  forti  ese- 
guite dal  fabbro  meccanico    Cesare    Morosi. 


374  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 


Il  grandioso  soffitto,  stile  del  cinquecento,  è 
pure  lavoro  di  vero  artista,  opera  riuscitissima  del 
già  nominato  scultore  Carlo  Pucci  che  l'ha  diviso 
a  cassettoni,  alternando  in  essi  la  croce  del  po- 
polo al  giglio  fiorentino  ;  ed  ha  messo  nel  centro 
la  principesca  corona  con  entro  i  D  incrociati. 

Vista  la  galleria,  e  tornati  addietro  sino  al  sa- 
lotto dell'ingresso  interno,  di  qui  usciamo  per  la 
porta  a  gigli,  ed  abbiamo  di  f;^ccia  lo  scalone  dei 
nobili  appartamenti.  È  questo  scalone  a  dovizia 
ornato  di  quadri  e  di  sculture,  cui  si  mischiano 
diversi  bassirilievi  di  ceramica  incastrati  nel  muro 
e  forniti  dalla  celebre  fabbrica  Ginori  di  Doccia  ; 
vi  son  pure  dei  bracci  di  metallo  antichi  per  ca;i- 
dele,  e  un  lampione  ugualmente  antico  pende  dal 
soffitto.  Si  comincia  per  ammirare  con  diletto  a 
pie  dello  scalone  il  modello  del  simulerò  magni- 
fico che  in  grandi  proporzioni  è  sulla  piazza  De- 
midotf  eseguito  dal  Bartolini  in  finissimo  mar- 
mo (1),  e  si  finisce  coU'adorare  la  bella  medaglia 
rappresentante  la  Sacra  Famiglia  che  nello  stesso 
marmo  ha  scolpito  il  professore  Urbano  Lucchesi, 
medaglia  incastrata  nel  muro  con  apposita  cor- 
nice di  bardiglio  nero,  presso  alla  porta  che  agli 
appartamenti  accede. 

Ripetiamo  che  l'illustre  famiglia  è  assente,  ep- 
perciò  la  discrezione   nostra  ci  trattiene  dal  pe- 


(1)  Vedasene  la  descrizione  nella  prima  parte,  a  pag.  64. 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  375 

neirare  in  que'santuari  dove  si  racchiudono  ben 
altre  ricchezze  e  bellezze  prelibate,  dove  il  velluto 
di  Genova  serve  a  tappezzare  pareti  e  l'argento 
a  far  brillare  intravature.  Nel  tornare  al  corri- 
doio, sentiamo  il  dovere  di  ringraziare  il  segre- 
tario signor  Solari,  che  sì  cortesemente  ci  ha  con- 
dotti sino  a  questo  punto  della  villa.  Ed  uscendo 
dal  corridoio,  rimarchiamo  a  tramontana  di  que- 
st'antico edilìzio,  una  cancelleria,  una  sala  ri- 
servata per  la  mensa  dei  principini,  dispense,  cu- 
cine cogli  altri  locali  che  al  servizio  sono  ne- 
cessari. 

Ora  diremo  come  la  villa  è  decorata  esterna- 
mente da  quattordici  ritratti  d'imperatori  romani 
incastrati  nella  muraglia,  cui  s'aggiungono  sei 
stemmi  d'antiche  nobili  casate,  il  tutto  raccolto 
dal  principe  Paolo  Demidoff  ne'suoi  viaggi  ;  supe- 
riormente, nel  centro,  è  un'arme  in  pietra  de'Me- 
dici,  ed  un  busto  mediceo  si  vede  sul  muro  che 
unisce  il  vecchio  edilizio  al  nuovo  ;  una  delle  fine- 
stre della  galleria  è  ornata  sul  davanzale  da  due 
putti  ni  di  marmo  bianco  ed  un'altra  da  un  busto 
di  marmo  colorito  raffigurante  una  matrona  ro- 
mana; un  altro  stemma  de'  Medici,  scolpito  in 
marmo,  e  di  notevole  grandezza  (1),  è  posto  sul- 
l'angolo sud-ovest  della  fabbrica,  ed  al  disotto  gli 


(1)  Questo   stamina  l'acquistò   il   principa    Demidoff  dai 
frati  di  Buonsollazzo. 


376  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

sta  un  lampione  antico  ;  due  simili  lampioni  an- 
tichi ornano  altri  due  angoli  del  palazzo,  i  piìi  e- 
sposti  sul  piazzale. 

La  porta  della  galleria,  guardante  l'occidente,  è 
decorata  lateralmente  da  due  di  quelle  Madonne 
che  resero  tanto  celebre  il  nome  della  Robbia  ; 
e  sopra,  nel  timpano,  la  Corona  principesca  in 
marmo,  fatta  da  Raffaello  Bencini  (1).  Appiede 
della  gradinata  in  marmo  stan  due  leoni,  cui 
servono  di  base  capitelli  di  colonne  lavorati  con 
rara  maestria,  il  tutto  di  marmo  antico.  Più 
avanti  è  una  vasca  in  marmo  di  forma  ovale  con 
bel  getto  d'acqua,  fatta  da  Francesco  Mattei,  ed 
al  limite  del  piazzale  verso  mezzogiorno,  s'alli- 
neano sei  panchine  pure  di  marmo  dal  medesimo 
Mattei  lavorate  a  somiglianza  di  quelle  che 
stanno  sul  piazzale  Michelangiolo. 

Dalle  panchine  calando  per  l'ampio  prato  erboso 
trovasi  un  bagno  in  quel  punto  dove  fu  la  gran- 
diosa gabbia.  Questo  bagno,  al  quale  si  scende  per 
una  scala  di  pietra,  è  in  forma  di  ferro  di  cavallo; 
la  vasca,  grande  assai,  s'alza  tre  metri  da  piedi, 
ed  è  alta  quasi  il  doppio  da  capo,  dove  si  raffigura 
una  grotta  di  spugne  con  pile  sormontate  ;  le  fa 
contorno  una  ringhiera  di  ferro  tramezzata  da  pi- 


(1)  Il  Giglio  fiorentino,  la  Croce  del  popolo,  i  martelli,  il 
doppio  D  e  gli  sciaveri,  di  che  si  compone  lo  stemma  Demi- 
doff,  ricorrono  nei  timpani  delle  cinque  grandi  finestre. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  377 

lastri  di  pietra  su  cui  sono  dei  putti  con  delfini 
od  altri  soggetti  dell'acqua  ;  sul  pilastro  di  mezzo 
della  parte  superiore  è  la  statua  di  Nettuno. 

Risalita  la  scala,  e  rimesso  piedi  sul  prato,  a- 
vremo  a  pochi  passi,  da  parte  sinistra,  un'altra 
copia  del  gruppo  principale  del  monumento  che 
è  sulla  piazza  Demidoff. 

Dal  gruppo  anderemo  verso  l'antica  grotta  di 
Cupido,  sempre  cioè  dalla  parte  occidentale  del 
parco,  seguitando  sino  alla  fagianeria,  la  quale  in 
Firenze  menò  tanto  scalpore,  perchè  non  ancora 
la  nostra  città  ne  vantò  tra  i  privati  una  consi- 
mile, e  perchè  a  pochissime  in  Italia  si  è  tenuta 
per  seconda.  Difatti,  per  questa  fagianeria  il  prin- 
cipe Demidoff  ordinò  la  fabbrica  divisa  in  quattro 
grandissimi  stanzoni,  ciascuno  dei  quali  fornito 
di  numerose  coverie  disposte  in  buona  regola,  e 
decorate  in  modo  talmente  artistico  da  parer 
quelle  stanze  destinate  a  qualche  museo  ;  ed  a 
pili  completare  l'idea  del  museo  zoologico,  con- 
corre molto  l'ornamento  di  tanti  e  tanti  animah 
artificiali,  rettili  e  volatili,  che  attraggono  l'at- 
tenzione, che  sodisfano  il  gusto  dei  profani,  men- 
tre appagano  il  pensiero  di  chi  osserva  colle  vi- 
ste della  scienza  ;  a  ciò  s'aggiunge  l'ornamento 
ricco  di  marmi  scolpiti,  come  vasi  grandiosi  nei 
diversi  stili,  statue,  piante,  ed  altre  cose  belle.  Da 
questi  stanzoni,  così  notevoli  sotto  qualunque  rap- 
porto, uj: il <.'..:  >  /e:'  :  L.iare  a  percorrere  gli  ade- 


378  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


renti  quadrati  delle  spaziose  voliere  che  sodo  in 
quantità  maggiore  d'ogni  aspettativa  ;  quelle  ad 
uso  di  conserva  quasi  tutte  in  ferro,  e  quelle  per 
la  fecondazione  in  legno,  chiuse  al  disopra,  s'in- 
tende, con  rete  di  fil  di  ferro  e  di  fune  incatra- 
mata ;  la  numerazione  delle  ultime  s'è  vista  fino  a 
154,  dal  che  si  può  immaginare  la  quantità  dei 
fagiani  che  può  contenere  la  giustamente  decan- 
tata fagianeria  di  Pratolino. 

Tornando  addietro  dalla  fagianeria,  la  palla  do- 
rata che  sta  sopra  la  cupola  della  cappella,  bril- 
lando al  raggio  del  sole,  ci  mena  all'anima  la  so- 
lenne e  memoranda  cerimonia  funebre  in  essa  cap- 
pella compiutasi  a'  dì  27  giugno  1885,  allorché  di 
là  si  levò  la  salma  del  compianto  Principe  Paolo 
per  trasportarla  in  Siberia  :  sentiamo  la  bramosia 
di  rivederla. 

Dell'antica  cappella  costata  esternamente  ornata 
la  porta  da  due  ricchi  tabernacoli  moderni  di 
marmo  abilmente  lavorati  dalla  scultrice  francese 
madamigella  Fauveaux,  ed  abbelliti  con  dorature  ; 
al  disopra  v'è  stata  messa  una  croce  latina  in 
marmo  rosso  su  fondo  di  marmo  bianco,  con  i- 
scrizioni  incise  dorate,  inquadrata  da  cornice  di 
legno  intagliato  color  noce,  anch'essa  lumeggiata 
d'oro.  Internamente  è  sempre  all'altare  15  tavola 
che  il  Marmi  copiò  su  quella  d'Andrea  del  Sarto  ; 
deperite  le  antiche  pitture  ai  muri,  questi  fece 
rifare  il  principe  Demidoff  a  pulimento  e  olio  ;  e 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  379 

messe  lateralmente  due  grandi  cornici  con  vetro, 
cui  stanno  dentro  in  grandissima  copia  variate 
preziose  immagini  russe,  in  diversi  metalli,  al- 
cune in  argento  e  in  oro  con  gemme.  Alla  pa- 
rete dinanzi  s'appende  una  grande  stoffa  quadra 
su  telaio,  trapuntata  tutta  in  seta,  col  quale  tra- 
punto viene  raflìgurata  Storia  Sacra  ;  nel  mezzo 
è  Gesù  sulla  Croce,  ed  in  diversi  luoghi  si  ripete 
la  data  del  lavoro,  il  1652.  All'intorno  dell'im- 
pancato si  mantengono  sempre  appese,  per  affet- 
tuosa cura  del  segretario  signor  Solari,  moltissime 
ghirlande  che  rammentano  la  perdita  dolorosa 
del  principe  Paolo,  e  nel  mezzo  dell'impiantito  si 
conserva  la  lapide  col  noto  versetto  della  Bibbia  (1), 
sotto  la  quale  giacque  per  cinque  mesi  la  di  lui 
salma  lacrimata.  Per  ordine  dell'inclita  vedova, 
questa  lapide  vien  circondata  da  un'elegante  rin- 
ghiera di  metallo  nichelato,  fatta  dal  nominato 
Morosi  con  disegno  dell'ingegnere  Fusi,  onde  ogni 
piede  non  abbia  da  gravar. sopra  la  sacra  me- 
moria.... 

Il  Principe  Paolo  non  è  piti  !  ed  i  nuovi  ab- 
bellimenti ch'ei  s'era  proposto  di  fare  a  Pratolino, 
rimasero  in  tronco  soltanto  per  la  sua  morte,  dopo 
che  v'ebbe  profuso,  a  nostro  credere,  da  dieci  a 
dodici  milioni  di   lire. 

Noi,  nel  nome  di  Firenze,  abbiamo  voluto  rap- 


(1)  Vedi  parte  prima,  Gap.  VII,  pag.  148. 


380  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

presentare,  storicamente  e  descrittivamente,  coi 
precedenti  capitoli,  alla  illustre  famiglia  Demidotf, 
qiial  meraviglia  del  mondo  si  fu  questo  suo  pos- 
sesso fiorentino,  luogo  che  ha  ormai  consacrato 
coi  palpiti  pili  ardenti,  colle  lacrime  pii^i  acerbe, 
cogli  aneliti  sublimi. 


"^■^^^ 


Oapitolo    ^11 


Cenni  storici  sul  Monastero  di  S.  Donato  e  sua  trasformazione  —  Cenni 
storici  sull'Arte  della  Seta  in  Firenze  —  Setificio  e  prosperità  di  clie  I 
Demidoff  si  resero  benemeriti  a  S.  Donato. 


£Qf^  HI  dalla  piazza  di  S.  Iacopino  in  Polve- 
urgi  rosa,  piglia  la  via  chiamata  Maragliano 
oUt2:5  andando  a  traversare  il  ponte  S.  Donato, 
arrivato  a  buon  punto  della  via  medesima  vedrà 
un  vecchio  campanile  di  forma  quadra  con  fi- 
nestre a  bifore,  terminato  a  cuspide,  il  quale 
mostrandosi  dalla  proda  occidentale  del  famoso 
parco  Demidoff,  in  via  di  Novoli,  rammenta  una 
chiesa  vecchia,  voghamo  dire  la  chiesa  di  S. 
Donato  a  Torri,  detto  in  Polverosa,  resa  celej3re 
particolarmente  per  due  fatti  antichi  che  la  sto- 
ria fiorentina  registra  con  giusta  soddifazione. 

Ebbe  S.  Donato  un  Monastero,  dove  i  canonici 
regolari  di  S.  Agostino  abitarono  sin  dal  1187.  La 
chiesa  loro  fu  consacrata  nel  febbraio  del  1188; 
ed  in  quésta  circostanza  venne  a  Firenze  Gerardo 


382      .  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

arcivescovo  di  Raveana  e  delegato  del  papa  Cle- 
mente III,  il  quale  arcivescovo  predicò  la  seconda 
crociata  ai  fiorentini  chiamati  a  prestar  giura- 
mento, e  dopo  tal  predica  il  priore  di  S.  Donato  (1) 
consegnò  al  duce  fiorentino  Pazzo  de'Pazzi  quella 
bandiera  fregiata  della  croce  del  popolo,  la 
quale  fu  tanto  gloriosa  nelle  guerre  sante. 
Quest'insigne  cittadino  di  Firenze,  secondo  scri- 
vono gli  storici,  si  recò  in  Terra  Santa  condu- 
cendovi 2500  crocesegnati  fiorentini  ;  e  nella  e- 
spugnazione  di  Gerusalemme  «  egli  fu  primo  di 
sua  nazione  a  scalar  le  mura,  e  inalberare  lo 
stendardo  maggiore  della  sua  schiera  (2).  »  li 
fatto  mentre  grandemente  illustrò  una  delle  nostre 
più  nobili  famiglie,  non  meno  vanto  procacciò 
a  Firenze,  tra'  cui  figli  eroi  ha  si  bel  posto  la  fi- 
gura di  Pazzo  de'Pazzi. 

Un  altro  fatto  storico,  onde  trasse  celebrità  il 
Monastero  di  S.  Donato,  fu  l'arrivo  in  Firenze 
di  quei  Frati  Umiliati  che  ci  portarono  l'Arte  della 
lana.  Essi  frati  giunsero  quaggiù  verso  il  1239, 
e  fu  loro  prim'ostello  il  Convento  di  S.  Donato 
dal -quale  partivano  i  canonici  Agostiniani.  Ivi  a- 
bitarono  gli  Umiliati  sino  al  1251,  nel  quale  anno 
si  trasferirono  a  S.  Lucia  sul  Prato,  e  monsignor 
Giovanni    Mangiadori,  vescovo  di  Firenze,  dette 


(1)  Allora  era  la  chiesa  Parroccliia  subiirbana. 

(2)  D.  Eugenio  Gamurrini  :  Storia  Genealogica. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  383 

il  Convento  di  S.  Donato  alle  monache  Agostiniane 
di  S.  Casciano  a  Decimo.  Di  quanto  decoro,  e  di 
quali  ricchezze  tornasse  al  Comune  di  Firenze 
l'Arte  della  lana,   a  noi  basta  ricordarlo  (1). 

Non  per  questo  il  celebre  Monastero  andò  e- 
sente  da'suoi  tristi  :  le  monache  dovettero  fug- 
gire nel  1525,  perchè  Castruccio  degli  Antelminelli 
vi  condusse  le  truppe  lucchesi  dopo  la  vittoria 
d'Altopascio,  le  quali  truppe  vi  fecero  non  pochi 
danni  ;  ma  sorte  peggiore  gli  toccò  -nel  tempo 
dell'assedio  (152t)-30),  quando  servì  di  caserma  alle 
truppe  tedesche  di  Carlo  V,  e  dr  quartiere  al  coman- 
dante loro,  il  conte  di  Landron  ;  assediato  il  popolo 
di  Firenze,  quei  bravi  soldati  provavano  gran  dilet- 
to a  sciupare  le  pitture  del  Monastero  di  S.  Donato, 
e  come  se  nulla  fosse  sciuparono  persino  lo  stu- 
pendo Cenacolo  che  v'era  stato  dipinto  da  Ma- 
saccio. 

Quanto  al  popolo  di  questo  suburbio,  visse 
sempre  modesto  e  meschino  di  lavori  campestri, 
ingentiliti,  da  parte  delle  donne,  colla  filatura, 
col  telaio,  e  colla  treccia.  Nel  1749  però  gli  fu 
soppressa  la  parrocchia,  perchè  i  parrocchiani 
non  contavano  che  280,  onde  si  può  dire  che  tutta 
l'importanza  locale  consisteva  nel  Monastero  ;  ed 
anch'esso  dipoi  scomparve  quando  il  governo  Bo- 
naparte  l'abolì  cogli  altri. 


(1)  Dei  Frati   Umiliati  e  dell'Arte  della  lana,  avremo  da 
dire  più  estesamente  in  altro  luogo. 


384  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

Dopo  il  1814,  tornato  il  governo  Lorenese,  dette 
questi  ai  frati  di  S.  Croce  il  Monastero  con  tutti 
gli  adiacenti  poderi,  e  dai  frati  di  S.  Croce  lo 
comprarono  i  Demidoff  siccome  nella  prima  parte 
abbiamo  detto. 

Quel  luogo  isolato,  povero,  sprovvisto  di  tutto, 
fu  in  pochi  anni  trasformato  in  un  vero  centro  di 
ricchezze,  chiamato  il  regno  Demidoff,  d'onde  mi- 
gliaia di  persone  trassero  esistenza  comoda  e  si- 
gnorile :  la  celebrità  che  prese  il  suburbio  da  tale 
trasformazione,  si  rammenterei  sempre  nei  fasti 
fiorentini. 

Cosi  accennato  in  brevi  termini  alla  storia  del 
suburbano  Monastero,  altrettanto  brevemente  ac- 
cenneremo alla  storia  dell'Arte  della  seta  che  al 
medesimo  fu  sorgente  di  particolari  risorse. 

Il  seme  da  bachi  fa  recato  per  la  prima  volta 
nel  sesto  secolo  dall'  India  in  Costantinopoli,  e  di 
qui  si  diffuse  per  tutta  la  Grecia. 

Ruggero  re  di  Sicilia,  espugnando  Tebe,  Atene 
e  Corinto  nel  secolo  decimo  secondo,  mentre  il  seme 
da  bachi  veniva  in  Italia,  condusse  a  Palermo  gli 
artisti  che  insegnarono  fare  i  bozzoli. 

Fino  dal  1204  si  trovano  rammentati  a  Firenze 
i  Consoli  dell'Arte  della  seta,  il  che  vuol  dire  che 
prima  d'allora  già  se  n'era  intrapresa  la  manifat- 
tura, che  però  venne  molto  perfezionata  dai  luc- 
chesi allorché  spatriavano  a  causa  del  sacco  dato 
a  Lucca  da  Ugaccione  della  Faggiola,  nel  1315. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  385 

Lo  statuto  dell'Arte  della  seta  data  dal  1335,  e 
circa  il  principio  del  1400  s'introdusse  la  cultura 
de 'gelsi,  ma  non  ancora  si  tesseva,  e  l'impanna- 
tura  veniva  di  fuori. 

Nel  secolo  decimoquinto  avendo  la  Toscana 
tanta  seta  in  abbondanza,  ne  fu  preso  a  favorire 
il  commercio  della  Repubblica,  con  ogni  sua  forza 
perchè  quello  della  lana  cominciava  a  languire, 
ed  accordò  esenzioni  alla  mercanzia  e  privilegi 
ai  mercanti. 

I  fiorentini  s'impossessarono  a  tal  segno  del- 
l'arte da  diventar  maestri  ad  altre  nazioni.  E  scri- 
ve il  Pavesi,  Memorie  per  servire  alla  storia 
del  Commercio  nello  Slato  di  Milano,  che  il 
Duca  Filippo  Maria  Visconti  beneficò  nel  1442  un 
fiorentino,  che  introdusse  in  quella  città  diverse 
fabbriche  di  seta,  accordandogli  un  generoso  sti- 
pendio mensile,  e  più  l'esenzione  per  dieci  anni 
da  qualunque  carico  straordinario  e  dazio  ducale 
si  per  lui  che  pe'  suoi  ministri,  nonché  la  fran- 
chigia per  tutte  le  sete  e  generi  spettanti  alle 
medesime. 

Alla  prosperità  del  commercio  della  seta  in  Fi- 
renze tocca  l'ambasciatore  veneziano  Marco  Fo- 
scari,  in  un  discorso  del  1526  col  quale  raggua- 
gha  il  suo  principe  sulle  cose  nostre  dicendogli 
come  in  quest'Arte,  qui  si  consumano  «  circa 
400  balle  di  seta,  et  si  fanno  ancora  di  drappi  d'o- 
ro, et  di  seta,  onde  il   capitale  d'un  anno  si  può 

FIRENZE    AI    DEMIDOFF  25 


386  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

reputare  un  milione  d'oro.  »  E  della  pompa  che 
s'arrivò  a  farne  nel  medesimo  secolo  decimosesto 
lo  dice  particolarmente  Baccio  Cancellieri  laddove 
nella  vita  del  gran  duca  Ferdinando  I  narra  le 
feste  fatte  in  onor  suo  (1588)  e  quelle  di  S.  Gio- 
vanni, raccontando  la  mostra  pomposa  che  fecero 
i  Setaioli  delle  loro  manifatture. 

In  una  lettera  di  Francesco  Bernardi  a  Giuliano 
•Giraldi,  28  gennaio  1630,  si  trova  questo  passo  : 
€  Nei  tempi  più  bassi  s'accreditarono  i  nostri  drap- 
pi sottili,  più  che  le  stoffe  e  i  broccati.  Le  nazioni 
si  fan  continuamente  una  guerra  d'industria.  Sin 
qui  però  nessuno  ha  saputo  tingere  in  nero  a  quel- 
la perfezione,  le  nostre  sete  e  le  lane.  L'anno  medio 
della  raccolta  de'bozzoli  rende  in  Toscana  presente- 
mente 1,690,562  libbre  che  a  libbre  1  di  seta  ogni 
10  libbre  e  due  terzi  di  bózzoli,  danno  un  prodotto 
di  libbre  158,733  di  seta  tratta  (1).  » 

La  cultura  e  la  manifattura  della  seta,  sì  pro- 
spera e  sì  celebre  in  Firenze,  ebbe  pure  le  sue 
ragguardevoli  peripezie,  come  si  rileva  special- 
mente da  una  rappresentanza  che  nel  1780  fe- 
cero i  nostri  indrappatori  al  Governo,  e  riportata 
da  Marco  Lastri  nel  quarto  volume  deìVOsservo,- 
tore  fiorentino,  rappresentanza  che  apprende  con 
interessanti  particolari  come  non  pochi  svantaggi 
ricevè  l'Arte  della  seta  dal  proprio  tribunale. 


(1)  Colombaria,  annuale  Vili,  pag.  216. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  387 

Nel  principio  del  secolo  nostro,  comparve  a  noi 
di  nuovo  fiorente  sotto  la  protezione  accordatale 
da  Ferdinando  III,  e  mercè  l'influenza  benefica 
dell'Accademia  de'Georgofili  che  dettesi  la  cura 
di  conferire  incoraggiamenti  e  ricompense  a  chi 
la  coltivava. 

Poco  dopo  il  1830,  vediamo  sorgere  in  Firenze 
Leopoldo  Mafi'ei  che  consacra  la  sua  profonda  e 
straordinaria  intelligenza,  insieme  a  vistosi  capi- 
tali all'Arte  della  seta,  introducendo  in  essa  dei 
sistemi  nuovi  per  farla  progredire  conforme  i 
tempi  ;  ma  il  valentissimo  industriale  fiorentino 
dovè  soccombere  alla  fine  a  causa  di  grandi  dis- 
sesti finanziari,  sofferti  nei  fallimenti  colossali  e 
ripetuti  di  negozianti  americani  coi  quali  aveva 
aperto  esteso  commercio. 

Mentre  l'Arte  di  Por  S.  Maria,  pigliava  nuovo 
e  migliore  indirizzo  dal  Maffei,  venne  a  Firenze 
il  principe  Anatolio  Demidoff"  ad  operare  la  fa- 
mosa trasformazione  di  S.  Donato.  Quest'uomo  pre- 
vidente, sagace,  volle  che  la  sua  tenuta  presso 
Firenze  non  fosse  da  meno  de'suoi  dominii  della 
Russia,  volle  cioè  che  qui  dov'egli  abitava  in 
una  dimora  destinata  ad  essere  vero  tipo  d'opu- 
lenza, fosse  una  sorgente  di  risorse  per  la  massa 
proletaria,  e  prima  di  off'rire  gli  spettacoli  del 
gran  lusso  ai  quali  spesso  partecipò  la  Corte  di 
Toscana  coi  personaggi  d'altre  Corti,  offerse  alla 
classe  manifatturiera  i    mezzi    di  migliore  sussi- 


388  FIRENZE   AI    DPLMIDOFF 


stenza.  Con  mire  generose,  quanto  elevate,  portò 
a  S.  Donato  l'Arte  della  seta  intendendo  d'innal- 
zarla ad  un  grado  di  prosperità  maggiore  da 
dove  difficilmente  sarebbe  poi  discesa.  Disgra- 
ziatamente venne  meno  la  generosità  in  chi  si 
trovò  a  capo  delle  cose. 

Fra  il  1837  e  il  1838  si  piantarono  nella  te- 
nuta di  S.  Donato  da  trenta  a  quaranta  mila 
gelsi  ;  i  nobili  appartamenti  del  vasto  palazzo 
che  nel  prossimo  capitolo  vedremo  sì  belli,  e  sì 
abbondanti  d'artistiche  magnificenze,  come  gli  ap- 
partamenti riserbati  all'uso  particolare  del  prin- 
cipe Anatolio,  tutto  allora  servì  da  bigattiere  alle 
quali  già  s'occupavano  150  donne,  ed  i  bachi  s'al- 
levavano col  sistema  persiano. 

La  prima  seta  che  si  trasse  nel  1839,  richiese 
l'impianto  di  72  caldaine  a  vapore  per  la  trat- 
tura; 30  banchi  vennero  impiantati  per  l'incan- 
natura, e  qui  avevano  impiego  circa  200  donne. 
Non  ancora  erasi  adottato  a  Firenze  il  valico  a 
macchina  per  la  filatura  e  torcitura,  e  24  di  que- 
sti valichi  vennero  eretti  nella  Alauda  di  S.  Do- 
nato con  grande  vantaggio  di  tale  operazione. 
Mentre  tutte  queste  lavorazioni  d'allevamento  di 
bachi  e  delle  sete  in  filo  procedevano  attivamente 
sotto  la  direzione  di  M.  Poidebard,  i  falegnami 
con  attività  preparavano  e  rizzavano  le  telala,  si 
preparava  per  la  cilindratura  e  piegatura,  si  mon- 
tavano i  magazzini,  ed  i  locali    per   lo    smercio 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  389 

delle  stoffe,  smercio  che  si  fece  in  S.  Donato  ed 
in  via  dei  Tornabuoni. 

I  telai  cominciarono  ad  agire  nel  numero  di 
48  tra  il  1841  e  il  1842,  sotto  la  direzione  di  M. 
Cristof,  ed  erano  36  semplici  per  i  gros  che  di- 
consi  di  Napoli,  gli  ermisini  e  i  rasi,  6  sistema 
Jacquard  per  le  stoffe  operate  a  disegno,  e  6  per 
i  velluti,  manifattura  fiorentina  che  dai  Medici 
in  poi  era  sempre  stata  pii^i  o  meno  languente, 
che  risorse  a  S.  Donato  ....  ed  è  poi  finita 
come  tutta  l'arte  della  seta  minaccia  ormai  di 
finire  a  Firenze. 

Bisogna  qui  considerare,  che  senza  tener  conto 
del  numero  di  gente  che  a  S.  Donato  lavorarono 
sino  da  quando  il  Commendatore  Niccola  Demi- 
doff  cominciò  a  fare  il  parco  e  a  fabbricare,  il 
principe  Anatolio  dal  1837  in  poi  non  fa  che  co- 
struire, non  fa  che  ornare,  non  fa  che  abbellire, 
e  lì  manifattori  sopra  manifattori,  li  artisti,  ed 
impiegati  a  stuoli  ;  colla  cultura  dei  bachi  e  colla 
manifattura  delle  seterie,  S.  Donato  diventa  un 
centro  industriale  sommamente  prospero,  in  ogni 
cosa  organizzato  alla  grande,  provvisto  poi  del 
suo  particolare  servizio  telegrafico  che  quotidia- 
namente trasmette  istantaneo  al  mattino  gli  or- 
dini agli  agenti  Demidoff  dei  Monti  Urali,  e  d'al- 
tre lontanissime  parti,  ed  apporta,  nello  stesso 
giorno  gli  avvisi  che  ogn'ordine  è  stato  eseguito. 
La  moltitudine  dei  semplici  operai  vive  dunque 


390  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 


tranquilla  e  comoda  colle  proprie  famiglie,  vive 
bene  una  piccola  guarnigione  di  guardie,  la  mi- 
riade degl'impiegati  superiori  sfarza,  non  pochi 
trafficanti  vi  fanno  fortuna. 

Questa  specie  di  magona,  anzi,  per  certi  una 
vera  cuccagna,  durò  fin  verso  il  1844,  sotto  l'am- 
ministrazione generale  del  conte  di  Motier 

Erano  troppi  peraltro  a  tirar  l'acqua,  come  suol 
dirsi,  al  proprio  molino,  e  chi  dovea  mandarla 
era  solo  il  nobile  proprietario  il  quale,  dopo  aver 
consacrato  al  setifìcio  di  S.  Donato  un  milione  e 
qualche  cento  mila  lire,  e  visto  che  all'azienda 
occorrevano  sempre  nuovi  fondi,  considerò,  non 
senza  ragione,  di  farla  Anita.  Ritiratosi  egli  da 
così  assorbente  intrapresa  cui  s'era  accinto  col 
doppio  nobile  scopo  d'essere  utile  ad  una  delle 
celebri  arti  fiorentine,  e  di  dar  pane  meno  scarso 
a  chi  lavora,  cessò  la  tessitura  in  S.  Donato,  ma 
le  lavorazioni  delle  seterie  in  filo  furono  fatte 
proseguire  per  qualche  anno  ancora  sotto  due 
diverse  ditte. 

Non  per  questo  cessò  il  bel  vivere  a  S.  Donato, 
perchè  il  principe  Anatolio,  come  si  è  visto  nella 
sua  vita,  non  era  l'uomo  da  starsene  colle  mani 
in  cintola.  Venuto  il  momento  di  smetter  pure 
la  filanda,  il  palazzo  di  S.  Donato  che  per  circa 
dieci  anni  aveva  servito  di  enorme  bigattiera, 
doveva  ritornar  palazzo  principesco,  e  gli  appar- 
tamenti dovevano  essere  montati    ad    uso  di  co- 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  391 


spicua  g"alleria,  come  tutti  gli  altri  locali  che  a- 
vevano  servito  nello  stesso  tempo  all'una  od  al- 
l'altra manifattura,  bisognava  mutarli  di  tutto 
punto,  ridurne  persino  a  templi  sacri  :  nuove 
somme  favolose,  profuse  in  lavorazioni  nuove  :  e 
questo  dispendio  favoloso,  in  cambiamenti  e  rin- 
nuovamenti  negli  edifizi  di  S.  Donato  s'alternò 
sempre  prodigalmente  fino  a  che  il  principe  Pao- 
lo Demidofif,  l'erede  d'Anatolio,  non  trasferì  de- 
finitivamente la  sua  dimora  in  Pratolino,  cioè 
nel  1879,  epoca  in  cui  erasi  appena  compiuta  la 
quasi  completa  riedificazione  del  palazzo  sopra 
una  pianta  nuova  (1).  Così  essendo  stato  S.  Donato 
per  più  di  cinquant'anni  proprietà  dei  Demidoff, 
si  può  facilmente  immaginare  di  quale  floridezza 
si  fece  gaio  e  gaudente  il  suburbio  per  tutto  que- 
sto tempo,  se  riepiloghiamo  ancora  una  volta  sulla 
debita  vasta  scala  la  farragine  dei  lavori,  la 
quantità  degli  impiegati,  il  concorso  continuo  di 
visitatori,  ed  il  continuo  alternarsi  degl'invitati  ; 
a  San  Donato  la  chiesa  greca  per  la  colonia  russa 
stanziata  nella  vicina  Firenze,  a  San  Donato 
saloni   forniti    d' ogni   meccanismo   ed    apparato 


(1)  Dal  1872  in  poi  fu  sensibilmente  mutata  dal  principe 
Paolo  Demidoff  la  disposizione  interna  del  palazzo  ;  e 
fra'rinnuovamenti  ch'ei  v'introdusse,  merita  d'essere  par- 
ticolarmente ricordata  la  bellissima  Biblioteca  nella  quale 
si    contennero    verso  40,000  volumi. 


392  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


teatrale  dove  la  nobiltà  interviene  spesso  a  trat- 
tenimenti d'  èlitSj,  a  San  Donato  le  feste  come  si 
darebbero  in  palazzo  Vecchio  o  nel  palazzo  Pitti, 
coronate  talvolta  da  banchetti  di  trecento  coperti  ; 
sì,  i  Demidoff  sovraneggiarono  a  S.  Donato,  e  solo 
per  il  dispendio  e  per  gli  atti  di  beneficenza  :  fu 
troppo  giustificata  la  celebre  e  memoranda  dimo- 
strazione che  Firenze  fece  al  principe  Paolo  ed  alla 
principessa  Elena  Demidoff"  a  S.  Donato  nel  1878. 


'^mm"^' 


Oapitolo  VIIX 

D esenzione  delle  Gallerie  di  San  Donato  (1) 


g  opo  quanto  abbiamo  detto  intorno  alle  con- 
dizioni singolarmente  floride  in  che  i  De- 
midoff  posero  e  mantennero  la  località  di 
San  Donato,  nel  qual  tempo  non  lasciaron  mai  di 
prodigar  benefìzi  alla  città  di  Firenze,  e  dopo 
aver  più  volte  dato  sentore  delle  bellezze  e  delle 
ricchezze  che  in  quel  parco  stettero  raccolte  al- 
l' ammirazione  di  tanti  sguardi  avidi  di  contem- 
plare cose  magnifiche,  giusto  ed  acconcio  sarebbe 
il  dare  in  quest'ultimo  capitolo  la  descrizione  com- 
pleta d'ogni  singolo  edifizio,  d'ogni  singolo  orna- 
mento esterno  ed  interno  ;  ma  tale  intrapresa 
troppo  ardua ,  troppo  grave,  tornerebbe  ancora 
sproporzionata  troppo  alle  pagine  nostre,  epperciò 
dobbiamo  limitarci  ad  una  descrizione  sommaria 


(1)  Questa  descrizione  delle  Gallerie  di  S.  Donato,  rap- 
portasi all'anno  1864,  e  si  deve  in  parte  al  citato  libro 
del  sierior  T.   Dandolo. 


394  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

degli  appartamenti  che  ai  visitatori  furono  acces- 
sibili. Per  fare  questa  compendiata  rassegna  en- 
treremo in  San  Donato  dalla  parte  del  ponte  del 
Mugnone,  che  dicesi  alle  Mosse,  dove  le  cancel- 
late di  ferro  fiancheggiano  a  dritta  e  a  manca  il 
parco  che  gira  due  miglia. 

L'ingresso,  ricco  ed  elegantissimo,  manda  ad 
un  vasto  piazzale  che  da  ogni  parte  s'adorna  d'e- 
diflzi  gentilmente  architettati  da  G.  B.  Silvestri, 
Giuseppe  Martelli  e  Niccola"  Matas.  Volendo  noi 
visitare  le  sale  dell'edifizio  maggiore,  il  palazzo, 
non  dobbiamo  andare  ad  entrare  dal  principale  in- 
gresso dov'è  il  grand'atrio,  ma  per  mezzo  di  un 
viale  a  dritta  subito  andiamo  alla  porta  da  questa 
parte  dove  una  bellissima  scala  di  marmo  con  ri- 
piani a  mosaico  romano,  fornita  di  ringhiera  a  ba- 
laustri di  bronzo,  manifattura  del  bronzista  Cav. 
Luigi  Corsini,  ci  condurrà  ad  un'anticamera  pic- 
cola guarnita  di  quadri  dipinti  da  Schlesinger, 
dal  Delacroix  e  da  Awasoski,  consistenti  in  idilli, 
scene  dell'  Arcipelago  d'  Aimoraski  e  marine.  Di 
qui  divideremo  in  quattro  distinti  appartamenti 
quella  parte  del  palazzo  da  potersi  visitare. 

SalsL  degl'i  Arazzi 

Mette  primieramente  l'anticamera  ad  una  sala  o- 
blunga.  La  porta  è  bianca,  divisa  in  pannelli,  con 
rapporti  d'intaglio  e  dorati  ;  la  fiancheggiano  due 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  395 

colonne  di  malachite  scannellate,  alte  due  metri  e 
sormontate  da  leoni.  Nel  soffitto,  fatto  a  stucchi, 
s'alternano  rosoni  e  borchie  :  vi  pendono  due  vaste 
lumiere  composte  d'infiniti  pezzi  di  cristallo  di 
monte,  tagliati  e  faccettati  con  diamante  in  pic- 
colo, onde  la  luce  traversandoli  si  opalizza  e  si 
decompone,  e  quando  vi  batte  il  sole  suscitano  un'ab- 
bagliante rivoluzione,  una  smagliante  anarchia.  Le 
pareti  sono  coperte  da  arazzi  storiati  con  figure 
che  risaltano  eccellentemente  nel  contorno  d'oro, 
e  rappresentano  fatti  della  storia  di  Tito  ;  in  due 
de'  più  bei  Gobelins  dell'antica  scuola  s'effigiano 
Pietro  il  Grande,  e  Maria  Teresa,  cui  fanno  com- 
pagnia, dipinti  a  olio,  i  ritratti  di  Caterina  II  e 
del  generale  Bonaparte.  La  mobilia  che  gira  in- 
torno alla  sala  è  rivestita  di  velluto  granato  d'U- 
trecht, nello  stile  dell'impero.  Stanno  nel  centro  tre 
divani,  due  a  doppio  sedile,  ed  uno  a  peté,  che 
son  coperti  di  stoffa  d'Aragona,  con  bizzarri  di- 
segni chinesi  a  trapunto  d'oro,  lucenti  come  il  talco. 
Un  grande  caminetto  di  malachite  con  rapporti  di 
pietre  dure  a  rilievo  raffiguranti  fiori  e  frutte,  sul 
quale  un  grandioso  specchio  con  larghissima  cor- 
nice intagliata  dal  Barbetti  a  soggetfti  della  natura 
e  dorata  ;  dinanzi  allo  specchio  è  un  orologio  in 
bronzo  colla  statua  d'un  genio  su  base  di  mala- 
chite con  rapporti  di  pietre  dure  in  armonia  col 
caminetto  ;  l'orologio  vien  poi  fiancheggiato  da 
due  candelabri  di  bronzo  triangolari  a  luce  solare 


396  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

faccettati  in  malachite,  sempre  con  rapporti  di 
pietre  dure  conforme  il  resto  ;  e  nella  pedana  del 
caminetto  sta  un  mosaico  romano  rafìigurante  un 
leone.  Due  grandi  consolle  al  muro  compongonsi 
del  piano  in  malachite,  aventi  per  piedi  sfìngi 
e  satiri  al  naturale  di  legno  dorato,  e  si  guarni- 
scono col  busto  di  Napoleone  I  e  quello  di  Pietro 
il  Grande.  Tavole  ovali  e  tavolini  rotondi  di  ma- 
lachite su  piedi  di  legno  intagliati  e  dorati,  si  ve- 
dono nel  mezzo  e  negli  angoli  della  stanza. 

Sala  di  bi^liardo  —  Salone  rosso  —  Salotto  turco. 

Nella  sala  di  bigliardo,  cominciamo  dal  soffitto, 
scompartito  da  quattro  figure  dipinte  in  diagonale,, 
su  globi  d' argento  negli  angoli,  che  rappre- 
sentano le  parti  del  mondo.  Il  pavimento  è  fatto 
a  formelle  di  variati  disegni.  Le  pareti  e  la  mo- 
bilia, tutto  è  coperto  di  broccatello  turchino  e  bian- 
co con  flori  intessuti.  Ad  una  delle  maggiori  pareti 
pendono  quattro  ritratti  dipinti  dalla  O.-Connel, 
cioè  Maria  Teresa  e  Caterina  II,  Pietro  il  Grande 
e  Federico  II  ;  dall'altra  fan  loro  riscontro  due 
tele  di  Domarne  rappresentanti  l'andata  e  il  ritorno 
delle  bestie  al  pascolo.  Nelle  minori  pareti  sono 
un  grande  barometro  ed  un  orologio  in  cornici 
di  bronzo  lavorate  a  foglie  e  fiori.  Al  bigliardo, 
in  hois-ì^osej,  listato  di  bronzi  dorati  e  intarsiato 
di  madreperle,  servono  di  zampe  sei  putti  di  bron- 
zo ugualmente  dorato. 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  397 

Segue  il  salone  rosso  così  chiamato  perchè  il 
broccato  cremisino  cuopre  pareti  e  mobili,  i  quali 
mobili  son  poi  di  tartaruga,  colla  più  ricca  ed  ele- 
gante decorazione  che  immaginare  si  possa  in  la- 
mina di  metallo  a  rabeschi  traforata  (genere  Boulle 
a  tempo  di  Luigi  XV)  ;  un  caminetto  di  lapislazzuli 
con  fregi  di  bronzo  dorato,  ha  la  pedana  a  mo- 
saico storiato,  nel  quale  un'aquila  è  di  sì  fino  la- 
voro da  parer  viva  a  chi  la  guarda.  Anche  qui 
l'imperatore  Pietro,  dipinto  da  Delaroche^e  l'im- 
peratrice Caterina,  dipinta  da  Lampi,  fan  parte 
dell'  ornamento  fra  trentadue  vasi  giapponesi. 
Quattro  armadi  d'ebano  intagliato,  chiusi  da  cri- 
stalli, contengono  grande  numero  di  figurine  d'ar- 
gento e  d'oro  lavorate  in  Pv,ussia,  rappresentanti 
scene  di  costumi  nazionali,  contadini,  pirrici  e 
grotteschi  che  danzano,  cavalieri  cosacchi,  aurighi 
calmucchi,  ed  altri  tipi,  come  una  lattivendola 
co'  secchietti,  un  servo  in  atto  di  cavare  acqua, 
un  piccolo  satiro  d'oro  cui  serve  di  torace  una 
perla  molto  strana  per  forma  e  per  grossezza  ; 
una  deità  indiana  che  ha  una  quantità  innume- 
revole d'occhi  lucenti  fatti  di  gemme  ;  il  campanile 
di  Mosca  in  miniatura,  vasi  e  scatole  in  filigrana 
d'argento  del  Giappone,  collezione  di  preziosissimi 
oggetti  che  termina  con  due  copiose  forniture  di 
bottoni  gemmati,  di  que'  che  i  Magnati  Unghe- 
resi portano  sui  loro  sfarzosi  vestimenti. 

Nel  salotto  turco,  vero  harem   con  tutte  le  sue 


398  FIRENZE    AI   DEMIDOFF 

illusioni,  eccettuate  però  le  odalische,  sediamoci 
sui  divani  d'arabi  broccati,  o  sui  tamburelli  otta- 
goni di  legno  intarsiati  con  magnifici  lavori  in 
madreperla,  ed  a  quella  quieta  luce  regolata  dalle 
vetriere  colorate,  vediamo  in  giro  le  piliture  orien- 
tali ;  nel  mezzo  è  una  fontana  di  marmo  bianco, 
con  base  a  bacino,  tutta  ornata  nello  stile  d'O- 
riente, e  sormontata  da  un  gruppo  di  cinque  lumi 
di  bronzo,  diesi  col  legano  con  catenelle  di  bronzo 
ugualmente,  dalle  quali  pendono  diversi  oggetti  di 
vari  metalli  con  uova  di  struzzo  nel  centro.  Ciò 
che  richiede  un  esame  accurato,  minuzioso,  è 
l'enorme  quantità  di  pipe  superbe,  disposte  in  due 
armadi,  che  sono  d'una  curiosità,  d'una  caratte- 
ristica e  d'una  ricchezza  da  non  potersi  raccon- 
tare, coi  loro  lunghi  e  massicci  bocchini  d'am- 
bra ornati  d'anelli  d'oro  e  tempestati  di  tante 
pietre  preziose.  Pendono  dal  soffitto  due  ma- 
gnifiche lumiere  alla  turca  di  bronzo  dorato, 
manifattura  del  Corsini,  guarnite  d'uova  di  struzzo 
con  globi  a  tulipano,  e  che  furono  premiate  al- 
l'Esposizione di  Firenze  nel    1861. 

Sa/a  Greuze 

Dal  salotto  turco  si  torna  indietro  ;  e  di  nuovo 
nella  piccola  anticamera,  vediamo  in  angolo  retto 
il  secondo  appartamento.  La  prima  sala  è  di  stile 
rococò,  e  si  denomina  Greuze  perchè  i  quadri  di 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  399 

questo  pittore  francese,  morto  nel  principio  del 
secolo  nostro,  vi  si  raccolgono  in  grande  numero 
a  rappresentare  tutto  quanto  egli  fece  di  piìi  gen- 
tile, di  piti  vago,  di  più  espressivo,  ed  è  forse 
la  soavità,  T  ingenuità  dell'  espressione  la  qualità 
che  primeggia  in  tante  adorabili  figurine.  Il  broc- 
cato verde  cuopre  le  pareti  e  i  mobili.  Nel  sof- 
fitto sono  dipinte  a  fresco  quattro  figure  che  so- 
stengono lo  stemma  Demidoff.  L'impiantito  è  brava- 
mente dipinto  dal  Niccoli  a  imitazione  dell'  impian- 
tito a  palchetti  (1).  Da  parte  un  caminetto  di  marmo 
bianco  listato  in  bronzo  dorato,  con  formelle  di 
mosaico  in  pietre  dure  a  rilievo  che  rappresene 
tano  anche  qui  variatissime  specie  di  fiori  e  di 
frutte  :  ha  pure  nella  pedana  un  altro  bel  mosaico 
romano  dove  si  ratfigura  una  tigre  naturalissima; 
sur  esso  caminetto  posa  uno  specchio  rococò 
al  quale  stanno  di  fianco  grandi  vasi  di  porcel- 
lana traforati  de'  piìi  maravigliosi  che  è  dato  ve- 
dere di  Sévres,  e  candelabri  di  bronzo.  Quattro 
armadi  bassi  in  bois- rose,  decovQ.ii  di  bronzo  do- 
rato, con  piano  di  verde  antico,  ed  una  gran  ta- 
vola tonda,  manifattura  Boulle,  son  pure  guar- 
niti degli  stessi  meravigliosi  vasi,  uno  de'  quali, 
quello  della  gran  tavola,  è  sormontato  da  tre 
bellissimi  lumi  Carcelle. 


(1)  Sono  dello  stesso  Nicc(Mi  tutti  i  pavimenti  di  questo 
genere. 


400  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 


Sala  degl'i  Argenti 

Oltre  la  porta  per  la  quale  s'  entra  in  questa 
stanza,  due  altre  porte  vi  sono,  una  per  accedere 
alla  sala  da  pranzo,  l'altra  per  accedere  alla  sala 
da  ballo;  tutte  tre  di  noce,  con  ricchi,  superbi  inta- 
gli a  variati  soggetti,  eseguite  dal  Barbetti,  del  qua- 
le artista  è  pure  il  soffitto  scompartito  a  cassettoni 
con  intagli  similmente  belli  e  lumeggiatura  d'oro, 
d'  onde  pendono  due  lumiere  di  bronzo  fiammin- 
ghe. Nel  principio  della  sala  v'  è  una  copia  in 
bronzo  del  Perseo  di  Cellini,  e  lungo  le  pareti, 
tappezzate  in  cuoio  dorato,  son  disposti  simme- 
tricamente sei  armadi  di  noce,  quattro  grandi  e 
due  minori,  lavoro  inglese  finissimo  del  tempo 
degli  Stuardi,  tutti  chiusi  a  cristalli  per  cui  ven- 
gono visibili  le  preziosità  in  essi  contenute. 

Nel  primo  armadio,  alla  destra  entrando,  si 
vede  un  servizio  da  tavola  in  argento  cesellato 
dal  famoso  Mortimer  di  Londra,  che  a  fregio 
comune,  caratteristico,  rappresenta  un  tralcio  di 
vite  accompagnato  da  foglie,  pampini,  racemi  e 
grappoU,  elegante  decorazione  in  argento  opaco 
e  di  bel  risalto  sul  fondo  lucente,  levigato  ;  la 
quale  tessendo  festoni  e  ghirlande,  prestasi  a  for- 
nir manichi  ed  appoggi  ;  trascorre  con  una  spez- 
zatura bacchica  in  apparenza,  ma  in  realtà  fina- 
mente artificiata   per   soddisfare  all'  occhio  vago 


FIRENZE    AI   DEMIDOFF  401 

della  varietà,  e  secondo  le  occorrenze  eli  ciascun 
pezzo,  se  angoloso  o  tondo,  sollevato  o  liscio,  d'o- 
gni forma  e  naole,  dalle  piccole  saliere,  ai  grandi 
vassoi  da  gelati,  dai  portastecchi  bizzarri,  alle 
torreggiauti  bomboniere  :  arrogi  i  cumuli  di  piatti, 
tanti  da  bastare  a  trenta  convitati.  —  Dalle  parti, 
su  colonnette  in  pietra  di  paragone,  son  due  sta- 
tue equestri  d'  argento,  che  rappresentano  Fran- 
cesco I  .e  Carlo  V,  opere  che  dir  si  potrebbero 
d'  ano  scolaro  del  Cellini.  Sopra  le  statuette  d'ar- 
gento pendono  due  dipinti,  capolavori  del  Dolci, 
dove  si  rappresenta  l' Erodiade  che  recasi  in  mano 
il  capo  reciso  del  Batista,  e  Davide  che  afferrò 
pei  capelU  il  teschio  del  gigante  Fihsteo. 

Nel  secondo  armadio,  seconda  parete,  si  raccol- 
gono quantità  di  coppe,  anfore,  vasi  e  bacili  d'  an- 
tico cesello  ;  ed  è  questo  fiancheggiato  da  due  ma- 
gnifici ritratti,  uno  dei  quali,  dipinto  da  Sebastiano 
del  Piombo,  è  Francesco  degli  Albizzi. 

Veniamo  alla  terza  parete,  all'  armadio  conte- 
nente un  secondo  servizio  da  tavola,  cesellato  da 
Odiot  di  Parigi,  che  fa  riscontro  a  quello  di  Mor- 
timer.  Al  tralcio  della  vite,  il  fregio  ricorrente 
dell'  orafo  londrinese,  l'orafo  parigino  oppose  una 
maniera  d'  ornamento  piti  grazioso,  piti  vario  :  a- 
nimah  d'  ogni  genere,  serpenti  che  servono  da 
manichi,  uccelli  che  si  prestano  appigli  per  sol- 
levar coperchi,  tartarughe  o  ranocchi  che  si  sob- 
barcano   sostegni  ;    una   miriade  di    pennuti,    di 

FIRENZE   AI   DEMIDOFF  26 


402  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

squamati,  di  pelosi,  farfalle,  libellule,  api,  pipistrelli 
ad  ali  spiegate,  gufi  che  guardano  attoniti  ;  ap- 
paiamenti, scontri  fantastici  da  mandare  in  sollu- 
chero gli  amatori  della  Batracomiomachia,  e  quelli 
degli  animali  parlanti  ;  sfoggio  zoologico  in  ar- 
gento appropriatissimo  a  decorare  guantiere,  piatti 
e  vasi  destinati  a  contenere  lo  sfoggio  gastrono- 
mico d'  animali  apprestati  con  ogni  culinaria 
squisitezza. 

Nel  quarto  armadio  è  il  terzo  servizio  da  ta- 
vola, uscito  anche  questo  dall'  officine  di  Odiot. 
Qui  rifulge  Y  argento  rivestito  d'oro  (rivestimento 
che  dicesi  vermeil),  ed  è  lavorato  secondo  il  gusto 
dell'  impero  ;  imita  lo  stile  eh'  era  in  uso  a  tempo 
d' Adriano,  e  le  "  coppe  sono  copiate  da  quelle  di- 
pinte che  tiene  in  mano  Ebe  negli  affreschi  di 
Pompei  ;  le  anfore  assumono  le  forme  del  vaso  di 
Pandora  nel  bassorilievo  capitolino»;  le  ghirlande 
in  rilievo  che  coronano  i  piatti,  i  festoni  trascor- 
renti intorno  ai  candelabri,  i  tirsi,  le  nacchere 
disseminate  per  le  guantiere,  la  forma  delle  sal- 
siere, ed  i  gruppi  di  baccanti  che  alle  vivande 
frammettono  la  fantasmagoria  di  quelle  che  il  re 
Mida,  col  suo  tocco  fatale,  converti  v^a  in  oro  a  Bac- 
co, ogni  cosa  ci  venne  resa  da  Odiot  quale  do- 
vett'  essere  ammirato  dai  contemporanei  di  Ta- 
cito nei  triclini  d'  Ercolano  nelle  Terme  di  Tito. 
Ne'  due  minori  armadi  s'  allogano  le  posate  re- 
lative a'  sopraccennati  corredi  convivali. 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  403 

Tutti  questi  armadi  son  coronati  da  ventisei  vasi 
del  Giappone,  e  due  piccoli  struzzi  in  venneiL 

Il  vano  tra  le  due  finestre  è  occupato  da  un 
mobile  triangolare  di  noce,  contenente  grandi 
anfore,  imitazione  delle  anfore  greche,  cesellate 
a  figure.  Venti  mirabili  vetri  di  Zurigo  storiano 
i  balconi,  con  figure,  paesi  e  monumenti,  stando 
qual  saggio  dell'antica  perfezione  di  un'arte  re- 
stituitaci da  Griovanni  Bertini  dopo  tre  secoli  di 
silenzio.  In  fine,  due  tavole  ettagone  antiche  di 
noce  riccamente  ornate  a  piccole  teste  umane  e 
stemmi,  si  vedono  una  per  parte  sotto  le  lumiere 
fiamminghe. 

Sala  dà  Pranzo 

Ragion  vuole  che  dalla  sala  degli  argenti,  pres- 
soché tutti  destinati  al  servizio  ed  al  decoro  della 
mensa,  s'  abbia  da  passare  in  quella  dove  si 
pranza,  la  quale  é  un  ampio  parallelogrammo. 
Altro  soffitto  del  Barbetti,  spartito  a  cassettoni, 
verniciato  a  pulimento,  ornato  da  grand' intagli 
dorati,  con  due  superbe  lumiere  in  bronzo.  Le 
due  minori  pareti  attraggono  subitamente  lo 
sguardo  essendo  intagliate  sur  esse,  Tuna  dirim- 
petto all'altra,  le  cattedrali  d'Orvieto  e  di  Siena, 
intaglio  finissimo  anche  questo  del  Barbetti,  dove, 
per  mezzo  di  variati  colori  si-  raffigurano  statue, 
bassirilievi,  fregi,  ogni  particolare  insomma,  tanto 


404  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

architettonico  che  decorativo,  di  que'due  capola- 
vori medioevali.  Contemplando  l'arte  fina,  ele- 
gante, ricca,  con  cui  son  riprodotti  tai  monu- 
menti preziosi,  veniamo  a  sapere  come  i  mede- 
simi servono  a  dissimulare  due  armadi,  in  uno  dei 
quali  si  racchiude  un  organo  che  ha  grande 
corredo  di  cilindri  da  cambiarsi  per  mutar  suo- 
nate, conforme  vogliono  i  commensali  cangiar 
d'umore  o  di  pensieri  mercè  il  copioso  repertorio 
delle  melodie,  nei  singoli  periodi  del  pranzo.  Alle 
pareti  maggiori  sul  fondo  a  scagliola,  brillano 
per  maestosa  bellezza  quattro  tele  grandi  :  Ti- 
ziano ci  rappresenta  nella  prima  Francesco  delL^ 
Ruvere,  duca  di  Urbino,  che  tiene  per  la  mano 
un  bel  fanciullo  ;  nella  seconda  ci  vien  raffigu- 
rata dal  Bronzino  una  donna  in  bella  età,  ap- 
piedo della  quale  si  legge  :  «  Diodora  Salviati 
«  moglie  di  Bartolomeo  Frescobaldi  fece  52  fì- 
«  gliuoli  non  meno  di  tre  per  parto.  »  Le  altre 
due  tele  di  pittore  ignoto,  ma  che  pur  s'attribui- 
scono al  medesimo  Bronzino,  rappresentano  un 
uomo  ed  una  donna,  in  cui  credesi  ravvisare 
Bianca  Cappello  ed  il  suo  rapitore  Pietro  Bona- 
venturi  dopo  l'arrivo  loro  a  Firenze,  e  prima  che 
fossero  coperti  di  vergogna.  La  statua  in  argento 
di  Pietro  il  Grande  su  base  in  pietra  di  para- 
gone, ed  apposita  colonna,  fa  parte  ancora  del- 
l'ornamento. 
La  tavola  meccanica  da  pranzo  si  è  in  mogo- 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  405 

gano  con  grande  piede  intagliato  ;  chiusa  pre- 
senta un  diametro  di  due  metri,  e  si  apre  fino 
a  contenere  ottanta  commensali.  Girano  intorno 
al  muro  diverse  altri  mobili  a  scaffale  di  noce 
in  forme  variate  e  di  grandezze  non  uguali,  tutti 
però  bellamente  intagliati,  destinati  a  posarvi 
sopra  tutto  quanto  dev'essere  a  mensa  servito. 
Su  di  uno  vediamo  un  grande  bacile  d'argento, 
nel  quale  raffigurasi,  con  cesello  a  sbalzo,  Gio- 
vanni Sobiesky  liberatore  di  Vienna;  gli  stan 
vicino  incensiere  e  turiboli  mirabilmente  lavorati 
ad  eleganti  trafori,  da'quali  la  sala  del  convito 
suol  venire  profumata  col  benzoino  e  col  cinna- 
momo. 

Sala  da  Ballo 

Al  triclinio  succede  la  sala  da  ballo  che  è  la 
più  grande  di  tutte,  come  si  può  immaginare  ; 
resta  nel  centro  dell'edifizio  che  visitiamo,  e  posa 
sur  essa  la  famosa  cupola  esternamente  verni- 
ciata con  malachite  in  polvere.  Dalle  alte  fi- 
nestre scende  abbondante  la  luce  che  nel  basso 
della  sala  si  moltiplica  per  mezzo  di  giganteschi 
specchi  che  girano  d'intorno.  Seggiole,  poltrone, 
canapè,  nello  stile  dell'impero,  tutto  coperto  di 
seta  gialla  con  rapporti  di  fiori  tra  loro  intral- 
ciati. La  vòlta  dividesi  a  scomparti  triangolari, 
dove  il  romano. pittore  Morelli  ha  dipinto  a  fre- 


406  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


SCO,  con  rara  bravura,  la  favola  di  Psiche,  ricca 
d'allegorie  che  vengono  velate  da  voluttuosi  miti. 
Molto  ci  sarebbe  da  dire  sulle  manifestazioni  vi- 
vissime di  tali  leggiadre  pitture,  fra  la  vaga  de- 
corazione ad  oro  del  Niccoli  (I).  Quante  ana- 
logie in  questo  tempio  di  Tersicore,  dove  s'acco- 
glie il  fiore  della  eleganza,  e  s'abbandona,  palpi- 
tante, al  fascino  delle  grazie...  Poesia  sublime 
della  vita  umana!  —  Sopra  magnifica  base  di 
malachita  sta  maestoso  il  busto  in  bronzo  del- 
l'imperatore Niccolò  cui  la  Crimea  fu  si  fune- 
sta, con  Sebastopoli  perso  nel  1855. 

Sa/a  Fiamminga  ed  Olandese 

Non  e'  è  frastuono,  non  e'  è  sfarzo  d'  ornamento 
vicino  a  queste  preziose  tele  delle  due  somiglianti 
scuole  riunite  in  una  sola  stanza  :  soffitto  a  stucchi 
con  rosoni  a  imitazione  del  noce  lumeggiati  d'oro  ; 
il  pavimento  dipinto  a  imitazione  di  quello  a  pal- 
chetti ;  tappezzeria  e  mobili  di  broccatello  scuro 
operato. 

In  questo  ornamento  semplice,  grazioso,  che 
perfettamente  armonizza  coi  dipinti,  grande  di- 
letto  si   prova  esaminando    diciotto    figurine   di 


(1)  Il  Niccoli  ebbe  pure  da  dorare  l'esterno  della  cupola 
quando  il  principe  Paolo,  riedificato  il  palazzo,  sostituì 
sulla  medesima  la  doratura  che  ancora  si  vede  all'inver- 
niciatura  di  malachite  macinata. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  407 

bronzo  che  rappresentano  costumi  di  vari  governi 
russi  ;  son  tipi  volgari,  in  atteggiamenti  veri, 
spontanei,  pieni  di  quella  vivacità  gioconda  che 
a  loro  è  propria.  Con  essi  è  il  busto  della  regina 
d' Inghilterra  che  non  disturba  menomamente,  anzi 
se  avesse  con  se  le  sue  care  bambine,  le  diver- 
tirebbe a  passar  loro  in  rassegna  i  bronzi  e  le 
pitture. 

La  collezione  di  queste  piccole  tele  è  numerosa, 
della  quale  il  principe  Anatolio  Demidoff  ci  pre- 
senta un'  interessante  descrizione  a  stampa  (1)  ; 
noi  vogliam  darne  i  titoli,  preceduti  da'  nomi  dei 
singoli  autori. 

Flink  Govaert  (1616-1660),  Il  Calvario. 

Berghem  Niccola  (1624-1683),  Antico  j^orto  di 
Genova. 

Kuip  Alberto  (1606-1664),  Veduta  di  Dordrecht; 

Detto  :  Bestia ìjìe. 

Hemmeling  Giovanni  (1458-1517),  Il  santo  Su- 
dar  io. 

Mieris  Francesco  (1635-1681),  La  Gèìitildonria. 

Potter  Paolo  (1625-1654),  La  pastura. 

Teniers  David,  il  giovane  (1610-1690),    Tenta- 
zioni di  S.  Antonio. 

Detto  :   Gesù  e  la  donna  adultera. 

Detto  :   Colazione  al  prosciutto. 


(1)  Vedasi  questa  descrizione  nelle    miscellanee   della 
R.  Galleria  degli  Ufizi. 


408  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

Terburg  Gerardo  (1608-1681),  Congresso  di 
Mùnster. 

Detto  :  Il  Testaraento  e  la  curiosità. 

Steen  Giovarmi  (1636-1689),  Mese  nel  deserto. 

Hobbema  (1649-1699),    Una  foresta. 

Detto  :  Dintorno  d  Arlera. 

Ruysdaél  Jacopo  (1635-1681),  Dune  di  Schwe- 
ningen. 

Rembrandt  Paolo  (1606-1674),  Festa  di  fan- 
ciulle. 

Detto  :  Ritratto  di  vecchia. 

Metzii  Gabbriello  (1615-1658),  Visita  delV  a- 
raante. 

Van  Ostade  Adriano  (1610-1685),  Una  %)Ctrtiia 
a  carte. 

DoAv  Gerardo  (1613-1680),  Il  maestro  che  tem- 
pera la  penna. 

Weeninx  F.  B.  (1621-1660),  Natura  morta  ed 
equipaggiamento. 

Yan  des  Welde  (1633-1707),  Veduta  di  Ma- 
rina. 

Yan  Ostade  Isacco  (1613-1671),  Gran  villaggio. 

Rodick,  //  Chirurgo. 

Mirevelt,  Il  Magistrato. 

Yauvermans,  Il  taglio  del  fieno. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  409 


Sala  Boucher 

Il  pittore  Francesco  Boucher,  contemporaneo 
del  nominato  Greuze,  ebbe  un  genere  di  pittura 
assolutamente  schiava  della  Corte  di  Luigi  XY, 
quel  re  che  in  sua  vece  faceva  troppo  regnare  le 
Pompadour  e  le  Dubarry.  Sotto  di  loro  la  lascivia 
caratterizzò  la  Corte  di  Francia  ;  il  cortigiano  pit- 
tore volle  tanto  illustrare  coli' abile  suo  pennello 
i  costumi  lascivi  del  re  e  delle  due  reali  maitres- 
ses,  che  non  badò  a  scendere  fino  alla  corruzione 
dell'arte.  Le  sale  di  San  Donato,  dopo  averci  rap- 
presentato in  piena  luce  il  pittore  verecondo,  al- 
trettanto nel  suo  vero  aspetto  ci  rappresentano 
quello  senza  scrupoli  :  è  il  settecento  della  Fran- 
cia. L'  addobbo  della  sala  Boucher  è  d'  una  squi- 
sitezza indescrivibile.  Stanno  in  giro  mobili  Boulle 
a  sghembi  listati  d'  oro  ;  v'  è  un  caminetto  incro- 
stato di  marmi  preziosi  sul  quale  il  vieux-Saxe 
presentasi  in  quattro  giganteschi  vasi  nei  quali 
Lancret  pitturò  medaglioni  a  soggetti  mitologici  ; 
e  dinanzi  al  camino  uno  di  que'  soliti  mosaici 
romani  che  contendono  le  bellezze  alla  pittura. 
Quattro  armadi  a  cristalli,  de'  piti  magnifici  che 
dall'  officine  Boulle  abbiano  potuto  uscire,  conten- 
gono una  sì  ricca,  si  stupenda  esposizione  delle 
porcellane  Saxe,  nella  quale  tanto  sfoggia  la  fan- 
tasia, che  per   quanto   siasi   visto   di   bello  e   di 


410  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

dilettevole,  difficilmente  si  troverà  nei  nostri  ri- 
cordi qualche  cosa  da  poter  paragonare  a  quello 
che  vediamo  ;  sugli  armadi  sovraneggiano  grande 
quantità  d'  enormi  vasi  sul  fare  di  quelli  che  or- 
nano il  camino  ;  e  sono  di  forme  così  variate,  di 
così  differenti  decorazioni,  che  il  più  pratico  la 
farebbe  ben  lunga  nel  darne  ragguaglio. 

Sala  S.  Donato 

Questa  sala  rammenta  le  glorie  locali  per  mezzo 
del  soffitto,  il  quale  comprendendo  ottantaquattro 
cassettoni,  altrettanti  stemmi  sono  in  essi  dipinti 
di  gentiluomini  .fiorentini  chiamati  nella  chiesa 
di  S.  Donato  a  prestar  giuramento  alla  crociata  del 
1187,  come  si  disse  in  principio  del  precedente  ca- 
pitolo. Le  pareti  son  coperte  da  tanti  quadri  di  seta 
a  striscio  gialle  e  verdi  incorniciati,  e  la  mobilia 
in  damasco  a  disegni.  E  da  parte  un  caminetto 
di  rosso  antico,  dove  sono  scolpiti  a  bassorilievo 
quantità  di  frutti,  di  fiori  e  d'uccelli  con  altri  ani- 
mali ;  gli  sta  sopra  uno  specchio  in  elegante  cor- 
nice dorata,  e  dinanzi  allo  specchio  un  grande 
vaso  giapponese  avente  una  base  in  forma  oblun- 
ga ;  nel  corpo  presenta  un  orologio,  e  dalla  bocca 
gli  esce  un  mazzo  magnifico  di  fiori  di  porcel- 
lana con  steli  di  bronzo  ;  questi  fiori  son  poi  co- 
sparsi di  variati  uccelli  dal  canto  più  dolce  :  come 
si  carica  V  orologio,  caricasi  pure  il  mazzo  (che  ha 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  411 

il  meccanismo  nella  base),  ed  un  coro  soave,  na- 
turalissimo, tra  fringuelli,  usignoli,  canarini  e 
simili,  ci  trasporta  agli  arcani,  ai  misteri  deli- 
ziosi, che  sono  propri  dei  prati,  dei  boschetti, 
dove  le  ninfe  albergano  esilarate  da  zeffiri.  Di- 
nanzi al  caminetto  v'  è  un  mosaico  fiorentino  su 
pietra  di  paragone  che  rappresenta  una  ghirlanda 
di  catalogni  coi  loro  steli  intrecciati  e  colle  loro 
foglie.  I  bronzi  antichi  s'  alternano  ai  bronzi  mo- 
derni nel  decorare  la  stanza  :  tra'  primi  accen- 
niamo Prometeo  fatto  da  Giove  incatenar  sul 
Caucaso,  e  tra'  secondi  la  statua  di  Fihppo  II  re 
di  Spagna,  il  persecutore  della  Riforma,  il  pro- 
tettore dell'  Inquisizione,  che  fu  pei  cattolici  un 
Salomone,  ed  un  Tiberio  si  fu  pei  protestanti.  I 
quadri  che  qui  ammiriamo  in  maestosa  bellezza, 
sono  d'  eccellenti  pittori  italiani  antichi,  come  un 
Ecce  Homo  ed  una  Sant'  Agata  di  Carlo  Dolci, 
una  Maddalena  nel  deserto  dello  Schidone,  un 
Festino  veneto  del  Giorgione,  le  Sacre  Famiglie 
di  Fra  Bartolommeo,  d'  Andrea  del  Sarto  e  del. 
Perugino,  un  Adamo  ed  Eva  del  Tintoretto,  opere 
tutte  appartenenti  a  quelle  che  V  Italia  è  tanto 
beta  di  vantare  per  sue. 

Sala  delle  Armi 

Questa  sala,  prima  del  terzo    appartamento,  è 
mirabile  per  la  grande  armonia  del  tutto  assieme. 


412  FIRENZE   AI   DBMIDOFF 

Il  pavimento  di  bello  intarsio,  le  pareti  tappezzate 
in  cuoio  dorato  a  fondo  scuro,  magnificenza  del 
Medio  Evo,  e  nel  soffitto,  scompartito  a  casset- 
toni di  noce,  sono  intercalati  emblemi  guerre- 
schi ;  vi  pende  una  lumiera  in  forma  di  bomba 
contornata  d'armi  a  trofei,  e  così  sono  altre  lam- 
pade che  sporgono  dal  muro  ;  a  ciò  s'accompagnano 
le  seggiole,  e  i  finali  delle  finestre.  Ha  la  sala  quat- 
tro porte,  e  ciascuna  delle  imposte  dividesi  in  due 
quadri  ;  ogni  quadro  presenta,  in  bassorilievo  a 
colori,  torri,  bastioni  e  castelli  di  variate  forme. 
Quattro  armature  complete,  di  forbito  acciaio,  ed 
una  quinta  cesellata  e  rabescata  in  oro,  paiono 
persone  a  guardia  del  luogo.  Nel  mezzo  della  sala 
una  gran  colubrina  che  in  getto  finissimo,  alla 
Cellini,  raffigura  Giove  che  fulmina  i  Titani  ;  que- 
st'  arme  ha  la  leggenda  :  anno  MDXXVIIIj  doge 
Andrea  G ritti j  e  vuoisi  che  sia  stata  trovata  nel 
fondo  della  veneta  laguna.  A  tutto  quest'  orna- 
mento s'  aggiunge  ancora  uno  di  que'  cassoni  che 
nel  quattrocento  s' intagliavano  a  storie  per  uso 
del  corredo  di  spose  opulenti,  al  dinanzi  del  quale 
cassone  è  dipinto  da  mano  maestra  il  ritorno 
trionfale  che  fece  a  Firenze  Razzino  de'  Pazzi, 
dopo  la  gloria  ottenuta  in  Gerusalemme,  e  gli 
onori  conferitigli  dal  Buglione.  —  In  quattro  gran- 
di armadi  son  quindi  distribuite  le  armi  che  alla 
sala  danno  il  nome.  Nel  primo  armadio  v'  è  una 
stella  jagatan   contornata   da   sciabole,  cangiari, 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  413 


pistole  con  manichi  e  foderi  dorati,  o  gemmati,  di 
forme  diverse  e  di  varie  dimensioni,  come  jDure 
trofei  d'  armi  orientali  di  minor  mole,  fra  cui  sta 
il  pugnale  di  Talma  ed  il  coltello  da  caccia  di 
Tippo-Saib  ;  nel  secondo  armadio  vi  sono  oggetti 
più  preziosi  :  uno  scudo,  un  collare,  un  pettorale, 
che  si  vogliono  lavori  del  medesimo  Cellini,  ce- 
sellati a  figure  in  oro  su  fondo  d'  acciaio,  corazze 
damascate,  spadoni,  stocchi,  ogni  specie  d'  arme 
italiana  de'  secoli  di  mezzo,  e  il  bastone  da  ma- 
resciallo di  Francia  che  appartenne  al  duca  di 
Lussemburgo  ;  nel  terzo,  armi  scozzesi  claimore, 
corni  da  caccia,  archi,  balestre,  fucili  cui  servono 
i  topazi  da  turacciolo,  e  borchie  fatte  pure  di  to- 
pazio ;  nel  quarto  armi  spagnole,  come  coltelli 
catalani,  stiletti,  banderille  per  irritare  i  tori,  e 
spade  per  combatterli^  ed  archibugi  del  tempo  di 
Colombo. 

Salone  della  malachite   —  Medaglie   russe 
Sei   quadri  francesi   moderni. 

L'addobbo  di  questo  salone  ci  riconduce  al  tempo 
dell'impero:  il  soffitto  è  a  stucchi  dorati,  e  quat- 
tro candelabri  a  bassorilievo  ne  formano  la  cro- 
ciera ;  in  ciascuno  dei  quattro  scompartimenti 
sono  rosoni  e  borchie  pure  di  stucchi  ;  e  fra  que- 
sta decorazione  s'apre  nel  centro  una  lanterna  o- 
blunga,  intorno  alla  quale  s'appendono  due  lu- 
miere fiamminghe. 


414  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

La  ricchezza,  l'abbondanza  di  malachite  fra  cui 
ci  aggiriamo  è  tale,  quale  giammai  fra  noi  si  può 
rinvenire  altrove.  Cominciamo  da  un  camino,  su 
cui  s'alza  uno  specchio  colla  cornice  rococò,  e 
dinanzi  allo  specchio  due  candelabri  di  bronzo 
dello  stesso  stile,  fra'quali  un  orologio  che  rap- 
presenta sopra  un  masso  di  malachite,  la  fontana 
degli  amori,  tratta  da  Fragonard,  scolpita  in  ar- 
gento e  bronzo  dorato,  e  coronata  dalla  statua  del 
tempo  ;  questo  camino  viene  fiancheggiato  da 
due  giganteschi  vasi  pure  di  malachite  ed  ha  di- 
nanzi una  pedana  con  mosaico  romano  raffigu- 
rante un  trofeo  superbo  di  armi  ;  poco  discosto  al 
camino,  ecco  di  malachite  uno  stipo  colle  imposte 
che  rappresentano  sul  fondo  verde  dei  gruppi  e 
dei  mazzi  di  fiori  in  pietre  dure  e  gemme,  il  tutto 
d'una  perfezione  di  forme  e  di  colori  da  credersi 
naturali  piuttosto  che  lavorati;  una  tazza  colos- 
sale (sei  metri  di  giro)  con  appropriato  piedistallo 
e  vaso  alto  due  metri  su  cui  posa  una  lumiera  ; 
una  scrivania  a  commesso  con  lapislazzuli,  e  me- 
daglioni di  pietre  dure;  due  tavole  tonde,  con 
sopra  ninfe  danzanti  scolpite  in  marmo  bianco  ; 
poltrone,  seggiole,  con  sostegni  ed  appoggi  ;  un 
pezzo  massiccio  alto  trenta  centimetri,  foggiato 
a  vaso,  al  quale  s'accompagna,  identico  di  forma 
e  di  mole,  un  altro  vaso  di  lapislazzuli  similmente 
massiccio  ;  ne  a  tutti  questi  oggetti  si  limita  lo 
sfoggio  della  malachite  in  questa  stanza,  poiché 
negli  sporti  e  dovunque  ne  è  incrostata. 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  415 

Sulle  tavole  gran  lusso  di  bronzi  Barye  coi 
quali  si  rappresentano  cacce  indiane  di  elefanti, 
di  tigri,  di  leoni,  e  cacce  nordiche  di  lupi,  d'orsi, 
di  cervi,  tutto  esprimente  colla  massima  verità  e 
perfezione  gli  scontri  e  le  peripezie  di  quei  pe- 
ricolosi diporti.  Di  bronzo  vi  sono  ancora  due 
Mercuri  e  due  Ehi  di  grandezza  press'a  poco  na- 
turale, che  sorreggono,  con  un  braccio  alzato,  dei 
candelabri  coronati  da  sfere  di  cristallo  destiaato  a 
contenere  le  fiammelle  per  uso  dell'illuminazione 
a  giorno.  In  due  tavole  coperte  di  cristallo,  si 
contengono  una  collezione  di  medaglie  russe 
dallo  czar  terribile,  Ivan  IV,  sino  al  virtuoso  im- 
peratore Niccolò,  ed  una  collezione  d'ottantasei  ta- 
bacchiere tutte  in  preziose  materie.  Quattro  cassoni 
come  quello  che  abbiamo  veduto  nella  sala  delle  ar- 
mi, cioè  intagliati  nel  quattrocento  per  contenere  il 
corredo  di  ricche  spose,  e  raffiguranti  cerimonie 
nuziali  0  biblici  festeggiamenti,  non  disdicono 
punto  qui  fra  tante  ricchezze  della  natin^a  e  tanta 
magnificenza  dell'arte  ;  ed  aflSnchè  meglio  com- 
peggi l'arte  sulle  naturali  bellezze,  vengono  pure 
in  appoggio  sette  tele  prodigiose  del  nostro  tempo. 
È  già  palese  come  il  principe  Anatolio  Demidoff 
per  formare  questa  sua  rara  galleria,  acquistasse 
a  Parigi  le  migliori  produzioni  dell'arte  pittorica 
circa  il  1840  (1),  e  che  a  tutti  gl'ingegni  francesi 


(1)  V.  prima  parte,  Cap.  VI,  pag.  100. 


416  FIRENZE   AI    DEMIDOFF 

più  eletti  d'allora  ordinasse  de'  quadri  a  suo  pia- 
cimento. Evidentemente  intendeva  di  mostrarci 
con  tai  dipinti  a  S.  Donato  l'ottocento  della  Francia, 
dopo  averci  mostrato  il  settecento  con  Greuze  e 
con  Boucher.  In  questo  salone  cominciamo  ad  a- 
vere  sette  di  questi  quadri  moderni  che  siamo 
lietissimi  d'ammirare  come  s'ammirano  i  capola- 
vori ;  V  Giovanna  Graìj  da  Paolo  Delaroche  rap- 
presentata sul  patibolo  dove  la  spinsero  innocente 
i  pochi  giorni  che  fu  fatta  regnare  in  Inghilterra  ; 
2^  Francesca  da  Rimini  di  Ary  Scheffer;  3''  il  Nau- 
frago di  Goudin  ;  4""  la  Morte  di  Niccolò  Bussino 
di  Granet  ;  5"  Pietro  il  Grande  mentre  lavora  al 
bastimento  S.  Pietro  nel  cantiere  di  Saardam  (1) 
dipinto  da  Steuben;  6''  e  7"  paesaggi  di  Marilhot 
e  di  Cabal,  opere  tutte  in  apposite  cornici  espres- 
samente intagliate,  e  decorate  riccamente  di 
proprie  allegorie.  (2). 

Sala  deg/i  Avori  e  Pitture  Spagnuole    . 

Soffitto  bianco  con  rapporti  rabescati  in  legno 
dorato,  cui  pende  dal  centro  una  lumiera  fiam- 
minga ;  pareti  coperte  di  broccato  ;  seggiole  d'e- 
bano  decorate  a  medaorlioni  d'  avorio  in  rilievo. 


(1)  Ivi  Gap.  I,  pag.  8. 

(2)  La  collezione  di  preziose  tele   moderne,   continuerà 
nell'ultima  sala 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  417 

Girano  iutonio  molti  di  qiie'  vasi  asiatici  di  co- 
lore verdognolo  clie  si  chiamano  céladons,  chia- 
riti g'enuini  dalla  rete  di  tenui  screpolature  im- 
possibili ad  essere  imitate  ;  da  parte  un  camino 
di  verde  antico,  nel  mezzo  alcuni  armadi  alti 
che  servono  da  leggio,  e  che  contengono  album 
grandiosi  dei  disegni  di  paesi  e  di  costumi  che 
furono  raccolti  ne'  viaggi  del  principe  Anatolio 
Demidoff  in  Russia  ed  in  Ispagna  (1),  acquarel- 
lati da  Raffet  e  da  altri  valenti  artisti. 

Gli  avori  qui  sono  in  abbondanza  ragguarde- 
vole; ed  attraggono  subito  l'attenzione  due  grandi 
Crocifissi,  uno  scolpito  da  Giambologna,  e  l'altro 
più  antico.  In  uno  stipo  d'ebano  intarsiato  d'avorio 
ed  opale,  s'  ammirano  in  bella  moltitudine  i  bassiri- 
lievi,  i  vasi  e  gli  utensili  d'avorio  ;  ed  in  un  secondo 
stipo  si  raccolgono  microscopiche  miniature  guar- 
nite di  smalti  e  d'  opale.  L'  orefice  e  scultore  pa- 
rigino Francesco  Froment-Meurice,  morto  nel 
1855,  ci  prova  luminosamente  la  sua  grande  a- 
bilità  in  due  capolavori  d'avorio  che  in  questa 
sala  si  presentano  in  apposite  nicchie.  Rappre- 
senta il  primo  la  nascita  di  Venere  con  accom- 
pagnamento di  nereidi,  di  tritoni  e  di  mostri  ma- 
rini ;  il  secondo  gruppo  componesi  d'una  baccante  e 
d'un  satiro  che  danzano  la  cordace  il  ballo  lascivo 
della  commedia  greca  ;  per  questi  gruppi  fece  l'ar- 


(1)  Ivi,  Gap.  VI,  pagg.  91-97. 

FIRKNZE    AI    DEMIDOFF  27 


418  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

tista  rappezzamenti  ingegnosamente  inavvertibili 
neir  avorio,  e  l'inalzò  alle  proporzioni  del  marmo, 
mentre  per  dare  risalto  al  suo  candore  pose  a 
contribuzione  il  luccicare  del  corallo  ;  così  per- 
venne a  far  prodigi  di  morbidezza  e  d'  eleganza 
oltre  quelli  di  superare  difficoltà  grandissime. 

Le  pitture  spagnuole  appartengono  a  quattro 
grandi  maestri,  settecentisti  come  Murillo  (San- 
t'Antonio col  Bambino  in  braccio,  una  fanciulla 
con  un  paniere  di  piccioni,  e  il  proprio  ritì'atto), 
Ribera  (il  martirio  di  S.  Lorenzo  e  quello  di  S. 
Bartolommeo),  Velasquez  (il  re  Filippo  IV),  e  Zur- 
baran  (S.  Francesco  d'  Assisi). 

Sala  Luca  Giordano  —  Salotto  Arabo 

La  stanza  che  segue  alla  spagnuola  è  intitolata 
Luca  Giordano  dal  meraviglioso  frescante  di  questo 
nome  che  alle  qualità  eccellenti  delle  sue  pitture, 
come  la  briosa  composizione,  e  l'intonazione  vi- 
brata ed  armoniosa  di  colore,  aggiunse  tal  rapi- 
dità neir  eseguire  e  tale  facilità  nell'  imitare  le 
altrui  maniere,  che  meritò  il  soprannome  di  Luca 
fa' presto,  e  quello  di  Proteo  della  pittura.  Nacque 
a  Napoli  nel  1632,  morì  nel  170L 

Nella  sala  del  suo  nome  a  San  Donato  vedonsi 
quattro  stipi  incrostati  d'ebano  e  tartaruga,  su 
piedi  riccamente  intagliati  a  soggetti,  che  hanno  le 
cassette  colle  formelle  di  cristallo;  dipinse  Luca 


FIRENZE    AI    DEMIDOFF  419 


tutti  questi  cristalli  a  tempera,  dal  di  dentro, 
rappresentando  con  due  stipi  le  metamorfosi  d'O- 
vidio, e  cogli  altri  due  rappresentò  fatti  della 
Storia  Sacra,  pitture  in  cui  alla  bravura  del  pen- 
nello s'accompagna  la  maggior  dovizia  d'imma- 
ginazione. 

Nel  salotto  arabo,  dal  pavimento  al  soffitto  tutto 
è  di  pretto  gusto  moresco  come  al  secolo  dei  Califfi  : 
finestre  con  vetri  colorati,  tende  e  divani  di  ricca 
stoffa  damascata,  tavole  intarsiate  di  madreperla, 
e  sulle  tavole  grande  mostra  di  vassoi,  di  mar- 
rocchini  ;  finisce  tale  addobbo  una  bellissima  lu- 
miera in  legno  dorato,  dello  stile,  fatta  da  Pietro 
Chetoni. 

Sa/a  de'  Mosaici,   Carnei  e  Pitture  Teciesciie. 

Col  salotto  arabo  termina  il  terzo  appartamento, 
percui  bisogna  tornare  addietro  sino  alla  sala 
delle  armi  che  mette  alla  prima  stanza  del  quarto. 
È  in  questa  sala  il  soffitto  pitturato  a  soggetti 
di  caccia,  e  scendono  dal  medesimo  due  lumiere 
fiamminghe  di  bronzo  inargentato  ;  le  pareti  son 
rivestite  di  cuoi  che  in  rilievo  presentano  uccelli 
fiori  e  frutti.  Magnifica  mostra  fan  qui  tredici 
mosaici  romani,  fattura  del  famos  o  Barbieri,  rap- 
presentanti altrettante  vedute  di  Roma,  che  paiono 
vere  pitture  di  pennelli  maestri.  Un  bel  mobile 
di  noce  fatto  ad    ottangolare   leggio,  coperto  in 


420  FIRENZE    AI    DEMIDOFF  'V^ 


alto  da  cristalli,  contiene  un'  esposizione  preziosa 
d'antichi  carnei,  che  soggiaciuti  a  guasti  ed  a  mu- 
tilazioni, vennero  restaurati  in  oro,  mercè  incavi 
0  rilievi,  secondo  la  convessità,  o  la  concavità 
de'pezzi  mancanti,  restaurazione  tanto  ingegno- 
samente, e  maestrevolmente  operata,  che  ne  au- 
menta il  pregio  e  ne  fa  raddoppiare  l'ammirazione. 
Sotto  si  rara  mostra  girano  intorno  fasce  dello 
stesso  noce,  nelle  quali  sono  otto  bassorilievi  d'ar- 
gento che  rappresentano,  con  insuperbii  finitezza 
di  minuto  lavoro,  altrettanti  fatti  della  Passione, 
e  sedici  smalti  di  Limoges  ch'esprimono,  con  stu- 
penda vivacità  e  delicatezza,  altrettanti  fatti  del- 
l'Eneide. Due  grandi  ovali  di  Van  Eyck,  raffigu- 
ranti la  storia  di  Giuseppe  Ebreo,  ed  una  De- 
posizione dalla  Croce  di  Alberto  Durerò,  sono  le 
tavole  importanti  dell'antica  scuola  tedesca  e  fiam- 
minga da  vedersi  in  questa  stanza. 

Sala  delle  Statue. 

A  tout  selgneui'  tout  honneur  :  Antonio  Canova 
si  presenta  per  il  primo,  che,  appena  entrati  nella 
sala,  siamo  dinanzi  alla  bellissima  statua  sedente 
colla  quale  ci  rafìfigura  al  naturale  Madama  Le- 
tizia   RamoliìiOj    madre  del    grande  Napoleone. 

Vicino  air  opera  maestosa  di  Canova,  ve  ne 
son  due  di  Lorenzo  Bartolini,  il  di  lui  degno 
successore,  cioè  il  gruppo  principale  del    monu- 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF  421 


mento  Demidoff,  di  cui  già  più  d'  una  volta  si  è 
dovuto  far  parola,  ed  una  tavola  dove  da  quel 
vero  maestro  che  fu,  raffigura  collo  zodiaco  il 
mondo,  e  nel  mondo  T  Amore  che  vigila  il  genio 
deir  opulenza  addormentato  uh)' la  co  sul  genio 
del  sapere.  Seguono  poi  : 

Una  Baccante  giacente  cui  sta  presso  un  sa- 
tiro che  la  guarda  con  sorriso  osceno,  opera  di 
Pradier  ; 

La  p7mna  culla,  di  Bay,  cioè  Caino  ed  Abele 
bambini  che  dormono  in  grembo  ad  Eva  ; 

La  Schiava,  V  Enfant  à  la  coquille  e  il  Pesca- 
tore di  Powers  ; 

La  Pescatrice,  di  Tadolini  ; 
VInverno  e  Y Autunno,  simboleggiati  dal  Frec- 
cia in  due  bambini  ; 

FAisa  Baciocchi,  che  fu  granduchessa  di  To- 
scana, scolpita  fanciulletta  da  Canova; 

La  Duchessa  di  Leuchtenherg,  sedente,  di  Te- 
nerani  ; 

Tre  busti  ;  Voltaire  di  Pigalle,  Arago  di  Davide 
D' Angers,  e  Humboldt  di  Ranch  ; 

Cristo  alla  colonna,  minore  del  vero,  del  Ber- 
nino  ; 

La  Cuccagna  degli  amori,  grande  gruppo,  del 
Manfredi  ni  ; 

Sedici  busti  raffiguranti  diversi  principi  della 
casa  imperiale  di  Russia,  i  genitori  e  i  nonni  del 
principe  Anatolio  Demidoff,  il  conte  Fossombroni 


422  FIRENZE    AI    DEMIDOFF 


che  fu  amico  di  suo  padre,  e  la  principessa 
Paolina  Bonaparte  ne'  Borghesi,  quest'ultimo  scol- 
pito da  Canova,  e  gli  altri  tutti  d'ottimi  artisti, 
non  escluso  il  Bartolini  ; 

Due  gruppi  al  naturale  di  Lechène,  il  primo 
raffigurante  un  cane  magnifico  di  Terranova  che 
salva  un  bambino  dal  morso  d'  un  serpe,  nel  se- 
condo il  bambino  che  neh'  effusione  della  ricono- 
scenza abbraccia  il  cane  liberatore  ; 

Una  Baccante,  supina,  di  Flessinger  ; 

Una  Santa  Elisabetta  di  Turingia,  di  mada- 
migella Fauveaux. 

Galleria  Moderna  Francese. 

Dalla  sala  delle  statue  passiamo  a  quella  gal- 
leria dove  si  seguita  l' importante  collezione  dei 
moderni  quadri  francesi  :  è  1'  ultima  sala  dei  su- 
periori appartamenti.  Vi  s'  entra  per  una  porta 
a  due  battenti  in  malachite,  del  qual  minerale  ha 
pure  il  frontone,  ornato  il  tutto  con  bronzi  dorati  ; 
il  soffitto  è  a  pulimento,  con  tre  lanterne  deco- 
rate a  dorature, 'e  a  pulimento  son  pure  le  pa- 
reti ;  le  sedie,  le  poltrone,  i  canapè,  tutto  nello 
stile  dell'  impero,  coperto  in  broccatello  di  colore 
rubino.  Cinque  tavole  a  consolle  sagomate  in  i- 
stile  rococò  con  piano  di  marmo  bianco. 

Veniamo  ai  quadri,  e  ripetiamo  primieramente 
il  nome  di  Delaroche,  dinanzi  alle  sue  due  tele 


FIRENZE   AI    DEMIDOFF 


423 


che  raffigurano  Lord  Stra/ford  condotto  al   sup- 
plizio,   e    Cromioell  che  guarda  Carlo  I,   la    sua 
vittima,  nella  cassa;  viene  per  secondo  il  Dela- 
roche    che  raffigura  Carlo  V  monaco.    Colombo 
lilla  Rabida,  Colombo  reduce  dall'America;  Tony 
lohannot  ha  la  AJorte  di  Dii  Guesclin,  uno  de'  più 
generosi   eroi  francesi  del  secolo   decimoquarto; 
d' Ingres  vediamo  Stratonice,  la  bella  principessa 
greca  ;  di  Bonnington  e'  è  Enrico  IV  che  si  tra- 
stulla coi  figliuoli  ;  di  Gallet  il  Duca  d'Alba,  ed 
Arte  e  libertà  eh'  ei  rappresenta  con  un  suona- 
tore ambulante  del  napoletano  ;  di  Marilhot  una 
Moschea;   di  Frery  la  Mietitrice;  di  Troyon    la 
Pollatola;   d' Isabey  una  Ventata  sulle  coste    di 
S.  Malo;  di  Roberto  FJeury  Michelangiolo    che 
assiste  il  suo  garzone  malato;  di  Leopoldo   Ro- 
Jjert  rinfiorata  di  Genzano  ;  di  Decamps  i  Cani 
e  i  cacciatoi-i;  di  Meissonnier  un  Porta  Bandiera; 
di  Flandrin  una  Spagnuola  alla  finestra  ;  d'Orazio 
Vernet  il  Socialismo  e  colèi'a  ;  di  Demarne  diversi 
})aesaggi  e  soggetti  di  caccia.  A  tutte  queste  tele 
illustri  della  prima  metà  del  secolo  nostro,  s'ag- 
giungono le  seguenti  antiche  non  francesi:  Corinna 
poetessa  greca,  di  Gerardo  Dow  ;  una   Venere  e 
la  Santa  Cena  di  Tiziano  ;  la  Maddalena  del  Ci- 
goli, e  V  Interno  d'un  chiostro  di  Rubens. 


424  FIRENZE   AI   DEMIDOFP 


Cappella  Russa  —  Cappella  Cattolica. 

Le  sale  che  sono  accessibili  al  visitatore  nel 
palazzo  di  S.  Donato  le  abbiamo  percorse,  ma  non 
ancora  è  finito  di  aggirarsi  fra  le  magnificenze 
di  questa  nobilissima  abitazione.  Dalla  galleria 
francese  moderna  bisogna  retrocedere  sino  alla 
sala  dei  mosaici^  per  cui  passasi  allo  scalone  a 
quattro  branche,  sceso  il  quale  è  V  atrio,  ampio 
ed  elegante,  del  principale  ingresso.  Neil'  inter- 
colonnio centrale  dell'atrio,  si  presenta  il  modello 
del  monumento  che  per  Niccolò  Demidoff  scolpi, 
in  tutte  le  sue  parti,  il  Bartolini. 

Dalla  sinistra  dell'atrio  stesso  è  la  cappella  russa 
di  forma  parallelogramma,  la  cui  porta,  scolpita 
dal  Barbetti,  e  premiata  all'esposizione  di  Firenze 
nel  1861,  imita  egregiamente  la  porta  di  bronzo 
del  nostro  Battistero  fatta  dal  Ghiberti,  con  venti- 
quattro scomparti  a  bassorilievo,  cogli  stessi  qua- 
dri del  testamento  vecchio  e  nuovo,  e  le  due 
fasce  d'ornamento  ricorrenti  attorno.  Il  pavi- 
mento della  Cappella  è  lucido  di  legno  intar- 
siato, il  soffitto  similmente  di  legno  a  ricco  in- 
taglio, distribuito  a  cassettoni.  Nelle  pareti  sono 
dipinti,  da  artisti  moscoviti,  molti  santi  in  piedi 
per  lo  piiì  vescovi,  con  parati  pontificali.  A  due  ter- 
zi della  Cappella  è  posta  una  grata  dorata,  fitta 
ed  alta,  nel  mezzo  della  quale  una  porta  dà  l'ac- 


FIRENZE   AI   DEMIDOFF  425 

cesso  al  Sancta  Sanctorum  coll'altare  dove  si  ce- 
lebra la  messa  e  gli  altri  riti,  e  che  prende  la 
luce  da  una  finestra  interna  coi  vetri  colorati. 

Usciti  dal  peristilio  del  palazzo  s'attraversa  il 
piazzale,  per  andare  alla  Cappella  cattolica,  che 
é  pure  in  forma  di  parallelogrammo.  È  semplice 
ma  d'una  semplicità  che  piace.  Vi  sono  tre  altari 
con  tavole  ;  la  tavola  dell'aitar  maggiore,  in  i- 
splendida  cornice,  è  una  delle  piìi  belle  tele  del 
Crivelli  veneziano,  divisa  in  tre  ripiani  a  dodici 
scomparti  ne'quali  campeggiano  altrettanti  Santi, 
e  in  mezzo  la  Madonna  col  Bambino. 

Sa/a  chinese  —  Serre  —  Sa/a  indiana. 

Un  elegante  passaggio  con  vetri  colorati  con- 
duce dalla  cappella  cattolica  alla  sala  chinese, 
una  vera  sala  mandarinesca  in  pieno  Celeste  Im- 
pero, tappezzata  con  quelle  figure  trapuntate  di 
scorza  d'albero  a  variati  colori  sopra  l'imbottitura 
colla  loro  lunga  coda  scendente  dal  cocuzzolo  del 
capo  raso  come  l'avorio  ;  fra'  tappeti  dalle  figure 
imbottite,  vediamo  quadri  con  pagode,  case,  chio- 
schi, tutte  pitture  belle  solamente  perchè  sono 
chinesi  ;  diverse  tavole,  come  pure  alcuni  armadi, 
contengono  bronzi  e  porcellane,  bella  varietà  di 
braciere,  di  profumiere,  ma  più  che  altro  grande 
étalage  di  figure  goff'e,  tarpane,  stupide,  ciò  che 
i   francesi   chiamano    magots  de  la  Chine. 


426  FIRENZE   AI   DEMIDOFF 

Transitiam  quindi  per  le  serre,  formate  da  va- 
sti corridoi  e  padiglioni  di  cristallo,  che  si  di- 
lungano in  bel  tratto  mantenendo  continua  in 
tutto  l'anno  la  sola  stagione  estiva  a'cui  favori 
son  riparati  e  custoditi  tutti  gli  alberi  piìi  rari, 
gli  arbusti  pii^i  bizzarri,  i  fiori  più  speciosi  delle 
zone  tropicali,  epperciò  gli  ananassi  ed  i  banani 
maturati  tentano  il  palato,  accanto  agli  sbocciati 
garofani  ed  ai  fusti  di  cannella  che  l'olfato  gusta 
con  suo  beneplacito  e  discrezione  ;  e  perchè  an- 
che l'udito  abbia  la  sua  parte  di  sollazzo  in  questa 
dehziosa  e  magica  flora,  s'accordano  le  mirabili 
fontane  circostanti,  ornate  di  statue  squisite,  a 
mormorar  flebili  canzoni  coi  loro  zampilli. 

Entriamo  finalmente  in  India,  cioè  nella  sala 
indiana,  e  fra'curiosi  mobili  di  legno  rosso,  sedia- 
moci pure  un  po'  per  osservare  più  comodamente 
la  curiosità  de'vasi,  de'tappeti  e  quanto  altro. 

Ripreso  lena  potrà  il  dilettante  delle  razze  ca- 
valline recarsi,  non  senza  soddisfazione,  non  senza 
suo  gran  diporto,  all'ippodromo,  e  noi  frattanto  an- 
deremo  a  respirare  l'aura  dolce,  imbalsamata  dei 
vaghissimi  giardini,  riepilogando  quanto  di  bello, 
di  straordinariamente  magnifico  abbiamo  veduto 
nella  villa  dei  Demidoff  principi  di  San  Donato,  i 
Benefattóri  Grandi  di  Firenze. 

FINE    DEL   LIBRO. 


INDICE  DEI  CAPITOLI 


PARTE    PRIMA 
Capitolo  I 

Il  primo  Demidotf. Pag.       5 

Capitolo  II 

I  figli  di  Nikita  Demidotf '>         24 

Capitolo  III 
Procopio  Demidoii »         35 

Capitolo  IT 
Paolo  Gregorio  violi »         -i^ 

Capitolo  Y 

II  Commendatore  Xiccola  Demidoff   ....         »         50 

Capitolo  VI 
Anatolio  Demidoff  Principe  di  San  Donato     .         »         67 

Capitolo  VII 
Paolo  Demidoff  Principe  di  San  Donato.     .     .         »       111 

Capitolo  VII! 
Solenne  trasporto  della  salma  del  Principe  Paolo 
Demidoff"  di  San  Donato  da  Pratolino  CFirenze; 

a  Taghil  (Siberia) »       144 

Capitolo  IX 
DaPerm  a  Taghil  —  I  monti  Tirali:  loro  posizione 
geografica  e  fisica,  loro  ricchezze  minerali  — 
Taghil  :  Miniere  e  Fonderie  della  Famiglia  De- 
midoff, Possessi  e  Stabilimenti  della  medesima 
Famiglia »       17^ 


428  FIRENZE     AI   DEMIDOFF 


PARTE    SECONDA 

Capitolo  I 

Cenni  starici  su  Pratolino  —  Quando  e  come  scom- 
parvero le  opere  meravigliose  del  R.  Parco      Pag.  199 

Capitolo  II 

L'antico  Pratolino  riedificato  a  penna  :  fabbriche 

ed  ornamenti  dal  1569  sino  ai  nostri  tempi  »     223 

Capitolo  III 

Cenni  storici,  sulle  cave  dei  marmi  di  Seravezza  — 
Michelangiolo  e  la  facciata  di  S.  Lorenzo  —  Come 
le  prime  scavazioni  dei  detti  marmi  servissero 
alla  ricchezza  delle  opere  d'arte  che  a  Pratolino 
destarono  l'universale  ammirazione.     ...         »     277 

Capitolo  IV 
Ferdinando    de'  Medici  Grranpi'incipe  di  Toscana 

e  il  Teatro  di  Pratolino »     292 

Capitolo  V 
Note    biografiche   d'  alcuni  principali  artefici  che 

operarono  a  Pratolino »     311) 

Capitolo  VI 
Pratolino  acquistato  dal  Principe  Paolo  Demidoff 

di  San  Donato *     367 

Capitolo  VII 
Cenni  storici  sul  Monastero  di  S.  Donato  —  Cenni 
storici  suir  Arte  della  Seta  in  Firenze  —  Seti- 
fìcio e  prosperità   di  che  i  Demidoff   si    r(;.cro 

benemeriti  a  San  Donato »     381 

Capitolo  VIII 
Descrizione  delle  Gallerie  di  San  Donato    .     .         »     393 


SOTTOSCRITTORI 
ALLA  PRESENTE  OPERA 


Accarisi  Giuseppe 

Affortunatì  Rev.  Antonio 

Alinari  Giuseppe 

Anghinelli  Anselmo 

Barbetti  Prof.  Rinaldo  e  Raffaello 

Barbini  Dott.  Vincenzo 

Barellai  Francesco 

Bastogl  Conte  Giov.    Angiolo 

Bembaron  Prof.  Alfredo 

Bencinì  Raffaello 

Biagì  Gabbriello 

Bini-Smaghi  Conte  Lorenzo 

Bonafalce  Bartolommeo 

Boncinelli  Telemaco 

Borgnini  Comm.  Secondo 

Brogi  Carlo 

Buonamici  Prof.  Enrico 

Calosci  Prof.  Arturo 

Cambi  Enrico 

Campani  Arturo 

Carpi  Cav.  Avv.  Arturo 

Carrega-Bertoiinì  Principe  Andrea 

Cattani  e  Hagen  (Success.  Montabone 

Ceccherelli  Prof.  Guerrino 

Cecclli  Ing.  Adolfo 

Cecchi  Adriano 

Cecchi  Luigi 

Cecconi  Alberto 

Caramelli  Ing.  Dott.  Enrico 

Cheloni  Angiolo 

Ciampolini  Vincenzo 

Ciapini  Massimo 

Ciatti  Maggiore  Enrico 


Conti  -Mons.  Sinib.  Priore  di  S.Niccolò 

Conti  Cav.  Prof.  Giacomo 

Coppini  Gaetano 

Corsi-Salviati  March.  Bardo 

Corsi  Attilio 

Corsini  Principe  Don  Tommaso 

Corsini  Cav.  Luigi 

Cortesi  Cav.  Prof.  Francesco 

De  Betsky  Giovanni 

Del  Bene  Prof.  Pio 

Dal  Moro  Comm.  Arch.  Luigi 

Del  Nobolo  e  C.o  (Bronzisti) 

De  Matteis  Cav.  Prof.  Ulisse 

Dezon  Suor  Maria 

Oigerini-Nuti  Conte  Agostino 

Digerini-Nuti  Contessa  Marianna 

Direzione  delle  RR.  Gallerie  e  Musei 

di  Firenze 
Fabbri  Ing.  Giuseppe 
Fachinetti  Luigi 
Faldi  Prof.  Ing.  Pasquale 
Faldi  Arturo 
Fenzi  Cav.  Sebastiano 
Ferri  Nerino 
Fontebuoni  Guglielmo 
Foresi  Agape 
Formigli  Ing.  Oreste 
Formigli  Can.  B.  Pr.re  di  S.  Ambrogio 
Forni  Raffaello 
Fortini  Ing.  Prof,  Cesare 
Fransoni  March.  Neri 
Fusi  Arch.  Luigi 
Caiani  Cav.  Prof  Esisto 


SOTTOSCRITTORI 


Sargaruti  Cav.  Massimiliano 

Gargaruti  Ing.  Giuseppe 

iSargioin  Desiderio 

iSennaioli  Prof.  Leopoldo 

Gentile  Cav.  Carlo 

GePinl  March.  Antonio 

Gordìgìani  Cav.  Prof.  Michele 

Cori  Luigi 

Grazzini  Cav.  Ing.  Angiolo 

Grazzìni  Goffredo 

Guasti  Comm.  Cesare 

Guldotti  Dario 

Janstti  Padre  e  Figli 

Landi  Cav.  Emilio 

Lanna  Diagio 

Lastrucci  Prof.  Vincenzo 

Leader-Tempie  Comm.  Giovanni 

Lecchini  Avv.  Adolfo 

Letli  Ing.  Tito 

Levi  Darono  Giorgio 

Levitsky  "Valdimiro 

Lucarini  Attilio 

Lucchesi  Cav.    Prof.  Urbano 

Mancini  Emilio 

Marchesini  Cav.  Eugenio 

Martinetti  Prof.  Giacomo 

Massahi  Cav.  Prof.  Pompeo 

fratte!  Francesco 

Cazzanti  Ing.  Riccardo 

Mazzoli  Cesare 

Melchior  Cav.  Alessandro 

Miliottì  Adolfo 

Modena  Alfredo 

Modigliani  Comm.  Angiolo 

Morosi  Prof.  D.  Dario 

Morosi  Cesare 

Muzzioii  Cav.  Prof.  Giovanni 

Niccolai  Astolfo 

IMIccòli  Fratelli 

Norfini  Prof.  Giuseppe 

Occhini  Luigi 

Pallotti  Giovanni 

Panzani  Raffaello 


Rapini  Rag.  Alessandro 

Parenti  Sacerd.  Alessandro 

Passagiia  Cav.  Prof.  Augusto 

Pelissi  Paolo 

Petessi  Sisto 

Piccardi  Cav.  Giov.  Battista 

Picchi  Andrea 

Piccinelli  Avv.  Ferdinando 

Piovani  Michele 

Pucci  Carlo 

Rebecchi  Francesco 

Rìhlòt  Augusto 

Ricci  Fratelli 

Ristori  Can.  G.  B.  Pr.ie  di  SS.  Apostoli 

Rivalta  Carlotta 

Rogai  Angiolo 

Romanelli  Raffaello 

Romanelli  Ferdinando 

Rossi  Cav.  Prof.  Egisto 

Sacconi  Filippo 

Sacconi  Anatolio 

Saltini  Ing.  Giulio 

Sani  Cav.  Giovanni 

Sani  Alessandro 

Sbolci  Cav.  Prof.  lefte 

Scampoli  Emilio 

Scarselli  Laudino 

Sestini  Alamanno 

Skouratovitch  Antonio 

Sodini  Prof,  Dante 

Spighi  Ing.  Cesare 

Stacchini  Giuseppe 

Tofanari  Vincenzo 

Tommasi  Dott.  Tommaso 

Tommasi  Adolfo 

Torelli  lefte 

Torrigiani  March.  Piero 

Tortoli  Cav.  Giovanni 

Ussi  Comm.  Prof.   Stefano 

Vantini  Cav.  Ing.  Giovanni 

Volterra  Gustavo 

Zannoni  Cav.  Ing.  Augusto 

Zocchi  Prof.  Cesare 


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